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Full text of "Ricordi e scritti di Aurelio Saffi"

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1                                           Volume  XII                                           = 

1                                       (1874-1888).                                      1 

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1      -,                       TIPOGRAFIA  BARBÈRA                             1 

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1                                                     1904.                                                   1 

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EICORPI  E  SCRITTI 


DI 


AURELIO  SAFFI. 


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RICORDI  E  SCRITTI 

DI 

AURELIO   SAFFI 


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UBBLICATI  PER  CUBA 


MUNICIPIO  DI  FORLÌ. 


Volume  XII 
(1874-1888). 


-^^.O 


FIRENZE, 
TIPOGRAFIA   BARBÈRA 

ALPANI   E   VENTURI   PROPRIETARI 

1904. 


Proprietà  letteraria 
746. 


AL   LETTORE. 


Nel  compilare  il  presente  volume  ci  siamo  trovati  non 
poco  perplessi  nello  scegliere  e  ordinare  i  molti  e  vari  ma- 
teriali che  a  noi  sembravano  importanti  e  meritevoli  di  pub- 
blicazione. —  Abbiamo  pertanto  stimato  opportuno  dividere 
la  materia  in  tre  Parti  distinte. 

La  prima  contiene  (seguendo  l'ordine  cronologico)  ri- 
sposte ad  indirizzi,  lettere  e  discorsi,  tutti  intesi  a  mora- 
lizzare —  educando  —  l'animo  dei  giovani,  e  segnatamente 
della  classe  che  lavora  e  soifre.  Tale  è  lo  scopo  precipuo 
della  Conferenza  da  Lui  tenuta  a  Faenza  nel  1877:  —  tale 
la  parte  attiva  e  importante  da  Lui  presa  associandosi*  al- 
l'opera della  Federazione  Britannica  Continentale  nella  santa 
crociata  contro  leggi  inique  e  turpi:  —  tale  la  Sua  parola 
inalzata  nei  Congressi  per  la  Pace,  ec.  ec. 

Nella  seconda  Parte  si  trova  raccolto  il  Suo  lavoro  nella 
Università  di  Bologna,  cominciando  dalle  Letture  su  Albe- 
rigo Gentili  —  per  le  quali  gli  venne  conferito  da  quel 
Municipio  r  onore  della  cittadinanza  :  —  quindi  le  Prolusioni 
ai  vari  corsi  da  Lui  assunti  nel  periodo  di  dieci  anni  sino  alla 
fine  del  viver  Suo.  Avremmo  voluto  unire  a  ciascuna  Prolu- 
sione le  relative  Lezioni  in  cui  Egli  veniva  autorevolmente 
esplicando  il  suo  argomento  :  ma  esaminando  accuratamente 


Vm  AL  LETTOEE. 

tutte  le  Sue  carte,  abbiamo  dovuto  convincerci  che  Egli  non 
le  aveva  ordinate  e  preparate  per  la  stampa:  bensì  pren- 
deva rigorosi  appunti  per  V  esattezza  di  dati  e  fatti  —  e  pel 
resto  Egli  coloriva  e  vivificava  man  mano  il  quadro  con  la 
spontanea  eloquenza  della  parola  e  il  convincimento  del- 
l' onesta  coscienza.  —  Abbiamo  quindi  dovuto  contentarci  di 
pubblicare  —  dopo  le  Prolusioni  —  (quasi  in  Appendice)  i  sunti 
da  Lui  fatti  degli  argomenti  svolti  in  ciascun  corso.  — 
Da  ultimo  abbiamo  raccolto  i  documenti  che  si  riferiscono 
alla  Sua  missione  in  Edimburgo  come  rappresentante  del- 
l'Ateneo Bolognese  nella  solenne  ricorrenza  del  Tercentenario 
dello  Studio  Scozzese. 

Nella  terza  Parte  finalmente  si  trova  il  Proemio  al  XII  vo- 
lume delle  Opere  di  Mazzini,  tenuto  indietro  finora  perchè 
non  collegato  in  ordine  cronologico  con  gli  altri  Proemi. 

Aprile  1904. 

I  Compilatori. 


Parte  Prima. 
SCRITTI  POLITICO-MORALI  EDUCATIVI. 


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A' CIRCOLI  PATRIOTICI  DI  CARRARA. 


Forlì,  d  maggio  1874. 

Cittadini, 

Ebbi  il  fraterno  saluto  da  voi  diretto,  pel  30  aprile,  a 
Maurizio  Quadrio,  a  Federico  Campanella  ed  a  me,  e  parte- 
cipo con  tutto  l'animo  al  generoso  voto  che  il  Popolo  ita- 
liano <  possa  rendersi  degno  >  —  come  dite  voi  —  <  di  ram- 
mentare e  celebrare  le  gesta  compiute  a  Roma  sotto  la 
bandiera  della  libertà.  >  Un  Popolo,  che  sente  ed  onora  i 
magnanimi  fatti  della  propria  Storia,  dimostra  di  custodire 
in  sé  medesimo  il  seme  delle  virtù  che  li  produssero;  e 
v'  hanno  pur  tuttavia  in  Italia,  malgrado  le  tristi  condizioni 
presenti,  molti  nobili  cuori  che  a  que'  ricordi  s' ispirano.  Né 
io  dispero  che  —  dove  i  tempi  arrechino  l'occasione  e  il  do- 
vere delle  nobili  prove  —  gV  inviolabili  principi  del  diritto  e 
dell' onor  nazionale,  le  sante  rivendicazioni  della  vera  libertà 
e  della  comune  giustizia,  l' integrità  della  Patria  e  il  compi- 
mento de'  suoi  destini,  non'  siano  per  trovare  nell'  intera 
Nazione  quella  potenza  di  sacrificio  e  di  difesa,  di  cui  pochi 
eletti  precursori  fecero  —  pur  cadendo  —  egregio  esperimento 
contro  le  domestiche  trame  e  le  straniere  invasioni  del  '49. 

Quanto  al  merito  di  que'  fatti,  voi  dovete  recarlo  —  come 
lo  recherà  la  Storia  —  alla  ingenita  virtù  della  tradizione 
popolare  italiana,  riscossa  e  provocata  a  que'  giorni  in  Roma 
dall'insulto  straniero;  alla  fede  patria  di  Giuseppe  Mazzini, 
che  indovinò  il  cuore  del  Popolo  e  ne  fu  sommo  interprete 
nel  governo  della  Repubblica;  alla  invitta  ispirazione  di  Giu- 
seppe Garibaldi,  seguito,  sulla  via  sacra  del  risorgimento  na- 
zionale, dal  più  bel  fiore  della  gioventù  italiana. 


4  A'  CIRCOLI  PATRIOTICI  DI  CARRARA. 

A  noi  — -  umile  parte  di  quella  grande  prova  —  non  s' ap- 
partiene la  lode  de'  fatti  compiuti,  ma  il  debito  di  conservarne 
intemerata  la  memoria,  ad  esempio  de'  presenti  e  degli  av- 
venire. 

Vostro 
A.  Saffi. 


AD  UNA  SOCIETÀ  GIOVANILE. 


Maggio  1874. 

Miei  Giovani  Fratelli, 

Vi  ringrazio  di  cuore  delle  affettuose  parole  che  m'indi- 
rizzaste, annoverandomi  fra  i  vostri  soci  onorari. 

In  voi.  Giovani,  sono  riposte  le  speranze  dell'avvenire  —  in 
voi  le  forze  che,  educate  a  nobil  fine,  rifaranno  libera,  giusta 
e  grande  la  Patria  nostra.  L' Italia  ha  anzitutto  bisogno  di 
rifarsi  morale  e  devota,  non  a  falsi  riti  e  forme  di  vecchie 
superstizioni,  ma  al  vivo  culto  del  Vero  e  del  Bene  —  alla 
perenne  religione  de'  grandi  principi  ne'  quali  armonizzano 
tutte  le  sante  cose  di  quaggiù  sotto  una  stessa  legge  di  pro- 
gresso: famiglia,  città.  Patria,  associazione  delle  genti  nel- 
l'opera della  comune  umanità. 

Solo  que'  Popoli  e  quelle  età  che  informarono  la  idea  della 
vita  civile  aUa  nozione  del  Dovere  —  considerandola  come 
ufficio  diretto  al  comun  bene  —  e  proseguirono  nella  loro 
storia  un  fine  superiore  alle  sodisfazioni  dell'  egoismo  privato, 
lasciarono  dopo  sé  ricordi  e  monumenti  di  genio  e  di  virtù 
dinanzi  ai  quali  s' inchina  riverente  la  coscienza  de'  posteri. 

Solo  in  quelle  età  V  Uomo,  perchè  credente  e  virtuoso,  fu 
libero  e  grande.  Questo  concetto  ferve  nell'intimo  senso  di 
tutto  ciò  che  Mazzini  scrisse  e  operò  ;  anima  il  pensiero  e  la 
vita  dei  più  virtuosi  fra  i  suoi  seguaci;  ed  oggi  ispira  a 
missione  di  popolare  apostolato  uno  dei  migliori  fra  i  nostri, 
per  sapere  e  virtù  —  Quirico  Filopanti;  l'opera  del  quale, 
mentre  segna  uno  de'  più  profondi  bisogni  del  tempo,  merita 
—  anche  da  quelli  che  possono  nelle  idee  o  nel  modo  dissen- 
tire da  lui  —  attenzione  e  rispetto. 

Le  Nazioni  sorgono  o  cadono,  secondo  che  una  favilla  di 
fede  le  anima,  o  che  nel  loro  pensiero  si  spegne  la  luce  delle 
eteme  idee.  La  terra  che  ci  diede  la  vita  ci  avverte  di  ciò 
in  ogni  pietra  dei  suoi  sepolcri. 

L'Italia,  nel  XVI  secolo,  periva  moralmente,  vittima  del- 
l' impostura  da  un  lato,  e  impotente  a  rigenerarsi,  dall'altro, 
a  nuova  e  miglior  fede  ;  mentre  altri  Popoli,  ritemprando 


6  AD  UNA  SOCIETÀ  GIOVANILE. 

r anima  a  nuovi  raggi  di  verità,  iniziavano  l'opera  dell'inci- 
vilimento moderno.  L'Italia  periva  moralmente  fra  l'ipocrisia 
e  lo  scherno  d' ogni  credenza  ;  e  lo  straniero  passeggiava 
immune,  per  tre  secoli,  sulla  pietra  del  suo  sepolcro. 

Ed  oggi  che  la  pietra  fu  sollevata,  e  la  Patria  si  riscosse 
a  un  fremito  di  vita,  risorga  per  virtù  vostra,  o  Giovani, 
dalla  tomba  del  passato  l'anima  di  una  Nazione  vivente  — 
non  lo  scheletro  di  una  gente  disfatta.  —  Abbiate  fede  in  Dio, 
neir  Umanità,  nella  Patria,  nella  virtù,  nel  dovere  —  in  tutte 
le  belle  e  nobili  cose  della  vita:  e  alla  fede  dell'anime  vo- 
stre, all'alto  intemerato  pensiero  delle  vostre  menti,  serba- 
tevi, incorrotti  d'egoismo,  fedeli  in  tutta  l'opera  della  vita. 
—  Così  r  Italia  ritornerà,  per  voi,  degna  della  passata  gran- 
dezza e  delle  nuove  sorti  che  gli  eventi  le  apersero  nelle  vie 
della  sua  storia  futura. 


ALLA  FRATELLANZA  ARTIGIANA  DI  CHIARAVALLE. 


Forlì,  6  luglio  1875. 

Caro  Paolini, 

Non  argomentate  dall'indugio  di  questa  mia  ch'io  abbia 
dimenticato  voi  e  i  vostri  bravi  amici  di  cotesta  benemerita 
Società  Operaia.  Sono  avaro  di  lettere,  ma  per  manco  di 
tempo,  non  di  riconoscenza  ai  buoni  che  mi  confortano  del 
loro  affetto.  —  Io  m'onoro  d'essere  ascritto  alla  Fratellanza 
degli  Artigiani  di  Chiaravalle,  come  a  centro  d' industria  ope- 
rosa, di  sobrio  costume,  di  virtù  cittadina  e  patria.  —  Fedeli 
come  siete  alle  dottrine  del  nostro  Maestro,  voi  non  potete 
fallire  a  veri  e  nobili  incrementi  di  virtù  cittadina  e  di  mi- 
glioramento sociale. 

Quelle  dottrine  —  guardando  gli  operai  italiani  dagli  er- 
rori economici  e  dalle  passioni  egoiste  che  travolsero  gli 
operai  d'altre  Nazioni,  ed  educandoli  a  principi  di  Patria  e 
d' Umanità,  di  libera  associazione  e  cooperazione  ne'  lenti  ma 
continui  e  fecondi  progressi  del  lavoro,  del  risparmio  e  dei 
mezzi  produttivi  -—  sono  per  essi  una  salvaguardia  ed  una 
guid^  sicura  a  migliori  destini  ;  a  destini  degni  di  quell'av- 
venire che  promettono  all'Italia  i  ricordi  di  ciò  che  fu  e  i 
segni  di  ciò  che  dev'essere. 

È  distintivo  principale  delle  dottrine  di  G.  Mazzini  l'ar- 
monia fra  l'ideale  e  il  reale  —  fra  l'intento  del  progresso  e  le 
condizioni  pratiche  di  raggiungerne  gli  effetti.  Egli  non  vi 
chiama  a  un  benessere  improvviso,  impossibile,  ristretto  alla 
sodisfazione  della  vita  materiale  soltanto.  —  Fine  dell'Uomo, 
per  Lui,  non  è  l'egoismo  ma  la  virttì,  il  perfezionamento  della 
sua  natura  morale;  applicazione  progressiva  del  vincolo  di 
fratellanza  e  d'amore  che  insieme  ci  lega  alla  famiglia,  alla 
Patria,  alle  relazioni  fra  un  ceto  e  l'altro,  nel  senso  di  questa 
—  all'ordinamento  civile  delle  Nazioni  fra  loro,  nel  seno  della 
comune  Umanità.  —  Mazzini  intende,  anzitutto,  ad  edificare 
in  voi  r  Uomo  morale  nella  piena  coscienza  de'  suoi  uffici  e 
de'  suoi  doveri  sociali.  —  Ma  con  ciò  appunto  egli  vi  addita 
la  via  —  la  vera  via  —  del  progresso  in  tutt'altre  cose. 


8       ALLA  FRATELLANZA  ARTIGIANA  DI  CHIARA  VALLE. 

Non  si  consegue  alcun  bene  quaggiù  senza  lavoro  e  senza 
sacrificio.  Dio  volle  che  ogni  miglioramento  delle  umane  con- 
dizioni fosse  il  frutto  di  lunga  assidua  fatica,  di  ben  portati 
patimenti  e  d'ardue  prove.  Ma  in  ciò  appunto  è  riposto  il 
segreto  della  nostra  destinazione  a  ciò  che  è  grande,  nobile 
e  buono.  —  Se  fosse  facile  la  via  alla  felicità,  e  se  questa 
fosse,  per  sé  sola,  il  fine  della  vita,  noi  saremmo  poco  da  più 
delle  bestie.  —  Il  lavoro,  la  virtù  e  V  associazione  sono  le  tré 
fciville  che  guidano  la  marcia  delle  Nazioni  verso  la  mèta  a 
cui  Dio  le  destina. 

Santifichiamo  adunque,  non  distruggiamo  i  vincoli  del  So- 
ciale Consorzio  —  la  famiglia,  la  città,  la  Nazione.  —  Inten- 
diamo a  migliorare  non  a  disperdere  gli  strumenti  dell'opera 
nostra  sopra  la  terra;  procuriamo  di  renderli  accessibili  a 
tutti  ;  non  usurpando  l'altrui  proprietà,  ma  combattendo  gì-  in- 
giusti privilegi  e  i  monopoli  che  ne  restringono  in  pochi  i  be- 
nefici. —  Camminiamo  virilmente  nelle  vie  del  progresso  che 
conduce  a  libertà  —  non  in  quelle  dell'anarchia  che  conduce 
alla  decadenza  e  alla  servitù. 

Queste  ed  altre  consimili  verità  scendono  dalla  dottrina 
del  grande  Educatore  :  ed  è  dottrina  di,  vita  e  di  sicurtà  ci- 
vile pei  Popoli  che  la  seguono.  Possa  il  Popolo  italiano  —  al 
quale  più  particolarmente  Egli  consacrò  pensieri,  affetti  ed 
opere  —  intenderla  quant'altri,  e  più  ;  e  procedere  sull'orme 
Sue  verso  nobile  fine  ! 

Intanto,  ogni  Sodalizio  d'Operai  che  s'informi  al  Vero  e 
al  Giusto  da  que'  principi,  è  elemento  di  virtù  nazionale  :  ed 
io  mi  rallegro  con  voi,  mio  caro  Paolini,  e  coi  vostri  compagni.... 


SUL  MATRIMONIO  RELIGIOSO. 

LETTERA  A  GIOVANNI  CORTESI  DI  RAADNNA. 


San  Varano  presso  Forlì,  6  ottobre  1876. 

Egregio  Signore, 

Ho  d'uopo  di  tutta  l'indulgenza  di  Lei  e  dell'amico  suo 
pel  lungo  silenzio  frapposto  a  rispondere  alla  sua  del  14  set- 
tembre scorso.  Ma  la  mia  assenza  da  Forlì  per  quasi  un  mezzo 
mese,  a  cagione  del  Congresso  Operaio  tenutosi  ultimamente 
in  Genova,  mi  scusi  dell' involontario' ritardo  nel  sodisfare  al 
desiderio  ch'Ella  mi  esprime. 

Mazzini  non  avrebbe  certo  approvato,  in  chi  professa  prin- 
cipi religiosi  e  morali  superiori  alle  vecchie  credenze,  un  atto 
di  adesione  esplicita  a  queste  ultime  in  contradizione  coi  con- 
vincimenti dell'animo.  —  Mentire,  per  umani  riguardi,  alla  pro- 
pria coscienza,  è  e  sarà  sempre  ipocrisia  ed  immoralità.  —  Ma 
da  una  positiva  confessione  di  fede  cóntro  coscienza,  al  non 
rifiutarsi  di  attendere  —  senza  aderirvi  —  a  forme  religiose 
sinceramente  seguite  dall'altrui  fede,  corre  un  radicale  di- 
vario :  —  e  vi  sono  gravi,  oneste  e  sante  ragioni  che  possono, 
in  sì  fatti  casi,  consigliare  —  anzi  ingiungere  —  come  dovere, 
di  non  fare  violenza,  per  le  proprie,  alle  altrui  opinioni;  e 
il  caso  dell'amico  suo  è  appunto  uno  di  questi.  —  Non  si  ri- 
formano i  pregiudizi  della  educazione  passata  d'intere  gene- 
razioni affrontandoli  col  disprezzo  o  combattendoli  con  la 
forza  ;  —  ma  sì  bene  illuminando  le  anime,  sulle  vie  del  pro- 
gresso intellettuale  e  morale,  con  la  virtù  del  Vero,  del  Buono, 
con  l'apostolato  amorevole  di  credenze  migliori,  con  la  tol- 
leranza, col  rispetto  del  sentimento  religioso  che  dura  pe- 
renne nella  coscienza  dell'Umanità,  sotto  il  velo  delle  forme 
che  passano. 

Tale  tolleranza,  tale  rispetto  per  le  credenze  altrui  erano 
da  Mazzini  profondamente  sentiti  ;  né  certo  Egli  avrebbe  bia- 
simato un  mero  contatto  esterno  con  le  forme  tradizionali  di 
quelle  credenze,  se  imposto  dal  dovere  morale  e  sociale  di 

XII.  2 


10  SUL  MATRIMONIO  RELIGIOSO. 

non  provocare  dissidi  o  profonde  amarezze  fra  persone  legate 
fra  loro  dai  sacri  vincoli  della  comunione  domestica. 

Per  queste  ragioni  ch'io  credo  giuste  ed  oneste —  e  che 
indussero  me  pure  a  non  respingere,  nel  caso  mio,  i  riti  pre- 
scritti dal  costume  inglese  al  legame  nuziale  —  io  non  con- 
siglierò  di  certo  l'amico  suo  d'imitare  i  fanatici  delle^  vecchie 
religioni,  rifiutando,  in  nome  della  religione  dell'avvenire, 
la  propria  presenza  materiale  ad  una  cerimonia  discorde  dal 
suo  sentire,  ma  degna  di  rispetto  dinanzi  ai  convincimenti 
altrui. 

E  senza  più  ec. 


11 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 


Maggio  1877. 

Mi  è  grato  trovarmi  fra  voi,  bravi  operai  e  cari  concit- 
tadini, al  riaprirsi  di  questa  vostra  Scuola,  in  questa  città, 
che  fu  sempre  una  delle  più  industri  e  laboriose  città  di  Ro- 
magna, e  nutrice  ad  un  tempo  di  arditi  e  devoti  patrioti,  che 
pagarono,  in  tempi  difficili,  largo  tributo  di  sacrifici  alla  Causa 
della  Patria  comune. 

Piacque  al  vostro  Municipio  ed  a  voi,  or  ha  qualche  anno, 
di  onorarmi  del  titolo  di  vostro  cittadino.  Che  posso  io  ren- 
dervi in  contraccambio,  nella  presente  opportunità,  se  non  una 
parola  d'affetto,  di  conforto,  di  fede  operosa  nelle  sorti  del- 
l'Italia nostra,  e  nelle  attitudini  del  suo  popolo  a  proseguirle 
mercè  i  sussidi  di  una  generosa  coltura? 

Ora,  queste  scuole  popolari  possono  e  devono  essere,  ri- 
spetto a  tale  coltura,  ciò  che  i  semenzai  dell'agricoltore  sono 
alla  coltura  del  campo. 

Spetta  alla  scuola,  informata  ad  una  vera  e  santa  idea 
della  missione  della  vita,  e  intesa  ad  applicarla,  di  grado  in 
grado,  ai  compiti  dell'umano  consorzio  nella  famiglia,  nella 
città,  nella  comunanza  nazionale,  il  formare  uomini  e  citta- 
dini atti  al  lavoro  di  una  feconda  civiltà. 

La  prima  radice  del  progresso  delle  Nazioni  è  riposta  nel- 
l'indole e  nelle  capacità  degl'individui  che  le  compongono.  Le 
buone  leggi  rimovono  gli  ostacoli  che  s'attraversano  allo  svol- 
gimento delle  loro  facoltà;  ma  non  le  creano,  né  bastano, 
sole,  a  farle  operare. 

la  generale,  il  concetto  che  governa,  nella  età  nostra,  i 
modi  dell'insegnamento  è  difettivo  ed  inefficace.  Si  cura  la 
istruzione  della  mente  più  che  la  educazione  del  cuore; 
si  pretende  di  preparare  la  intelligenza  agli  uffici  della  ci- 
viltà, affaticandola  precocemente  di  mal  digesto  cognizioni 
scientifiche  e  tecniche,  e  non  si  studia  di  destare  la  potenza 
morale  degli  animi,  dalla  quale  la  intelligenza  trae  lena  e 


12  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

calore;  e,  tanto  nell' istruire  che  nell' educare,  la  pedanteria 
de' metodi  inaridisce  le  fonti  del  pensiero  e  della  volontà,  so- 
stituendo le  morte  formole  de' libri  scolastici  alle  vive  mani- 
festazioni del  libro  della  natura,  e  i  precetti  introdotti  ma- 
terialmente ne'cervelli  degli  alunni,  all'amorevole  ed  assidua 
disciplina  di  quegli  abiti  di  virtù  che  naturalmente  germo- 
gliano nella  vergine  fanciullezza. 

La  importanza  di  una  buona  e  forte  educazione,  diretta 
a  nutrire  il  vitale  accordo  delle  facoltà  intellettive  con  le  fa- 
coltà morali,  è  nondimeno  sentita  in  Italia,  forse  più  che  al- 
trove, pel  genio  nativo  e  per  le  tradizioni  storiche  della  nostra 
stirpe:  e  questo  senso  va  operando,  malgrado  gli  avversi 
auspici  e  gli  scarsi  incoraggiamenti,  anche  nelle  scuole  offi- 
ciali, mercè  la  virtù  di  parecchi  fra  i  nostri  maestri.  Le  scuole 
del  popolo,  e  quelle  in  particolare  che  si  ispirano  ai  principi 
del  suo  grande  Educatore  —  Giuseppe  Mazzini  —  possono  e  de- 
vono promovere  e  perfezionare  il  vero  concetto  della  pubblica 
istruzione. 

Lo  Stato— -il  giorno  in  cui  lo  Stato  diventi  ciò  ch'esser 
.  dovrebbe,  un  ministerio  elettivo,  e  progressivamente  soggetto 
a  riforma,  del  pensiero,  de' bisogni  e  degli  uffici  universali 
della  Nazione —  risponderà  vieppiù  sempre  ai  principi  che 
guideranno,  per  opera  della  scuola,  la  ragione  e  la  coscienza 
comune  del  popolo:  vale  a  dire,  che  la  scuola,  svolgendo  di 
cerchio  in  cerchio  la  sua  azione  educatrice  nella  società,  s'in- 
tegrerà nello  Stato,  vivificandolo  in  tutte  le  sue  relazioni  in- 
terne ed  esterne;  perchè  nella  scuola,  cioè  nell'insieme  de- 
gl'influssi intellettuali  e  morali  che  danno  lume  e  indirizzo 
all'anima  di  un  popolo,  vive,  si  move  e  si  perfeziona  la  sua 
personalità  civile. 

Ma  lo  Stato,  per  sé  solo,  non  può,  anche  con  la  migliore 
delle  costituzioni,  se  non  apparecchiare  il  campo  alla  coltura 
e  all'opera  della  vita:  il  vigore  della  vita  stessa  dipende  dalla 
intrinseca  disposizione  degli  uomini  ;  né  giovano  gl'istituti  del 
buon  governo,  se  il  senno,  la  vigilanza,  il  concorso  volonte- 
roso de' più,  non  contribuiscono  attivamente  a  farli  fruttare. 

Io  voglio  fare  una  ipotesi,  che  potrebbe,  quando  che  sia, 
divenire  una  realtà;  e  che,  per  ciò  appunto  ci  suggerisce  Pob- 
bligo  di  chiedere  a  noi  stessi,  se  siamo  preparati  o  potremo, 
in  processo  di  tempo,  prepararci  ai  doveri  che  tale  realtà 
c'imporrebbe. 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     13 

Immaginate  che  l'Italia,  un  giorno,  stanca  del  malessere 
che  la  travaglia,  cerchi  rimedio  alle  sue  infermità  in  una 
forma  più  larga  e  più  equa  di  reggimento.  Immaginate  che, 
valendosi  de' più  alti  concetti  della  scienza  politica,  riesca  a 
fondare  una  costituzione  esemplare.  Poniamo  adunque  che  il 
nuovo  Patto  nazionale,  e  le  leggi  che  ne  discendono,  aflferraino 
la  libertà  in  tutte  le  sue  attinenze  con  l'azione  individuale  e 
con  l'azione  collettiva  de'cittadini:  che  la  libertà  personale, 
la  libertà  del  pensiero,  della  coscienza,  della  parola  e  della 
stampa  ;  il  diritto  di  riunione  e  di  associazione  ;  tutto  quel- 
l'insieme di  funzioni,  insomma,  che  servono  all'organismo  della 
vita  sociale,  come  la  respirazione  serve  all'organismo  della 
vita  animale,  siano  dichiarate  immuni  per  natura  da  ogni 
arbitrio  di  restrizioni  legislative  e  ministeriali. 

Poniamo  che,  con  gli  ordini  della  libertà,  armonizzino  quelli 
della  eguaglianza  politica  di  tutti  i  cittadini  ;  che  il  voto  e  la 
eleggibilità  ai  pubblici  uffici  siano  aperti  a  tutti  indistinta- 
mente ;  che  tutti  siano  chiamati  alle  armi,  come  custodi  del 
comune  Diritto  e  della  integrità  della  Patria;  e  che  il  si- 
stema giudiziario  e  penale  circondi  tutti  questi  beni  delle  più 
compiute  guarentigie  che  la  esperienza  e  la  ragion  giuridica 
abbiano  escogitate  sinora  contro  gli  abusi  del  potere  da  un 
lato,  e  la  violenza  privata  dall'altro;  sì  che  il  vivere  civile 
possa  accostarsi  ognor  più  al  suo  quasi  divino  equilibrio, 
mercè  la  vitale  armonia  della  libertà  con  l'ordine  pubblico. 
Supponete  inoltre,  che  i  postulati  della  scienza  economica, 
concordandosi  coi  criteri  della  giustizia  e  col  rispetto  della 
umana  dignità  ne' contratti  fra  capitale  e  lavoro,  instaurino, 
per  quanto  dipende  dalla  legislazione,  le  condizioni  più  favo- 
revoli allo  sviluppo  delle  operosità  produttive  nelle  officine 
e  ne' campi,  e"  all'equa  partecipazione  di  tutti  i  fattori  della 
produzione  ne' profitti  della  medesima;  che  sia  bandito  ogni 
monopolio,  dato  libero  spazio  allo  spirito  di  associazione  e 
di  cooperazione,  diffuso  il  credito  a  tutte  le  classi,  sgombra 
ogni  via  alle  intraprese  industriali,  agricole,  commerciali ,  e 
che  infine,  ridotte  le  imposte  ne' limiti  strettamente  rispon- 
denti alle  necessità  della  pubblica  amministrazione,  rispet- 
tato ne'contribuenti  poveri  il  bisognevole  della  vita,  e  inte- 
grato il  servizio  militare  nelle  funzioni  comuni  del  cittadino, 
tornino  di  tal  guisa  ad  incremento  della  prosperità  del  Paese  i 
capitali  che  di  presente  si  consumano  nel  soverchio  delle  spese 


14  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

improduttive  dello  Stato,  e  le  forze  vive  che  oggi  rimangono 
sequestrate,  durante  il  miglior  fiore  della  loro  gioventù,  dalla 
coscrizione  e  dalla  caserma. 

Immaginate,  dico,  tutto  questo  :  poniamo  che  la  ipotesi  di- 
venti un  fatto.  Or  bene:  i  nuovi  ordini,  le  giuste  teggi,  la 
provvida  economia,  vi  forniranno  le  condizioni  esterne,  l'atmo- 
sfera respirabile,  l'ambiente  idoneo  allo  svolgimento  della 
vita,  non  la  essenza  e  la  forza  iniziatrice  del  moto  vitale. 

La  vita  è  in  voi:  le  sorgenti  delle  sue  manifestazioni  sono 
riposte  nel  fondo  delle  anime  vostre,  i  suoi  procedimenti,  i 
suoi  progressi,  dipendono  dal  vostro  pensiero,  dalla  vostra 
volontà,  dal  vostro  lavoro. 

Le  istituzioni  fioriranno,,  se  nutrite  e  sostenute  dai  vostri 
costumi  :  scadranno,  se  ne'  vostri  costumi  non  sia  sostanza  di 
bene:  e  la  virtù  de'  costumi  sorge  dalla  strenuità  degli  animi, 
e  dagl'istinti  di  una  ingenita  probità  nell'intimo  essere  di 
una  Nazione. 

IL 

Ho  detto  ch'io  intendo  recarvi  una  parola  di  conforto  e 
di  fede.  Ciò  che  sto  per  dire  non  move  quindi  da  poca  fidu- 
cia nelle  attitudini  della  nostra  razza,  nelle  nostre  attitu- 
dini a  rifar  prospera  e  bella,  con  la  libertà  e  con  la  giustizia, 
la  terra  de' nostri  padri.  Io  ho  una  gran  fede  nella  libertà, 
ed  una  fede  ancora  più  grande  nella  nativa  capacità  del  Po- 
polo italiano  a  rialzarsi  dalle  sue  cadute,  a  vestire  di  nuova 
gioventù  l'opera  della  sua  Storia,  guasta  dalle  ingiurie  degli 
uomini  e  della  fortuna.  Ma  l'esame  di  ciò  che  è  contrario  al 
nobile  intento,  anche  se  i  difetti  che  si  passano  in  rasségna 
non  sono  in  tutto  nostri  difetti,  ci  aiuta  a  guardarcene  e  ad 
addestrarci  alle  corrispondenti  virtù. 

Insisto  adunque  su  questo,  che  le  buone  e  libere  istitu- 
zioni tanto  valgono,  quanto  il  Popolo  che  le  possiede  sa  farle 
valere;  e  che  non  basta,  essendone  privi,  desiderarle:  bisogna 
sapere  e  voler  farsene  capaci  e  degni. 

Infatti,  se  alle  condizioni  della  libertà,  della  eguaglianza, 
e  della  buona  economia  sociale,  non  rispondono  le  inclina- 
zioni, le  usanze,  e  la  volontà  del  maggior  numero:  —  <  Se,  > 
come  dice  saviamente  un  insigne  filosofo  inglese,  Stuart  Mill, 
/c  per  indolenza,  per  ignavia,  o  per  difetto  di  spirito  pubblico. 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     15 

i  più  sono  inetti  agli  sforzi  necessari  alla  conservazione  di  un 
Governo  libero;  se  non  sorgono  a  difenderlo  quando  sia  ag- 
gredito; se  si  lasciano  ingannare  dalle  arti  che  insidiano  la 
loro  libertà  ;  se  per  un  momentaneo  scoramento  o  timor  pa- 
nico, mossi  da  cieco  impulso  d'entusiasmo  per  un  individuo, 
essi  corrono  a  deporre  i  loro  diritti  a' piedi  di  un  uomo  —  né 
monta  ch'egli  sia  grande;  —  o  s'inducono  ad  affidargli  poteri, 
che  lo  abilitino  a  sovvertire  le  loro  istituzioni;  essi  si  mo- 
strano, in  tutti  questi  casi,  più  o  meno  incapaci  di  libertà....  > 
Ancora  :  <  se  per  impeto  di  passioni,  od  eccesso  di  orgoglio 
personale,  non  sanno  astenersi,  ne' loro  contrasti,  dal  venire 
a  privati  conflitti,  invece  di  lasciare  alle  leggi  e  ai  magistrati 
il  far  giustizia  de' loro  torti....  se,  d'altra  parte,  non  sono  di- 
sposti a  cooperare  attivamente  alia  esecuzione  delle  leggi 
stesse  nella  ricerca  e  nella  repressione  de' malfattori;  se.  come 
gl'Indiani,  giureranno  falso  per  coprire  il  malandrino  che  li 
ha  derubati,  piuttosto  che  esporsi  ai  fastidì  di  una  procedura 
giudiziaria  o  alla  vendetta  dell'aggressore;  se,  come  avviene 
in  alcune  contrade  d'Europa,  >  dice  il  Mill,  <  i  cittadini,  ve- 
dendo un  uomo  dar  di  coltello  a  un  altr'uomo  nella  pubblica 
strada,  passano  tranquillamente  dall'altro  lato,  perchè,  al 
veder  loro,  è  ispezione  della  polizia  brigarsi  del  caso,  e  per- 
chè reputano  prudente  non  mescolarsi  di  ciò  che  non  li  con- 
cerne, >  —  è  grandemente  da  temere,  che  dove  sì  fatte  disposi- 
zioni prevalgono,  le  migliori  leggi  del  mondo  facciano  poco 
frutto.  «  Quale  efficacia,  >  soggiunge  egli,  <  potrebbero  avere 
le  migliori  regole  di  procedura,  gli  ordini  giudiziari  più  ac- 
conci ad  assicurare  la  giustizia,  dove,  per  mancanza  di  senso 
morale,  i  testimoni  ordinariamente  mentissero,  e  i  giudici  si 
lasciassero  corrompere  dalle  sportule  de' litiganti  o  de' preve- 
nuti? Che  sarebbe  da  sperare  dal  mero  prestigio  delle  isti- 
tuzioni rispetto  ad  una  buona  amministrazione  del  Comune 
0  dello  Stato,  se  gli  onesti  e  capaci  si  tenessero  in  disparte, 
e  gli  uffici  pubblici  cadessero  in  mano  di  coloro  che  li  am- 
biscono per  utile  privato?  A  che  gioverebbe  il  più  largo  si- 
stema elettorale  e  rappresentativo^,  se  gli  elettori  non  cu- 
rassero di  eleggere  i  migliori,  ma  vendessero  i  loro  voti  al 
maggior  offerente?  Che  costrutto  si  caverebbe,  infine,  da 
un'Assemblea,  composta  di  deputati  venali,  o  turbolenti  e 
incapaci  di  pubblica  disciplina  e  di  freno  di  educazione  pri- 
vata sulle  proprie  passioni  ?  > 


16  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

Stuart  Mill  dice  il  vero:  e  voi  potete,  miei  cari  amici, 
trovare  riscontro  a  questa  legge  naturale,  che  fa  dipendere 
gli  utili  effetti  e  la  durata  delle  buone  istituzioni  dal  valore 
morale  degli  uomini  che  devono  servirsene,  non  solo  nelle 
grandi  e  generali  relazioni  della  vita  politica,  ma  in  ogni 
grado  di  organismi  sociali  a  voi  più  vicini  e  più  familiari. 
Così,  per  esempio,  se  in  una  Società  di  mùtuo-soccorso  accada 
che  i  soci  trascurino  di  pagare  il  tributo  mensile  e  di  ve- 
gliare alla  buona  amministrazione  del  sodalizio;  se  non  si 
mostrino  solerti,  benevoli,  disposti  a  confortarsi  nelle  infer- 
mità e  nella  sventura,  a  darsi  la  mano  per  istruirsi  e  farsi 
migliori;  ma  siano,  invece,  malcostumati,  invidi,  propensi 
ai  parteggiamenti  e  alle  risse;  la  Società  finirà  col  fallire  e 
dissolversi.  Dite  il  medesimo  di  una  Società  cooperativa  di 
produzione  o  di  consumo;  di  una  compagnia  industriale  o 
commerciale,  di  una  Banca  popolare  di  credito,  e  somiglianti. 
Gl'istituti  più  vantaggiosi  all'incremento  del  benessere  sociale 
verranno  meno  al  loro  fine,  se  chi  deve  valersene  non  sappia 
o  non  voglia  farne  buon  uso  :  la  mala  prova,  generando  dif- 
fidenza e  sfiducia,  distruggerà  il  credito,  spegnerà  lo  spirito 
di  associazione;  e  la  classe  che  più  dovea  profittare  di  questi 
beni,  invece  di  prosperare  e  progredire,  ricadrà  nell'inerzia, 
nell'isolamento,  e  nella  miseria. 

Voglio  chiudere  il  novero  di  questi  esempi  con  un'ultima 
osservazione.  Intento  economico  e  civile  di  un  buon  sistema 
amministrativo  e  tributario,  che  sopprima  le  spese  superflue 
dello  Stato,  e  riduca  le  tasse  alla  misura  strettamente  richie- 
sta dalla  pubblica  utilità,  ripartendone  il  carico  in  equa  pro- 
porzione ai  mezzi  de'  contribuenti,  si  è  quello,  voi  mi  direte, 
di  nutrire  le  sorgenti  della  prosperità  generale,  e  conseguen- 
temente della  coltura  intellettuale  e  morale  di  tutte  le  classi 
de'  cittadini,  rendendo  possibile  a  tutti  una  maggior  somma 
di  risparmi  da  applicare  al  lavoro  produttivo,  all'istruzione 
e  alla  educazione  pubblica.  Ma,  se  i  risparmi  concessi  dalla 
diminuzione  delle  imposte,  invece  d'essere  impiegati  in  utili 
operosità,  sono  sprecati,  dal  ricco,  in  improvvide  e  disone- 
ste speculazioni,  in  turpi  sollazzi,  nel  giuoco,  nel  lusso,  nella 
crapula,  sconsacrando  la  ricchezza  d'ogni  santa  rispondenza 
a' suoi  fini  sociali:  dal  povero,  in  volgari  baldorie,  consu- 
mando, di  giorno  in  giorno,  all'osteria  ciò  che,  provvidamente 
accumulato,  gli  fornirebbe  a  suo  tempo  il  piccolo  capitale  ne- 


PAEOLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     17 

cessarlo  ad  intraprendere  una  modesta  industria,  a  parteci- 
pare ad  una  società  cooperativa,  ad  inalzare  sé  stesso  e  la  sua 
famiglia  alla  dignità  dell'onesto  lavoro,  all'intelletto  de' gen- 
tili e  santi  affetti  della  vita,  all'amore  della  sua  patria,  e  al 
buono  orgoglio  di  sentirsi  libero  ed  utile  cittadino  nella  mede- 
sima; è  chiaro  che  la  riforma  amministrativa  e  tributaria  non 
darà  il  frutto  sperato.  Dove  all'economia  dello  Stato  e  alla 
riduzione  delle  tasse  non  corrisponde  un  aumento  progressivo 
della  potenza  produttiva,  materiale  e  morale  della  Nazione  ; 
dove  abbienti  e  non  abbienti  abbiano  l'ozio  per  compagno 
della  vita,  e  non  adorino  altro  Iddio  che  il  piacere;  ivi  il 
vizio  e  l'egoismo  faranno  effetti  non  meno  funesti  di  quelli 
dell'esorbitante  numero  de' pubblici  funzionari  e  della  sover- 
chia gravezza  delle  imposte  :  perchè  povero  e  misero  irrepa- 
rabilmente è,  più  di  un  Popolo  che  paga  troppo,  un  Popolo 
che  non  fa  niente,  che  non  si  aiuta,  che  non  si  associa,  che 
non  consacra  all'incremento  della  propria  virtù  il  frutto  delle 
proprie  fatiche. 

Che  voglio  io  dire  con  ciò?  Quello  che  ho  detto  da  prin- 
cipio: che,  cioè,  il  buon  ordinamento  politico,  giudiziario  ed 
economico  dello  Stato  apparecchia  le  condizioni  esteriori  del 
progresso  delle  Nazioni;  ma  che  la  fonte  vera  del  moto  civile 
ha  origine  ed  alimento  dalla  virtualità  morale  del  Popolo, 
che  deve  usare  a  buon  fine  de'  propri  istituti  ;  dalle  sue  qua- 
lità d'animo  e  d'intelletto,  dalle  idee  che  lo  guidano,  dai 
sentimenti  che  lo  movono  a  volere  e  a  fare;  e  che  quindi  il 
primo,  il  grande  problema,  dal  quale  dipendono  tutti  gli  altri 
problemi  politici  e  sociali,  è,  come  inculcava  Mazzini,  pro- 
blema di  EDUCAZIONE. 

Io  so  l'obbiezione  che  suol  farsi  a  questi  argomenti.  In 
vero,  osserverà  taluno,  ciò  che  voi  dite  è  chiaro  ed  elemen- 
tare, sì  che  ciascuno  può  intenderlo  assai  facilmente.  Certo, 
la  più  perfetta  delle  Repubbliche  non  potrebbe  risanare  su- 
bitamente, come  per  miracolo,  una  società  corrotta,  elevare 
d'un  tratto  un  Popolo  ignorante  ed  inerte  alle  più  alte  ca- 
pacità della  vita  politica.  Ma,  come  sperare  che  queste  capa- 
cità possano  svolgersi  e  fiorire  in  uno  stato  di  cose  in  gran 
parte  contrario  al  loro  sviluppo?  Come  educarsi  alle  usanze 
della  libertà  dove  regge  il  privilegio,  al  rispetto  delle  leggi 
dove  governa  l'arbitrio,  a  veracità  e  moralità  dove  la  fer- 
mezza de'convincimenti  e  la  verecondia  de'costumi  sono  merce 


18  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

scaduta?  —  Dico  che,  malgrado  tutto  questo,  malgrado  l'an- 
gusto spazio,  in  cui  sono  ridotte  le  forze  riparatrici  della  vita 
civile  dai  cattivi  ordini  dello  Stato,  l'azione  di  tali  forze  non 
è  però  impossibile  né  di  poco  momento  :  —  che  la  trasforma- 
zione di  quegli  ordini  e  l'adattamento  dell'ambiente  politico 
al  pieno  e  spontaneo  incedere  del  progresso  di  un  Popolo, 
dipendono  da  circostanze  generali,  su  cui  poco  o  nulla  può 
la  volontà  immediata  de' singoli  cittadini  e  delle  parti  poli- 
tiche, sino  a  tanto  che  i  bisogni,  i  principi  e  le  forze  morali, 
che  tendono  al  mutamento,  non  commovano  tutta  la  mole 
del  Paese,  o  tanta  e  sì  autorevol  parte  di  questo,  da  rendere 
la  trasformazione  irresistibile,  come  decreto  della  ragione  e 
della  volontà  dell'universale:  —  ma  che,  di  qua  da  quel  ter- 
mine, resta  pur  tuttavia  un  egregio  lavoro  da  compiere. 

Darsi  ad  intendere  che,  per  cooperare  al  progresso,  sia 
indispensabile  aspettar  prima  la  pienezza  di  quelle  condizioni 
che,  senza  progredire  almeno  in  parte,  non  è  dato  raggiun- 
gere, è  uno  scoraggiante  sofisma,  il  quale  tende  a  chiudere 
in  un  circolo  vizioso  quella  fede  e  quella  virtù  che  dovreb- 
bero spendersi  a  promovere  le  generose  ed  utili  operosità, 
onde  un  Popolo  si  fa  strada  a  sorti  migliori.  Dico,  che  nessun 
arbitrio  e  nessuna  seduzione  possono  corrompere,  avvilire,  ar- 
restare nel  cammino  del  bene,  chi  non  si  lascia  arrestare, 
avvilire  e  corrompere  :  —  che,  per  nostra  ventura,  sono  nella 
moderna  società,  sotto  il  viluppo  delle  sue  viete  forme,  istinti, 
idee  e  principi,  incarnati  nella  sua  coscienza,  che  vincono 
ogni  attentato  arbitrario  ed  ogni  influsso  corrompitore.  E  per 
fermo,  se  ciò  non  fosse,  la  civiltà  europea  si  sarebbe  da 
tempo  affondata  in  una  irrimediabile  decadenza,  come  av- 
venne della  civiltà  pagana;  mentre  è  successo  il  contrario. 
Malgrado  la  conquista,  malgrado  l'alleanza  del  pastorale  e 
della  spada,  malgrado  papi,  imperatori  e  re,  l'Europa  ha  pro- 
gredito e  progredisce  tuttodì  sulle  vie  della  libertà  e  della 
vita.  Se  fosse  vero  che,  sotto  Governi  oppressori  o  privilegiati, 
le  grandi  idee  e  le  grandi  virtù  non  allignano,  la  indipen- 
denza e  la  unità  d'Italia  non  sarebbero  un  fatto;  né  sarebbe 
stato  possibile,  segnatamente  per  la  Patria  nostra,- il  portento 
dei  suoi  reiterati  risorgimenti  :  da  quello  che  la  riscosse,  nel 
medio-evo,  dalla  rozza  barbarie  de' vincitori  di  Roma,  a  quello 
che  l'ha  riscossa,  a'dì  nostri,  dalla  barbarie  decorata.del  Pa- 
pato e  dell'Impero. 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     19 

•  Non  qì  sconforti  una  breve  giornata  di  sosta,  pel  disin- 

^  ganno  che  arreca  ai  voti  e  alle  speranze  della  nostra  vita 
individuale.  Il  proporsi,  come  condizione  di  attività  nel  breve 

k  compito  dell'opera  nostra,  l'adempimento  intero  del  nostro 
pensiero  ideale,  è  vanità  od  egoismo.  Questo  pensiero  non  è 
mstro,  ma  delle  generazioni  che  si  succedono  sulla  via  sacra 
della  vita  della  Nazione,  trasmettendosene  dall' una  all'altra 
la  face  immortale.  Lavoriamo,  secondo  la  misura  delle  forze 
e  del  tempo  assegnato  a  ciascuno  di  noi,  alla  edificazione 
della  Patria  che  Dio  ci  ha  data  :  portiamo,  con  animo  devoto 
e  mani  incontaminate,  la  nostra  pietra  al  Tempio  dell'avve- 
nire, senza  chiedere  la  mercede  dell'opera,  come  per  fatica 
venale.  E  se  i  fati  ci  contendono  di  veder  sorgere,  ne' giorni 
a  noi  prescritti,  l'edifizio  della  nuova  vita  all'altezza  deside- 
rata, non  allentiamoci  per  questo  nella  fede  e  nel  Javoro. 
E,  sopratutto,  non  guastiamo,  non  contristiamo,  con  incon- 

'  sulti  conati  e  lotte  insane,  il  grande,  legittimo  e  santo  conato 
della  continua  e  costante  progressione  delle  forze  e  delle  ar- 
monie sociali  verso  il  termine  a  cui  le  indirizza  e  conduce 
il  pensiero  dei  tempi. 

i  E  c'incuori  a  perdurare  l'esempio  de' padri. 


III. 

L'Italia  è  la  terra  de'grandi  risorgimenti. 

Lasciamo  stare  l'antica  grandezza:  la  sabina,  l'etrusca, 
la  romana  virtù:  il  concetto  della  civile  università  delle  genti, 
portato  dall'aquile  delle  italiche  legioni  agli  estremi  confini 
del  mondo  pagana:  lasciamo  stare  la  missione  unificatrice 
di  Roma  cristiana  nell'età  media:  i  barbari  domati,  ingen- 
tiliti dal  prestigio  delle  sue  memorie,  dalla  maestà  del  suo 
nome.  —  Guardiamo  al  popolò  de' vinti:  alle  vittorie  riportate 
dal  lavoro  delle  loro  braccia  e  dalla  potenza  del  loro  ingegno 
sulle  forze  selvaggie  della  natura  e  sulla  ferità  degl'  invasori. 

La  storia  de' nostri  padri,  in  que' secoli,  è  la  storia  di  ciò 
che  possono  il  pensiero  e  il  lavoro  di  un  Popolo  che  si  desta 
a  generosi  ricordi  e  a  presentimenti  magnanimi.  E  quella  sto- 
ria, co' suoi  nobili  esempì  e  co' suoi  errori,  vi  dovrebbe  essere 
raccontata  con  senno  ed  amore  in  queste  scuole:  dovrebbe 
esser  fatta  quasi  maestra  e  scorta  del  vostro  vivere  civile. 


20  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA, 

perchè  è  la  nostra  storia:  la  storia  del  Popolo  d'Italia,  che 
il  Popolo  d'Italia,  risorto  oggi  a  possibilità  di  vita  propria, 
deve  continuare,  evitandone  i  falli  e  le  colpe,  ampliandone 
le  illustri  tradizioni  e  le  forti  e  benefiche  operosità. 

Que' nostri  antichi  di  nove  secoli  addietro,  e  quelli  che, 
per  tre  o  quattro  cento  anni,  succedettero  ad  essi,  erano 
uomini  che  non  conoscevano  sgomento  o  stanchezza  nella  bat- 
taglia della  vita.  I  barbari  aveano  tolto  ogni  cosa  ai  loro  ante- 
nati; —  le  terre,  le  case,  le  leggi,  la  Patria:  aveano  distrutto 
parecchie  delle  loro  città,  dispersi  gli  avanzi  della  sapienza 
e  dell'arte  antica.  I  più  fortunati  fra  quelli  erano  riusciti  a 
rifugiarsi  nelle  città  marittime,  fra  gli  scogli  delle  coste  na- 
poletane e  liguri,  nelle  maremme  dell'Arno  e  del  Po,  nelle 
lagune  dell'Adriatico  —  in  Amalfi,  a  Pisa,  a  Genova,  a  Ra- 
venna, a  Venezia.  I  rimasti  nelle  antiche  sedi,  ridotti  alla 
condizione  di  tributari  e  di  servi,  erano  addetti  al  lavoro 
de'campi  intorno  ai  castelli  de' nuovi  Signori,  o  ai  mestieri 
manuali  ne' borghi  e  nelle  città.  E  lunghi  annidi  schiavitù, 
di  miseria  e  di  obblio,  passarono  su  quel  volgo  innominato:  e 
venne  un  giorno  nel  quale,  tra  quelle  tenebre,  la  vita  parve 
non  aver  più  fede  in  sé  stessa,  e  invalse  negli  animi  una  cieca 
idea  della  imminente  fine  del  mondo.  Era  il  mille:  e  quel- 
l'anni, secondo  oscure  profezie,  dovea  chiudere  per  sempre 
la  vicenda  delle  cose  mortali.  Il  primo  dì  del  mille  e  uno, 
dovette  essere  davvero  uno  stupendo  e  lieto  e  grande  capo 
d'anno  per  la  generazione  che  si  riaflfacciò  con  esso  alla  vita. 
Il  sole  apparve,  come  al  solito,  sull'orizzonte,  rianimando 
co' suoi  raggi  la  derelitta  natura  e  le  semispente  speranze 
umane.  I  Signori  aveano  forse  attinto  al  pensiero  della  morte 
sentimenti  più  miti:  i  lavoratori  della  terra  e  gli  artigiani 
dovettero  rimettersi  all'opera  con  l'animo  di  chi  risorge,  come 
affrancato,  alla  fiducia  nella  Provvidenza  e  nell'avvenire.  Fu, 
s'io  ben  discerno,  la  prima  rivoluzione  de' tempi  nuovi,  gra- 
vida del  germe  di  una  intera  civiltà.  In  fatti,  a  breve  andare, 
i  soggetti  alzarono  il  capo.  Il  vincolo  della  fraternità  cristiana 
li  avea,  da  tempo,  accomunati  spiritualmente  ai  dominatori  : 
la  necessità  della  comune  difesa  contro  altri  barbari  avea 
congiunto  conquistati  e  conquistatori  in  una  stessa  milizia.  Gli 
uni  e  gli  altri  si  ritempravano  per  mutui  influssi  di  novelle 
energie.  A  poco  a  poco,  la  religione  e  il  costume  più  civile 
convertivano,  ne' latifondi  delle  Chiese  e  ne' Feudi,  i  servi  della 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.    21 

gleba  in  franchi  affittaiuoli  e  mezzadri:  le  plebi  urbane  in 
compagnie  di  liberi  artigiani.  La  terra  era,  in  gran  parte, 
selvaggia  e  paludosa:  il  lavoro  degli  affrancati  diede  indirizzo 
al  corso  dell'acque,  arginando  fiumi  e  scavando  canaii;  pro- 
sciugò i  paduli;  tramutò  in  fiorenti  campagne  le  valli  de- 
serte e  malsane;  le  città  furono  riedificate. 

Già,  sino  dai  tempi  del  dominio  longobardo,  e  sotto  i  fran- 
chi, e  sotto  i  primi  imperatori  tedeschi,  i  maestri  comadni  — 
così  si  chiamavano  dalla  loro  origine  comasca  o  lombarda, 
associati  in  vasta  confraternita,  gli  architetti  e  i  capi-mastri 
di  quella  età  —  e,  insieme  con  essi,  i  lavoratori  in  mosaico, 
gli  scultori,  gl'intagliatori  in  legno,  aveano,  nelle  cattedrali, 
nei  cenobi,  e  nelle  magioni  dei  grandi,  dato  inizio  all'impero 
dell'arte  sulla  rozzezza  dei  barbari.  E  quant'altre  umili  lavo- 
rerie  servivano  agli  usi  domestici  e  guerrieri  di  questi  ultimi, 
crebbero  in  arti  prosperevoli,  traendo  a  sé,  di  mano  in  mano, 
parte  delle  usurpate  dovizie  di  quella  oziosa  e  superba  no- 
biltà militare. -E  un'antica  consuetudine,  non  sopraffatta  dalla 
conquista,  univa  fra  loro  gli  operai  d'ogni  arte  in  iscmle; 
che  così  erano  dette,  sino  dai  tempi  del  Romano  Impero,  le 
Società  degli  artigiani,  de' militi,  e  dei  cultori  delle  varie  pro- 
fessioni: ed  ogni  scuola,  o  tutte  insieme  nelle  risorte  città, 
aveano  loro  consoli  o  giudici,  serbando,  fra  gli  abbattimenti 
della  conquista,  la  incerta  immagine  e  l'occulto  istinto  della 
vetusta  grandezza.  E  quelle  plebi  —  eredi  del  nome  romano  — 
ricrearono  il  nuovo  Comune,  e  la  nuova  ricchezza,  e  l'arte 
nuova.  Le  città  marittime  rinnovellarono,  prime,  la  vita  civile 
d'Italia.  <  Il  mare,  il  commercio,  l'attività,  >  dice  un  dotto 
cultore  delle  storie  nostre,*  «aveano  rigenerato  gl'Italiani. 
Nel  mare  si  ribattezzò  la  nostra  virtù,  e  veleggiammo  a  com- 
merci insino  allora  intentati,  e  penetrammo  in  terre  dove 
non  avea  messo  piede  il  legionario  romano.  Il  tipo  del  mer- 
cante, nelle  fitte  tenebre  della  barbarie,  non  fu  tra  noi  il 
povero  israelita,  taglieggiato  e  schernito,  ma  il  Veneziano  e 
l'Amalfitano  col  suo  berretto  rosso,  la  sua  spada  aguzza,  il 
suo  indomito  coraggio  e  il  suo  pronto  ingegno.  E  da  que' na- 
viganti, da  quelle  plebi  urbane,  surse,  figlia  del  lavoro  e  delle 
avventurose  peregrinazioni,  la  potenza  economica  e  civile  delle 
nostre  città  ;  e  i  ricordi  della  romana  virtù,  scolpiti  nei  muti 

'  Filippo  Perfetti,  Spirito  della  Storia  d*  Italia,  Discorso  II,  p.  48. 


22  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA, 

avanzi  di  un  mondo  sepolto,  scaldarono  gl'ingegni  di  quegl' in- 
faticabili lavoratori,  fecondando  i  germi  di  una  civiltà,  le  cui 
propaggini  doveano  dall'Italia  distendersi  per  tutta  Europa. 

€  Incaluere  animi  >  —  s'accesero  gli  animi  ;  —  è  questo  il 
motto,  che  il  padre  degli  studi  della  Storia  patria,  Lodovico 
Antonio  Muratori,  premette  ai  Volumi  sacri  delle  sue  Anti- 
chità italiche. 

S'accesero  gli  animi  :  e  l'amalfitano  Flavio  Gioia  inventa 
la  bussola;  il  veneziano  Marco  Polo  viaggia,  nella  seconda 
metà  del  secolo  XIII,  per  le  interne  regioni  dell'Asia,  non 
esplorate,  prima  di  lui,  da  uomo  europeo;  riportandone,  al 
ritorno,  un  tesoro  di  notizie  e  d'osservazioni,  la  cui  perfetta  ve- 
racità fu  riconosciuta  dai  posteri  ;  il  pisano  Fibonacci  dà,  con 
l'Abbaco,  il  primo  inizio  alla  scienza  del  calcolo  ;  i  negozianti 
delle  città  marinare  conquistano  coi  loro  traffici  l'Oriente, 
istituiscono  colonie  e  fattorie  sulle  coste  dell'Egeo  e  del  Mar 
Nero,  e  danno  regole  agli  scambi  e  leggi  al  commercio  e  alle 
imprese  marittime;  i  lanaiuoli  e  i  setaiuoli  di  Lombardia  e  di 
Toscana  stabiliscono  fondachi  e  banchi  a  Parigi,  a  Londra, 
in  tutte  le  capitali  d'Europa.  E  sul  lavoro  materiale  s'inalza, 
con  rapido  volo,  la  fervida  virtù  degl'intelletti;  e  già,  nel  ci- 
tato secolo,  prima  che  le  arti  belle  e  le  lettere  avessero  rice- 
vuto alcuna  regola  di  precetti,  un  giovane  lavorante  in  marmo, 
Nicolò  Pisano,  cava  da  qualche  frammento  di  vecchi  ornati 
e  statue,  fra  le  rovine  dell'arte  greca  e  romana,  l'idea  della 
classica  bellezza,  e  ne  anima  le  forme  della  scultura  eh'  egli, 
primo,  ricrea.  Poco  stante,  il  figlio  di  un  villano  del  contado 
di  Firenze,  Giotto,  ispirandosi,  dietro  l'esempio  di  Nicolò  e 
della  sua  scuola,  a  quella  stessa  idea,  la  trasporta  nella  pittura, 
e  veste  de' primi  lineamenti  del  bello  antico  la  purità  dell'arte 
cristiana.  Un  povero  venditore  di  zolfanelli  per  le  strade  di 
Firenze,  Taddeo,  lascia,  a  trenta  anni,  il  suo  umile  mestiere,  si 
mette  a  studiare,  e  diventa  il  più  grande  naturalista  e  medico 
del  suo  tempo.  La  gentile  armonia  della  favella  toscana  s'ap- 
prende al  pensiero  delle  nuove  cittadinanze  e  sorge  Dante: 
interprete,  secondo  il  sapere  dei  tempi,  della  passata  italia- 
nità e  profeta  della  futura,  primo  fondatore  della  unità  mo- 
rale della  Patria  nella  unità  del  pensiero  e  della  lingua,  rive- 
latore alle  genti  della  legge  che  le  conduce  ad  armonia  civile 
nella  universale  società  del  genere  umano.  Il  figlio  di  un 
notaio  d'Arezzo,  Petrarca,  innamora  col  canto  l'Europa  della 


PABOLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.  23 

dolcezza  del  nuovo  idioma;  il  figlio  d'un  mercante  di  Cer- 
taldo,  Boccaccio,  ne  appropria  le  svariate  forme  a  tutte  le 
realità  della  vita  e  de'costumi  de' giorni  suoi,  suscitando  con- 
tro la  ignoranza  e  le  corruttele  della  cadente  Teocrazia  il 
riso  arguto  delle  franche  cittadinanze  italiane;  e  l'uno  e  l'al- 
tro schiudono  alla  novella  età  le  dovizie  delle  Lettere  anti- 
che, precorrendo,  con  faticoso  studio  e  presaga  erudizione, 
al  rinascimento  della  Filosofia  e  della  Scienza. 

Insieme  alle  forme  dell'  idioma  nativo,  si  perfezionano 
le  forme  dell'Arte.  Si  fahhricano,  con  le  contrihuzioni  e  con 
l'opera  del  popolo,  i  duomi,  i  palazzi  di  città,  i  campisanti: 
que' monumenti  d'insigne  grandezza  e  castità  di  stile,  che  il 
mondo  ammira  ancora  e  non  sa  più  imitare.  Si  fondano  le  Uni- 
versità degli  studi  :  e  la  equità  della  romana  giurisprudenza 
penetra  negli  statuti  de' nostri  Municipi;  la  giurisdizione  dei 
Comuni  allarga,  intorno  alle  mura  delle  città,  i  liberi  contadi 
e  riduce  entro  limiti  sempre  più  ristretti  le  signorie  feudali  ; 
l'intelletto  italico  trionfa  della  teutonica  conquista. 

E,  dacché  il  lavoro  era  stato  strumento  alla  niaravigliosa 
risurrezione,  e  la  idea  dell'antica  libertà  madre  alla  nuova, 
quei  nostri  maggiori  fecero  del  lavoro  condizione  e  titolo  di 
nobiltà  civile  e  di  attiva  cittadinanza,  vietando  i  pubblici 
uffici  a  chi  non  fosse  ascritto  ad  un'arte,  o  ad  una  profes- 
sione liberale;  e  dalla  città  antica  presero  i  nomi,  e  in  parte, 
i  modi  del  reggimento. 

E  questa  fu  la  parte  buona,  nobile  e  feconda  della  loro 
storia. 

Ma  il  progresso  umano,  come  il  progresso  fisico,  va  gra- 
duandosi, per  legge  di  natura,  dal  particolare  al  generale, 
dalle  forme  più  semplici  e  più  elementari  de'  primitivi  con- 
sorzi, ai  più  vasti  e  più  complicati  organismi  sociali:  però 
l'opera  di  que' nostri  antichi,  necessariamente  circoscritta  nel 
giro  delle  utilità,  delle  passioni,  e  dell'amor  patrio  municipale, 
non  riuscì  a  compiersi  nel  vincolo  della  comunanza  nazio- 
nale. E,  peggio  ancora,  avendo  essi  dovuto  sostenere  una  fiera 
e  lunga  lotta  coi  discendenti  dei  conquistatori,  con  nobili 
d'origine  straniera,  in  perpetua  guerra  fra  sé  medesimi,  e 
incapaci  di  ordinarsi  politicamente  e  fondare  la  unità  dello 
Stato;  ridotti  che  gli  ebbero  a  sottomettersi  all'autorità  del 
Comune  e  a  prendere  stanza  nelle  città,  ne  appresero  gli 
abiti  turbolenti  e  ribelli  ad  ogni  freno  legale.  Onde  avvenne 


24  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

che,  mentre  la  storia  economica,  intellettuale  ed  artistica 
delle  Repubbliche  italiane  del  medio-evo  raggiò  degli  splen- 
dori del  genio,  illuminando  il  mondo  della  sua  luce,  la  loro 
storia  politica  non  fu  che  una  tumultuosa  scena  di  alterne 
liti  fra  nobili  e  borghesi,  popolani  grassi  —  come  si  dice- 
vano —  e  popolo  minuto,  e  prevalse,  in  mezzo  a  loro,  un  par- 
teggiare continuo  di  consorterie,  intese  ad  occupare  gli  uflBcì 
per  utile  proprio,  non  del  Comune,  a  proscriversi  e  spogliarsi 
a  vicenda,  empiendo  di  confusione  le  loro  città,  di  pianto  le 
loro  famiglie,  e  d'infelici  esili  tutta  la  terra. 

La  esuberanza  stessa  delle  loro  energie  individuali  ren- 
devaJi  poco  atti  al  buono  e  riposato  vivere  civile.  Essi  con- 
sideravano la  libertà  come  mezzo  di  potenza  e  di  attività 
personale  de'cittadini  statuali,  cioè  de' privilegiati,  non  come 
diritto  nativo  dell'Uomo,  da  tutelarsi  con  eguale  giustizia 
per  tutti  ;  e  le  sètte,  nelle  quali  erano  divisi,  si  reggevano  con 
la  violenza,  non  con  la  legge.* 

Di  modo  che  all'Italia,  per  questa  e  per  altre  cagioni  più 
generali  che  richiederebbero  tròppo  lungo  discorso,  non  suc- 
cesse, in  que' tempi,  né  di  stabilire  la  sicurtà  del  convivere 
cittadino  mercè  la  inviolabilità  legale  delle  persone,  come 
hanno  potuto  fare  gl'Inglesi  e  gli  Anglo-Americani,*  né  di 
comporre  le  sparse  membra  della  Patria  loro  a  nazionale  ar- 
monia. E  venne  il  giorno,  in  sul  cadere  del  secolo  XV,  che, 
assaliti  di  fuori,  soggiacquero  senza  difesa  all'insulto  stra- 
niero, lasciando,  da  indi  in  poi,  che  la  loro  terra  fosse  campo 
aperto  alle  gare  e  alle  invasioni  dinastiche  de' monarchi  d'Eu- 
ropa ;  e  che  il  dolore  e  l'onta  di  trecento  e  più  anni  di  ser- 
vitù passassero  sulle  obliate  sepolture  de'  loro  antichi,  sinché 
dal  fondo  della  loro  sventura  spuntò  quella  idea  di  una  co- 
mune vita  nazionale,  che,  preconcetta  da  pochi  alti  e  solitari 
intelletti,  nelle  trascorse  età,  divenne,  a' dì  nostri,  coscienza 
e  azione  di  tutto  un  Popolo,  per  la  ifede,  principalmente,  e 
per  l'opera  del  Grande,  dal  cui  nome  s'intitola  questa  vostra 
Scuola  :  —  di  quel  Popolo  che,  per  lungo  silenzio,  parca  tocco 
dal  dente  della  morte,  e  non  era. 

Non  era;  perchè  i  generosi  istinti  della  sua  natura,  e  le 
tradizioni  del  lavoro  de' padri,  covavano  immortali  sotto  il 


*  Machiavelli,  Storie  Fiorentine,  passim. 

*  Perfetti,  op.  cit.,  Discorso  III. 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     25 

peso  della  molteplice  oppressione,  attendendo  l'ora  di  attuarsi 
a.  nuove  operosità,  come  il  seme  del  grano,  che,  chiuso  sot- 
terra all'aria  e  alla  luce,  serba  per  secoli  la  innata  potenza 
germinativa. 

E  voi  oggi  chiamano  alla  continuazione  dell'opera  inter- 
rotta, e  ai  santi  riti  del  vostro  rinascimento  civile,  i  tempi 
maturi. 

Né  dovete  scemar  d'animo  per  gli  ostacoli  attraversati, 
sin  da  principio,  al  vostro  cammino  da  un  falso  sistema  di 
governo:  anzi  è  debito  vostro  crescere  di  perseveranza  quanto 
è  più  diflScile  l'opera  della  vostra  educazione  e  del  vostro 
riscatto;  che,  se  non  vi  fossero  grandi  difficoltà  da  combat- 
tere e  superare,  non  vi  sarebbe  virtù  ne  gloria  nella  lotta. 


IV. 

Non  ostante  i  limiti  posti  dal  privilegio  intorno  al  moto 
delle  classi  diseredate,  un  immenso  campo  di  feconda  coltura 
rimane  aperto  pur  tuttavia  al  loro  intelletto  e  alla  loro 
azione;  coltura  la  quale,  date  o  non  date  le  condizioni  di 
una  eguale  libertà  e  giustizia,  frutterà,  prima  e  poi,  all'in- 
tero Paese,  dietro  la  guida  de'  veri  ideali  che  sospingono  la 
moderna  società  a  nuovi  termini  di  progresso. 

Cieco  è  chi  non  vede  che  <  il  secol  si  rinnova  >  ;  cieco  e 
stolto  chi  presumesse  di  poter  fare  contrasto  alla  divina 
legge  del  rinnovamento  civile  de'  tempi  con  tristi  espedienti 
di  polizia,  0  con  l'opporre  alle  invulnerabili  forme  del  pensiero 
la  forza. 

Ora,  in  questo  campo,  che  nessun  arbitrio  può  togliervi, 
che,  impedito  oggi  da  decreti  ministeriali  in  taluna  delle  sue 
attività,  rifiorirebbe  più  rigogliosamente  in  altre  cento  do- 
mani; abbiamo  noi  fatto  sin  qui  tutto  ciò  che  potevamo  e 
dovevamo  ? 

Eestringo  l' intento  del  mio  discorso  alla  sua  conclusione 
pratica. 

Giuseppe  Mazzini  che,  primo  a'  dì  nostri  in  Italia,  attinse 
alle  tradizioni  del  popolo  de'  nostri  Comuni  e  alla  coscienza 
dell'  età  presente  il  principio  di  associazione,  armonizzandolo 
col  principio  di  libertà,  e  serbandolo  immune  dagli  errori 
del  socialismo  straniero,  raccomandava,  ne'  suoi  giorni  ca- 

XII.  3 


^^^mm^'^ 


26  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

denti  —  ultimo  legato  del  suo  pensiero  alla  Patria  —  la  isti- 
tuzione della  fratellanza  delle  Società  operaie  d'Italia  sotto 
un  Patto  di  mutue  relazioni  e  di  concordi  uffici,  pel  quale 
fosse  lor  dato  di  accrescere  la  loro  capacità  morale,  politica 
ed  economica,  nel  comune  arringo  dall'incivilimento  na- 
zionale. 

In  una  sua  lettera  del  febbraio  1853  all'Associazione  ge- 
nerale degli  operai  di  Milano,  Egli  diceva: 

<  Le  vostre  associazioni  sono  una  delle  più  belle  speranze 
d'Italia:  sono  il  germe  del  Popolo  re  dell'avvenire,  come  lo 
fu  del  nostro  passato.  Per  esso,  noi  fummo  grandi  ;  per  esso, 
saremo  novamente  tali.  Ma  questo  Popolo,  questo  esercito 
degli  uomini  del  lavoro,  deve  conquistare  coscienza  della 
propria  missione  e  della  propria  potenza.  Io  ho  salutato  con 
vera  gioia  il  sorgere  delle  vostre  associazioni  locali:  con 
doppia  gioia,  con  doppia  fede  nel  vostro  avvenire,  io  saluterò 
il  giorno  in  cui  un  vincolo  fraterno  le  stringerà  tutte  sotto 
un  patto  comune. 

>  Voi  avete  interessi  locali,  e  questi  devono  essere  rap- 
presentati dai  vostri  statuti  locali  ;  ma  voi  avete  interessi  e 
doveri  generali,  che  abbracciano  tutta  quanta  la  vostra 
classe,  e  questi  dovrebbero  essere  anch'  essi  rappresentati  da 
uno  statuto  generale,  da  una  Commissione  direttrice  centrale. 
Pensateci;  riducete,  in  atto  il  pensiero,  che  la  maggioranza 
del  Congresso  di  Firenze  approvò.  In  questo  si  racchiude  il 
vostro  futuro. 

>  La  lega  definitiva,  ordinata,  rappresentata  da  tutte  le 
Associazioni  operaie,  da  un  punto  all'  altro  della  vostra  terra, 
vi  darà  unità  d' istituzione  morale,  vi  darà  un  giornale  che 
ricordi  tutte  le  vostre  associazioni,  tutti  i  vostri  bisogni,  e 
sia  come  il  monitore  del  vostro  progresso;  vi  darà  potenza 
di  petizioni  collettive,  imponenti,  pel  voto,  per  l'imposta,  per 
quanto  è  necessario  al  vostro  miglioramento  economico  e 
civile  ;  vi  darà  mezzi  per  istituzioni,  tendenti  a  preparare 
quella  unione  del  capitale  e  del  lavoro,  che  costituirà  la  vera 
vostra  emancipazione.  Allora  soltanto  che  avrete  un  Patta 
comune,  1'  elemento  operaio  sarà  costituito  in  Italia. 

>  E  l' importanza  del  vostro  elemento  e  del  vostro  pro- 
gresso comincia,  per  somma  ventura,  ad  essere  sentita  dal- 
l' altre  classi.  Le  offerte  fraterne,  che  vi  vengono  da  esse,  lo 
provano.  Accoglietele  voi  pure  fraternamente,  e  riconoscenti. 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     27 

Ma  non  dimenticate  mai,  che  esse  non  devono  essere  per 
voi,  se  non  un  conforto  a  procedere  più  sempre  animosi  e 
costanti  sulla  vostra  via.  La  vostra  emancipazione  non  può 
venire  che  da  voi  stessi  ;  noi  non  abbiamo,  se  non  quello  che 
meritiamo  con  le  opere  e  con  V  amore....  > 

E  questi  consigli  Egli  andò  ripetendo  ai  suoi  fratelli  ope- 
rai, con  assidua  cura,  sino  all'  ultima  ora  del  viver  suo. 

Pochi  mesi  avanti  la  sua  morte,  restituita  Roma  all'Ita- 
lia, il  suo  pensiero  e  i  suoi  principi  furono  raccolti  e  recati 
in  atto  nel  Patto  di  fratellanza  delle  vostre  società,  dal 
XII  Congresso  operaio,  convenuto  nella  capitale  d'Italia, 
quasi  ad  abbozzarvi  la  prima  forma,  lo  schema  ideale,  per 
così  dire,  della  vostra  vita  collettiva,  del  vostro  passaggio, 
da  moltitudine  disgregata,  inconscia  e  impotente,  a  dignità 
di  ceto  civile.  Il  dar  consistenza  e  virtù  effettiva  a  quella 
forma,  dipendeva  e  dipende  dal  vostro  concorrere,  con  intel- 
ligenza, perseveranza  ed  alacrità,  agl'intenti  e  ai  doveri  della 
comune  associazione. 

Sono  passati  ormai  sei  anni  da  quel  Congresso  in  poi. 
Altri  Congressi  gli  succedettero,  riconfermandone  le  delibe- 
razioni, attestando,  col  numero  de'  rappresentanti,  l'aumento 
delle  società  aderenti  al  Patto  di  Roma  nelle  diverse  regioni 
d' Italia.  Le  Commissioni  centrali,  elette  a  reggere  gli  ordini 
della  Fratellanza,  a  studiare  i  vostri  bisogni,  a  tener  nota 
delle  vostre  proposte  e  de'  vostri  progressi,  fecero  il  loro  do- 
vere con  singolare  solerzia,  malgrado  la  povertà  de'  mezzi, 
gli  scarsi  conforti,  e  la  lenta  cooperazione  de'  più.  Documento 
notevole  della  importanza  del  lavoro  da  esse  avviato,  fu  la 
relazione  sottoposta  dall'ultima  Commissione  al  XIV  Con- 
gresso convocato  in  Genova  nello  scorso  autunno. 

Quella  relazione  spiegava,  con  senno  ch'io  amo  di  chia- 
mare italiano,  i  principi  e  i  modi  del  sistema  di  associazione 
cooperativa  sotto  tutti  gli  aspetti  suoi,  riferendone  le  possi- 
bili applicazioni  allo  stato  presente  e  ai  caratteri  speciali 
della  classe  operaia  nel  nostro  Paese  :  suggeriva  altri  utili 
istituti  di  provvidenza  e  di  credito  a  beneficio  della  mede- 
sima :  proponeva  norme  alla  mutualità  degli  uffici  fra  le  so- 
cietà affiratellate  :  inalzava  finalmente  una  giusta,  severa  e 
santa  protesta  contro  la  ignominia  della  prostituzione,  inflitta 
dall'  età  trafficatrice  e  corrotta  alla  donna,  alla  madre,  alla 
sorella,  alla  compagna  dell'uomo;  riducendola,  per  la  più 


28  PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

turpe  delle  invasioni  dell'egoismo  umano  sull'umana  dignità, 
a  cosa  venale,  soggetta  all'arbitrio  di  una  inutile  e  menzo- 
gnera vigilanza  della  salute  pubblica,  e  al  sozzo  mercato 
de'  fondi  segreti. 

Il  XIV  Congresso,  riuscito  più  numeroso  e  più  solenne 
de'  precedenti,  discusse  ed  approvò  gli  studi  e  le  proposte 
della  Commissione;  prescrisse  alla  nuova  Commissione  di 
pubblicare  gli  Atti  dell'  assemblea,  di  proseguire  l'opera  edu- 
catrice, di  propagarne  i  concetti  a  tutte  le  società,  di  pro- 
movere, fra  queste,  dovunque  esistessero  elementi  bastevoli 
air  uopo,  le  istituzioni  studiate  e  raccomandate. 

E  a  rendere  sempre  più  efficace  il  buon  lavoro  del  Centro 
direttivo,  prescriveva  ai  Comitati,  che  presiedono  alle  Conso- 
ciazioni de'  sodalizi  popolari  nelle  diversa  regioni,  di  fornire 
alla  Commissione  notizie  esatte  sul  movimento  economico  e 
morale  delle  rispettive  società,  e  sulle  condizioni  delle  classi 
lavoratrici,  tanto  nelle  città  che  nelle  campagne;  inculcando 
ad  ogni  sodalizio  di  sodisfare  con  precisione  alla  modesta 
tassa  de'  20  centesimi  all'anno  per  socio,  assegnata  dal  Patto 
per  sopperire  alle  spese  della  Commissione  ;  e  di  procacciare 
un  adeguato  numero  di  abbonamenti  per  la  pubblicazione 
del  giornale  della  Fratellanza  :  La  Emancipatone^  o  d' altro 
periodico,  che  risponda  al  medesimo  fine. 

•Ora,  che  accadde  dappoi  ?  Accadde  che,  trascorsi  già  sette 
mesi,  la  Commissione  non  ha  potuto  ancora  dar  pubblico 
conto  delle  deliberazioni  del  Congresso,  né  ripigliare  la  pub- 
blicazione del  Giornale,  per  difetto  di  mezzi,  stante  gl'indugi 
e  la  poco  esattezza  pratica  di  molte  Società  nella  osservanza 
de'  loro  doveri  sociali.  Rimprovero,  m'  è  caro  il  dire,  che  a 
voi  non  tocca,  né  alla  maggior  parte  delle  Società  di  Roma- 
gna e  dell'  Emilia,  né  alla  Consociazione  ligure  ;  la  quale, 
invero,  va  citata  come  esempio  a  tutte  le  altre  per  ben  fon- 
dati ordini  fra  i  sodalizi  che  la  compongono,  e  per  operosa 
diligenza  negli  uffici  ed.  impegni  del  suo  istituto. 

E  questa  specie  di  sciopero  dal  com  une  incarico  sarebbe, 
miei  cari  amici  e  concittadini,  argomento  di  grave  sconforto, 
eh'  io  tacerei  per  vergogna,  se  non  fossi  convinto  che  tale  di- 
fetto, più  che  da  poca  attitudine  o  poca  volontà  degl'Italiani  ad 
operare  insieme,  proviene  dalla  novità  dell'ordinamento,  ap- 
pena iniziato,  di  una  vasta  associazione,  dalle  difficoltà  che 
uno  stato  d'incipiente  coltura  oppone  alle  attive  comunica- 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.  29 

zioiii  del  pensiero,  e  da  cagioni  di  disattenzione  e  d' inerzia, 
che  i  più  intelligenti  e  più  devoti  fra  voi  al  bene  della  loro 
classe  e  della  loro  Patria,  possono  e  devono  combattere  e 
superare.  Di  che  sono  prova  le  istanze  ognor  più  frequenti 
di  nuove  società,  che  chiedono  da  più  parti  istruzione  e 
norma  al  sodisfacimento  de'  loro  obblighi  col  Centro  della 
Fratellanza. 

Non  mancano,  fra  gli  operai,  e  nel  seno  delle  cittadinanze 
italiane  in  generale,  gli  elementi  di  una  robusta  vitalità  eco- 
nomica, politica  e  civile.!  Il  moltiplicarsi  de'  vostri  sodalizi  e 
delle  vostre  scuole;  il  progresso  di  quelle  fra  le  banche  po- 
polari' che  meglio  si  conformano  alk  natura  del  loro  assunto  ; 
gli  esperimenti  cooperativi  e  i  saggi  felicemente  riusciti  qua 
e  là  d'imprese  manifatturiere,  nelle  quali  gl'imprenditori 
chiamarono  gli  operai  a  partecipare  negli  utili  della  produ- 
zione con  mutuo  vantaggio  e  notevole  incremento  dell'in- 
dustria loro  ;  —  la  cura  crescente,  nella  miglior  parte  delle 
classi  agiate  e  ne'  più  civili  de'  nostri  Municipi,  di  una  riforma 
degl'istituti  di  pubblica  beneficenza,  che  li  renda  più  acconci 
a  rispondere  ai  loro  fini  morali  e  sociali  nelle  condizioni 
odierne  della  società,  sostituendo  alla  carità  che  umilia^  e 
nutre  l'ozio  e  la  miseria,  i  provvidi  incoraggiamenti  alla 
educazione  e  al  lavoro  ;  —  il  bisogno  sentito,  il  dovere  rico- 
nosciuto da  molti,  di  risollevare  le  condizioni  dei  mezzadri 
e  dei  fittaiuoli,  incorandoli  a  probità  e  previdenza,  con  la  istru- 
zione, con  la  stabilità  del  loro  stato,  con  la  partecipazione  alla 
vita  del  Comune  cittadino  ;  di  propagare  la  mezzadria,  od 
altro  equivalente  metodo  di  giuste  ed  umane  relazioni  fra  la 
proprietà  e  il  lavoro,  dove  la  gran  piaga  d'Italia  —  quella, 
cioè,  de'  proletari  campestri  —  riduce,  sotto  stupidi  e  improv- 
vidi possessori  di  terre  mal  coltivate  e  deserte,  una  gran 
parte  della  nostra  razza  a  condizione  bestiale  ;  — la  nobile 
emulazione,  infine,  onde  s' istituiscono,  in  ogni  città,  in  ogni 
terra,  scuole  e  biblioteche  pel  popolo,  l' affratellarsi  del  la- 
voro intellettuale  e  del  lavoro  materiale,  di  chi  studia  e  di 
chi  fatica,  in  un  comune  concetto  di  solidarietà  e  di  pro- 
gresso civile  :  — tutto  ciò  dimostra  che  esistono,  in  molta 
parte  del  Paese,  i  germi  e  le  forze  di  una  vigorosa  elabora- 
zione sociale. 

Ma  perchè  questa  possa  svolgersi  e  raggiungere,  con 
mezzi  proporzionati,  l'intento    del  miglioramento   comune, 


30     PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA. 

occorre  che  le  sparse  attività  delle  parti  armonizzino  e  si 
compiano  nella  vita  del  tutto. 

Io  vi  ho  posto  sott' occhio,  nella  prima  parte  di  queste 
mie  ormai  troppo  lunghe  parole,  —  e  della  loro  lunghezza  mi 
sia  scusa  la  importanza  dell'  argomento  —  quali  virtù  si  ri- 
chiedano al  viver  libero  e  civile,  da  quali  vizi  sia  reso  im- 
possibile 0  malagevole  :  —  vi  ho  citato,  in  seguito,  gli  esempi 
de'  padri,  i  loro  pregi,  i  loro  difetti,  il  bene  e  il  male  da  essi 
operato  :  —  vi  ho  finalmente  discorso  del  vostro  compito  pre- 
sente, di  ciò  che  avete  fatto,  e  di  ciò  che  resta  da  fare.  La 
vita,  il  moto,  il  progresso,  ho  detto  e  insisto  a  diro,  dipen- 
dono, più  che  dalle  circostanze  esteriori,  in  cui  _dovete  spe- 
rimentare la  vostra  virtù,  dalla  misura  della  medesima;  dal 
valor  morale  de'  vostri  animi  e  dalla  giustezza  delle  vostre 
cognizioni  :  in  breve,  dalla  educazione  e  dalla  istruzione,  che 
devono  guidarvi  a  trasformare  quelle  circostanze,  contempe- 
randole ai  veri  caratteri  ed  uffici  della  vostra  storia.  E  qui 
si  fa  sempre  più  manifesta  l' alta  missione  della  scuola  nei 
vostri  sodalizi,  e  nella  società  in  generale.  È  compito  de'  vo- 
stri educatori,  di  quelli  fra  voi  che  si  sentono  chiamati  a 
mostrare  le  vie  del  Vero  e  del  Bene  ai  loro  fratelli,  il  tener 
viva,  in  mezzo  a  voi,  la  fiamma  di  quelle  nobili  e  grandi 
idee,  che  animano  i  popoli  a  far  cose  nobili  e  grandi.  La 
scuola  dèv'  essere  —  come  un  dì  la  Chiesa,  quando  la  Chiesa 
s' immedesimava  alla  coscienza  del  Popolo  —  la  istitutrice 
della  vostra  vita  in  tutte  le  sue  relazioni  domestiche  e  so- 
ciali :  ne'  più  umili,  come  ne'  più  solenni  uflici  ed  impieghi 
delle  vostre  facoltà.  Curate,  con  coscienza  ed  amore,  ogni 
vostro  impegno  e  dovere,  per  piccolo  o  grande  che  sia  :  pen- 
sate che  i  più  esigui  sacrifici,  i  più  tenui  tributi  al  comun 
bene,  all'incremento  d'ogni  vostra  opera,  diligentemente  e 
regolarmente  adempiuti  da  ciascuno  di  voi,  possono,  nel  loro 
insieme,  riuscire  a  vasti  risultamenti  di  prosperità  e  di  po- 
tenza. E  non  vi  appartate  mai,  come  individui  o  come  classe, 
dai  vincoli  morali  e  civili  che  vi  legano,  come  compagni  di 
una  stessa  Patria,  ai  vostri  concittadini.  Siate  fedeli  ai  vo- 
stri principi,  ai  principi  del  Grande,  che  qui  oggi  onoriamo 
in  questa  fraterna  adunanza  consacrata  alla  Sua  Memoria, 
perchè  in  que'  principi  è  la  verità  e  l' avvenire  :  ma  siate, 
nello  stesso  tempo,  tolleranti  e  fratellevoli  coi  buoni  ed  one- 
sti che,  per  sincere  opinioni,  discordano,  o  in  questo  o  in 


PAROLE  DETTE  ALLA  SCUOLA  MAZZINI  IN  FAENZA.     31 

quello,  da  voi  :  non  rifiutate  società  e  cooperazione  nel  bene 
con  chiunque  fa  il  bene  :  rispettate  nelle  persone  gli  schietti 
convincimenti,  i  pregiudizi  stessi  del  passato,  non  ancor  vinti 
dalla  luce  di  una  fede  migliore  :  opponete  all'  errore,  V  intel- 
letto e  r  amore  della  verità,  non  V  ira  e  lo  sprezzo  :  e  vi  sia 
limite  e  vincolo  scambievole,  nelle  discrepanze  che  sorgono 
fra  voi,  la  legge  inviolabile  della  libertà  del  pensiero  e  della 
coscienza. 

Voi  avete  una  grande  missione  da  compiere,  come  classe 
sociale:  quella  d'inalzarvi  a  ceto  civile  nella  cittadinanza 
della  Patria  comune.  Ma  una  missione  ancora  più  grande  vi 
è  imposta  dai  tempi  nuovi.  Voi  dovete  contribuire,  per  la 
parte  vostra,  a  fondare  sopra  salda  base  la  morale  unità 
della  vita  italiana.  I  vostri  antenati  fecero,  come  1*  età  e  le 
circostanze  volevano,  la  città  particolare,  la  Fatria  dei  po- 
chi, insieme  raccolti  entro  il  recinto  d'un  muro  e  d'una 
fossa;  e  fecero  una  bella  e  splendida  cosa  pel  loro  tempo. 
Voi  dovete  prestare  la  vostra  giornata,  come  vi  diceva  il 
Maestro,  all'  opera  assai  più  grande  ed  insigne  di  quella  Pa- 
tria che  chiude  in  sé  una  intera  Nazione:  alla  Patria  di  tutti 
gl'Italiani,  dall'Alpi  al  Mare.  Né  sarà  di  poco  momento  il 
contributo  del  vostro  ingegno,  del  vostro  affetto  e  della  vo- 
stra azione  alla  magnanima  impresa.  Voi  rappresentate,  come 
uomini  del  lavoro,  la  classe  destinata  a  sgombrare  le  mace- 
rie, preparare  il  terreno  e  gettare  le  fondamenta  del  nuovo 
edificio.  Voi  siete  i  maestri  comacini  della  nuova  civiltà.  Pen- 
sate ai  padri  vostri  è  pigliate  animo  e  scorta  dai  loro  esempì. 
Quando  Firenze,  nella  seconda  metà  del  secolo  XIII,  si  fu 
liberata  dalle  strette  feodali  della  nobiltà  imperiale,  essa  co- 
stituì gli  ordini  del  Comune  e  la  milizia  che  doveva  difen- 
derli, a  reggimento  di  popolo  :  e  que'  cittadini,  aflfrancandosi, 
si  chiamarono  il  secondo  popolo,  in  relazione  a  un  primo 
tentativo  di  libertà  popolare,  andato  a  vuoto.  La  età  nostra 
attende  che  voi  vi  facciate  degni  di  diventare  il  tersfo  pò- 
polo,  non  più  di  città  solitarie,  divise  e  tenzonanti  fra  loro, 
ma  di  una  Patria  unita  e  libera,  capace  delle  virtù  ed  esente 
dalle  colpe  degli  avi. 


32 


LETTERA  AL  SIGNOR  GIACOMO  STUART 

SEGRETARIO  ONORARIO  DELLA  FEDERAZIONE  BRITANNICA 
E  CONTINENTALE  CONTRO  I  REGOLAMENTI  EO.i 


Siamo  ben  lieti  di  poter  ofifrire  ai  nostri  lettori  la  seguente  let- 
tera tli  A.  SafiS,  indirizzata  al  Prof.  Stuart,  certamente  uno  dei  più 
tbrvitli  ed  operosi  apostoli  della  pubblica  morale  in  Inghilterra. 

11  Prof.  Stuart,  a  nome  della  Federazione,  aveva  pregato  il  no- 
stri/ illustre  compatriota  di  accettare  la  carica  di  Membro  del  Co- 
ncitato d'Onore  del  Congresso  che,  sotto  gli  auspici  della  Federa- 
liìoue  Britannica  Continentale,  sarà  tenuto  a  Ginevra  dalli  17  ai  22 
del  mese  di  settembre.  Agli  Italiani,  a  cui  è  nota  la  squisita  modestia 
dt-'l l'illustre  nostro  amico,  non  farà  specie  che  anche  in  questa  oc- 
casione egli  abbia  voluto  riserbare  per  sé  il  lavoro,  lasciando  ad 
altri  1  plausi  e  gli  onori  ;  però  ciò  di  cui  saranno,  crediamo,  più  che 
sorpresi  fascinati,  si  è  nel  vedere  l'altezza  delle  viste  ed  il  nobile 
i ritento  che  il  degno  continuatore  delle  idee  di  Mazzini  suggerisce 
qnul  meta  agli  sforzi  della  Federazione. 

Con  tali  concetti  e  per  simili  intenti  ben  a  dritto  si  può  parlare 
ili  lavoro  Internazionale. 


Ed  ora  giudichino  i  lettori. 


La  Direzione  del  Dovere. 


Bologna,  21  giugno  1877. 


Onorevole  Signore, 

Per  assenza  ed  altfe  involontarie  cagioni,  non  ho  potuto 
rispondere  prima  d'oggi  alla  gradita  vostra  del  17  maggio, 
jjervenuta  alle  mie  mani  in  questi  ultimi  giorni  soltanto.  — 
^V)g:liate  esprimere  la  mia  sincera  riconoscenza  al  Comitato 
Esecutivo  della  Federazione  pel  cortese  invito,  onde  volle  ono- 
l'iuini;  invito  ch'io  accetterei  ben  volentieri  se  mi  fosse  dato 
di  attendere  personalmente  ai  lavori  pel  futuro  Congresso,  e 
di  recarmi  a  Ginevra  in  quel  tempo.  Ma  da  che  questo  non  mi 
è  possibile,  mi  parrebbe  di  far  cosa  contraria  al  dovere  assu- 
mendo un  ufficio  senza  facoltà  di  adempirne  tutti  gl'impegni. 

*  J)al  Dovere  del  V  luglio  77. 


LETTERA  AL  SIGNOR  GIACOMO  STUART.  33 

Però,  se  la  mia  adesione  ai  principi  e  all'opera  della  Fe- 
derazione può  essere  in  qualche  modo  accetta  a  Voi  e  agli 
amici  vostri,  in  mezzo  al  generale  consenso  de'  migliori  fra 
i  miei  compatrioti,  io  ve  l'offro  di  nuovo  «on  tutto  l'animo 
piena  ed  intera. 

Invero  io  guardo  ai  nobili  sforzi  della  Signora  Butler  e 
dei  suoi  Colleghi  come  ad  uno  dei  più  felici  segni  del  pro- 
fondo bisogno  di  rigenerazione  morale,  che  agita  la  coscienza 
dell'Umanità  nell'epoca  in  cui  viviamo. 

La  prostituzione  legale  della  donna  è,  nella  moderna  So- 
cietà, l'ultima  e  più  bassa  conseguenza  di  quella  tradizione 
di  dottrine  materialiste  che  contrasegnarono  il  decadimento 
della  Società  pagana;  e  alle  quali  s'ispira  la  filosofia  delle 
più  tristi  passioni  dell'uomo,  anche  nel  seno  di  una  civiltà 
superiore,  per  altri  rispetti,  all'antica. 

Radice  della  prostituzione  è  il  sensualismo  nella  sua  forma 
più  abbietta:  —  sua  teoria,  la  negazione  di  ciò  eh' è  divino 
e  santo  nella  natura  umana  —  la  sconoscenza  della  egualità 
morale  e  della  comunanza  di  destini  e  doveri  fra  l'uomo  e 
la  donna  —  l'infamia  della  servitù  applicata,  fra  Popoli  che 
s'intitolano  liberi  e  civili,  da  una  metà  della  razza  all'altra 
metà,  dietro  argomenti  anche  più  indegni  e  più  brutali  di 
quelli  ch'erano  usati,  sino  a  tempi  recenti,  a  giustificare  la 
schiavitù  dei  negri. 

Chi  propugna  la  emancipazione  della  donna  da  questo  male 
profondo,  propugna  la  causa  della  moralità,  della  dignità,  della 
libertà  dell'anima  umana,  sopra  tutta  la  terra:  rivendica  la 
integrità  della  famiglia,  delle  patrie,  della  società  tutta  quanta, 
dalle  insidie  corruttrici  e  dagl'iniqui  istituti  che  accompa- 
gnano il  vizio  patentato:  combatte  l'abbassamento  de' più 
puri  e  più  nobili  affetti  della  giovinezza,  la  decadenza  di  ogni 
generosa  attività,  privata  e  pubblica  ;  gli  arbitri  de'  Governi 
contro  la  libertà  individuale  e  contro  il  rispetto  dovuto  agli 
attributi  inviolabili  della  umana  dignità,  anche  nelle  povere 
vittime  della  corruzione:  e  affretta,  con  nuovi  e  gravi  mo- 
tivi, la  trasformazione  di  quel  sistema  di  eserciti  stanziali  e 
di  vita  di  caserma  onde  hanno  alimento  il  vizio  e  l'abbie- 
zione  della  donna  da  un  lato,  le  diffidenze  nazionali  dall'al- 
tro, e  la  rovina  economica  di  tutta  l'Europa. 

Ma,  in  questa  gran  lotta  per  la  redenzione  morale  della 
società,  l'abolizione  de'  regolamenti  governativi  della  presti- 


T^?P' 


34  LETTERA  AL  SIGNOR  GIACOMO  STUART. 

tuzione  non  è,  a  mio  parere,  che  un  primo  assalto  ai  ripari 
esterni  del  vizio.  Importa,  sopra  tutto,  curare  il  male  nelle 
sue  più  intime  fonti:  nel  cuore  e  nella  coscienza  stessa  del- 
rUomo.  È  questione  di  riforma,  ab  imis  fundamentiSy  de'  prin- 
cipi e  del  metodo  delle  discipline  educative,  sì  private  che 
pubbliche  :  ed  io  mi  allieto  vedendo  che  i  pensieri  e  il  lavoro 
de'  promotori  del  moto  sono  strenuamente  rivolti  a  tal  fine, 
Le  istituzioni  dirette,  in  Europa,  ad  educare  la  fanciul- 
lezza e  la  gioventù  sono  in  generale  —  e  più  particolarmente 
nei  paesi  cattolici  —  fondate  sopra  distinzioni  e  privilegi  di 
classe  che  alienano  del  pari  privilegiati  e  diseredati  da  ogni 
senso  di  civile  solidarietà;  sulla  separazione  dei  maschi  dalle 
femmine,  per  non  so  quali  riguardi  di  preconcetta  impurità 
sensuale,  funesti  alla  innocenza  e  al  mutuo  rispetto  dei  due 
sessi;  sulla  superba  pretesa  della  superiorità  dell'uomo  e  della 
soggezione  della  donna,  come  perpetua  minorenne,  al  regime 
del  sesso  più  forte  o  alla  autorità  del  prete.  E  gli  eflfetti  di 
tale  stato  di  cose  sono  micidiali  alla  virtù  dell' un  sesso  e 
dell'altro:  le  sorgenti  della  fiducia  scambievole  rimangono 
attossicate  in  entrambi  sin  dall'origine  ;  e  la  prostituzione  non 
è  che  il  risultamento  finale  di  una  falsa  e  servile  educazione- 
Ciò  sente  la  Federazione  :  e  il  progresso  della  sua  buona 
opera  eserciterà,  presto  o  tardi,  una  grande  e  benefica  azione 
in  ogni  contrada  di  Europa  sul  quesito  della  pubblica  edu- 
cazione. Io  saluto  quindi  .con  grande  affetto  e  speranza,  nella 
santa  crociata  diretta  dalla  Signora  Butler,  due  inseparabili 
intenti  :  l'abolizione  de'  ricoveri  del  vizio  e  l'organamento  di 
una  Lega  internazionale  intesa  a  promovere  da  per  tutto  la 
riforma  del  sistema  scolastico,  sotto  gli  auspici  di  una  più 
illuminata  e  più  alta  coscienza  della  Religione  e  del  Dovere; 
e  la  vera  fratellanza  morale  dell'uomo  e  della  donna  nella 
missione  della  vita. 

Abbiatemi,  Signore,  con  grato  animo 

vostro  devotissimo 
Aurelio  Saffi. 


35 


LA  PACE  E  LA  GIUSTIZIA. 

LETTERà  A  MARIO  CALCAGNO 
PRESIDENTE  DEL  CIRCOLO  e  ALBERIGO  GENTILI  »  IN  SAVONA.» 


Forlì,  9  settembre  1877. 

Egregio  Cittadino, 

Ebbi  il  vostro  cortese  invito  pel  V  anniversario  dell'Arbi- 
trato ginevrino  sulla  vertenza  deWAlaòama. 

Per  circostanze  indipendenti  dalla  mia  volontà,  m'è  forza 
rinunziare  all'onore  di  trovarmi  fra  Voi  in  quel  giorno.  Ma, 
se  non  di  persona,  io  sarò  con  Voi  col  pensiero,  con  l'affetto, 
coi  voti. 

L'Arbitrato  di  Ginevra  splende  tra  gli  eventi  della  storia 
contemporanea,  come  uno  dei  segni  più  notevoli  della  ten- 
denza dei  tempi  a  sostituire  la  ragione  del  Diritto  ai  ciechi 
esperimenti  della  forza  nelle  questioni  internazionali  ;  ed  onora 
altamente  il  nome  italiano,  per  la  parte  che  vi  ebbe  uno  dei 
nostri  più  insigni  giureconsulti. 

Queste  commemorazioni  sono  i  veri  fasti  della  civiltà;  e  fu 
ottimo  consiglio  il  vostro  di  convocare  nella  patriotica  città 
—  dove  Mazzini,  prigione,  maturò  il  pensiero  della  libertà  e 
della  Unità  d'Italia  —  quanti  prepongono  all'impero  dei  fcUti 
esistenti  il  culto  dei  principi  che  guidano  le  Nazioni  a  mi- 
gliori destini. 

La  festa  da  Voi  proposta  sta  sopra  ogni  differenza  di 
parte,  come  l'Umanità  sovrasta  all'  Uomo-individuo,  alla  Città, 
allo  Stato;  e  a  me  duole,  ripeto,  di  non  potermi  associare 
personalmente  al  fraterno  rito  con  quante  anime  devote  al 
bene  converranno  costì  a  celebrare  un  illustre  ricordo,  che 
accenna  ad  una  grande  speranza  !  Alla  speranza  della  natu- 
rale giustizia,  posta  in  luogo  dell'arbitrio,  nelle  relazioni  fra 
gli  Stati  europei  ;  —  della  Pace,  come  conseguenza  della  Giu- 
stizia; —  della  coltura  intellettuale  e  morale  e  della  prosperità 
economica  dei  Popoli  affratellati  fra  loro,  come  risultamento 

*  Dal  Dovere  del  15  settembre  77.- 


36  LA  PACE  E  LA  GIUSTIZIA. 

della  Pace  e  mezzo,  per  ciascuno  e  per  tutti,  ad  intendere 
e  tradurre  in  atto,  di  grado  in  grado,  la  legge  della  loro 
associazione  e  dei  loro  uffici  nel  mondo. 

Della  Pace  —  ho  detto  —  come  conseguenza  della  Giusti- 
zia. Uno  dei  più  illustri  e  migliori  nell'età  nostra,. il  Prof. 
F,  Laurent,  rispondendo  all'  invito  del  Presidente  d'onore  del 
vostro  Circolo  per  la  festa  del  14  settembre,  ha  posto  in  sodo 
una  grande  verità. 

La  Pace  è  mezzo  non  fine;  e  può  essere  premio,  non  deve 
essere  uno  scopo  agli  sforzi  dell'umano  perfezionamento. 

Il  line  è  la  Giustizia,  il  Diritto,  il  diritto  costituendo,  il  di- 
ritto fondato  sulla  natura,  rivelato  dal  progresso  della  Storia, 
commentato  e  svolto  dalla  ragione  e  dalla  coscienza  dell'ieomo. 

La  pace  senza  la  giustizia,  senza  il  diritto,  è  accettazione 
passiva  del  male;  è  l'ignavia  de'deboli  fatta  strumento  alla 
in:quiti\  dei  potenti. 

Voi^  d'accordo  coU'autore  degli  Studi  sulla  Storia  délV  Urna- 
nitn  e  coi  giusti  d'ogni  paese,  non  siete  cultori  AeWB,  pace  per 
la  imcc;  non  volete  l'immobilità  ma  la  vita  e  l'intento  della 
vita,  che  è  il  progresso  verso  il  bene,  verso  l'ideale  dell'asso- 
dazioiie  umana. 

Il  che  importa  faticosi  conati;  e,  se  necessaria  alla  con- 
servazione o  all'acquisto  del  Diritto,  la  guerra.  E  allora  la 
guerra  —  come  dice  il  Laurent'—  è  legittima  e  santa. 

Ma  la  giustizia  internazionale  —  che,  sola,  può  apparec- 
cliiare  il  regno  della  pace  sopra  la  terra  —  non  concerne  sol- 
tanto i  mutui  portamenti  degli  Stati  europei  nel  loro  ordina- 
mento presente.  Essa  non  potrà  attuarsi  nella  sua  pienezza, 
se  prima  non  si  ristaurino  nel  loro  assetto  naturale  le  Patrie 
dei  Ti  poli;  e  ai  vestigi  superstiti  delle  conquiste  dinastiche 
non  succeda  l'ordine  delle  stirpi  europee,  stabilito  sulla  in- 
violabilità dei  loro  titoli  nazionali. 

(,,Hiosto  è  il  compito  sublime  del  Diritto  delle  Genti  nel- 
l'epoca odierna:  di  quel  Diritto  che  l'Italiano  Alberigo  Gentili 
divinò,  primo,  dopo  gli  studi  risorti;  e  che  il  nostro  secolo 
deve  arricchire  di  nuovi  incrementi  e  di  feconde  applicazioni. 

Fa  d'uopo  che,  sui  frammenti  confusi  della  vecchia  Europa 
dei  inojiarchi,  sorga  e  risplenda  alle  menti,  come  avvenimento 
necessario  ed  urgente,  la  forma  vera  dell'Europa  dei  Popoli. 

Se  ridea  del  naturale  ordinamento  delle  Nazioni,  prepa- 

0  ti  alle  tradizioni  native  e  maturato  dalla  civiltà,  fosse 


"^r^  ■ 


LA  PACE  E  LA  GIUSTIZIA.  37 

stata  compresa  dai  Governi  più  civili  d' Europa  —  come  ap- 
parve lucida  e  viva  ai  più  alti  intelletti  dell'età  nostra,  da 
Mazzini  a  Victor  Hugo,  dà  Gladstone  a  Laboulaye  e  a  Lau- 
rent —  una  Lega  europea,  aiutatrice  delle  genti  cristiane  nella 
Penisola  Greca-Illirica,  avrebbe  —  prevenendo  la  barbarie  della 
guerra  che  oggi  imperversa  in  Oriente  —  ovviato  da  una  parte 
al  pericolo  delle  ambizioni  moscovite;  cancellata  dall'altro 
l'onta  del  dispotismo  mussulmano  sulle  terre  europee  ;  e  ag- 
giunta alla  comunanza  civile  dei  Popoli  una  nuova  sorgente 
di  vita  nella  Federazione  degli  Slavi  del  Sud  e  nella  com- 
piuta restaurazione  della  Patria  ellenica. 

Ma  è  legge  storica  che  i  Governi  sieno  sempre  gli  ultimi 
a  scorgere  e  secondare  gli  andamenti  dell'umano  progresso; 
e  l'insipienza  dell'Europa  governativa  ritardò,  forse  per  lungo 
tempo,  le  sorti  dell'Europa  civile. 

Spetta  ai  sacerdoti  della  scienza,  agl'interpreti  della  co- 
scienza dell'Umanità,  alla  virtù  dei  Popoli  che  soffrono,  la- 
vorano e  sperano,  il  promovere  la  causa  dell'eterna  giustizia 
nel  mondo  delle  Nazioni. 

Solo  a  tal  patto  la  Pace,  nutrita  dall'armonia  dei  costumi, 
dalla  integrità  delle  franchigie  e  dall'  utilità  dei  reciproci  uf- 
fici, benedirà  le  Genti  insieme  associate  nel  vincolo  della  co- 
mune umanità  e  del  comune  diritto. 

Vostro  con  tutto  Vanimo 
A.  Saffi. 


38 


DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE 

TENUTO  IN  MILANO  L'  11  MAGGIO  1879.1 


Permettetemi,  o  Cittadini,  che,  grato  alla  vostra  benevola 
accoglienza  ma  conscio  della  pochezza  delle  mie  forze,  io  co- 
minci dal  porre  l' ufficio,  al  quale  il  Comitato  della  Lega  volle 
chiamarmi,  sotto  gli  auspici  dei  due  Grandi,  di  cui  •  avete 
udito  ora  leggere  le  adesioni  a  questo  Comizio  —  Vittore  Hugo 
e  Giuseppe  Garibaldi  :  —  campioni  entrambi  —  V  uno  con  la 
potenza  della  parola,  l'altro  con  la  invitta  virtù  dell'azione  — 
della  Causa  che  qui  ci  raccoglie;  con  la  parola,  interprete  delle 
grandi  e  nobili  cose  dell'anima,  fulminatrice  dei  profanatori 
e  dei  carnefici  dell'Umanità,  nunzia  delle  future  giustizie; 
con  l'azione  che  alle  future  giustizie  apriva,  con  miracoli  di 
sacrificio  e  di  valore,  la  strada. 

Garibaldi  e  Vittore  Hugo,  presenti  in  ispirito  a  questo 
Comizio,  significano  il  concetto  fraterno  della  Francia  e  del- 
l'Italia sulla  grande  via  della  libertà  e  della  federazione  de' Po- 
poli ;  significano  il  vincolo  di  quella  incancellabile  parentela 
delle  Nazioni  europee,  sulla  quale  passarono  indarno  gli  egoi- 
smi, gli  orgogli  e  le  violenze  de' secoli:  e  questo  significa  la 
presenza  in  questo  Comizio  dell'  illustre  e  caro  ospite  nostro, 
Carlo  Lemonnier,  apostolo  infaticabile  della  fede  che  conforta 
le  nostre  speranze:  la  fede  nella  vocazione  dei  Popoli  alla 
fratellanza  e  alla  pace  sotto  gli  auspici  della  libertà  e  della 
reciproca  giustizia. 

E  della  coscienza  di  tal  vocazione  fra  le  Nazioni  moderne, 
del  bisogno  universalmente  sentito,  all'età  nostra,  di  sostituire 
alla  confusione  della  forza  l'opera  ordinatrice  della  intelli- 
genza e  della  civiltà,  sono  l'espressione  appunto  le  Leghe  delia 
Pace  che,  in  Europa  e  in  America,  vanno  facendo  contrasto, 
coi  pietosi  influssi  dell'opera  loro,  agl'istinti  selvaggi  del- 
l'umana ferità.  Senonchè  una  parte  delle  medesime,  predi- 
cando la  pace  per  la  pace,  senza  tenere  nel  debito  conto  le 
condizioni  che  si  richièdono  a  renderla  salda,  durevole,  le- 

*  Dal  Dovere  del  18  maggio  79. 


ST^v. 


DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE.  39 

gittima,  sembra  invero  tentar  V  impossibile  e  —  come  dice  il 
proverbio  —  mettere  il  carro  innanzi  ai  buoi.  Perchè  non 
v'ha  speranza  di  pace,  sé  questa  non  sia  il  premio  della  pro- 
gressiva riparazione  dell'ordine  della  natura  e  de'  titoli  dal- 
l'umana personalità  nel  consorzio  delle  Nazioni  :  in  breve,  se 
non  è  fondata  sulla  giustizia  e  sulla  libertà. 

E  qui  mi  piace  citarvi  le  belle  parole  che  il  mio  ottimo 
amico  e  concittadino  vostro  —  Mauro  Macchi  —  mi  scriveva 
al  principio  dell'anno  a  proposito  delle  diflferenze  occorse,  nel 
Congresso  di  Parigi,  fra  la  Lega  ginevrina  della  Pace  e  della 
Libertà  e  le  altre  Leghe,  sul  concetto  politico  della  giustizia 
internazionale:  <  La  pace  >  —  mi  scriveva  il  Macchi  —  <  la 
pace  assoluta,  come  la  intendono  certuni  per  ispirito  teolo- 
gico, non  può  aversi  che  tra  gli  uomini  rassegnati  all'obbe- 
dienza cieca:  e  noi  non  possiamo  rinunciare  ai  diritti  della 
verità  e  della  ragione.  Anzi,  la  pace  assoluta,  oltre  quella 
imposta  dai  tiranni,  come  in  Polonia,  non  si  può  avere  che 
nel  sepolcro  ;  e  noi  vogliamo  la  libertà  e  la  vita.  La  pace  che 
vogliamo  noi  non  può  essere  che  quella  la  quale  si  fonda  sulla 
giustizia  e  si  alimenta  coU'alito  perenne  della  libertà.  > 

Ciò  nondimeno,  le  Leghe  per  la  Pace  —  ch'io  chiamerò 
non-politiche,  per  distinguerle  dalle  nostre,  —  che  considerano 
giustamente  le  libere  istituzioni,  l'autonomia  della  persona 
umana  e  il  quesito  della  nazionalità  come  termini  necessari 
del  loro  programma,  fanno  pur  tuttavia  opera  grandemente 
benefica;  e,  se  non  riescono  ,ad  impedire,  contribuiscono  a 
temperare  gli  orrori  e  le  calamità  della  guèrra;  e  possono, 
in  dati  casi,  riuscire  anche  a  prevenirle.  Di  che  fu  esempio 
memorabile  e,  per  la  parte  che  vi  ebbero  alcuni  insigni  Ita- 
Uani,  onorevolissimo  per  la  patria  nostra,  il  compromesso  gi- 
nevrino fra  la  Gran  Bretagna  e  gli  Stati  Uniti  d'America, 
per  la  questione  dell'Alabama;  mercè  il  quale  fu  tolto  via  il 
pericolo  di  una  guerra  che  sarebbe  stata  grave  d'incalcola- 
bili disastri  per  l'intero  mondo  civile.  In  questo  compito  le 
Leghe  tutte,  benché  divise  in  altro,  devono  darsi  la  mano 
non  senza  speranza  —  ed  io  qui  ne  fo  voto  con  l'animo  cre- 
dente nelle  vittorie  dell'umana  ragione  —  che  le  questioni 
che  s'agitano  sul  Reno,  sull'Alpi  e  sull'Adriatico,  fra  le  tre 
contrade  più  colte  del  Continente  —  Francia,  Germania  e  Ita- 
lia —  possano,  quando  che  sia,  comporsi  con  razionali  criteri 
di  mutua  giustizia  e  utilità.  E  compito  comune  a  tutte  le 


40  DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE. 

Leghe  sono  quei  provvedimenti  umani  e  que' principi  civili 
con  cui  lo  spirito  dell'età  nostra  tende  a  mitigare  e  restrin- 
gere le  ostilità,  a  tutelare  i  neutri  e  le  inoffensive  popolazioni, 
a  rendere  men  dura  la  condizione  dei  feriti  e  dei  prigionieri, 
a  cancellare  dal  codice  bellico  del  futuro  il  diritto  di  con- 
quista: e  sarà  grande  e  pratico  beneficio  dell'opera  loro,  se 
riusciranno  a  proraovere,  fra  gli  Stati  nazionalmente  costi- 
tuiti, qualche  principio  d'intelligenza  e  vincoli  federali,  e  tali 
riforme  degli  ordinamenti  militari  che  apparecchino  la  solu- 
zione del  problema  urgentissimo  della  economia  da  conciliarsi 
colla  validità  delle  nazionali  difese. 

Ma  noi  —  pure  associandoci  di  gran  cuore  a  questi  umani 
intendimenti  e  ai  tentativi  degli  arbitrati  pacifici,  ogni  qual- 
volta l'esperimento  è  possibile  —  noi,  dico,  non  dimentiche- 
remo che,  di  fronte  all'arbitrio  e  alla  forza  che  lo  sostiene, 
santa  è  la  lotta  che  rivendica  il  diritto  e  1'  umanità,  santa 
la  reintegrazione  delle  patrie  mutilate  dalla  prepotenza  stra- 
niera, santo  il  sacrificio  di  sé  pel  riscatto  dei  fratelli  oppressi  ; 
e  che  l'Europa  non  avrà  pace  vera  fino  a  che  non  siano  eli- 
minate dall'organismo  de' suoi  Stati  le  impronte  della  passata 
barbarie  e  rimosse  le  cagioni  che  sottrassero  e  sottraggono 
ancora  in  parte  il  moto  dei  Popoli  alle  leggi  spontanee  della 
natura  e  della  vita. 

Perchè,  da  ben  quattro  secoli  —  disfatta  la  forma  giuridica 
che  nel  medio-evo  moderò,  secondo  l'intelletto  de' tempi,  la 
cristianità  europea,  e  calpestate  le  native  franchigie  de' Po- 
poli—  una  sfrenata  licenza  di  egoismi   signorili  e  dinastici 
invase  il  mondo  civile.  Le  grandi  monarchie  militari  del  Con- 
tinente— non  potendo  dopo  lungo  conflitto,  per  ambizioni  di 
universale  impero,  soprafarsi  a  vicenda  —  inventarono,  a  con- 
tenere le  rivali  rapacità,  il  famoso  espediente  àéìV equilibrio 
de' poteri;  d'onde  dal  Trattato  di  Westfalia  in  poi  tutta  la 
tradizione  e  l'arte  di  una  Diplomazia  alla  cui  stregua  i  prin- 
cipi sono  ubbie  di  idealisti,  i  fatti  compiuti  base  a  un  git4.s 
pubblico  fattizio  creato  dall'arbitrio.  Popoli  e  territori  —  come 
armenti  e  patrimoni  privati  —  materia  di  partizione  e  di  ba- 
ratti a  numero  e  a  misura.  La  formazione  dell'Unità  italiana 
e  dell'  Unità  germanica  precluse  in  gran  parte  il  campo  alle 
antiche  gare  continentali  per  contrasto  d'interessi  dinastici 
sulla  zona  media  d'Europa:  rimane,  palestra  aperta  alle  gare 
superstiti,  quella  zona  che,  dal  Baltico  all'Adriatico  e    al- 


DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE.  41 

l'Egeo,  la  natura  e  la  storia  avevano  fatta  stanza  di  fiorenti 
Nazioni,  quasi  a  baluardo  della  rimanente  Europa,  e  che  la 
ignavia  e  l'imprevidenza  delle  Potenze  occidentali  lasciarono. 
in  preda  —  sin  dai  passati  secoli  —  ai  Turchi  da  un  lato,  ai 
pretoriani  di  Mosca,  di  Berlino  e  di  Vienna  dall'altro. 

Ora  i  destini  della  sicurtà  e  della  pace  europea  dipen- 
dono appunto  dalla  restaurazione  delle  patrie  slave  fra  i  due 
poli  del  loro  organismo  —  la  Polonia  e  la  Grecia.  Risorga  la 
santa  eroica  Patria  di  Sobieski  e  di  Kosciusko,  e  la  frontiera 
della  Germania  non  sarà  più  indifesa,  Berlino  non  avrà  più 
a  due  giornate  delle  sue  case  le  orde  cosacche,  il  Baltico  non 
sarà  più  un  mare  russo.  Siano  integralmente  emancipati  Bul- 
gari e  Serbi,  Bosniaci  ed  Erzegovini  :  l'Ungheria  e  la  Rumenia 
-respinto  il  fomento  austriaco  de' vecchi  rancori  —  iniziino 
patti  di  federale  concordia  con  gli  Slavi  limitrofi  :  la  patria 
greca  si  ricomponga  ne' suoi  giusti  confini  e,  incoronata  dalle 
sue  isole,  ridesti  al  soffio  della  libertà  e  dell'antico  genio  la 
fiamma  della  sua  nuova  vita:  Costantinopoli  torni  città  euro- 
pea, centro  anfizionico  —  come  la  predicò  Mazzini  —  della  col- 
leganza Elleno=-Slava  —  <  aperta  a  tutti,  serva  a  nessuno  :  >  — 
e  le  ombre  del  Panslavismo  si  ritireranno  da  noi  ;  i  Popoli 
quieteranno  ;  le  grandi  vie  segnate  dalla  natura  ai  commerci 
e  alle  scambievoli  utilità  fra  l'Europa  e  J'Asia  si  apriranno 
a  felici  e  feconde  operosità;  la  questione  d'Oriente  sarà  se- 
polta per  sempre;  e,  con  essa,  un  fomite  di  guerre  ad  ogni 
tratto  risorgenti,  di  decadenza,  di  servitù,  di  miseria  per  tutti. 
Perchè  la  Causa  della  libertà  e  la  Causa  delle  nazionalità  sono 
intimamente  connesse  l'una  con  l'altra,  ed  entrambe  con  la 
questione  morale  e  con  la  questione  sociale  in  ogni  contrada 
d'Europa. 

Fino  a  che  vi  saranno  Popoli  schiavi  —  materia  dissociata 
e  inerte,  esposta  alle  voglie  di  Potenze  rivali  —  l'Europa  mi- 
litare soprafarà  l'Europa  civile;  il  Diritto  sarà  ludibrio  della 
forza;  i  vasti  armamenti  e  i  Governi  accentrati  renderanno 
la  libertà  un  nome  vano.  Fino  a  che  la  libertà  non  sia  ferma 
e  sincera,  non  vi  saranno  cittadini  fortemente  temprati  a  co- 
scienza di  dovere,  di  dignità,  di  responsabilità  morale.  Fino 
a  che  il  privilegio  in  casa  e  la  conquista  fuori  attraversino, 
fra  classe  e  classe  e  fra  gente  e  gente,  la  naturale  equità, 
l'industria  dei  più  "sarà  vinta  dai  monopoli  dei  pochi,  la  pic- 
cola proprietà  dalla  grande;  il  proletariato  e  l'indigenza  fa- 
xu.  4 


42  DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE. 

ranno  squallido  riscontro,  nelle  Nazioni  indipendenti,  alla  ser- 
vitù personale  e  politica  delle  Nazioni  diseredate  di  patria. 

Una  profonda  solidarietà  lega  fra  loro  i  Popoli  nel  male 
come  nel  bene.  Non  v'  ha  guerra  di  oppressori  né  strazio  di 
oppressi,  per  quanto  lungi  da  noi,  che  non  faccia  sentire  i 
suoi  malefici  effetti  sino  all'ultimo  povero  lavoratore  che  emi- 
gra per  fame  dalla  terra  de' suoi  padri  o  muore  di  pellagra 
nei  nostri  ospedali. 

Conchiudo  : 

Nella  restaurazione  delle  Patrie  nazionali  è  l'arringo  mas- 
simo —  il  porro  unum  est  necessarium  —  dell'età  che  sorge. 
L'autonomia  delle  Nazioni  è  il  primo  passo  all'equa  associa- 
zione fra  le  medesime,  come  l'autonomia  dell'individuo  è  il 
fondamento  dell'equa  associazione  fra  uomo  e  uomo.  <  Non 
si  associa  >  —  diceva  ancora  Mazzini  —  <  chi  non  vive  e  non 
comincia  dall'affermare  la  propria  individualità.  > 

A  questo  principio  intendono  i  nostri  voti  e  il  nostro  la- 
voro. Le  nostre  Leghe  fraterne  prefigurano  le  future  Leghe 
de' Popoli  intorno  all'ara  sacra  della  comune  giustizia.  Esse 
sono  foriere  di  quella  federazione  degli  Stati  liberi  d'Europa 
che  Mazzini  dall'esilio,  Cattaneo  fra  voi,  Vittore  Hugo  dalla 
tribuna  francese,  annunciavano,  divinando,  alle  genti. 

Ed  io  mi  allieto  di  un  grande  presentimento,  considerando 
chi  siede  qui  in  mezzo  a  noi,  e  stendendo  la  mano  a  Voi, 
nobile  cittadino  di  quella  Francia  —  sorella  nostra  nelle  grandi 
iniziazioni  del  civile  progresso  —  alla  quale  l'Europa  dovrà, 
ne  sono  convinto,  l'esempio  della  disciplina  della  libertà  nello 
Stato  popolare.  Mi  allieto  nel  presentimento  che  l'Italia  — 
mezzo  armonico,  nella  triade  delle  Penisole  che  si  specchiano 
nel  Mediterraneo,  alle  comunicazioni  fra  l'Occidente  d'Eu- 
ropa e  l'antico  Oriente  —  possa,  progredendo  in  sé  stessa  e 
levandosi  alla  intelligenza  de' suoi  veri  ufiicì  nel  mondo  delle 
Nazioni,  esercitare,  come  Stato  scevro  di  tendenze  invadenti 
e  come  custode,  in  Roma,  della  idea-madre  della  unità  mo- 
rale delle  genti,  un'alta  funzione  conciliatrice  fra  gli  Stati 
della  occidentale  e  della  media  Europa.  Né  credo  vana  ombra 
della  mente  il  concetto  di  una  Lega  Anglo-Latino-Germanica 
intesa  a  risolvere  definitivamente  la  questione  d'Oriente,  su* 
scitando  la  vita,  il  diritto,  la  civiltà  nella  Penisola  Balcanica^ 
a  guarentigia  della  pace  del  mondo;  e  sospingendo  così  la 
Russia  —  già  oscillante  in  Europa  come^  Potenza  conquista- 


DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE.  43 

trice  —  a  ritemprarsi,  emancipata  dal  dispotismo  interno,  a 
pacifiche  operosità  e  a  volgere  l'intento  della  sua  vita  alla 
grande  e  vera  missione  di  civiltà  che  l'attende  nella  parte 
superiore  dell'Asia,  senza  nocumento  delle  concorrenti  ope- 
rosità anglo-europee  nel  resto  dell'ampio  Continente. 

So  l'obbiezione  che  sorge  dinanzi  a  noi:  pretendereste 
forse  —  diranno  i  pratici  —  che  l'Europa,  per  riedificarsi  sul 
vostro  disegno  ideale,  disfaccia  d'un  tratto,  quasi  per  magi- 
.  stero  d'arte  magica,  i  fatti  poderosi  che  il  tempo  e  gì'  inte- 
ressi sovr'essi  stabiliti  hanno  costrutto  ?  Quale  conflagrazione 
un  tale  proposito  non  desterebbe?  Quanti  ostacoli,  quante 
lotte  non  si  frapporrebbero  all'immaginoso  assunto,  prima  di 
toccare  la  mèta  ?  —  No:  non  è  questo  l'intento  nostro.  L'adem- 
pimento dei  destini  umani  è  sottoposto  alle  leggi  del  tempo 
e  del  civile  progresso  :  ma,  ministra  del  tempo  e  della  storia 
è  l'opinione:  e  alla  opinione,  regina  del  mondo,  è  vòlta  la 
nostra  mira.  Ad  essa  noi  ci  appelleremo,  con  essa  agiremo, 
combattendo  gli  errori  e  le  perversità  della  polìtica  che  oggi 
governa  le  relazioni  internazionali.  Noi  invocheremo,  ne' casi 
emergenti,  l'applicazione  de'  criteri  che  l'Umanità,  la  giusti- 
zia, l'eterno  diritto  additano  :  e  siamo  convinti  che  la  potenza 
delia  ragione,  del  senso  morale  e  de' veri  interessi  de'  Popoli, 
andrà  risolvendo  di  mano  in  mano  —  mercè  criteri  sì  fatti  — 
a  beneficio  de' posteri  le  questioni  che  i  calcoli  esosi,  parziali 
e  discordi  de' Gabinetti  europei  vennero  sinora  intricando  e 
aggravando. 

Senonchè,  prima  condizione  alla  bontà  ed  efiicacia  del- 
l'azione esterna  di  un  Popolo  è  l'equo  assetto  della  sua  vita 
interna.  È  questo,  o  cittadini,  —  per  la  parte  che  spetta  al- 
l'Italia  liei  comune  lavoro  —  il  nostro  primo  dovere  e  il  no- 
stro più  immediato  ufficio.  Ora,  indispensabile  a  bene  adem- 
pirlo è  la  concordia  delle  opere  in  quel  campo  d'azione 
comune  nel  quale,  sotto  gli  auspici  del  supremo  principia 
della  sovranità  nazionale,  possono  e  devono  concorrere  quanti, 
riservando  all'ufiicio  inviolabile  dell'apostolato  del  pensiero 
la  propaganda  de' propri  ideali,  sentono  che  ciò  che  è  e  ciò 
che  tende  ad  essere,  gli  ordinamenti  presenti  e  le  trasforma- 
zioni futui'e  della  vita  del  Paese  e  de'  suoi  istituti,  sono  egual- 
mente sottoposti  alla  necessità  morale  del  consenso  della 
Nazione.  Ma,  per  questo  appunto,  base  e  caposaldo  di  tutte 
le  parti  che  consentono  nel  riconoscimento  di  questa  legge 


44  DISCORSO  AL  COMIZIO  PER  LA  PACE. 

dev'essere  la  difesa  e  la  integrazione  della  libertà  e  della 
eguaglianza  civile  e  politica  per  tutti  i  cittadini  di  una  stessa 
patria;  sì  che  le  manifestazioni  del  pensiero,  il  moto  degl'in- 
teressi e  l'organismo  della  vita  sociale,  possano  spontanea- 
mente esplicarsi,  sotto  il  giudizio  della  coscienza  collettiva 
della  Nazione;  alla  quale  veramente  spetta  —  e  non  a  tale 
o  a  tal  altra  fazione  o  classe  governante  —  il  supremo  sinda- 
cati» il  elle  opinioni  e  il  freno  delle  parziali  tendenze. 

in  nome  del  comune  amor  patrio,  in  nome  della  grande 
e  nuhile  Causa  che  qui  ci  raduna,  contrapponiamo  —  o  cit- 
tadini —  con  la  forza  morale  dell'opinione,  alla  politica  clau- 
strale, che  ci  divide  in  reprobi  e  fedeli  dinanzi  al  dogma  di 
ima  pretesa  immobilità  statutaria,  la  politica  che  ci  unisce, 
rome  Italiani,  sulla  vasta  base  de' principi  fondamentali  da 
cui  dipende  il  valore  legale  delle  forme  politiche  dello  Stato 
—  ^i:nio  queste  monarchiche  o  repubblicane.  E  avvaloriamo, 
cai  nuituo  rispetto  delle  opinioni,  con  la  inviolabilità  delle  idee 
paeiiicamente  manifestate,  la  solidarietà  del  patriotismo  ita- 
liano dinanzi  alle  grandi  questioni  di  libertà,  di  giustizia,  di 
prosperità,  di  onore  e  d'integrità  nazionale.  Solo  a  tal  patto 
potremo  contribuire,  come  Nazione,  al  trionfo  di  quella  fede 
in  nome  della  quale  siamo  qui  convenuti  come  individui:  la 
l<4lc,  ripeto,  nella  vocazione  dei  Popoli  alla  fratellanza  e  alla 
pace  sotto  gli  auspici  della  libertà  e  della  reciproca  giustizia. 

\  1  chiedo  venia  della  lunga  diceria,  ed  apro  i  lavori  del 
('ooii>:io. 


Ordine  del  Giorno 

i*(jfiito  VII  maggio  1879  al  Teatro  Dal  Verme  in  Milano 

dal  Comizio  presieduto  da  Aurelio  Saffi, 

Il  Comizio  delle  Leghe  di  pace,  raccolto  sotto  gli  auspici 
ilei  Popolo  milanese. 

Ili  tenuto  che  l'elemento  essenziale  della  pace  è  il  ricono- 
scin  lento  delle  Patrie  nazionali,  sulle  basi  del  territorio,  del 
liiiguaf^gio  e  delle  tradizioni  storiche  interpretate  dalla  vo- 
loiit:i  popolare; 

Considerando  che  allo  svolgimento  della  vita  interna  ed 
aterna  di  ogni  Popolo  è  necessaria  condizione  la  libertà; 


ORDINE  DEL  GIORNO.  45 

Kitenuto  che  l'ultima  espressione  di  questi  principi  sarà 
la  Federazione  dei  Popoli  emancipati, 

Fa  voti: 

Che  a  questo  intento  s'inizi  una  politica  che  alla  violenza 
della  guerra  sostituisca  il  principio  dell'Arbitrato,  il  quale 
applichi  un  diritto  internazionale  liberamente  accettato  e  ri- 
conosciuto dai  Popoli. 

Convinto  che  questa  politica  non  può  attuarsi  che  sosti- 
tuendo la  prevalenza  degl'interessi  generali  agl'interessi  di 
classi, 

Fa  voti: 

Che  il  diritto  di  pace  e  di  guerra  sia  restituito  alle  rap- 
presentanze legislative  elette  a  suffragio  universale. 

Convinto  che  l'esercito  permanente  —  contrario  allo  spi- 
rito delle  libere  istituzioni,  causa  del  progressivo  aumento  dei 
tributi  e  ostacolo  alla  pubblica  prosperità  —  è  insufficiente 
ad  assicurare  la  indipendenza  e  il  riscatto  completo  della 
Patria, 

Fa  voti: 

Che  l'esercito  permanente  sia  sostituito  dalla  Nazione  ar- 
mata di  cui  sono  principali  elementi:  l'istruzione  militare 
nelle  scuole,  gli  addestramenti  alle  armi  dei  cittadini  nei  Co- 
muni, i  campi  temporanei  e  i  tiri  a  segno: 

E  affida: 

Il  compimento  di  questi  voti  agl'Italiani  gelosi  dei  loro 
diritti  e  consci  dei  loro  doveri  verso  la  Patria,  verso  i  fra- 
telli irredenti  e  verso  l'Umanità. 


46 


A  MATTEO  RENATO  IMBRUNI. 


Bologna,  17  luglio  1879. 

Egregio  e  caro  Amico, 

"Ilo  la  vostra  raccomandata,  e  dell'avviso  in  essa  conte- 
mi  t^j  terrò  il  debito  conto,  dove  mi  si  presentino  persone 
ignote  e  sospette.  —  Essa  mi  giunse  grata,  sebbene  vestita  di 
tbriiìa  ufficiale,  col  vostro  nome  in  un  angolo  della  medesima, 
come  Segretario  del  Comitato.  Mi  giunse  grata,  perchè  è  il 
III  iijìo  segno  di  vita  che  ci  viene  da  Voi  dopo  lungo  silenzio 
privatOj  il  quale  ci  lascia*  pur  sempre  in  desiderio  di  vostre 
nuove,  invocate  indarno  anche  da  mia  moglie,  che  non  ebbe 
riscontro  ad  una  o  due  lettere  da  lei  dirette  alla  signora  Irene, 
ne  alle  parole  inviatele  per  mezzo  della  Giacinta  Pezzana;  di 
ch(^  é  alquanto  sorpresa,  non  sapendo  a  che  cagione  recare 
la  mancanza  di  sue  notizie. 

IL  vostro  telegramma,  minacciante  maledizione  ai  predi- 
catori di  pace  —  in  occasione  del  Comizio  di  Milano,  -—  non 
fu  comunicato  all'Assemblea,  per  la  semplice  ragione  che  nes- 
suno {letteralmente  nessuno),  fra  i  promotori  della  popolare 
Assemblea  e  fra  gl'intervenuti  alla  medesima,  pensava  ad 
innef^^iare  alla  pace  per  la  pace,  indipendentemente  dal  com- 
pirei ito  delle  giustizie  che  sole  possono  renderla  onesta,  me- 
ritata e  desiderabile.  Il  Comizio  Milanese  fu,  infatti,  una  pro- 
testa contro  i  fautori  della  pace  ad  ogni  costo,  della  pace  che 
copre  le  iniquità  de'  Potenti  e  le  sofferenze  de'  deboli  ;  che 
saiRÌsce  l'arbitrio,  l'oppressione,  la  conquista,  la  servitù;  che 
disconosce  il  diritto  de'  Pppoli  —  rubati  delle  Patrie  loro,  con- 
€utcatì,  smembrati  a  grado  di  pochi  violenti  —  a  ricuperare 
i  titoli  e  le  condizioni  della  loro  esistenza  civile  ;  della  pace, 
infine,  che  in  nome  della  inviolabilità  della  vita  permette  che 
la  vita  sia  ridotta  a  tale  viltà,  da  non  valere  la  pena  di  con- 
^orvarhi  :  et  propter  vitam  vivendi  perdere  causas.  —  Il  Comizio 
di  Milano,  seguendo  la  virile  sapienza  de'  nostri  maggiori,  in- 
tese a  distinguere  le  guerre  giuste  dalle  guerre  ingiuste  ed. 
arljitrarie  ;  le  guerre  rivendicatrici  della  indipendenza,  della. 


^rv  5'".;i-' 


A  MATTEO  RENATO  IMBRUNI.  47 

libertà  e  della  umanità  delle  genti,  dalle  guerre  che  servono 
all'ambizione  e  alla  cupidità  de'  loro  oppressori  —  ricono- 
scendo legittime  e  sante  le  prime,  quando  una  suprema  ne- 
cessità non  lasci  altro  mezzo  di  salvezza  ad  un  Popolo;  in- 
vocando contro  le  seconde  l'azione  concorde  delle  forze  civili 
del  secolo.  —  E  che  tale  sarebbe  stato  —  come  realmente 
Io  fu  —  lo  spirito  informatore  del  Comizio  potevate  arguirlo 
dall'avere  io  accettato  di  presiederlo.  Ve  ne  sarete  ad  ogni 
modo  chiarito  leggendone  le  relazioni  ne'  Giornali  :  e  mi  è 
grato  presumere  che  ne  siate  stato  contento. 


A.  Saffi. 


JtìM^ 


48 

AIXO  STESSO. 


Bologna,  80  aprile  1880. 

Caro  Imbriani, 

In  questo  giorno  che  ricorda  una  insigne  vittoria  del  va- 
lore italiano  contro  la  prepotenza  straniera,  mi  è  caro  volgere 
a  Voi  e  agli  amici  vostri  una  parola  d'affetto,  come  ad  in- 
terpreti e  continuatori  di  quella  coscienza  di  Patria  che  — 
preparando  con  l'idea  il  fatto,  coi  magnanimi  sacrifici  i  trionfi 
(Iella  ragion  del  Diritto  —  sottrasse  in  gran  parte  l'Italia  e 
finirà  di  sottrarla  alla  ragion  della  Forza. 

Alle  accuse  di  chi  avversa  o  fraintende  i  vostri  propositi. 
Voi,  il  Bovio  ed  altri  egregi  opponeste  argomenti  di  giusta  di- 
fesa: né  ormai  giova  od  importa,  parmi,  discutere  una  que- 
stione della  quale  sono  arbitre,  non  le  opinioni  de'  singoli, 
ma  la  natura  e  la  Storia  e  —  in  nome  della  natura  e  della 
storia  —  un'intera  Nazione^ 

Può  essere  soggetto  di  disputazione  e  di  consiglio,  nella 
Causa  che  noi  propugnamo,  il  modo  e  il  tempo  dell'operare; 
perocché  la  medesima  sia  congiunta  alle  condizioni  di  una 
Causa  più  vasta  e  più  complessa  :  quella,  cioè,  della  comune 
emancipazione  dei  Popoli  smembrati  e  confusi  dalla  conqui- 
sta, e  subordinata  —  quanto  all'azione  —  a  necessità  prati- 
che, alle  quali  non  è  lecito  fare  intempestivo  contrasto.  —  Ma 
il  principio  ch'essa  rappresenta  ha  in  sé  una  perenne  virtù  che 
non  soffre  prescrizione  né  vien  meno  per  mutar  di  giudizi  o 
imperversare  d'arbitri  umani.  La  italianità  delle  terre  ita- 
liane  è  uno  di  que' primi  Veri  che  non  si  dimostran  ma  sono; 
che  una  Legge  morale  —  analoga  a  quella  della  gravitazione 
cle'corpi  al  centro  —  venne  sinora  e  andrà  progressivamente 
confermando  in  atto. 

E  dinanzi  a  tal  Legge  fondamentale  e  costante,  il  dovere 
(l'affermarne  la  sostanza  e  di  ricordarne  gli  obblighi  al 
Paese  sovrasta  ad  ogni  differenza  di  Parte.  Noi  siamo  Italia^ii 
anzitutto,  comeché  convinti  che  la  Repubblica  soltanto  possa 
—  maturi  i  destini  —  dare  anima,  vita  e  coscienza  de'  suoi 
uffici  nel  mondo  ad  una  Italia  vera  e  degna  del  retaggio 
de'  Padri. 


ALLO  STESSO.  49 

Ed  ora,  passando  a  minore  materia,  vogliate  aiutarmi  a 
sodisfare  cosa  che  mi  sta  a  cuore. 

Io  doveva  alPAssociazione  dell'Alpi  Giulie  la  seconda  metà 
di  due  azioni,  da  me  offerta,  in  nome  della  mia  famiglia,  a 
quel  Sodalizio.  L'Associazione  —-  sento  dire  —  è  oggi  sciolta  ; 
né  io  so  con  chi  adempiere  il  debito  mio.  Mando  a  Voi  la 
piccola  somma  perchè  ne  facciate  quell'  uso  che  vi  parrà  ri- 
sponder più  acconciamente  alla  primitiva  destinazione  del- 
l'offerta. 

Ricevo  da  Trieste,  per  mezzo  di  fidati  amici,  il  voto  di 
cui  vi  trasmetto  copia.  Pur  troppo  le  ignobili  paure  che  go- 
vernano il  Paese  non  mi  consentiranno  di  farmi  pubblico 
interprete  della  parola  dei  fratelli  schiavi  dinanzi  alla  Lapide 
di  Mazzini:  ma  ne  darò  partecipazione  agli  Amici  nel  ban- 
chetto fraterno. 

A.  Saffi. 


RISPOSTA  AD  UNA  LETTERA  DEGLI  STUDENTL 


Bologna,  9  giugno  1880. 

Egregi  e  cari  Giovani, 

Grazie  delle  affettuose  parole,  che  vi  piacque  indirizzarmi 
in  segno  d'animo  riconoscente,  pel  poco  che  mi  fu  dato  di 
ijue  a  conforto  de' vostri  studi. 

Io  so  che  nell'arringo  da  me  intrapreso,  il  potere  non  fu 
pini  al  volere:  ma  se  l'opera  mia  ha  potuto  in  qualche  modo 
a^  valorare  nelle  vostre  menti  il  pensiero  e  ne'  vostri  cuori 
l\imore  delle  patrie  tradizioni,  io  sarò  lieto  davvero  del 
fi  utto  delle  mie  cure. 

L'Italia  fu  maestra  della  Ragion  del  Diritto  alle  genti. 
Essa  possiede,  negl'insegnamenti  e  negl'istituti  de' suoi  anti- 
clii,  un  retaggio  di  sapienza  civile,  che  importa  custodire  e 
iivanzare  in  bene  con  assidua  coltura. 

Vi  posero  lungo  studio  i  nostri  maggiori:  vi  si  affaticano 
ili  continuo,  con  diligenti  indagini,  gli  stranieri,  riconoscendo 
dLilla  Pàtria  nostra,  in  gran  parte,  il  beneficio  del  loro  ri- 
sratto  dalla  barbarie  :  è  debito  degl'Italiani  odierni  non  venir 
]ueno  al  compito  di  una  scienza  che  si  collega  intimamente 
fdi  ricordi  del  loro  passato  e  con  le  speranze  del  toro  avvenire. 

E  a  voi  in  particolare,  o  giovani,  spetta  il  nobile  ufficio 
di  ravvivarne  le  discipline,  traendo  dalla  storia  della  Ragion 
imliblica  de' padri,  e  dai  lumi  dell'esperienza  e  della  coscienza 
ile' tempi,  consiglio  e  guida  ai  progressi  della  Nazione  sulle 
^  ie  della  giustizia  e  della  libertà  —  auspice  la  virtù  al  sapere. 

Io  vi  ricambio  di  cuore,  con  questo  voto,  l'affetto  di  cui 
jhi  onorate. 

Vostro 
A.  Saffi. 


51 


PEL  CONGRESSO  DELLA  FEDERAZIONE 
BRITANNICA  E  CONTINENTALE  A  GENOVA.* 


A  Giuseppe  Nathan 
segretario  del  Comitato  Centrale  Italiano. 

Bologna,  19  giugno  1880. 

Egregio  Signore, 

Aderisco  con  tutto  V  animo  alla  richiesta  che  mi  fate  — 
in  nome  del  Comitato  Centrale  Italiano  della  Federazione 
Britannica  Continentale  —  di  dare  il  mio  nome  al  Comitato 
Generale  Italiano  di  ricevimento  pel  Congresso  di  Genova. 

Sento  tutta  la  responsabilità  che  incombe  a  quanti  fra 
noi  hanno  a  cuore  la  Sacra  Causa,  della  quale  si  tratta,  e 
Tenore  della  Patria  italiana  dinanzi  ad  essa,  di  adoperarsi 
con  ogni  poter  loro  a  far  sì  che  il  Congresso  riesca  solenne 
e  degno  della  terra  dove  riposano  gli  avanzi  mortali  di  Giu- 
seppe Mazzini. 

Accetto  quindi  l'ufficio,  al  quale  m'invitate,  come  stretto 
dovere. 

Vogliate  farvi  interprete  di  questi  miei  sentimenti  con  gli 
Onorevoli  Colleghi  iiel  Comitato  Centrale,  .ed  abbiatemi 

vostro  devotissimo 
A.  Saffi. 

APPELLO. 
'        Cittadini,  ^'^'''^'^  ^"^°" 

Vi  è  nota  la  crociata  intrapresa,  a'  giorni  nostri,  dai  mi- 
gliori, uomini  e  donne,  d'ogni  contrada  del  mondo  civile 
~  duce  una  santa,  Giuseppina  Butler  —  contro  i  regolamenti 
<ìhe  legalizzano  la  prostituzione  e  ne  fanno  sorgente  di  lucro 
infame  per  le  finanze  degli  Stati. 

La  prostituzione  della  Donna  è  la  profanazione  dell'Uma- 
nità in  ciò  che  v'  ha  di  più  sacro  e  di  più  inviolabile  ne'  vin- 
coli della  sua  vita. 


*  Dal  Dovere  del  27  giugno  '80. 


52      PEL  CONGRESSO  DELLA  FEDERAZIONE  EC. 

Per  essa  i  santi  nomi  di  sorella,  di  sposa,  di  madre  sono 
cancellati  dalla  fronte  delle  infelici  che  vi  soggiacciono:  essa 
è  marchio  che  deturpa  del  pari  la  vittima  e  chi  ne  fa  stru- 
mento alle  sue  voglie. 

E  i  Governi  che  la  sanciscono,  che  la  tutelano,  che  ne 
fanno  mercato,  sono,  sotto  veste  di  curatori  dell'  igiene  pub- 
blica, i  principali  artefici  della  decadenza  morale  delle  Nazioni. 

Essi  pongono  sotto  V  autorità  della  legge  la  più  brutale 
delle  servitù  ;  e  tolgono  alle  disgraziate  schiave  del  vizio  ogni 
possibilità  di  riscatto  ;  si  fanno  ministri  della  negazione  della 
Famiglia  ;  e  fomentano,  sotto  le  mentite  sicurtà  igieniche, 
r  espandersi  della  dissolutezza  e  la  evirazione  della  gioventù. 

La  protesta  inalzata,  or  non  ha  molto,  contro  questo  im- 
menso male  da  una  piccola  schiera  d'  anime  elette,  venne 
crescendo  d' anno  in  anno,  nutrita  da  profondi  studi  ;  e 
s' impone  oggi,  ascoltata  e  potente,  a  Parlamenti  e  Governi, 
mercè  l'opera  perseverante  della  Federazione  Britannica 
Continentale. 

L' abolizione  delle  leggi  che  regolano  la  prostituzione'  e 
perpetuano  la  schiavitù  della  donna  caduta; 

La  subordinazione  degli  effetti  criminosi  del  vizio  alle 
sanzioni  del  Codice  penale; 

Ecco  il  duplice  assunto  della  Federazione;  la  quale,  fidente 
nel  senso  morale  e  civile  degl'  Italiani,  ha  deliberato,  onorando 
la  Patria  nostra,  di  tenere  il  suo  secondo  Congresso  internazio- 
nale, nel  prossimo  autunno,  in  Genova  :  là  dove  riposano  gli 
avanzi  mortali  del  più  grande  propugnatore,  a' dì  nostri,  della 
morale  dignità  della  creatura  umana  —  Giuseppe  Mazzini. 

Il  rendere  —  in  ciò  che  dipende  da  noi  —  efficace,  solenne, 
degna  dell'  Italia,  la  Voce  del  Congresso  di  Genova  contr.o 
questa  pessima  delle  servitù  che  contaminano  ancora  l'Uma- 
nità, è  un  debito  di  coscienza  verso  la  nostra  fede,  un  de- 
bito d' onore  verso  la  Patria  nostra. 

Io  associo  di  gran  cuore.  Cittadini  ed  Amici,  le  mie  esor- 
tazioni —  per  quanto  esse  possano  valere  presso  di  voi  —  a 
quelle  del  Comitato  Centrale  Italiano  della  Federazione,  per- 
chè non  manchiate  all'  appello,  concorrendo  per  mezzo  dei 
vostri  delegati  nell'Assemblea  genovese,  all'adempimento  di 
un  grande  dovere. 

Vostro 
A.  Saffi. 


53 


DISCORSO  INAUGURALE  AL  CONGRESSO 
DELLA  FEDERAZIONE    BRITANNICA   E   CONTINENTALE 

TENUTO  IL  29  SETTEMBRE  1880  IN  GENOVA.» 


Signore  e  Signori, 

Neir  assumere  la  presidenza  di  questa  Assemblea,  io  so 
di  non  poter  prestare  all'  arringo,  che  qui  ci  raccoglie,  spe- 
ciali capacità  di  scienza  :  né  questo  vi  attendevate  per  av- 
ventura da  me,  chiamandomi  all'  onorevole  incarico.  Vi  ar- 
reco, in  compenso,  il  mio  buon  volere  e  una  fede  inconcussa 
ne'  trionfi  serbati  dalla  Legge  dell'  umano  Progresso  alla 
educazione  delle  più  nobili  facoltà  dell'  Uomo  sui  bassi  istinti 
della  sua  natura  animale.  Ma  se  v'  ha  cosa  che  mi  dia  qual- 
che titolo  ad  occupare  questo  seggio,  è  che  qui  io  mi  sto 
nunzio  ed  interprete  della  cordiale  adesione  offerta  all'  as- 
sunto nostro  dalla  maggior  parte  delle  Società  operaie  d' Ita- 
lia, e  della  sentenza  d' uomini  insigni  per  ingegno  e  sapere, 
intorno  al  gran  maleficio  che  noi  condanniamo  ;  fra'  quali 
mi  basti  citare  —  con  legittimo  orgoglio  di  Patria,  per  limi- 
tarmi agli  assenti  —■  que'  strenui  campioni  del  fóro  italiano, 
che  sono  :  il  venerando  professore  Carrara,  Pasquale  Stani- 
slao Mancini,  Pietro  Ellero,  Giuseppe  Ceneri,  Oreste  Regnoli. 
E  avremmo  certo  avuto  auspice  de'  nostri  voti  —  se  la  morte 
non.  r  avesse  rapito  alla  scienza  e  alla  Patria  —  quell' alto 
intelletto  e  nobil  cuore  del  senatore  Music;  il  quale,  combat- 
tuta eloquentemente  in  Senato  la  pena  di  morte,  ne  uscì 
dicendo  :  <  questo  fu  il  mio  testamento  politico  :  la  censura 
delle  leggi  sulla  prostituzione  patentata  sarà  il  mio  testa- 
mento morale.  > 

Ben  mi  rattrista  l'assenza  da  questo  secondo  Congresso 
della  nostra  Federazione,  del  nobile  amico  che  presiedette, 
in  Ginevra,  il  primo  Convegno  della  medesima  e  che  tanto 
ha  operato  ed  opera  a  prò  della  Causa  per  la  quale  egli  e 

*  Dal  Dovere  del  3  ottobre  '80. 


54  DISCORSO  INAUGURALE 

noi  combattiamo  —  Giacomo  Stansfeld.  —  Mentre  il  suo  in- 
tervento in  questa  solenne  riunione  avrebbe  dato  efficace 
aiuto  ai  nostri  lavori,  io  personalmente  n'avrei  tratto  con- 
forto all'ufficio  di  che  voleste  onorarmi;  nel  quale,  senza  il 
suo  concorso,  a  me  non  resta  che  fare  assegnamento  sulla 
vostra  indulgenza.  Gli  siano,  queste  mie  parole,  sincera  te- 
stimonianza della  considerazione  e  dell'affetto  ch'io  gli  pro- 
fesso, e  che  gli  professano  con  me,  nella  patria  di  Giuseppe 
Mazzini,  quanti  conoscono  le  sue  virtù  e  il  vincolo  di  fedele 
amicizia  che  lo  strinse  al  Grande  Italiano,  ne'  giorni  delle 
lontane  speranze  e  delle  magnanime  prove. 

Ed  ora  è  mio  primo  obbligo  di  rendervi  grazie,  o  Signore 
e  Signori,  in  nome  de' miei  compatrioti  e  mio,  dell'avere  voi 
scelto  per  sede  del  vostro  secondo  Congresso  una  città  d'Ita- 
lia —  e  segnatamente  Genova  :  la  quale,  per  la  universalità 
del  pensiero  che  ispirò,  sotto  diversi  aspetti,  due  Grandi  suoi 
figli,  è  degna  stanza  di  un  Comizio  in  cui  convengono,  da 
ogni  parte  del  mondo  civile,  spiriti  devoti  ad  una  Causa  che 
concerne  l'Umanità  tutta  quanta. 

E  invero  di  qui  Colombo  divinò  le  vie  sulle  quali  la  Ci- 
viltà del  vecchio  mondo  doveva,  dietro  il  corso  del  sole,  va- 
licare l'Atlantico  e  compiere,  ringiovanendosi,  il  giro  del 
globo  :  —  di  qui  Mazzini  presentì  la  emancipazione  della 
Patria  italiana  e  delle  Nazioni  oppresse  d'Europa;  e  pre- 
conizzò i  fraterni  legami  che  tutte  le  uniranno  un  giorno 
nel  seno  di  una  più  vasta  e  più  santa  associazione  del  ge-r 
nere  umano,  immune  dagli  egoismi  che  oggi  dividono  una 
gente  dall'  altra  —  il  ricco  dal  povero,  1'  Uomo  dalla  Donna 
—  sotto  il  cieco  impero  della  legge  del  più  forte.  Di  qui  per- 
tanto, come  da  punto  augurale  di  più  sereni  orizzonti,  ci  sia 
lecito  trarre  gli  auspici  di  tempi  più  avventurosi  per  la  no- 
stra specie.  Ed  io  vo  lieto  che  questa  illustre  città  abbia 
mostrato,  per  mezzo  de'  suoi  magistrati,  d' intendere  tutta 
r  importanza  morale  ed  umana  dell'  assunto  nostro  ;  e  mi  fo 
interprete  de'  vostri  sensi,  ringraziandoli  delle  nobili  parole 
con  le  quali  risposero  ai  nostri  voti. 

Altro  mio  grato  dovere,  o  compatrioti  miei,  è  di  presen- 
tarvi con  riverente  affetto,  nella  gentile  che  mi  siede  accanto, 
colei  che  fu  prima  motrice,  in  questa  nostra  età  lenta  alle 
lotte  pel  Bene,  della  Santa  Crociata  contro  la  servitù  legale 
della  donna  al  pubblico  vizio.  —  Sono  oggi  ventisette  anni 


AL  CONGRESSO  DELLA  FEDERAZIONE  BRITANNICA.      55 

eh'  io,  proscritto  dalla  terra  natia,  ebbi  dalla  fortuna  il  pri- 
vilegio d' incontrarla  la  prima  volta  in  Oxford  —  sposa  e 
madre  esemplare  nel  modesto  ritiro  della  vita  privata:  né 
venne  mai  meno  in  me,  con  la  memoria  de'  pregi  suoi  e 
del  suo  degno  consorte,  la  gratitudine  dell'animo  mio  per 
le  ospitali  accoglienze  di  che  mi  furono,  ne'  giorni  del  mio 
esflio,  squisitamente  cortesi.  Mutarono  i  casi,  passò  gran 
tempo  ;  ed  oggi  è  mia  ventura  ed  onore  risalutare  in  questo 
luogo,  sulla  madre  terra  d' Italia,  dinanzi  a  voi  miei  compagni 
di  Patria,  questa  nobilissima  che,  di  solinga  custode  della  san- 
tità del  focolare  domestico,  s' è  fatta  nel  cospetto  del  mondo 
austera  e  strenua  vendicatrice  della  dignità  del  suo  sesso. 

Qual  forza  irresistibile  la  trasse,  timida  e  repugnante  da 
principio,  dai  penetrali  della  famiglia  sull'arena  della  pub- 
blicità, senz'  altra  compagnia  da  quella  infuori  della  buona 
coscienza  ?  Chi  le  diede  il  coraggio  di  affrontare  i  pregiudizi, 
i  sarcasmi,  il  falso  pudore  di  una  società  che  consacra  se- 
greti altari  alla  dissolutezza  e  si  scandalizza  dell'aperta  pro- 
testa contro  la  propria  contaminazione  ?  Quale  virtù  venne 
affratellando  intorno  ad  essa  tante  anime  elette  d'ogni  na-. 
zione  —  uomini  e  donne  che  s' inalzano,  per  ingegno  e  bontà, 
stdla  schiera  volgare  —  e  di  cui  vedete  accolti  il  fiore  in 
questa  grande  adunanza,  che  può  dirsi  un  vero  Comizio  del- 
l'intima  coscienza  della  Umanità  contro  la  negazione  della 
Legge  morale  ? 

Quale  forza,  quale  virtù,  o  cittadini?  La  forza  del  Vero 
che  illumina  l'intelletto  ;  del  Bene  che  infiamma  la  volontà; 
del  Dovere  che  impone  la  sua  legge  all'  opera  della  vita  :  — 
la  virtù  dell'  elemento  divino,  immortale  che  è  in  noi  —  nella 
Donna  come  nell'Uomo  —  il  quale  ci  avverte  che  «  non  siam 
nati  a  viver  come  bruti  >  ;  —  che  possiamo  e  quindi  dobbiamo 
sottoporre  alla  ragióne  le  nostre  passioni  ;  e  che  la  differenza 
del  sesso  non  costituisce  differenza  di  titoli  alla  inviolabilità 
della  persona  umana,  virtualmente  sacra  in  entrambi. 

Questa  la  potenza  che  incuorò  Giuseppina  Butler  e  le  sue 
sorelle  di  fede  a  intimar  guerra  alla  più  tunpe  delle  schia- 
vitù :  quella  che  profana,  nel  corpo  della  donna,  le  sorgenti 
stesse  della  vita  dell'Umanità;  e  all'errore  che  sancisce  tale 
schiavitù,  proclamando  il  vizio  una  necessità  della  natura 
umana,  e  costituendo  lo  Stato  ministro  della  prostituzione  e 
tutore  del  libertinaggio. 


56  DISCORSO  INAUGURALE 

Senonchè  importa,  o  compatrioti  miei,  che  voi  compren- 
diate, nella  loro  razionale  e  pratica  entità,  i  veri  termini  del 
problema  che  la  Federazione  Britannica  Continentale  propone 
a  sé  stessa.   Non  è  sua  pretesa  ir  fare  miracoli.  Essa  non 
ignora  la  vastità  e  la  diuturnità  di  una  piaga  le  cui  origini 
risalgono  alla  selvatichezza  de'  primitivi  consorzi  umani  ;  e 
che,  mettendo  radice  nella  parte  inferiore  dell'  esser  nostro, 
riceve  incentivo  e  alimento  da  triste  condizioni  sociali  e  da 
perversità  d'inveterato  costume.  Essa  non  si  dà  ad  inten- 
dere che  questo  immenso  male  possa  estirparsi  d'un  tratto 
dal   seno   delle  imperfezioni   e   delle   miserie  umane.   Solo 
l'azione  collettiva  di  tutte  le  forze  educatrici  dell'Umanità, 
nel  tempo,  coadiuvate  da  un  più  equo   assetto  dell'  ordine 
politico  ed  economico  degli  Stati,  potrà  ridurlo  ne' limiti  di 
un  eccezionale  pervertimento  delle  passioni.   Spetta  nondi- 
meno alla  virtù  de'  migliori,  d' una  in  altra  generazione,  il 
sospingere  con  assidui  conati,  contro  la  fiumana  delle  corrut- 
tele umane,  l'arca  sacra  della  salvezza  e  della  nobiltà  della 
nostra  specie  :  e  di  questi  conati  del  senso  morale  —  che, 
.confortato  dalla  conoscenza  del  Vero  e  dalla  coscienza  del 
Giusto,  è  guida  alla  marcia  de'  Popoli  verso  le  mète  supreme 
della   civiltà  -—  la   Federazione   Britannica   Continentale  dà 
all'  età  nostra  uno  de'  più  nobili  e  fecondi  esempì.  Imperoc- 
ché questa  lega  provvidenziale  —  che,  sorta,.or  sono  appena 
cinque  anni,  da  piccoli  inizi,  abbraccia  ormai  tutto  il  mondo 
civile,  e  penetra  colle  sue  dottrine  ne'  Consigli  delle  Nazioni 
—  rivolge  appunto  la  sua  mira  a  tutti  gli  estremi  del  gra- 
vissimo tema  ;  sottoponendo  ad  accurate  indagini  e  ad  alti 
intendimenti  di  critica  riformatrice  i  fatti  e  gli  istituti  della 
società  contemporanea,  in  quanto  si  scostano  dalle  ragioni 
della  moralità,  della  equità  e  della  inviolabilità  della  per- 
sona umana.  —  Perchè,  a  chi  voglia  scoprire  le  riposte  fonti 
de'  mali  che  la  infestano  e  di  quelli  ancor  più  gravi  che  la 
minacciano,  incombe  il  triste  compito  di  scrutare  i  moventi 
dello  scadimento  morale  e  dei  delitti  dell'  età  nostra,  nel  di- 
sequilibrio deile  condizioni  economiche  fra  le  diverse  classi 
sociali;  nelle  ingiuste  relazioni  fra  capitale  e  lavoro;  nel- 
l'impero di  una  cupida  speculazione,  sciolta  da  ogni  freno 
di  ragion  pubblica;  nel  concentramento  conseguente  d'in- 
genti e  nondimeno  effimere  ricchezze  in  poche  mani,  da  un 
lato  ;  e  nello  estendersi  rapido  di  una  vasta  colluvie  di  prò- 


MANIFESTO  ALLA  DEMOCRAZIA  FRANCESE.  73 

Noi  non  evochiamo  l'antico  ricordo  ad  ammonimento  di 
futuri  eventi  possibili. 

I  progressi  della  civiltà  hanno  chiuso  per  sempre  la  scena 
della  Storia  alle  ripetizioni  delle  catastrofi  dell'antica  tragedia 
umana. 

II  grido  di  Catone  il  vecchio  non  ha  più  senso  ai  dì  no- 
stri. Né  compito  dell'Italia  futura  è,  per  nostro  avviso,  il  fare 
appello,  nelle  questioni  di  diritto  internazionale,  anzi  che  alla 
ragione,  alla  violenza.  Non  perchè  a  noi  manchi  fede  nelle 
forze  ch'essa,  provocata  alla  lotta,  potrebbe  suscitare  dal  pro- 
prio seno;  ma  perchè,  al  di  sopra  degli  errori  dei  Governi, 
stanno  principi  e  doveri,  che  la  Patria  nostra  e  tutte  le  Na- 
zioni civili  devono  osservare  scambievolmente  fra  loro,  stanno 
prospettive  d'avvenire  a  cui,  più  che  la  tolleranza  longanime 
dinanzi  ad  un  arbitrio  inconsulto,  farebbe  ostacolo  funesto  la 
empietà  di  una  guerra  fraterna.  Noi  crediamo  con  Voi,  o  Si- 
gnore, essere  legge  dell'epoca  in  cui  viviamo,  che  all'isola- 
mento selvaggio  degli  Stati  succeda  l'associazione  civile,  al- 
l'assoluta facoltà  di  usare  ed  abusare  del  loro  potere  sottentri 
il  mutuo  freno  della  ragion  comune,  all'anarchia  internazio- 
nale dell'oggi  un  vero  diritto  delle  genti,  che  guidi  le  Na- 
zioni a  quella  colleganza  che  Voi  avete  preconizzata,  e  che 
sola  può  condurle  a  svolgere  tutta  la  potenza  delle  loro  ca- 
pacità intellettuali  ed  economiche  sopra  una  base  incrollabile, 
perchè  rispondente  al  meccanismo  della  natura  e  ai  postulati 
della  morale  e  della  giustizia  a  un  tempo.  E  la  Francia,  l'In- 
ghilterra, l'Italia,  come  antesignane  delle  genti  europee  sul 
cammino  della  libertà,  sono  chiamate  per  prime  ad  iniziare 
il  giusto  patto,  VcBquum  foedus,  dei  tempi  nuovi.  È  questo  il 
decreto  della  Storia  :  questo  il  grido  dei  Popoli  :  stolti  e  par- 
ricidi i  Governi  che  vi  fanno  contrasto,  e  alle  vie  della  giu- 
stizia preferiscono  quelle  della  barbarie. 

E  dove  è  maggiore  la  libertà  ivi  è  maggiore  il  dovere. 
La  Repubblica  ne  ha  quindi  più  grave  e  insieme  più  insigne 
il  carico.  Se  non  lo  assume  con  mano  felice  e  pura,  essa 
tradisce  sé  stessa,  e  non  è  che  una  larva  che  maschera  il 
dispotismo. 

Ma  le  menzogne  non  durano.  E  mentre  l'Italia  andrà  pur- 
gando le  proprie  e  sciogliendosi  da  un  sistema  di  governo  che 
la  compromette  e  la  umilia  ad  un  tempo,  la  Francia  —  ne  siamo 
convinti  —  la  Francia  vera,  la  Francia  del  Popolo,  saprà  far 
xu.  *  6 


5^^iii;b^pwPìHP!I        -^ 


74  MANIFESTO  ALLA  DEMOCRAZIA  FRANCESE. 

SÌ  che  l'ideale  repubblicano  torni  a  risplendere  di  tutta  la  sua 
luce  sulla  coscienza  dell'Umanità. 

Allora  le  due  Nazioni  —  libere,  eguali,  degne  l' una  del- 
l'altra —  si  troveranno  indissolubilmente  congiunte  sulla  gran 
via  dell'umano  progresso.  Con  questi  voti,  che  sono  anche  i 
vostri,  0  Signore,  pieni  di  fede  nell'avvenire  de'  Pòpoli,  noi  vi 
mandiamo  un  fraterno  saluto. 

Firenze,  15  maggio  1881. 

Agostino  Bertani  —  Alessandro  Ca- 
stellani —  Giovanni  Bovio  —  Lemmi 
I  Adriano  —  Aurelio  Saffi  —  Fede- 

!  RICO  Campanella  —  Alberto  Mario. 


75 
AL  CONGRESSO  DELLA  PACE  IN  GINEVRA.^ 


Forlì  (Romagna),  22  settembre  1881. 

Egregio  e  carissimo  Collega,  * 

Impedito  da  impegni  obbligatori  di  allontanarmi,  anche 
per  breve  assenza,  dal  paese,  mi  è  impossibile  di  assistere 
alla  Conferenza  della  nostra  Lega  a  Ginevra. 

Sarò  con  Voi  in  ispirito  e  mi  associo  in  anticipazione  alle 
risoluzioni  che  sarete  per  prendere,  perchè  conosco  i  principi 
e  i  voti  sui  quali  saranno  basate;  questi  principi  e  questi 
voti  sono  i  miei  come  sono  i  vostri. 

Ho  fede  nella  Repubblica  ;  cioè  nella  libertà,  nella  giusti- 
zia, nell'Avvenire.  , 

Se  la  Repubblica  dovesse  divenire  la  superstizione  e  la 
dittatura  all'  interno,  la  guerra  e  la  conquista  all'estero,  essa 
cadrebbe. 

Ora,  questa  decadenza  è  impossibile,  perchè  la  Repub- 
blica è  il  portato  della  civiltà  —  cioè;  di  tutte  le  forze  vive 
che  la  ragione,  la  scienza  e  il  lavoro  svolgono  nella  società 
moderna. 

Queste  forze  sono  espansive  e  s'intrecciano  con  mille  le- 
gami indissolubili  con  forze  uguali  presso  tutti  1  Popoli  che 
camminano  sulla  via  del  progresso. 

La  Bepubblica  non  morrà.  Al  contrario,  essa  è  destinata 
a  diffondersi  :  prova  ne  sia  che  in  Francia,  dov'essa  esiste  di 
fatto,  il  suo  trionfo  va  assodandosi  ogni  giorno  più. 

Le  ultime  elezioni  ne  fanno  splendida  testimonianza;  do- 
vunque altrove  la  tendenza,  del  pensiero  e  dell'azione  sociale 
dei  Popoli,  che  si  sollevano  al  disopra  della  condizione  di 
schiavi  rassegnati,  è  decisamente  repubblicana. 

n  principio  dinastico  non  ha  più  radici  nella  coscienza 
delle  moltitudini.  La  monarchia  costituzionale  non  è  che  una 

*  Bai  Dovere  del  2  ottobre  *81. 


'^^m 


7G  AL  CONGRESSO  DELLA  PACE  IN  GINEVBA. 

forma  transitoria,  che  racchiude  in  seno  il  self-government 
dei  Popoli  già  maturi  per  la  libertà. 

Il  self-government  dei  Popoli  è  la  salvaguardia  degl'inte- 
ressi pacifici,  della  giustizia  internazionale,  della  solidarietà 
umana. 

In  presenza  di  questo  gran  moto  della  vita  europea,  io 
non  temo  gli  attentati  della  vecchia  politica  degl'imperatori 
e  dei  re.  Né  le  loro  leghe  né  le  loro  ambizioni  ormai  non 
potranno  primeggiare  sui  destini  delle  Nazioni.  Le  mene  delle 
vecchie  Corti,  per  isfruttare  gli  errori  dei  Popoli  liberi  e  inal- 
berare il  vessillo  di  una  guerra  intestina  fra  questi  a  profitto 
del  loro  potere,  non  riusciranno. 

V'ha  una  forza  che  domina  questi  errori  e  le  passioni  del 
momento  che  possono  alimentarli:  la  forza  dell'opinione  intel- 
ligente, la  coscienza  dei  veri  interessi  delle  Nazioni  nei  loro 
rapporti  scambievoli. 

Così  —  se  io  non  m'inganno  —  la  vostra  protesta  contro 
l'occupazione  militare  della  Tunisia  raggiungerà  lo  scopo. 

La  colonizzazione  per  mezzo  della  conquista  —  antico  si- 
stema monarchico  —  è  condannata  dalla  ragione  e  dalla  espe- 
rienza ad  un  tempo,  sotto  il  duplice  aspetto  della  giustizia 
e  dell'economia.  Essa  intisichisce,  prostra  gli  spodestati,  e 
rovina  i  conquistatori. 

Non  v'è  che  una  sola  via  legittima  di  colonizzazione:  la 
colonizzazione  per  mezzo  del  lavoro  e  rispettando  i  diritti 
degl'indigeni,  la  libertà  dell'industria  e  del  commercio  per 
tutti  e  a  prò  di  tutti. 

Egli  è  soltanto  su  questa  via  che  le  Nazioni  marittime 
del  Mediterraneo  sono  chiamate  a  svolgere  la  loro  attività 
produttiva  per  mezzo  di  una  cooperazione  feconda. 

Ripetere  fra  loro,  sopra  più  vasta  scala,  lo  spettacolo  dato 
nel  medio-evo  dalle  repubbliche  di  Pisa,  di  Genova  e  di  Ve- 
nezia, sarebbe  non  solo  un  delitto,  ma  la  negazione  d'ogni 
progresso,  la  caduta  della  libertà,  la  via  aperta  ad  una  nuova 
invasione  di  Barbari. 

Fortunatamente,  interessi^  costumi,  legami  sociali,  sviluppo 
intellettuale  e  morale,  equilibrio  di  forze  —  tutto  tende  a  pre- 
venire un  tale  risultato. 

L'avvenire  dei  Popoli  e  navigatori  e  commercianti  del- 
l'Europa occidentale  porta  nel  seno  il  fausto  presagio  della 
pace,  degli  arbitrati  della  giustizia  internazionale,  ed  even- 


AL  CONGRESSO  DELLA  PACE  IN  GINEVRA.  77 

tualmente  d'un  cegimm  foedus  perpetuo,  che  praticamente  tra- 
durrà nel  loro  diritto  pubblico  la  grande  formola  dei  vo- 
stri padri: 

Libertà  —  Eguaglianza  —  Fratellanza. 

Tocca  al  vessillo  repubblicano  di  farsi  precursore  di  questa 
grande  e  vera  politica  della  Pace  per  la  Giustizia  e  la  Libertà. 

Quando,  nel  1870,  voi  inalberaste  questa  bandiera  purifi- 
cata dalle  sciagure,  sulle  rovine  del  secondo  Impero,  la  De- 
mocrazia italiana  vi  rivolgeva  una  parola  di  speranza  che 
oggi  amo  ripetere;  perchè,  dopo  tutto,  non  rinunzierò  mai 
in  vita  mia.  alla  speranza  nel  trionfo  del  Giusto  e  del  Vero. 

<  Noi  salutiamo  >  —  dicemmo  allora—  <  con  profonda  fidu- 
cia il  vessillo  che  primi-  avete  inalzato  a  guida  dell'avvenire. 
Noi  lo  salutiamo  non  soltanto  perchè  promette  la  vera  li- 
bertà, l'educazione  del  popolo,  la  giustizia  per  tutti,  la  coope- 
razione e  la  rappresentanza  sincera  di  tutti  neiramministra- 
zione  della  cosa  pubblica^  ma  altresì  perchè  è  il  vessillo  della 
pace  e  dei  doveri  internazionali  ;  perchè  porta  neUe  sue  pieghe 
il  testo  del  nuovo  Diritto  pubblico  europeo  :  —  inviolabilità  di 
tutte  le  Patrie  nei  limiti  tracciati  dalla  natura,  dalla  Storia  e 
dall'idea  di  un'azione  comune  a  tutti  i  suoi  figli;  inviolabilità 
del  diritto  inerente  alla  vita  stessa  di  ogni  Nazione,  diritto  di 
costituirsi  dentro  i  propri  confini  così  liberamente  come  i  suoi 
bisogni  e  lo  scopo  della  sua  esistenza  richieggono  ;  inviolabilità 
della  coscienza  e  della  persona  umana  ;  associazione  dei  Popoli 
liberi  per  la  difesa  dei  loro  comuni  interessi  e  per  l'esercizio 
dei  loro  doveri  reciproci  :  adozione  di  un  patto  federativo  per- 
manente fra  gli  Stati  d'Europa,  tosto  che  l'estensione  e  l'edu- 
cazione della  libertà  avranno  reso  possibile  questo  scopo  su- 
premo dell'incivilimento  progressivo. 

>  E  noi  Italiani  salutiamo  con  affetto  speciale  la  vostra 
bandiera  come  una  promessa  di  buon  vicinato  tra  la  vostra 
Patria  e  la  nostra;  come  simbolo  delle  vicende  comuni  nel 
passato,  dei  doveri  e  destini  comuni  nell'avvenire  ;  come  gua- 
rentigia di  libertà  solidamente  fondata  sopra  la  giustizia  e  le 
leggi  civili,  fortificata  da  istituzioni  tali  da  difenderla  contro 
l'anarchia  e  contro  il  despotismo.  > 

Risponderà  il  Popolo  francese  con  la  Repubblica  a  questi 
principi,  a  questi  voti?  Noi  lo  speriamo,  noi  ce  lo  auguriamo 
di  tutto  cuore. 


78  AL  CONGRESSO  DELLA  PACE  IN  GINEVRA. 

Da  questo  dipende  il  trionfo  della  giustizia  sulla  forza/ 
della  libertà  sul  despotismo,  della  civiltà  sulla  barbarie,  in 
tutta  l'Europa. 

Credetemi,  caro  Presidente, 


vostro 
A.  Saffi. 


All'onorevole  Presidente 
della  Lega  internazionale  della  Pace 
e  della  Libertà.* 

*  Charles  Lemonnier. 


79 


CONTRO  L'ALLEANZA  AUSTRIACA. 

LETTERA   AL   CIRCOLO    «  G.  MAZZINI»    DI   FORLÌ. 


Forlì,  31  ottobre  1881. 

Amici, 

Il  Comitato  per  l'Italia  Irredenta,  il  vostro  Circolo  ed 
altri  Sodalizi  non  immemori  delle  tradizioni  del  patriotismo 
italiano  —  raccogliendo  le  voci  della  miglior  parte  della  Na- 
zione, gli  ammonimenti  rivolti  ai  Repubblicani  di  Francia 
dalla  nostra  Democrazia,  e  la  protesta  che  sorge  spontanea 
contro  l'Alleanza  austriaca  da  quanti  hanno  senso  di  ciò  che 
la  Patria  nostra  deve  a  sé  stessa  e  ad  altrui  —  hanno  indi- 
rizzato al  Paese  nobili  e  schiette  parole. 

Esce  da  quelle  parole  un  gran  Vero  —  ed  è:  che  non  è 
isolato  moralmente  quel  Popolo  che  rappresenta,  nella  propria 
Causa,  la  Giustizia  e  il  Diritto  per  tutti;  e  noi  sarebbe  jpoK- 
ticamente,  se  i  reggitori  delle  nostre  sorti  avessero  coscienza 
degli  uffici  ch'esso  è  chiamato  ad  esercitare  in  Europa,  e  ani- 
moso proposito  di  conformarvi  la  sua  azione  esteriore. 

Non  è  isolato  moralmente  un  Popolo  il  quale,  in  virtù 
de' principi  sui  quali  si  fonda  la  sua  esistenza  nazionale,  ha 
in  mano  V iniziativa  dell'avvenire;  che,  dove  si  mantenga  fe- 
dele a  que' principi  negli  atti  della  sua  vita  politica,  è  certo 
di  avere  alleati  —  nelle  crisi  che  i  tempi  preparano  —  quanti 
Popoli  aspirano  a  rivendicare  i  titoli  della  loro  personalità 
contro  il  fatto  artificiale  e  violento  dell'arbitrio  dinastico  e 
della  conquista;  quanti  Stati  minori,  già  costituiti  su  base 
legittima  entro  giusti  confini,  tendono  ad  associarsi  fra  loro 
per  la  comune  sicurezza. 

Non  è  isolato  un  Popolo  che  —  nella  Triade  delle  Penisole 
che  stendono  le  loro  prode  sul  Mediterraneo,  lungo  la  grande 
via  delle  comunicazioni  con  l'Oriente,  gloriosamente  nota 
a'  suoi  Padri  —  può  farsi  mezzo  armonioso  di  feconde  Leghe 
marittime  fra  le  medesime;  che,  mercè  antiche  relazioni  rav- 
vivate da  moderni  risorgimenti,  ha  per  fratelli  —  più  che  al- 
leati —  EUeni  da  un  lato,  Ispani  dall'altro  ;  e,  amici  naturali 


80  CONTRO  l'alleanza  AUSTEIACA. 

di  là  dai  primi,  gli  Slavi  del  Sud  ;  e,  più  oltre,  Boemi  e  Po- 
lacchi; nutrice  di  simpatie  intellettuali,  morali  e  politiche 
per  esso,  di  là  dai  secondi,  e  disposta  a  favorirne  gl'incre- 
iiienti  per  ragioni  di  civiltà,  di  commerci,  d'equilibrio  di  forze 
marittime,  la  Gran  Bretagna  :  —  un  Popolo  che  guarda  dal- 
l'Alpi al  dissidio  tra  Francia  e  Germania;  ed  è  forse  desti- 
nato a  comporre  un  giorno  —  afbitro  civile  —  le  rivali  pretese 
(Ielle  due  stirpi  sul  Reno. 

Non  è  isolata  moralmente  una  Contrada  che  porta  inciso 
sulle  tombe  dei  suoi  Martiri  —  di  que' Martiri  che  voi  e  noi 
tutti,  di  presenza  o  in  ispiri to,  onoreremo  di  pietoso  omag- 
gio, riconoscenti  e  devoti,  dopo  dimani  —  il  Verbo  della  mente 
civile  de' tempi:  Inviolabilità  del  Pensiero  e  della  Coscienza; 
Reintegrazione  delle  Patrie  Nazionali;  equa  colleganza  —  per 
mutui  rapporti  d'utilità  e  giustizia  —  fra  tutte;  Libertà  ed 
Associazione  insieme  congiunte  nell'opera  della  universale 
Civiltà. 

Non  è  isolata,  infine,  una  Contrada  che,  nell'organismo 
della  sua  vita  economica,  negli  ordini  popolari  de' suoi  Co- 
muni e  delle  sue  Società  operaie,  nelle  tradizioni  assimila- 
trici  della  sua  vita  civile,  darà  — forse  prima  all'Europa  — 
un  esempio  fecondo  di  pacifica  progressiva  unificazione  de'ceti, 
in  un  comune  assetto  d'equa  convivenza  sociale. 

E  nondimeno,  il  Governo  e  i  fautori  della  sua  politica 
parlano  d'isolamento;  e  ne  traggono  pretesto  a  giustificare 
la  trista  alleanza,  oggi  conclusa,  con  l'antica  avversaria,  di- 
menticando gli  strazi  del  passato,  i  patiboli  de' nostri  migliori, 
gli  oltraggi  recenti  ;  disconoscendo  gli  obblighi  che  ci  strin- 
gono ai  fratelli  ancora  soggetti  al  suo  dominio  ;  rinunziando 
virtualmente  —  se  non  per  patto  espresso  —  al  nostro  diritto 
e  al  nostro  dovere  a  un  tempo  ;  e  dando  pegno  di  connivenza 
in  tutte  le  iniquità  ond'essa  compose  e  tenta  ampliare,  su 
brani  di  genti  disfatte,  la  discorde  unità  del  suo  Impero. 

Certo,  il  sistema  che  creò  l' Italia  officiale  —  che  rassegnò 
l'opera  iniziatrice  del  nostro  risorgimento  alla  dittatura  d' un 
despota  straniero;  che,  senza  fede  nella  vita  della  Nazione, 
senza  intuizione  delle  tendenze  dei  tempi,  senza  concetto  di 
Ragion  propria,  segue  l'ombra  del  passato,  anziché  i  presagì 
dell'avvenire,  e  non  si  sente  sicuro  se  non  s'appoggia  alla 
Forza  altrui  —  era  ed  è  minacciato  d' isolamento  in  Europa. 
Ma,  d'onde  la  cagione,  se  non  dalla  sua  stessa  natura? 


CONTRO  L'ALLEANZA  AUSTRIACA.  81 

Sarebbe  stata  impotente  l'Italia  nel  Congresso  di  Berlino, 
se  retta  da  un  Governo  capace  di  tenere  alta  la  Bandiera 
della  sua  Dignità  e  del  suo  Diritto,  in  mezzo  ai  raggiri  della 
Diplomazia  europea?  Sarebbe  stata  sóla,  di  fronte  al  peri- 
colo della  Tunisiade,  se  avesse  osato  prevenire  con  un  con- 
tegno dignitoso  e  forte,  in  nome  della  comune  Giustizia  e 
de'comuni  interessi,  l'inganno  francese  ?  Avrebbe  la  falsa  Re- 
pubblica de' nostri  vicini  insolentito  con  l'Italia,  se  l'Italia  le 
avesse  insegnato  altro  governo  verso  di  lei  —  primeggiando 
sovr'essa,  per  virtù  di  consigli  e  d'opere,  e  incutendole  con 
l'esempio  il  rispetto  che  impongono  la  rettitudine,  l'onestà, 
la  magnanimità  degl'intendimenti  e  de' fatti? 

E  come  provvede  al  proprio  isolamento  il  sistema? 
•  Abdicando  sulla  frontiera  orientale,  come  abdicò  —  sin  dal 
suo  primo  frammettersi  alla  vita  della  Patria  nascente  — 
sulla  frontiera  occidentale  il  diritto  e  l'onore  della  Nazione, 
riparando  la  propria  inanità  sotto  il  patrocinio  di  una  Po- 
tenza usurpatrice  di  terre  nostre,  emulatrice  delle  nostre 
operosità  nell'Adriatico  e  necessariamente  ostile  all'idea  della 
Nazionalità,  che  è  il  fondamento  del  nostro  Diritto  pubblico 
dinanzi  al  mondo  civile. 

Or  questa  non  è  --  che  che  vadano  sofisticando  i  panegiri- 
sti della  politica  aulica  che  ci  governa  —  alleanza  di  Popoli, 
ma  di  Monarchi:  spettro  d'una  santa  Alleanza  postuma,  ve- 
stita di  liberali  parvenze  ;  alla  quale  l'età  che  sorge  non  con- 
sente forza  vitale,  e  che  la  Democrazia  italiana  disdice  e 
respinge  da  sé,  come  cosa  non  sua,  perchè  —  al  pari  del  si- 
stema —  la  Patria  nostra  non  rimanga  davvero  sola  e  divisa 
da  quanto,  in  Europa,  vive,  respira  ed  inoltra  sul  cammino 
della  Libertà  e  del  Progresso. 

A.  Saffi. 


L 


82 


A  ERNESTO  NATHAN. 


Bologna»  25  dicembre  1881. 

Egregio  Amico, 

Ho  io  bisogno  di  dirvi  che  mi  associo  con  tutto  l'animo 
al  vostro  assunto,  e  applaudo  di  cuore  alla  pubblicazione  da 
voi  annunciata,  come  ad  opera  feconda  di  educazione  sociale, 
intesa  a  tradurre  nella  pratica  della  vita  il  culto  de'  principi 
pe'  quali  combatte  la  Federazione  Britannica  Continentale  ? 

Voi  conoscete  i  miei  convincimenti* sul  gravissimo  tema. 
Essi  s' accordano  in  tutto  coi  vostri  :  né  qui  m'  è  d' uopo  ri- 
petere le  ragioni  sulle  quali  si  fondano. —  Il  programma 
stesso  da  voi  prefisso  al  Periodico  le  riepiloga  ;  e  i  fatti,  le 
statistiche,  gli  argomenti,  di  cui  questo  si  farà  raccoglitore 
ed  interprete,  varranno  —  spero  —  a  renderli  sempre  più  evi- 
denti alla  coscienza  dell'universale. 

Mi  basti  r  insistere  su  questo  :  che  il  maleficio,  sul  quale 
il  compianto  vostro  fratello  chiamò,  primo,  1'  attenzione  de- 
gl'  Italiani  —  concentrando  nella  lotta,  diretta  a  sopprimerlo, 
tutte  le  nobili  facoltà  di  un'  anima  devota  al  Bene  —  ha 
stretta  attinenza  qgn  ogni  parte  della  vita  civile  :  vulnera  e 
perverte,  sotto  sanzioni  legali,  i  rapporti  fra  i  due  sessi,  la 
Famiglia,  lo  Stato,  la  tempra  morale  e  fisica  d' intere  gene- 
razioni condannate  ad  inevitabile  decadimento,  se  non  sorga, 
a  redimerle  e  a  riformarne  gl'istituti  e  i  costumi,  una  ele- 
vata e  più  forte  coscienza  della  dignità  dell'  umana  natura 
—  neir  uomo  e  nella  donna  ad  un  tempo. 

Vostro  devotissimo 
A.  Saffi. 


83 


ALL'ONOR.  PRESIDENTE 
DELLA  «SOCIETÀ  ATEA>  IN  VENEZIA. 


Lettera  Prima.* 

Bologna,  24  febbraio  1880. 

Onorevole  Signore, 

La  nomina  eh'  Ella  mi  partecipa  di  socio  onorario  di  co- 
desta Società,  si  fonda  evidentemente  sopra  un  equivoco,  s'io 
bene  argomento  —  dal  titolo  della  medesima  —  il  suo  concetto 
fondamentale. 

Mentirei  a  me  stesso,  a  Lei  e  all'  universale,  se  —  mentre 
la  ringrazio  delle  gentili  espressioni  della  sua  lettera  —  non 
dissipassi  in  pari  tempo  V  errore. 

Militai  sempre,  secondo  le  mie  deboli  forze,  nel  campo 
della  Libertà,  del  Diritto  dei  Popoli  e  del  Progresso  della 
Umanità  ;  e,  nella  lotta  per  le  condizioni  esteriori  della  Li- 
bertà, del  Diritto  e  del  Progresso  umano,  non  ho  mai  rifiu- 
tato né  rifiuto  concorso,  per  diversità  di  credenze,  con  guanti 
la  sostengono. 

Ma  tale  concorso  non  implica  confusione  di  principi  in- 
torno alla  natura,  ai  fini,  alla  missione  della  vita;  e,  sotto 
questo  aspetto,  io  non  posso  far  parte  della  Società  Atea, 
a  cui  Ella  presiede. 

Io  credo  in  Dio  —  fonte  perenne  della  ragione  e  della  legge 
delle  cose  universe  —  nell'  ordine  fisico  e  nell'ordine  morale. 

Credo  necessaria,  immutabile  ed  esente  da  miracolo  tal 
legge,  come  la  perfetta  ragione  da  cui  emana;  e  interprete 
progressiva  de'  suoi  modi  e  de'  suoi  intendimenti  la  Umanità, 
per  mezzo  della  scienza  e  della  coscienza.  —  Giudico  riposta 
in  tale  principio  l' unica  base  inconcussa  della  morale  ;  e  re- 
puto vano  schermo  all'  arbitrio  delle  passioni  umane  il  mero 
concetto  della  generale  utilità  del  Bene. 

Credo  all'  autonomia  deìVio  —  alla  facoltà,  insita  in  esso, 
di  eleggere,  di  volere  e  di  operare,  ne'  limiti  dell'  esser  no- 

*  Dal  Dovere  del  29  febbraio  '80. 


84  ALL'ONOR.  PRESIDENTE 

stro,  indipendentemente  da  determinazioni  fatali:  e  credo 
quindi  al  Dovere  e  alla  responsabilità  delle  nostre  azioni. 

Sono  convinto  che  nessuna  analisi  delle  forze  dell'orga- 
nismo possa  ridurre  al  cieco  processo  di  queste  l'attività 
intelligente  e  libera  dello  spirito;  e  che  la  scienza  trascenda 
la  propria  capacità  contestando  i  dati  della  coscienza. 

Credo,  con  Lessing  e  con  Mazzini,  al  progresso,  non  all'  im- 
mobilità del  pensiero  religioso  :  alla  rivelazione  naturale  e  con- 
tinua della  Idea  divina  nell'intelletto  e  nel  senso  umano;  non 
al  dogma  cristiano-cattolico  di  una  rivelazione  sopranaturale 
e  finita,  commessa  al  ministero  di  un  sacerdozio  privilegiato. 

Però  Dio  e  Libertà  sono,  per  me,  termini  inseparabili 
della  natura  stessa  e  dell'  equilibrio  delle  umane  facoltà.  — 
Sorgente  infinita  del  Vero  e  dell'  Ideale,  il  primo  ;  ministra, 
la  seconda,  a  scoprirne  e  ad  attuarne  le  norme  con  l'intel- 
letto, col  sentimento  e  con  l'azione. 

E  Dio  e  Libertà  furono  sempre  e  saranno  l'insegna 
de'  Popoli  che  risorgono  :  —  Dio  senza  Libertà,  o  Libertà 
senza  Dio  —  e  quindi  senza  imperativo  morale  —  viatico  alla 
servitù  dello  spirito  e  del  corpo  sotto  la  tirannide  de' pochi 
0  de'  molti  ;  segnacolo  di  decadenza. 

Ond'  io  —  credente  —  aborro  l'intolleranza  che  osteggia  la 
libertà  e  propugno  la  inviolabilità  assoluta  del  pensiero  e 
della  coscienza  ;  ed  anche  l' inviolabilità  dell'  errore  :  però 
che,  al  saggio  dell'errore,  la  ragione  dell'uomo  si  tempri  alla 
intelligenza  della  Verità  ;  —  e  l' errore  si  vinca  discutendolo, 
non  soffocandolo. 

Pertanto,  io  non  posso  accettare  la  nomina  che  Le  piacque 
offerirmi. 

Per  la  confcradìzion  che  doI  consente. 

Ma  combatterei,  per  quanto  stesse  in  me,  ogni  attentato 
di  Governi  e  d'opinioni  avverse,  contro  la  libera  manifesta- 
zione delle  idee  ch'Ella  rappresenta:  perchè  ho  fede  nel  Vero 
e  nella  virtù  delle  facoltà  date  all'  uomo  per  apprenderne  ed 
esplicarne  le  eterne  armonie. 

Mi  creda  con  sensi  di  stima  e  d'  osservanza 

suo  devotissimo 
Aurelio  Saffi. 


della  <  società  atea  >  in  venezia.  85 

Lettera  Seconda.* 

Bologna,  2  marzo  1880. 

Onorevole  Signore, 

Conforme  al  suo  desiderio,  invio  oggi  stesso  al  Dovere  — 
con  preghiera  d' inserzione  —  la  sua  del  28  febbraio. 

Ciò  eh'  Ella  mi  scrive,  giudicando  contradittoria  ai  prin- 
cipi eh'  io  professo  intorno  alla  libertà  del  pensiero  e  della 
coscienza  la  mia  rinunzia  a  far  parte  di  cotesta  società,  non 
mi  persuade  niente  ;  e  V  esposizione  eh'  Ella  mi  fa  nella 
sua  lettera,  delle  dottrine  della  medesima,  rafferma  il  mio 
rifiuto  dell'  onore  che  mi  fu  proposto. 

Io  non  ho  ricusata  la  nomina  offertami  perchè  dissenta 
da  Lei  nella  questione  di  Libertà  —  posto  eh'  Ella  intenda 
la  Libertà  come  la  intendo  io:  —  Libertà  vera,  cioè,  ed  eguale 
per  tutti,  per  gli  atei  come  per  i  credenti,  pel  Verp  come 
per  l'Errore;  salve  le  ragioni  dell'Onesto,  cui  non  è  permesso 
di  violare,  in  alcun  caso,  mai. 

Ho  ricusato  perchè,  fra  i  miei  convincimenti  sulla  que- 
stione religiosa  e  le  opinioni  della  Società  Atea,  è  contrarietà 
fondamentale,  inconciliabile. 

Ella  compone  ciò  che  chiama  V  Ente  Supremo  di  tutte  le 
brutture  e  le  empietà  di  cui  l' ignoranza,  l' impostura  e  la 
barbarie  contaminarono  i  loro  idoli  ;  e,  combattendo  il  simu- 
lacro immane  di  una  adorazione  superstiziosa,  non  vede  nulla 
al  di  là  di  quello.  —  Io  raccolgo  invece,  dal  senso  interiore 
della  mia  coscienza  e  dalle  manifestazioni  della  Storia  —  che 
è  il  Verbo  della  coscienza  collettiva  dell'Umanità,  —  le  note 
d'un  Ideale  infinito,  da  cui  s'informano,  nel  tempo,  tutti 
gl'Ideali  più  nobili  e  più  santi  del  genere  umano;  e  lo  chiamo 
Dio  col  linguaggio  dei  padri,  parendomi  che  non  metta  conto 
bandire  dall'  uso  comune  u»  vocabolo  perchè  la  superstizione 
e  la  malvagità  degli  uomini  lo  abusarono,  profanando  l'Idea 
di  cui  è  segno. 

La  scuola  eh'  Ella  segue  non  vede  nelle  religioni  che  il 
parto  della  paura  e  1'  opera  dell'  inganno,  fabbricatore  di 

'  Dal  Dovere  del  marzo  '80. 


•  -ri 


86  all'onor.  presidente 

dogmi  assurdi  e  di  catene  servili,  a.  beneficio  di  caste  sacer- 
dotali 0  politiche  :  non  tiene  ragione  se  non  de'  fanatismi 
crudeli  e  dei  delitti  di  cui  sovente  furono  fatte  ministre;  e 
grida  con  Lucrezio  : 

Tantum  religio  potuit  suadere  ntalorum. 

La  scuola  che  seguo  io  riconosce  nelle  medesime  altret- 
tanti simboli  della  educazione  progressiva  del  genere  umano, 
rispondenti  —  d'  epoca  in  epoca,  con  forme  determinate  dal- 
l' intelletto  e  dalla  coscienza  di  ciascun'  epoca  —  all'  intuito 
dato  all'uomo  dell'ordine  dell'Universo  e  della  legge  che  lo 
le^a  a'  suoi  simili.  —  Essa  fonda  nella  natura  propria  delle 
facoltà  che  intuiscono  tale  ordine  e  tal  legge,  la  perennità 
del  sentimento  religioso  ;  estimando  con  egua  lance  i  beni 
e  i  mali  che  lo  accompagnarono  nel  suo  progresso  storico  ; 
e  deduce  da  tale  progresso  che  i  primi  riusciranno  a  preva- 
lere sui  secondi. 

Ella  e  i  suoi  aderenti  recano  a  tal  sentimento  la  prima 
radice  di  tutte  le  degradazioni  umane  :  —  noi  vi  scorgiamo 
la  fonte  viva  delle  più  nobili  ispirazioni  e  de'  più  elevati  in- 
tenti della  vita  ;  l' arcana  potenza  di  fede  e  d'amore  che  con- 
sola e  conforta  gli  oppressi,  sfida  gli  oppressori,  tempra  gli 
animi  generosi  al  forte  patire  e  al  forte  operare;  che  con- 
sacra e  scalda  d' un  alito  d' immortalità  i  vincoli  della  civile 
colleganza  —  Famiglia,  Patria,  Associazione  delle  Patrie  nel 
seno  della  comune  Umanità  ;  — che  inizia  le  divine  armonie 
del  Diritto  col  Dovere,  della  Libertà  coi  fini  morali  della  Vita. 

Ella  guarda  soltanto  alle  forme  caduche  delle  religioni 
positive  che,  consumata  la  loro  missione,  intristendo  muoiono  : 
—  noij  alla  Religione  Ideale  che  sopravive,  eterna,  a  quelle 
forme  e  illumina,  d' età  in  età,  a  guida  delle  moltitudini  nel 
faticoso  cammino  dell'incivilimento  mondiale,  i  più  alti  in- 
telletti e  i  più  nobili  cuori,  le  cime  del  pensiero  e  della  co- 
scienza delle  Nazioni. 

Ella  crede  servire  alla  causa  del  Vero  e  del  Bene  con- 
trapponendo, nel  campo  delle  credenze  religiose,  ai  dogmi 
del  passato,  la  negazione,  il  nulla  :  —  noi,  contrapponendovi 
r  affermazione,  che  sgorga  dal  processo  stesso  della  coscienza 
deir  Umanità  sotto  i  veli  di  quelle  credenze,  di  un  più  alto 
^  più  puro  Ideale. 


DELLA   <  SOCIETÀ  ATEA  >   IN  VENEZIA.  87 

Fra^i  due  sistemi  è  divario  assoluto:  e  però  nella  mia 
rinunzia  non  esiste  incoerenza  alcuna.  Saremmo  bensì  incoe- 
renti da  una  parte  e  dall'  altra,  io  entrando  e  la  Società  Atea 
ricevendomi  —  ospite  profano  —  ne'  suoi  penetrali. 

Mi  creda  con  tutto  il  rispetto 

suo  devotissimo 
Aurelio  Saffi. 


L 


88 


LETTERA  AL  FRATTI 

(Seguito  della  corrispondenza  con  la  Società  Atea.)** 


Bologna,  9  marzo  1880. 

Mio  caro  Fratti, 

Il  barone  Ferdinando  Swift  replica  all'  ultima  mia  con  la 
seguente  lettera,  e  desidera  che  sia  inserita  nel  Dovere.  Certo 
che,  in  omaggio  alla  libertà  del  pensiero  e  della  discussione, 
vorrete  accordarle  ospitalità  nel  Periodico  da  Voi  diretto,  mi 
afiretto  a  rimettervela. 

In  quanto  alle  persecuzioni  sofferte  dallo  Swift  come  ra- 
zionalista, noi  le  condanniamo  senza  riserva,  come  segno  della 
imperfetta  idea  della  libertà  civile  nel  nostro  Paese. 

In  quanto  all'  essenza  della  questione  religiosa,  non  ho 
altro  da  aggiungere  alle  cose  dette  nelle  mie  precedenti;  e 
però  fo  punto.  Osservo  solo  che  l' ignoto  --  a  cui  allude  lo 
Swift  —  s' incarna  perennemente  e  progressivamente  nella  co- 
scienza e  nella  storia  della  Umanità,  piaccia  o  non  piaccia 
agli  Atei  ;  e  che  pertanto  —  anche  posta  da  parte  la  fede  — 
la  scienza  delle  cose  morali  ed  umane,  se  è  vera  scienza,  non 
può  non  tenerne  conto  né  dispensarsi  dallo  studiare  le  ori- 
gini, le  leggi  e  le  tendenze  di  un  fenomeno  a  cui  mettono 
capo  i  più  profondi  problemi  della  vita  interiore  e  della  vita 
sociale  dell'uomo;  e  da  cui  sgorga,  come  da  prima  fonte,  il 
corso  della  civiltà. 

Vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 

*  Dal  Dovere  del  28  marzo  '80. 


89 


AL  CITTADINO  BUCCI. 


Bologna,  21  marzo  1880. 

Pregiatissimo  Cittadino  Bucci, 

Non  ho  potuto,  per  involontarie  cagioni,  risponder  prima 
alla  vostra  del  16.  — Voi  farete,  come  Presidente  di  cotesto 
Circolo  <  Pensiero  e  Azione  >,  opera  buona. e  civile  interpre- 
tando ai  soci  e  concittadini  vostri  le  dottrine  di  G.  Mazzini, 
e  mostrando  loro,  con  l'esempio  della  Sua  vita  e  con  gl'inse- 
gnamenti eh'  Egli  ci  lasciò  ne'  suoi  Scritti,  come  si  debba  sen- 
tire e  praticare  la  Verità,  amandola  e  seguendola  perchè  è 
la  Verità,  non  perchè  pòssa  fruttarci  —  ora  o  poi  —  bene- 
fici e  sodisfazioni  personali. 

Siamo  in  tempi  di  prova,  di  lotta  morale,  di  lento  faticoso 
cammino  verso  un  migliore  avvenire,  fra  pregiudizi,  egoismi  e 
corruttele  che  non  si  vincono  d'improvviso  con  argomenti  ma- 
teriali, ma  con  la  fedele,  assidua,  costante  iniziazione  de' buoni 
alla  coscienza  di  quell'Ideale  di  Giustizia,  di  Patria,  d'Uma- 
nità, di  cui  le  condizioni  presenti  dell'Italia  sono  una  fla- 
grante contradizione.  Chi  si  scoraggisce  e  si  abbandona  alla 
indififerenza  e  all'inerzia  —  perchè  la  mèta  è  lontana,  perchè 
al  trionfo  del  Bene  si  attraversano  ostacoli  non  superabili 
ad  un  tratto  —  dà  segno  di  poca  fede,  e  di  desiderare  il  Bene 
più  per  sé  che  per  un  fine  generoso  e  comune. 

Se  Mazzini  avesse  fatto  dipendere  il  lavoro  della  Sua  vita 
dalle  probabilità  del  successo  immediato,  ne  avrebbe  smesso 
il  pensiero  sin  dai  primi  conati.  Invece  non  si  arrestò  un 
istante,  durante  50  anni,  sulla  via  che  il  Dovere  gli  additava 
—  malgrado  ogni  maniera  di  delusioni  e  di  contrarietà;  — 
perchè  sentiva  che  i  grandi  fini  del  progresso  umano  non  si 
misurano  alla  breve  esistenza  degl'individui;  ma  che  ogni  in- 
dividuo, quale  che  sia  la  sua  condizione,  può  —  se  devoto 
a' suoi  fratelli  e  alla  Patria  —  contribuire  con  essi,  associando 
virtù  ed  opere,  a  preparare  un  migliore  avvenire.  — •  Onde, 
commentando  il  motto  dal  quale  voi  intitolaste  la  vostra  So- 

xu.  7 


90  AL  CITTADINO  BUCCI. 

cietà,  Egli  inculcava  ai  seguaci  della  sua  fede  di  armonizzare 
Pensiero  ed  Azione,  non  solo  ne' grandi  e  supremi  cimenti  che 
decidono  dei  destini  delle  Nazioni,  ma  ne'  quotidiani  uffici  e 
nelle  relazioni  tutte  della  vita,  sapendo  che  la  virtù  di  un 
Popolo  si  compone  della  somma  delle  virtù  di  cui  sono  capaci 
i  singoli  individui  che  ne  fanno  parte:  e  che  non  v'ha  opera 
buona  e  generosa,  per  quanto  umile,  che  non  produca  con 
l'esempio  larga  messe  di  bene.  Consacri,  ciascuno  di  voi,  il 
suo  modesto  lavoro  all'edificio  della  Patria  lutura,  comin- 
ciando dall'edificare  di  nobili  sentimenti  e  d'opere  virtuose 
la  famiglia  e  l'officina;  offra  la  parola  del  core,  l'obolo  del 
risparmio,  il  sacrificio  de' vani  piaceri  al  bene  de' suoi  fra- 
telli ;  e  cerchi  con  essi  nell'associazione  e  nella  cooperazione 
economica  e  morale  la  forza  collettiva  che,  ispirata  dal  Do- 
vere, conduce  i  Popoli  alla  conquista  del  Diritto,  e  al  com- 
pimento de' loro  destini. 

In  questo  modo,  parmi,  risponderete  degnamente  all'in- 
segna che  avete  assunta  per  guida  del  vostro  Sodalizio,  e  ai 
voti  di  G.  Mazzini  ;  il  quale,  amando  l' Italia  e  l' Umanità 
più  di  sé  stesso,  morì  non  vinto  dai  disinganni,  e  credente 
nel  trionfo  della  Giustizia,  della  Libertà  e  della  Legge  mo- 
rale, in  mezzo  alle  contradizioni  che  da  ogni  parte  facevano 
contrasto  alla  sua  fede. 


91 


AI  COMPILATORI  DELL'  *  INDICATORE  LIVORNESE  i>. 


Egregi  Giovani, 


Lettera  Prima. 

Bologna,  21  luglio  1880. 


A  me  personalmente  il  primo  numero  della  vostra  pub- 
blicazione giunse  come  grato  saluto  e  come  rimprovero  affet- 
tuoso ad  un  tempo  :  dico  rimprovero,  perchè,  inavvertitamente, 
omisi  di  sodisfare  alla  promessa  che  vi  feci  di  una  parola 
che  precedesse  il  suo  apparire. 

Ma  non  è  tutta  mia  colpa  se  mi  avviene  talora  di  non 
attenere  siffatte  promesse.  Sono  solo,  e  con  deboli  forze,  a 
troppe  cose  :  mi  stringono  occupazioni  ed  obblighi,  a'  quali 
devo  gran  parte  del  mio  tempo:  e  mi  trovo  sovente,  mio  mal- 
grado, per  interruzioni  e  cure  accessorie  e  imprevedute,  ter- 
ribilmente addietro  in  quella  parte  del  lavoro  della  mia  vita, 
che  costituisce,  dinanzi  alla  mia  coscienza,  il  mio  maggior 
debito.  Ve  ne  sia  indizio,  fra  gli  altri,  il  ritardo  del  X  volume 
delle  Opere  di  Mazzini,  che  oggi  soltanto  potrà  uscire  final- 
mente alla  luce.  È  il  caso  del  plurihus  intentus  con  quel  che 
segue;  e  ciò  non  per  mia  elezione,  ma  per  non  so  qual  legge 
fatale  del  viver  mio  in  mezzo  alle  cose  presenti. 

Onde  spesso  mi  assale  come  un  rimorso  che  mi  rende 
infelice,  pel  poco  frutto  dell'opera  monca  della  mia  giornata, 
e  per  mancanze  che  non  dipendono  dalla  mia  volontà.  Ciò 
mi  scusi  con  voi,  e  con  ogni  discreta  e  gentile  persona  della 
poca  puntualità  delle  mie  corrispondenze  epistolari.  —  Per 
questa  stessa  cagione,  ingannerei  me  medesimo  e  voi,  s'io  vi 
promettessi  frequente  collaborazione  alla  vostra  impresa. 

Farò,  di  tanto  in  tanto,  atto  di  presenza  dinanzi  alla  no- 
bile insegna  che  voi  rialzate,  perchè  cotesto  ricordo  delle 
prime  iniziazioni  della  coscienza  nazionale  all'età  nostra,  per' 
^nio  e  virtù  di  tre  giovani,  potenti  di  fede  e  di  volontà^  ri- 
chiamato  oggi  in  vita  per  opera  d'altri  giovani,  è  doppiamente 
sacro,  come  omaggio  alla  memoria  della  lotta  iniziata,  cin- 


92  AI  COMPILATORI 

quant'anni  or  sono,  dai  primi,  e  come  promessa  che  i  secondi 
sapranno  oggi  continuarla  e  volgerla,  fra  le  nuove  condizioni 
dei  tempi  e  i  nuovi  errori,  al  suo  vero  fine. 

Al  suo  vero  fine:  —  a  sgombrare,  cioè,  dal  seno  di  questa  an- 
tica Patria  —  Madre  della  Umanità  delle  Genti  —  le  impronte 
che  ancora  T  offendono  della  Servitù  del  corpo  e  dello  spi- 
rito: Soma  non  sua,  impostale  dal  connubio  della  menzogna 
papale  col  dominio  straniero  negli  ultimi  quattro  secoli  della 
sua  storia  :  —  a  resuscitare,  fra  la  decadenza  visibile  delle 
istituzioni  presenti  adulterate  dal  Privilegio,  l'anima  dell'Italia 
vera,  restituendola  a'  suoi  uffici  civili  mercè  l'organamento 
spontaneo  e  concorde  della  libertà,  della  Equità  Sociale,  e 
della  Unità  della  sua  vita,  sul  fondamento  della  Sovranità 
Nazionale,  e  sotto  gì'  influssi  di  una  forte  educazione  morale, 
degna  delle  tradizioni  popolari  de'  Padri,  e  degl'  insegnamenti 
de' nostri  migliori. 

È  opera  d' intelletto  e  d'amore,  di  scienza  e  di  azione  ad 
un  tempo  ;  della  quale  l'esempio  de'  tre  Precursori,  i  cui  nomi 
risplendono  nell'antico  Indicatore  Livornese,  vi  addita,  o  Gio- 
vani, la  via.  Armatevi,  a  seguirla,  di  forti  studi  e  di  forte 
volere.  L'Idea  di  quella  Italia,  alla  quale  aspirano  le  vostre 
menti  e  i  vostri  cuori,  non  s' incartia  col  pensiero  soltanto, 
né  coU'azione  senza  il  pensiero.  È  intento  vasto,  che  abbraccia 
tutte  le  parti  del  rinnovamento  della  vita  civile,  e  che  ri- 
chiede, ne'  suoi  molteplici  aspetti,  il  concorso  di  tutte  le  facoltà 
della  Nazione  —  interpreti  delle  sue  tendenze  ed  esecutori 
della  sua  volontà  i  più  atti  e  più  degni  per  ingegno  e  virtù. 

La  generazione,  alla  quale  io  appartengo,  avea  dinanzi  a  sé 
un  compito  più  semplice  e  più  agevole  di  quello  che  oggi  in- 
combe a  voi,  non  ostante  i  tremendi  ostacoli  materiali,  che 
si  attraversavano  ai  nostri  voti  e  ai  nostri  conati.  La  cac- 
ciata degli  stranieri  dal  nostro  terreno,  la  sostituzione  di  un 
governo  unico  ai  governucci,  vassalli  dell'Austria,  che  trava- 
gliavano r  Italia  divisa,  erano  obbietti  intesi  da  tutti,  voluti 
dai  più.  —  Oggi  la  questione  è  più  complicata  e  meno  chia- 
ramente compresa  da  molti  fra  i  nostri  fratelli  di  Patria: 
ed  è  questione  interna  tra  il  Vero  e  l' Errore,  tra  il  Bene 
e  il  Male,  che  s'agitano  in  noi  medesimi.  Essa  è,  in  grado 
eminente,  questione  di  Educazione.  D'onde  l'insigne  ufl&cio, 
assegnato  dai  tempi  al  vostro  dovere,  o  Giovani,  di  elevare 
a  coscienza  di  sé  un  Popolo,  erede  di  un  grande  passato,  e 


JUf^BIJIl    IL       l  . 


DELL'  <  INDICATORE  LIVORNESE  >.  93 

risospinto  dai  progressi  della  civiltà  ad  alti  destini;  d'istruirne 
l'intelligenza  e  nobilitarne  gli  affetti;  di  apparecchiargli  ordini 
adatti  alla  sua  nuova  vita  col  vostro  sapere,  con  la  vostra  pa- 
rola, con  l'esempio  dell'opere  vostre  e,  quando  le  supreme  ne- 
cessità della  Patria  lo  esigano,  con  le  lotte  devote  ai  principi, 
ai  fini  morali  della  esistenza  delle  Nazioni,  alle  giuste  riven- 
dicazioni della  Ragion  comune,  del  Vero  e  del  Diritto.  Io  so, 
.egregi  Giovani,  che  a  compiere  un.  tale  ufficio  intendono  sin- 
ceramente gli  animi  vostri.  Siate  fedeli,  in  ogni  pensiero  ed 
atto,  al  generoso  proposito,  e  lo  compirete. 

Vostro  di  cuore 
A,  Saffi. 


Lettera  Seconda. 

Bologna,  27  luglio  1881. 

Egregi  Giovani, 

Ho  io  scusa  plausibile  all'  indugio  della  mia  risposta  alla 
prima  vostra  ?  —  Non  so  :  ma  ecco  le  attenuanti  del  caso.  — 
Sto  preparando  un  compendio  della  vita  di  Mazzini  e  sono 
in  debito  di  terminarlo  entro  la  prima  metà  dell'agosto  :  devo 
vegliare  alla  stampa  dell'  XI  volume  delle  Opere  e  condurre 
a  fine  il  Proemio,  che  deve  precedere  il  testo  :  ho  altre  occu- 
pazioni varie:  impegni  di  letture,  studi  per  l'obbligo  morale  da 
me  assunto  con  la  facoltà  di  giurisprudenza  e  con  gli  studenti 
di  questa  Università  di  dar  lezioni  di  Diritto  Pubblico.  Tutto 
ciò  mi  tiene  incatenato  da  mattina  a  sera  allo  scrittoio  ;  e, 
in  questi  giorni  canicolari,  entro  le  mura  di  una  delle  città 
più  affocate  d' Italia,  non  è  la  cosa  più  piacevole  del  mondo. 

Dopo  tutto  questo  viene  la  corrispondenza  :  corrispondenza 
di  società  e  di  privati,  di  noti  e  d' ignoti,  per  cento  titoli 
diversi,  da  ogni  parte,  ad  ogni  tratto,  non  pensando  i  molti 
ch'io  sono  solo,  in  condizione  privata,  con  pochi  mezzi,  e  senza 
liisao  d'ufficio  cancelleresco  e  di  segretari  per  le  epistole.  — 
Ne  consegue  che,  per  quanto  io  mi  studi  di  cernere  le  lettere 
di  maggiore  importanza  da  quelle  che  premono  meno,  procu- 
rando di  osservare  una  certa  puntualità  rispetto  alle  prime, 
il  fatto  non  risponde  sempre  alla  buona  intenzione,  ed  ho  qui 


94  AI  COMPILATORI 

sul  tavolino,  insieme  alla  vòstra,  un  monte  di  lettere,  che 
attendono  risposta  da  parecchio  tempo. 

Del  che  i  discreti  e  cortesi  non  vorranno  considerarmi 
responsabile,  per  la  semplice  ragione  che  un  uomo-individuo 
non  può  moltiplicarsi  in  cento,  lasciando  stare  ogni  altra  dif- 
ficoltà inerente  alla  sua  ristretta  condizione  domestica. 

Ciò  però  non  toglie  ch'io  non  mi  faccia  rimprovero  del 
mio  silenzio  con  voi,  sebbene  al  soggetto  più  urgente  della 
vostra  prima  lettera,  quello  della  difesa  delV Indicatore,  io 
non  avrei  potuto  dare  risposta  sodisfacente,  dacché  V  illustre 
amico  mio  prof.  Ceneri,  gravato,  sopratutto  in  questi  ultimi 
mesi,  di  faccende  molteplici  nel  Fóro  e  nella  Università,  e 
affranto  dalla  doppia  fatica  della  cattedra  e  della  professione, 
non  avrebbe  potuto  accettare  V  incarico,  ed  oggi  è,  per  cura 
della  salute,  alla  Torretta. 

Del  resto  la  vostra  causa  è  già  bene  raccomandata,  e  non 
dubito  del  buon  esito  della  medesima,  per  la  valentia  di  pa- 
trocinatori e  per  la  liberalità  de'  giurati.  —  In  quanto  al  Ba- 
hagas  spero  che  non  ve  ne  darete  il  menomo  pensiero,  né  vi 
curerete  di  farne  pur  motto  nel  vostro  Periodico.  Io  non  vedo 
mai  quella  pubblicazione,  né,  se  mi  capitasse  tra  mano,  la  leg- 
gerei ;  ma  so  che  da  più  anni  parla  di  me  e  di  parecchi  amici 
miei,  come  di  gente  da  capestro,  né  però  ce  ne  quereliamo. 
Se  il  Eabagas  mi  lodasse,  allora  sì  che  comincierei  a  temere 
d'aver  commesso  inconsciamente  qualche  grande  viltà.  —  Que- 
sto sia  detto  tra  noi,  per  vostra  sodisfazione  e  non  per  altro, 
perchè  davvero  mi  dorrebbe  d'aver  l'aria  di  protestare  pub- 
blicamente, anche,  per  modo  indiretto,  contro  quell'osceno 
foglio. 

Ed  ora  due  parole  sul  tema  più  importante  dell'ultima 
vostra. 

Il  documento,  riprodotto,  in  questi  giorni,  prima  dalla 
Nazione  di  Firenze,  se  non  erro,  ed  oggi  dal  Telefono  di  Li- 
vorno, non  é  una  novità.  Infatti,  esso  fu  dato  alla  luce,  sino 
dall'anno  scorso,  nel  libro  intitolato  La  Politica  segreta  ita- 
liana (1863-1870),  nella  parte  del  volume  che  concerne  le  re- 
lazioni fra  Mazzini  e  Bismarck.  Il  libro  fu  letto  con  curiosità 
e  ne  furono  dati  estratti  e  giudizi  ne'  Periodici  del  tempo. 
Non  vi  sarà  difficile  trovarlo,  e  dovreste  scorrerlo  per  formarvi 
un'  idea  giusta  degl'  intendimenti  di  Mazzini,  tanto  nelle  pra- 
tiche da  lui  imprese,  prima  della  guerra  del  1866,  con  Vit- 


DELL'  <  INDICATORE  LIVORNESE  >.  95 

torio  Emanuele  pel  Veneto,  quanto  in  quelle  da  lui  iniziate, 
nel  1867-68,  colla  Germania,  contro  il  Cesarismo  Napoleonico, 
ch'egli  considerava  a  buon  diritto  micidiale  all'Italia  e  fu- 
nesto all'  Europa.  Nel  capitolo  relativo  alle  accennate  rela- 
zioni, troverete  le  Note  riguardanti  le  sue  idee  sull'argomento 
e  le  sue  proposte  a  Bismarck.  Mazzini  era  a  que'  giorni  irri- 
tatissimo  per  la  condotta  della  guerra  regia  del  1866,  sleale 
alla  Prussia  e  vergognosa  all'  Italia,  per  la  servilità  della 
monarchia  alle  mire  del  Bonaparte,  sempre  ostili  alla  nostra 
unità,  per  la  nuova  occupazione  di  Roma  dopo  l'assassinio^ 
di  Mentana.  Vedeva  nel  Bonapartismo  un  grave  pericolo  per 
la  indipendenza  degli  Stati  limitrofi  alla  Francia,  per  la  li- 
bertà dell'Europa,  per  la  vita  stessa  della  Nazione  francese, 
travolta  nella  corruzione,  è  fatta  strumento  d'una  degradante 
signoria  personale.  Sapeva  i  segreti  maneggi  di  Luigi  Napo- 
leone per  rompere  l'alleanza  italo-prussiana  e  trarre  la  mo- 
narchia ad  associarsi  alle  sue  ambizioni  sul  Reno,  contri- 
buendo 60,000  uomini  e  la  miglior  parte  della  nostra  artiglieria 
alla  guerra  ch'egli  stava  maturando:  sapeva  che  Vittorio 
Emanuele  acconsentiva,  e  che  pegno  della  trista  lega  era 
l'occupazione  presente  di  Roma,  salvo  il  fare  parziali  con- 
cessioni più  tardi,  secondo  i  casi,  al  sentimento  del  Paese 
sulla  questione  papale. 

Mazzini  sapeva  tutto  questo  e  non  vedeva  mezzo  a  contro- 
bilanciare r  invadente  preponderanza  Bonapartista  in  Italia 
e  altrove,  se  non  nel  compimento  dell'unità  germanica,  da 
un  lato,  respingendo  l'Austria  in  Ungheria  e  ne' paesi  slavi 
della  Penisola  de'  Balcani,  dov'era  condannata  a  dissolversi, 
e  conquistando,  dall'altro,  con  la  rivoluzione  nazionale,  Roma 
all'  Italia.  Queste  due  combinazioni  si  connettevano  natural- 
mente fra  loro,  e  rendevano  ovvia,  fatte  le  debite  riserve, 
l'opportunità  di  un'alleanza  fra  la  Germania  e  il  Partito  Na- 
zionale Italiano,  pel  conseguimento  de'  rispettivi  intenti  e  per 
la  soluzione,  che  gli  eventi  avrebbero  resa  agevole,  delle  que- 
stioni di  Trento  e  Trieste.  Da  ciò  le  proposte  di  Mazzini  al 
principe  di  Bismarck,  la  portata  delle  quali  è  tutta  nel  se- 
guente passo  di  una  sua  nota  del  17  novembre  1867,  pubbli- 
cata nel  libro  mentovato  qui  sopra  (pag.  340):  <  Io  non  par- 
tecipo punto  —  diceva  Mazzini  —  alle  viste  politiche  del  conte 
di  Bismarck  ;  il  suo  metodo  d'unificazione  non  ha  le  mie  sim- 
patie; ma  ammiro  la  sua  tenacità,  la  sua  energia  e  il  sue 


9G  AI  COMPILATORI 

spirito  d'indipendenza  in  faccia  allo  straniero.  Credo  all'unità 
della  Germania,  e  la  desidero,  come  desidero  quella  della  mia 
patria.  Abborro  V  Impero  e  la  supremazia  che  la  Francia  si 
arroga. sull'Europa.  E  credo  che  un'alleanza  dell'Italia  con 
lei  contro  la  Prussia,  alle  vittorie  della  quale  noi  dobbiamo 
la  Venezia,  sarebbe  un  delitto  che  imprimerebbe  una  mac- 
chia incancellabile  sulla  nostra  giovine  bandiera.  Pur  conser- 
vando la  nostra  indipendenza  reciproca  per  l'avvenire,  io  pensò 
adunque  che  vi  è  luogo  a  ciò  che  chiamasi  un'alleanza  stra- 
tegica contro  U  nemico  comune  fra  il  Governo  prussiano  e  il 
nostro  Partito  d'azione. 

>  Il  Governo  prussiano  dovrebbe  fornirci  un  milione  di 
franchi  e  duemila  fucili  ad  ago. 

>  Io  m'impegnerei  sull'onore  a  servirmi  ,di  questi  mezzi 
esclusivamente  per  distruggere  ogni  possibilità  d'alleanza  fra 
l'Italia  e  l'Impero,  e  per  rovesciare,  se  persistesse,  il  Governo. 
Quello  che  verrebbe  a  sostituirlo,  entrerebbe,  presentandosi 
il  caso,  nell'idea  d'un' alleanza  germano-italica  contro  ogni 
preponderanza  esteriore. 

>  L' oggettivo  d' ogni  movimento  italiano,  dovendo  d' al- 
tronde risolversi  in  quello  di  Roma,  la  collisione  fra  la  Fran- 
cia e  l'Italia  diverrebbe  inevitabile. 

>  Non  ho  altre  guarentigie  da  presentare:  tutta  la  mia 
vita  e  lo  scopo  eh'  io  proseguo  da  35  anni  sono  i  pegni  della 
mia  fedeltà  agli  obblighi  che  assumo.  > 

Sull'autenticità  di  questa  e  dell'altre  lettere  di  Mazzini, 
tradotte  dall'originale  francese  e  riportate  nel  libro,  non  cade 
dubbio.  I  concetti  contenuti  nelle  medesime  corrispondono  a 
quello  ch'io  intesi  dalla  sua  viva  voce,  intorno  a  quer  ten- 
tativo col  Governo  prussiano,  in  occasione  della  mia  ultima 
gita  in  Inghilterra  nella  primavera  del  1868,  Il  tentativo, 
com'  è  noto,  non  ebbe  seguito.  Ora  voi  vedete  chiaramente 
a  qual  fine  mirasse  Mazzini  in  quella  congiuntura.  Ciò  che 
oggi  —  secondo  le  voci  che  corrono  —  si  sta  manipolando, 
non  tra  l'Italia  e  la  Germania  soltanto  pel  compimento  con- 
corde delle  loro  unità  nazionali  e  per  la  libertà  dell'Europa, 
ma  tra  la  monarchia  Sabauda  da  un  lato,  e  i  due  imperi 
Austro-Ungarico  e  Germanico  dall'  altro,  con  fini  di  riazione 
velati  sotto  colore  di  equilibrio  di  poteri  contro  le  tendenze 
invasive  della  Francia  nel  Mediterraneo,  non  ha  nulla  che 
fare  con  le  idee  di  Mazzini  e  con  la  Nota  di  Bismarck  del- 


DELL'  <  INDICATORE  LIVORNESE  >.  97 

l'aprile  1868:  ^To^a  che  riflette  in  gran  parte  quelle  idee,  sì 
che  i  concetti  dell'uomo  di  Stato  tedesco  sembrano  quasi 
un'  eco  e  un  commento  de'  pensieri  del  grande  Italiano.  Né 
comprèndo  come  un  tal  documento  possa  oggi  citarsi  in  ap- 
poggio delle  oscure  trame  de' monarchici  con  Berlino  e  con 
Vienna.  Le  osservazioni  della  Nota  germanica  del  1868  sui 
risultati  a'  quali  avrebbe  potuto  condurci  la  guerra  del  1866, 
86  diretta  nazionalmente  contro  la  dinastia  degli  Asburgo,  in 
confronto  di  quelli  a  cui  ci  condusse  per  servire  ai  disegni  di 
Luigi  Napoleone,  mancando  di  fede  alla  Prussia  con  danno 
e  vergogna  dell'Italia,  sono  una  severa  condanna  della  poli- 
tica regia  in  que'  giorni,  e  i  monarchici  dovrebbero  arrossirne. 
Tutto  ciò  non  toglie  però  che  dall'altra  banda,  la  con- 
dotta presente  della  pseudo-repubblica  francese  non  sia  la  più 
improvvida,  la  più  insana,  la  più  avventata  cosa  del  mondo, 
senz'altro  effetto  che  questo  di  sacrificare  alla  velleità  di  una 
impossibile  preponderanza  marittima,  i  progressi  della  libertà 
civile  e  politica,  le  speranze  della  pace,  e  gl'interessi  stessi 
della  Francia  fra  le  Nazioni  del  Continente. 

Vostro 
A.  Saffì. 


P.  S.  —  Se  vi  piace  di  pubblicare  la  parte  della  mia  let- 
tera che  riguarda  il  Documento  Bismarckiano  e  le  note  di 
Mazzini  nelV Indicatore,  vogliate  farmi  il  favore  di  curarne  il 
più  possibile  la  correzione. 

Fate  molti  cordiali  saluti  da  parte  mia  e  de' miei  agli 
Amici  tutti,  in  particolare  ai  nominati  nelle  vostre,  ricam- 
biando loro  affetti  e  voti. 

Noi  lascieremo  Bologna  domenica  prossima  per  Forlì,  dove 
mi  condannerò  da  me  stesso  a  domicilio  coatto  in  campagna 
sino  al  termine  del  lavoro  dell' XI  volume. 


98 


A  LADISLAS  MigKIEWICZ. 


Bologne,  j&iiTier  1882. 

Cher  Monsieur, 

Je  viens  de  terminer  la  lecture  dea  Poésies  de  votre  illus- 
tre Pére.  —  L'àme  du  lecteur  sent,  à  traverà  la  traduction, 
toute  la  puissance  du  grand  Poète  de  la  Pologne  et  de  THuma- 
nité.  —  Je  vous  remercie  mille  fois  du  don  que  vous  avez  bien 
voulu  m'en  faire. 

C'est  un  don  précieux  sous  un  doublé  titre  -—  pour  la  va- 
leur  du  livre,  et  corame  souvemr  affectueux  d'une  rencontre 
que,  moi  aussi,  je  n'oublierai  jamais.  —  Permettez-moi  de  vous 
dire,  cher  monsieur  Migkiewicz,  que  je  vous  aime  autant  que 
je  vous  estime.  La  Pologne  a,  non  seulement  dans  votre  nom, 
mais  dans  votre  caractère,  un  digne  représentant  de  ses  dou- 
leurs,  de  ses  aspirations  et  de  ses  vertus. 

Je  ne  saurais  vous  dire  comme  j'admire,  corame  je  révère 
cette  grande  àme  de  la  Nation  Polonaise,  qui  vit  de  sa  vie 
inimortelle,  au  milieu  de  son  martyre  et  dans  le  coeur  de 
ses  fils,  sur  toutes  les  voies  de  l'exil.  —  Cette  àme  qui,  dé- 
pouillée  de  sa  Patrie  matérielle  par  la  Force  qui  foule  à  ses 
pieds  le  Droit,  se  réfugie  dans  la  Patrie  morale  de  la  Pensée, 
de  la  Conscience,  des  saintes  espérances  de  l'avenir;  et  ne 
renonce  pas  à  la  foi  dans  la  Justice  éternelle  et  dans  les 
victoires  que  la  Loi  du  Progrès  humain  promet  à  ses  destinées. 

Le  jour  de  ces  victoires  —  j'en  suis  profondément  con- 
vaincu  —  viendra  tot  ou  tard.  Il  y  a  des  choses  sur  le  chemin 
de  THumanité  que  l'on  peut  lire  dans  l'avenir  sans  ètre  prò- 
phète  —  et  la  résurrection  de  la  Pologne  en  est  une.  — 

Dans  cètte  conviction,  je  vous  serre  la  main  de  tout  .jnon 
ca'ur. 

A.  Saffi. 


99 


LA  QUESTIONE  ARDIGÒJ 


Bologna,  4  gennaio  1881. 

Caro  Fratti, 

Alla  redazione  del  Periodico  di  Mantova  L'Affarista  alla 
BerUna,  che  mi  chiedeva  di  associarmi,  in  nome  del  senti- 
mento del  vero,  alla  protesta  in  favore  delle  dottrine  del 
prof.  Ardigò  e  della  scuola  positivista,  ho  risposto  ciò  che 
segue.  Se  vi  riesce  di  decifrare  queste  microscopiche  parole, 
fatene  quell'uso  che  vi  piacerà. 

<  Egregio  Signore, 

>  Se  vi  sono  note  le  dottrine  filosofiche  e  morali  della 
scuola  alla  quale  mi  onoro  di  appartenere,  saprete  eh'  io  dis- 
sento recisamente,  intorno  ai  fondamenti  del  sentimento  re- 
ligioso e  della  responsabilità  delle  azioni  umane,  dai  concetti 
del  positivismo  moderno  ;  e  quindi  dalle  conclusioni  dell'  il- 
lustre professore  Ardigò  su  tali  materie,  pure  ammirando  in 
lui  la  potenza  dell'ingegno  e  la  vastità  degli  studi  nelle  scienze 
naturali.  Dall'altra  parte,  io  non  disdirei  allo  Stato  l'ufiicio 
di  compartire,  nelle  scuole  nazionali,  un  insegnamento  proprio 
—  quando  lo  Stato  fosse,  mercè  la  libera  elezione  del  Paese, 
l'esponente  vero  e  progressivo  della  Ragione  e  della  Coscienza 
del  Paese  stesso  ;  salva,  ad  un  tempo,  V  intera  e  piena  libertà 
délV  insegnamento  privato.  —  Ma,  nelle  condizioni  presenti,  la 
ingerenza  governativa  ne'  programmi  della  Pubblica  Istru- 
zione si  risolve  in  un  arbitrio,  mutabile  a  seconda  del  mutar 
de'  Ministri  e  de'  loro  subalterni  ;  e  tale  appunto  è  la  natura 
dell'  atto  che  concerne  il  professore  Ardigò  e  eh'  io  pure  con- 
danno, come  atto  incompetente  del  potere  ministeriale.  > 

Vostro  devotissimo 
Aurelio  Saffi. 

*  Dal  Dovere  del  9  geoDaio  '81. 


100 


A  DAVID  LIPPARINL 


Bologna,  9  febbraio  1881. 

Caro  Lipparini, 

Mi  duole  non  poter  essere  di  persona  con  Voi  e  coi  vostri 
amici  al  modesto  banchetto  che  vi  accoglierà  insieme  questa 
sera,  a  festeggiare  la  data  del  9  febbraio. 

Quella  data  rappresenta  tre  grandi  manifestazioni  del 
genio  della  nostra  stirpe  :  —  la  coscienza  del  Diritto  e  del 
Dovere  in  un  Popolo  che,  lasciato  senza  Governo,  sa  costi- 
tuirsi e  governarsi  da  sé  ;  e  rivendica,  col  proprio  sacrificio, 
l'onore  italiano  contro  l'arbitrio  straniero; 

il  sentimento  della  vita  collettiva  della  Nazione,  sorto 
da  quella  stessa  coscienza  —  perchè  la  Repubblica  Romana 
fu  la  iniziatrice  della  Unità  della  Patria; 

il  senso  pratico  della  giustizia  sociale  e  della  solidarietà 
economica  e  civile  fra  le  diverse  classi  della  comune  cittadi- 
nanza, tradotto  in  leggi  provvide  ed  eque  a  beneficio  de'  la- 
voratori. 

Possa  l'esempio  del  passato  esser  lume  e  guida  a  un 
migliore  avvenire. 

Io  propino  in  ispirito  con  Voi  alla  futura  restaurazione 
dell'  Idea  schietta  del  Diritto  e  del  Dovere  —  al  compimento 
della  Unità  dell'  Italia  — -  e  al  progresso  della  sua  libera  vita 
sul  cammino  della  civiltà  :  —  all'  onesta  soluzione  delle  que- 
stioni sociali  sotto  gli  auspici  della  Giustizia  e  della  Libertà. 

Salute. 

Vostro 
A.  Saffi. 


101 


AI  GIOVANI  STUDENTI  REPUBBLICANI  DI  PISA. 


Bolx)gDa,  marzo  1881. 

Egregi  Giovani, 

La  gentile  e  grata  vostra  del  13  corrente  rai  giunse  ciui 
in  tempo  debito,  ma  per  breve  assenza  da  prima,  indi  per 
molteplicità  d'impegni,  non  mi  fu  dato  risponder  subito,  come 
avrei  voluto.  —  Né  ritardi  sì  fatti  provengono  da  mia  trascu- 
ranza,  sì  bene  dalla  difficoltà  —  stante  le  occupazioni  obbliga- 
torie e  varie  della  mia  giornata  —  d'essere  puntuale,  sopr;L 
tutto  nelle  ricorrenze  solenni,  coi  molti  che  mi  onorano,  con 
lettere,  de'loro  affetti  e  pensieri.  —  Tanto  che,  non  potendo 
scrivere  a  tutti  singolarmente  ad  un  tratto,  m'è  forza  o  ri- 
spondere in  solido  per  mezzo  de' Giornali  ai  miei  benevoli j  n 
spartire  il  lavoro  giorno  per  giorno,  con  mio  rincrescimento 
per  gl'interposti  indugi. 

A  voi,  miei  cari  Giovani,  io  aveva  già  in  animo  di  rivol- 
gere una  parola  d'affetto  riconoscente  e  di  fede  nella  pro- 
messa —  che  è  in  voi  —  di  un  nobile  avvenire  per  la  Patria 
nostra  —  quando  m' è  capitata,  prevenendomi,  la  vostra  car- 
tolina. —  Ed  ora  la  pena  che  il  mio  breve  silenzio  vi  fece,  mi 
torna  a  rimorso  :  ma  io  so  che  voi  non  vorrete  attribuirlo  a 
dimenticanza  o  a  poco  amore  de'  giovani  dati  alla  Scienza  13 
alla  Patria  —  e  ciò  mi  conforta. 

Io  seguo  con  lieta  fiducia  e  con  gioia  sincera  i  passi  che  voi 
movete  sulla  via  del  Sapere,  del  Vero  e  del  Bene  ;^  e  traggo  dal 
luogo  stesso,  dove  istituite  a  sapienza  civile  il  coree  l'ingegno, 
felici  auguri  per  la  terra  de'  nostri  padri.  —  Una  gioventù  olir 
s'inizia  agli  studi  nella  città  che  diede  i  natali  a  Galileo  Ga- 
lilei —  e  dove  Giuseppe  Mazzini  rivolse  l'ultimo  sguardo  alhi 
luce  del  sole  e  l'ultimo  voto  dell'immortale  Suo  spirito  alla 
grandezza  della  Patria  futura  —  non  può  fallire  ad  alti  pen- 
sieri e  ad  opere  generose.  —  La  natia  virtù  della  stirpe  latina 
deve  ritemprarsi,  in  voi,  alla  fiamma  de' nuovi  Ideali  deirin- 
civilimento:  voi  siete  nati  a  rifare  l'Italia  stanza  di  un  Popolo 
giusto  di  liberi  e  d'eguali  —  di  un  Popolo  grande  e  forte  per 
coscienza  della  sua  dignità  e  per  intelletto  de' suoi  uffici,  in 


102  AI  GIOVANI  REPUBBLICANI  DI  PISA. 

casa  e  fuori  :  di  un  Popolo  chiamato  a  continuare  le  sue  illu- 
stri tradizioni  e  la  sua  parte  di  lavoro  sulle  vie  della  Giu- 
stizia e  della  Fratellanza  fra  le  Nazioni,  verso  Punita  morale 
del  genere  umano. 

Non  so:  ma  parmi  che  a  chi  sente  in  sé  la  nobiltà  del 
nome  italiano  non  possa  incombere  pensiero  od  affetto  che 
non  aspiri  alle  belle  e  nobili  cose. 

Voi,  facendo  Tempio  dell'animo  al  culto  della  Patria,  ren- 
derete impossibile  ogni  servitù  in  essa;  e  la  farete  ministra 
—  col  suo  esempio  —  di  libertà,  di  sociale  equità  e  di  reden- 
zione morale  agli  oppressi  e  ai  miseri  d'ogni  contrada.  — 
Inalzatevi  ai  compiti  veri  della  vita  e  perseverate.  —  Io  vi 
saluto  —  e  spero. 

Vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


103 


AL  CIRCOLO  <  X  MARZO  >  IN  JESL 


Giugno  1881. 

Egregi  Cittadini, 

Fo  plauso  ai  vostri  intendimenti.  —  Le  scuole  che  s'inti- 
tolano dal  nome  di  Giuseppe  Mazzini,  dovrebbero,  parmi,  pre- 
figgersi un  doppio  fine  :  spiegare  e  divulgare  le  sue  dottrine 
politiche  e  sociali,  a  guida  dell' intelletto  popolare,  in  rela- 
zione alla  pratica  della  vita  civile:  —  inculcare  i  suoi  inse- 
gnamenti morali  con  la  sua  propria  parola  e  con  l'esempio 
della  sua  vita  —  che  fu,  dal  principio  alla  fine,  un  culto  del 
Dovere  in  azione.  —  Or  la  sua  vita  traluce,  nelle  parti  essen- 
ziali, dalle  sue  note  autobiografiche,  le  quali  commentano 
nello  stesso  tempo  gli  scritti  e  gli  atti  stoi. 

Ed  uno  dei  compiti  di  dette  scuole  dovrebbe  essere  quello 
appunto  di  narrare  Mazzini  al  Popolo,  con  le  sue  proprie  pa- 
role. —  Infondendo  di  tal  modo  il  suo  spirito  nella  coscienza 
de' vostri  fratelli,  de' vostri  figliuoli,  de' vostri  compaesani,  af- 
fretterete all'Italia  le  sorti  aspettate. 

Vi  chiedo  venia  sì  della  forma  che  della  fretta  della 
presente,  impostemi  dalle  molteplici  occupazioni  e  corrispon- 
denze, ec. 

A.  Saffi. 


m 


ALLA  «  SOCIETÀ  MUSICALE  >  DI  BOLOGNA. 


Pregiatissimo  Signore, 


31  laglio  1881. 


Vogliate  accogliere  e  significare  agli  egregi  cittadini  che 
fanno  parte  della  Società  musicale  bolognese,  da  Voi  degna- 
mente presieduta,  i  sensi  della  mia  riconoscenza  per  l'atte- 
stato d'affetto  che  vollero  darmi  nominandomi  lóro  Socio 
onorario. 

Io  non  ho  titolo  a  tale  dimostrazione  d'onore,  rispetto 
agl'intenti  speciali  di  còtestp  benemerito  Sodalizio:  ma  do- 
vunque ferve  in  Italia  amore  d'armonia  e  d'Arte,  ferve  del 
pari  amore  di  Patria:  e  la  Patria  e  l'Arte  stanno  l'una  al- 
l'altra fra  noi  —  for*e  più  che  non  accada  presso  altre  genti  — 
come  l'ispirazione  alla  forma  del  pensiero. 

Io  accetto  quindi  di  cuore  il  vostro  omaggio,  non  come 
tributo  ad  alcun  merito  ch'io  m'abbia  verso  di  Voi,  ma  come 
segno  del  culto  che  insieme  portiamo  all'Italia,  e  della  fede 
comune  ne' suoi  destini. 

E  tutti  possiamo  ■—  quale  che  sia  la  condizione  che  la 
sorte  ci  assegna  —  rendere  operosa  e  feconda  d'incrementi 
civili  alla  Patria  la  nostra  fede  in  essa,  apparecchiandole  col 
nostro  lavoro  e  con  la  nostra  virtù  un  migliore  avvenire. 

Al  che  importa  sopratutto  la  concordia  fraterna  delle  vo- 
lontà a  guida  della  cooperazione  delle  forze,  dinanzi  a  tutto 
ciò  che  tocca  la  sua  libertà,  il  suo  rinnovamento  morale  e 
politico,  e  il  suo  benessere  sociale,  all'interno;  il  suo  onore, 
la  sua  dignità  e  suoi  ufiicì,  al  di  fuori. 

La  civiltà  d'uri  Popolo  è  il  risultato  delle  infinite  frazioni 
del  prodotto  quotidiano  delle  sue  facoltà  nel  tempo  ;  e  nella 
immensa  lavoreria  della  vita,  ogni  attitudine  ed  ogni  arte  — 
umile  o  grande  che  sia  —  ha  il  suo  valore,  il  suo  merito,  il 
suo  debito  di  solidarietà,  nel  seno  della  comune  associazione. 

Educate  ed  educatevi,  o  egregi  Giovani,  alla  coscienza  dì 
tale  solidarietà,  però  che  in  essa  sia  riposto  il  germe  vitale 
della  grandezza  delle  Nazioni,  e  di  quell'equa  e  prospera  con- 
vivenza sociale  di  cui  l'Italia  fu  e  tornerà  ad  essere  maestra 


ALLA   <  SOCIETÀ  MUSICALE  >   DI  BOLOGNA.  105 

alle  Genti,  se  non  la  traviano  errori  non  suoi,  e  passioni  dis- 
solventi che  noi  dobbiamo,  combattere,  in  nome  del  Vero, 
dell'Onesto  e  del  Giusto. 

L'amore  dell'Arte  e  della  Patria  informi  a  temperanza 
civile  e  a  virtù  di  nobili  e  forti  cose,  ad  un  tempo,  gli  animi 
vostri. 

Kicordatevi  del  mito  d'Orfeo,  che  con  la  lira  e  col  canto 
moveva  le  pietre  che  dovevano  servire  alla  edificazione  delle 
città.  —  E  sia  vostro  intento,  come  cittadini  e  come  artisti, 
edificare  con  l'armonia  dell'arte  l'armonia  degli  affetti  che 
creano  il  buono  e  riposato  vivere  civile. 

Abbiatemi,  coi  più  sinceri  voti  per  la  prosperità  del  vostro 
Sodalizio, 

vostro  devotissimo 
A.  Saffi. 


XII. 


106 

A  X 

^  .      A      .  Settembre  1881. 

Egregio  Amico, 

Ho  un  debito  da  sciogliere  coi  generosi  giovani  di  cotesta 
SocietLi  democratica;  e  mi  è  grato  scioglierlo  per  tuo  mezzo, 
pregandoti  di  esprimer  loro  la  mia  riconoscenza  per  l'affetto 
che  mi  attestarono  ripetutamente,  e  pel  cordiale  saluto  che 
tu  m'inviasti,  in  nome  loro,  il  20  settembre. 

Io  ti  prego  di  farti  interprete  dell'animo  mio,  ringraziandoli 
del  pensiero  a  me  rivolto  in  quella  occasione,  e  dicendo  loro 
ch'io  Bcnto  confermarsi  più  viva  in  me  la  fede  nel  vero  risor- 
gimento d'Italia,  quando  vedo  giovani  d'intelletto  e  di  cuore 
far  corona,  nelle  celebrazioni  de' fasti  nazionali,  ad  uno  de' più 
strenui  avanzi  di  quella  generazione,  ormai  spenta,  che  destò 
nel  Popolo  Italiano  coscienza  di  Patria;  e  ricevere  dal  suo 
labbro  la  parola  d'ordine  dell'avvenire.  —  Così  la  lampada 
della  vita  passa  dalle  mani  dei  Precursori  e  Maestri  in  quelle 
dei  discepoli  —  riflettendo  i  suoi  raggi  sulle  nuove  correnti  del 
Pensiero;  e  la  virtù  de' principi  a  cui  s'ispirarono  i  padri 
anima  le  nuove  forze  sociali,  e  spiega  sempre  più  largamente 
la  sua  efficienza  pratica  su  tutte  le  vie  per  le  quali  la  Nazione 
inoltra  verso  il  compimento  de' suoi  destini. 

"Non  v'ha  questione,  per  quanto  parziale  e  secondaria,  che 
non  si  connetta  con  l'intero  problema  della  vita  nazionale: 
ed  è  dovere  della  Democrazia  —  e  segnatamente  della  Parte  no- 
stra —  non  trascurare  alcuno  degli  elementi  del  grande  pro- 
ìdcma  ;  discutendo,  agitando,  chiamando  il  Paese  ad  occupar- 
sene; e  riverberando  sovr'esso  la  luce  de' nostri  Ideali. 

Vano  lo  sperare  che  il  Paese  comprenda  e  traduca  in  atto 
la  Verità,  se  la  Verità  si  chiude  in  sé  stessa  e  sdegna  iniziare 
con  pubblico  apostolato  i  profani  ai  suoi  misteri.  Vano  il  ri- 
promettersi di  raggiungere,  in  pochi  e  divisi,  un  fine  che  deve 
conquistarsi  mercè  il  consenso  e  la  cooperazione  di  tutti. 

Possano  il  tuo  consiglio  e  il  tuo  esempio  confortare  la  gio- 
ventù, che  sa  e  vuole,  a  far  sì  che  la  tradizione  delle  idee  che 
scossero  dal  lungo  sonno  la  nostra  stirpe,  le  sia  lume  e  scorta 
a  progredire  verso  la  mèta  che  quelle  idee  e  le  vocazioni  del- 
l'età nostra  le  additano. 

Con  questo  voto.... 


107 


AL  CIRCOLO  «  G.  MAZZINI  »  IN  FORLÌ 


ottobre  1881. 

Miei  cari  Concittadini  e  Amici, 

Le  parole  di  fiducia  e  d'affetto,  e  i  voti  cordiali  che  avete 
voluto  indirizzarmi  pel  giorno  del  mio  natale,  mi  giunsero 
doppiamente  grati  come  parole  e  voti  che  sorgono  dal  core 
di  Patrioti  a' quali  mi  stringono  i  vincoli  della  fede  comune 
e  della  comune  cittadinanza  ad  un  tempo. 

Io  so  di  non  meritare  i  vostri  encomi.  L'opera  della  mia 
vita  è  assai  povera  cosa  rispetto  alla  mia  parte  di  Dovere 
nella  lotta  pel  bene  di  tutti. 

Accetto  con  sincere  grazie  da  vói,  nell'atto  cortese  ed  ono- 
revole, la  benevolenza  che  lo  dettava  ;  perchè  la  vostra  bene- 
volenza mi  conforta  e  mi  aiuta  in  quel  poco  che  valga. 

Ricambio  i  vostri  auguri  coi  più  caldi  e  più  sinceri  voti 
per  l'incremento  morale  della  vostra  Società,  la  quale  — in- 
tesa com'è  ad  educare  la  gioventù  a  nobili  affetti  ed  opere  — 
è  elemento  di  vita  e  di  progresso  per  la  città  nostra,  e  parte 
non  ultima  di  quella  civile  colleganza  delle  Società  patriotiche 
d*  Italia  che  prepareranno  —  se  fedeli  ai  principi  e  perseve- 
ranti a  tradurli  in  atto  — un  Popolo  conscio  de' suoi  diritti 
e  de'  suoi  doveri,  e  capace  del  governo  di  sé  stesso,  alla  Pa- 
tria futura. 

Voi  alludete  con  cura  gentile  a  non  so  qual  guerra  mossa 
al  mio  povero  nome.  —  Io  sono  così  fatto  da  natura,  che  alle 
giuste  e  cortesi  censure  m'inchino  riconoscente,  cercandovi 
argomento  ad  emendarmi,  se  còlto  in  errore:  delle  ingiuste 
e  scortesi  non  sento  pena,  né  mi  adiro  ;  considerandole  cosa 
vana  senza  soggetto.  —  Pure,  vi  sono  riconoscente  delle  espres- 
sioni di  fiducia  e  d'affetto  di  che  vi  piace  onorarmi  —  e  ve  ne 
ringrazio  di  cuore. 

E  insieme  ai ,  ringraziamenti  accogliete  un  fraterno  sa- 
luto dal 

vostro 

A.  Saffi. 


108 


A  CARLO  PONDERO  A  ROSARIO. 


Novembre  o  dicembre  1881. 

Egregio  Compatriota, 

Ebbi  le  vostre  righe  e  i  tre  Numeri  del  benemerito  vostro 
Periodico  La  Carità.  —  Mi  vennero  in  ritardo,  né  sono  certo 
che  la  presente  possa  giungervi  prima  del  Capo  d'anno.  Ad 
ogni  modo  accogliete  il  fraterno  saluto  e  i  felici  auguri  che 
dalla  Madre  Patria  manda  a  Voi  e  alla  Colonia  italiana  di 
Rosario  uno  che  stima  ed  ama  i  fratelli  lontani  che  serbano 
fede  alla  terra  nativa  e  l'onorano  oltre  i  remoti  Oceani. 

Pensando  alle  nostre  Colonie  —  dalle  littoranee  del  Medi- 
terraneo a  quelle  che  fioriscono  sui  lidi  delle  Due  Americhe; 
alle  loro  industrie,  ai  loro  rapidi  incrementi,  alle  felici  atti- 
tudini che  dispiegano  nello  sviluppo  delle  loro  operosità  na- 
vigatrici, alla  intelligenza  e  alla  perseveranza  di  cui  danno 
prova  i  loro  marinai  e  i  loro  lavoratori  —  io  ricordo  con  orgo- 
glio i  fasti  delle  città  libere  d'Italia  nel  medio-evo,  e  precorro 
con  buona  speranza  alle  sorti  dell'Italia  libera  dell'avvenire. 

Se  le  forze  divise  de'  nostri  Padri  poterono  tanto  nel  pas- 
sato, che  non  potrebbero  le  forze  unite  dell'Italia  risorta  a 
comunità  di  Nazione  nell'età  che  sorge? 

Ed  uno  de'caratteri  più  degni  di  nota  in  questo  espan- 
dersi della  vita  italiana  al  di  fuori,  è  che  a  differenza  de' co- 
loni d'altre  genti  europee,  i  nostri  portano  seco  —  dovunque 
fermino  stanza  —  il  culto  vivo  e  perenne  della  Patria  an- 
tica ;  e  non  cessano,  per  volger  di  tempo  e  mutar  di  vicende, 
dal  sentirsi  Italiani.  —  È  proprio  del  genio  della  nostra  stirpe 
il  non  accontentarsi  della  prosperità  materiale,  l'aspirare  ai 
beni  dell'intelletto,  alle  grazie  della  vita  ideale,  alle  gen- 
tili carità  della  civile  convivenza.  —  Come  pei  nostri  antichi, 
così  per  noi  i  frutti  del  lavoro  sont  il  mes^o  —  la  coltura, 
l'arte,  la  beneficenza,  il  fine. 

E  gl'Italiani  di  Rosario  seguono  l'esempio  de' Padri,  con- 
tribuendo con  private  oblazioni,  ora  ad  opera  di  pubblica  sa- 
lute -—  com'è  il  caso  dell'Ospedale  da  Voi  promosso;  —  ora  a 
Monumenti  inalzati  alla  Memoria  de'  Grandi  che  beneficarono 


A  CARLO  DONDERO  A  ROSARIO.  109 

la  Patria  —  com'è  il  caso  della  statua  di  Mazzini  a  Buenos 
Ayres  ;  —  ora  ad  Istituti  d'educazione,  intesi  a  mantener  vivi 
i  ricordi,  l'idioma,  le  tradizioni  e  l'amore  della  Patria  d'ori- 
gine, fra  le  comunità  che  ne  riproducono  i  costumi  e  ne  pro- 
pagano la  vetusta  e  sempre  giovane  civiltà  nelle  più  remote 
terre  del  globo. 

A.  Saffi. 


110 


A  PROPOSITO  DI  UN  CONGRESSO  MASSONICO 
IN  MILANO. 

LETTERA  A  PIRBO  APORTL 


1881  (?). 

Egregio  e  caro  Fr/. 

Hiceveste,  sx>ero,  due  mie  lettere,  indirizzate  mesi  addie- 
tro a  Milano;  con  l'una  delle  quali  io  vi  pregava  di  non  vo- 
lere aggiungere  il  mio  nome  a  quelli  dei  benemeriti  FrateUi 
€Oinix>nenti  il  Comitato  ordinatore  del  Congresso  massonico 
di  Milano;  con  l'altra  vi  esprimevo  —  riconoscente  del  dono  — 
le  tuie  congratulazioni  per  l'ottima  vostra  traduzione  de'  Canti 
greci,  a  traverso  la  quale  il  genio  della  risorta  stirpe  ellenica 
Jijaijila  la  sua  voce  al  core  dell'Italia,  e  ravviva  la  coscienza 
della  vetusta  parentela  fra  le  Patrie  della  civiltà  del  mondo. 

Il  motivo  della  mia  preghiera  nella  prima  lettera,  era  la 
|jr  e  visione  ch'io  non  avrei  potuto  associarmi,  se  non  in  ispi- 
ritOj  ai  lavori  del  Comitato,  e  che  non  mi  sarebbe  concesso 
da  insuperabili  ostacoli  di  prender  parte  di  persona  al  Con- 
gre^i^o.  —  E  non  mi  pareva  bene  il  dare  il  nome  ad  un  ufficio 
al  quale  io  non  poteva  ad  un  tempo  prestare  l'opera  mia. 

\  oi  e  gli  onorandi  del  Comitato  giudicaste  altramente, 
facendomi  pure  ad  ogni  modo  —  non  ostante  i  miei  dubbi  — 
an  ì)oi5to  d'onore  in  vostra  compagnia  :  e  a  me  non  resta  che 
ras\f^^^riare  le  mie  ragioni  al  vostro  giudizio  e  piacere,  senza 
ntiHCundervi  però  che  il  fatto  mi  accresce  il  rimorso  di  una 
asf  tensione  che  —  quantunque  involontaria  —  è  grave  a  me 

Ma  io  spero  che  Voi  e  i  Fr/.  tutti  vorrete  assolvermene, 
finaudo  vi  dico  —  senza  scendere  a  particolari  —  che  impegni 
fli  8t tetto  dovere,  e  difficoltà  varie,  che  non  m'è  dato  rimo- 
\ùn\  mi  tengon  qui  come  a  domicilio  coatto;  e  che,  se  ciò 
ìiuu  iVjsse,  nulla  mi  sarebbe  più  grato  di  quel  che  trovarmi 
Ira  Voi  nella  solenne  adunanza  fraterna  da  Voi  convocata  a 
trjittare  degli  uffici  della  Istituzione  Massonica  dinanzi  ai  se- 
dili (ignora  più  visibili  del  sorgere  di  un'epoca  che  reca  ia 


WV 


A  PEOPOSITO  DI  UN  CONGRESSO  MASSONICO  EC.        IH 

grembo  una  profonda  trasformazione  della  società  civile,  ten- 
dente da  per  tutto  a  sciogliersi  dai  logori  involucri  del  pas- 
sato, per  ricrearsi  all'alito  fecondo  di  una  vita  nuova  sotto 
gli  auspici  della  Ragione  e  della  Libertà  nel  duplice  arringo 
del  Pensiero  e  del  Sentimento  —  della  Scienza  e  della  Co- 
scienza. 

Ora,  in  faccia  a  questo  gran  moto  dei  tempi,  io  mi  asso- 
cio di  cuore  agl'intendimenti  vostri,  i  quali  —  se  io  bene  av- 
viso —  si  compendiano  in  questo  :  trarre  vie  più  sempre  la 
Massoneria  dai  penetrali  del  Tempio  negli  aperti  campi  del 
sociale  consorzio;  compenetrarla  alla  Democrazia  universale  ; 
immedesimarla  —  come  anima  informatrice  del  corpo  —  con 
essa  ;  farne  guida  operosa  alle  grandi  rivendicazioni  del  Vero 
e  del  Giusto,  su  tutte  le  vie  dell'umano  progresso;  e  vincolo 
universale  delle  Patrie  libere  e  federate,  nell'ambito  sacro 
della  comune  Umanità. 

E  da  che  l'Italia  ha  una  gran  parte  da  compiere  nelle  ini- 
ziazioni dell'avvenire,  una  gran  parola  da  aggiungere  alla  For- 
mola  della  nuova  Ragione  de' tempi  e  del  nuovo  Diritto  delle 
Genti  —  e  cotesta  Parola  non  può  uscire  potente  dalla  stia 
coscienza  finché  la  sua  coscienza  non  sia  purgata  dall'ombre 
del  medio-evo  e  fatta  capace  di  ricevere  tutta  intera  la 
schietta  luce  del  Vero  —  però  fo  plauso  ai  vostri  propositi  su 
questo  capo  fondamentale  del  compito  massonico  —  incarnato 
nel  quinto  Tema  —  e  saluto  nell'opera  vostra  la  promessa 
della  redenzione  intellettuale  e  morale  del  Popolo  italiano  — 
scala  ad  ogni  altra  redenzione. 

Vogliate,  0  Fratello,  farvi  interprete  di  questi  miei  sensi 
al  Congresso,  ed  abbiatemi  con  sincera  ed  affettuosa  stima 


vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


112 


AL  PRESIDENTE 
DELLA  «SOCIETÀ  DEL -CARNEVALE  »  IN  FAENZA. 


Febbraio  1882. 

Onorevole  Signore, 

Duolmi  di  non  aver  potuto  rispondere  prima  d'ora  alla 
sua  cortese  lettera  del  28  gennaio,  e  Le  chiedo  venia  dell'in- 
volontario indugio. 

Premetto  che,  se  certe  consuetudini  di  vecchio  costume 
potessero  bandirsi  per  decreto  dal  seno  della  società,  io  farei 
plauso  ad  una  Legge  che  decretasse  l'abolizione  del  Carnevale. 

I  socievoli  ritrovi,  gli  onesti  sollazzi,  l'allegria  del  conver- 
sare sono  spontaneo  e  salubre  ristoro  delle  cure  della  vita; 
e  —  in  Popolo  felice  e  colto  —  alimento  di  gentilezza  pa- 
tria. —  Ma  il  dar  campo  franco  —  in  un  breve  e  determinato 
tempo  dell'anno  —  alla  foga  del  divertirsi,  levando  quasi  a 
frenesia  la  naturale  tendenza  al  piacere,  è  sciopero  morale 
che  corrompe,  non  ricrea,  le  umane  facoltà  e  rende  più  triste 
e  più  sentito  il  contrasto  fra  chi  gode  e  chi  soffre,  chi  ride 
e  chi  piange,  chi  fa  orgia  della  vita  e  chi  muore  d'inedia  e 
di  fame. 

Pur  —  data  la  folle  usanza  —  è  pietoso  consiglio  il  tempe- 
rarne i  mali  col  farmaco  della  Beneficenza  —  quasi  ad  am- 
monimento che,  sotto  le  liete  e  spensierate  parvenze  dell'ora 
che  fugge,  sta  l'assidua  realtà  della  miseria  e  del  dolore  ;  e 
che  i  destini  del  civile  consorzio  dipendono  dal  senso  operoso 
della  comune  Umanità,  vòlto  a  combattere  i  vizi  dell'egoismo 
da  un  lato  ;  a  migliorare -dall'altro  —  in  quanto  è  dato  ad 
umana  virtù  —  le  condizioni  sociali  dei  diseredati  dalla  for- 
tuna —  aiutandoli  ad  inalzarsi  a  civile  capacità  nel  consorzio 
della  comune  Patria 

A.  Saffi. 


113 


AL  PRESIDENTE 
DELLA  SOCIETÀ  «  FASCIO  OPERAIO  DI  M.  S.  »  IN  TRANI. 


Aprile  1882. 

Egregio  Signore, 

Accolgo  con  animo  lieto  e  riconoscente  la  nomina  a  Socio 
onorario  di  cotesta  nuova  Società  operaia;  non  come  omag- 
gio ad  alcun  merito  chp'io  senta  in  me  —  se  non  si  voglia 
giudicar  merito  l'amare  la  Patria  e  il  servirla  secondo  le  pro- 
prie forze,  —  ma  qual  segno  di  fratellevole  consenso  ne' prin- 
cipi ch'io  rappresento  come  discepolo  di  Chi  fu  primo,  all'età 
nostra,  a  preconizzare  la  risorgente  vita  e  a  insegnare  agl'Ita- 
liani la  via  di  farla  libera,  prospera  e  grande  —  Giuseppe 
Mazzini. 

Al  conforto  che  mi  viene  dal  vostro  afifetto,  bravi  Operai 
Tranesi,  rispondo  con  questi  conforti  all'opera  buona  che  ini- 
ziate associandovi:  —  Informatevi  all'espmpio  d'amore,  di  fede 
e  di  costanza  dato  dal  Grande  Educatore,  nella  predicazione 
del  Vero,  nella  devota  operosità  della  vita  :  Curate  il  lavoro, 
come  dovere  e  come  fonte  d'ogni  umano  progresso;  l'asso- 
ciazione, come  strumento  a  svolgere  le  vostre  facoltà  pel  bene 
di  ciascuno  e  di  tutti.  —  Adoperatevi  a  conquistare  il  giusto 
miglioramento  delle  vostre  condizioni  materiali,  contro  gl'im- 
pedimenti che  vi  si  attraversano,  qual  mejs^o  necessario  a  più 
alto  fine  :  alla  elevazione,  cioè,  morale,  intellettuale  e  politica 
della  vostra  classe  nella  comune  cittadinanza  della  Nazione  : 
e  vi  sia  sacro  il  vincolo  che  vi  lega  ai  vostri  fratelli  di  Patria, 
per  concorrere  efficacemente  con  essi  a  far  sì  che  l'Italia  — 
erede  di  un  grande  passato  —  risorga  nell'avvenire  degna  mi- 
nistra di  libertà  e  di  giustizia  sulle  vie  della  universale  Civiltà. 

E  con  questi  brevi  cenni  di  un  grande  compito 

A.  Saffi.' 


114 


PER  IL  CONGRESSO  OPERAIO  UNIVERSALE 
IN  PALERMO. 


Bologna,  16  aprile  1882. 

Egregio  Patriota, 

Incerto  della  dimora  dell'onorevole  compaesano  e  caro 
amico  mio  —  Saverio  Friscia  —  in  Palermo,  ringrazio  per 
mezzo  vostro  i  convenuti  al  Congresso  Operaio  universale  -^ 
da  Voi  promosso  —  della  benevolenza  che  mi  attestarono  e 
del  fraterno  saluto  inviatomi. 

Se  io  ho  merito  alcuno  —  non  ai  vostri  omaggi  —  ma  al 
vostro  affetto,  esso  consiste  unicamente  nel  culto  devoto  eh'  io 
professo  con  Voi  alla  Patria  comune:  a  questa  sacra  terra 
d'Italia,  destinata  dalla  Natura  ad  essere  perenne  attrice  di 
Virtù  e  di  Bellezza;  e  nella  fede  profonda  ch'io  pongo  nella 
capacità  del  suo  Popolo  per  le  cose  nobili  e  grandi:  però  che 
non  vi  sia  forse  Popolo  in  Europa  il  quale  intenda  come  l'Ita- 
liano —  quasi  per  naturale  istinto  e  per  ereditario  senno  — 
la  disciplina  del  buon  vivere  civile. 

Di  che  la  Sicilia  diede  appunto,  fra  l'altre  Regioni  d'Ita- 
lia, prova  solenne  in  questi  giorni,  aggiungendo  agli  altri  fasti 
—  antichi  e  recenti  ■—  della  sua  storia,  quello  d'aver  saputo 
armonizzare  umanissimamente  il  buono  orgoglio  di  un  fiero 
ricordo  di  lotta  nazionale  contro  l' insolenza  di  stranieri  op- 
pressori, con  le  vocazioni  della  progrediente  civiltà  pei  mutui 
uflSct  e  per  le  feconde  simpatie  fra  i  Popoli  affratellati  nella 
Giustizia  e  nella  Libertà,  dalla  virtù  del  Lavoro. 

Gl'Italiani  tutti  hanno  debito  di  gratitudine  alla  Sicilia 
pel  generoso  esempio  ch'essa  ne  porge  ad  insegnamento  co- 
mune :  —  ed  io,  per  uno,  sento  —  ammirandovi  —  un  tal  debito. 

Vogliate  farvi  interprete  dell'animo  mio  con  gli  egregi  vo- 
stri Colleghi  del  Comitato  Promotore  e  coi  fratelli  Operai 
della  vostra  terra  nativa  —  ed  abbiatemi 

vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


115 


AL   PRESIDENTE  DEL  COMITATO  PER  LE  ONORANZE 
AI  SUPERSTITI  DELL' 8  AGOSTO  IN  BOLOGNA 

SOTTO   GLI  AUSPICI   DEL   PRINCIPE   EUGENIO   DI   CARIGNANO. 


Bologna,  16  aprile  1882. 

Egregio  Signore, 

La  dimostrazione  di  benevolenza  di  che  volle  onorarmi  il 
Comitato  pei  superstiti  dell' 8  agosto  mi  è  grata  ed  onorevole, 
quanto  è  sincera  la  venerazione  ch'io  sento  pei  nobili  avanzi 
di  quella  gloriosa  giornata  ;  perchè  non  v'  ha  cosa  per  me  più 
veneranda  della  vecchiaia  che  può  ricordare  le  generose  prove 
compiute  —  nella  giovane  età  —  a  prò  della  Patria. 

Senonchè  —  come  veggo  dal  Foglio  col  quale  Ella  mi  par- 
tecipa il  voto  che  mi  concerne  —  la  Presidenza  onoraria  di 
cotesto  benemerito  Comitato  riveste  carattere  rispettabilis- 
simo invero,  ma  tale  da  cui  discorda  al  tutto  ropinione  po- 
litica ch'io  rappresento  —  lasciando  stare  la  mia  semplice 
qualità  di  privato  cittadino. 

Monarchico,  rifiuterei  per  modestia:  repubblicano,  sento 
di  non  potere  in  alcun  modo  accettare  l'ufficio,  per  la  con- 
tradizione che  non  lo  permette.  —  Céa.9mwo  al  suo  posto — 
parmi  regola  buona  di  vera  vita  morale  e  politica  :  ed  io  mi 
studio  seguirla,  quanto  so  e  possQ,  negli  atti  del  viver  mio. 

Gli  egregi  veterani  dell' 8  agosto  comprenderanno,  spero, 
nel  suo  vero  senso  il  motivo  della  mia  rinunzia  —  e  non  vor- 
ranno considerarmi,  per  esso,  meno  riverente  al  loro  Sodali- 
zio, e  men  disposto  a  fraternizzare  con  essi  —  senza  titolo 
d'onore  —  nella  religione  della  Patria  comune. 

Suo  devotissimo 
A.  Saffi. 


116 


SULLO  STESSO  ARGOMENTO. 
LETTERA  ALLO  ZIRONI. 


Di  casa,  17  aprile  1882. 

Carissimo  Zironi, 

Vedrete  dall'acclusa  ch'io,  per  giuste  ed  oneste  ragioni, 
noa  posso  accettare  la  Vice-Presidenza  onoraria  del  Comitato 
pc'  superstiti  dell'  8  agosto. 

Se  la  sera  che  veniste  con  essi  ad  onorarmi  di  una  grata 
visita,  m'aveste  avvertito  degli  alti  auspici  sotto  i  quali  il 
Comitato  s'era  costituito  o  stava  per  costituirsi,  vi  avrei  fin 
d'allora  chiarito  della  impossibilità  della  mia  accettazione. 

Invero  —  Principe  di  Carignano  ed  A,  Saffi  sono  una  con- 
tradizione in  termini  :  e  le  contradizioni,  anche  di  mera  forma, 
nella  vita  politica  sono  da  fuggire,  per  non  generare  equivoci 
e  confusione  nelle  menti. 

Naturalmente,  io  non  rifiuterei  mai  di  concorrere  a  lavo- 
rare per  un  bene  qualunque  con  uomini  di  opinioni  diverse 
dalle  mie;  né  dall'attendere  a  manifestazioni  ed  opere  di 
beneficenza,  di  scienza  o  d'altro,  ancte  se  provenienti  o  pa- 
trocinate da  Principi.  ■—  Ma  altro  è  il  non  chiudersi  —  come 
i  bigotti  in  fatto  di  religione  —  nel  proprio  recinto  politico, 
respingendo  ogni  contsitto  intellettuale  e  morale  col  di  fuori; 
altro  l'assumere  veste  officiale  sotto  un  colore  che  non  è  il 
proprio. 

Ducimi  che  il  Comitato,  per  difetto  di  preventive  e  chiare 
intelligenze  fra  noi,  abbia  dato  il  suo  voto  a  chi  non  poteva 
accettarlo  :  e  vi  prego  di  farvi  interprete  del  mio  sincero  ria- 
crescimento  per  l'avvenuto  :  assicurando  ad  un  tempo  i  bravi 
IT  venerandi  superstiti  dell' 8  agosto  di  tutta  la  mia  devozione 
I^er  loro  e  pel  magnanimo  fatto  di  cui  furono  autori  e  riman- 
^^ono  testimoni. 

Gradite  i  sensi  della  mia  affettuosa  stima  ed  abbiatemi 

vostro 
A.  Saffi. 


117 


AL  PRESIDENTE  DELLA  FRATELLANZA  ARTIGIANA 
DI  SAN  FRUTTUOSO  (GENOVA). 


Bologna,  16  aprile  1882. 

Egregio  e  caro  Presidente, 

Ho  tardato,  più  che  non  voleva  non  solo  il  dovere  ma  il 
desiderio  dell'animo  mio,  a  rispondere  alla  cortese  vostra  par- 
tecipazione —  e  ve  ne  chiedo  venia  non  immeritata,  perchè 
l'indugio  provenne  non  da  trascuranza  ma  da  cagioni  indi- 
pendenti davvero  dalla  mia  volontà. 

-  Le  poche  forze  e  il  tempo  di  cui  posso  disporre  furono 
—  segnatamente  in  questi  ultimi  mesi  —  tassati  di  tal  somma 
di  lavoro  obbligatorio,  da  rendermi  pressoché  impossibile  la 
puntualità  delle  corrispondenze  epistolari.  —  Nondimeno,  il 
farmi  vivo  con  Voi  mi  stava  a  cuore  —  sì  per  significarvi  i 
sensi  della  mia  riconoscenza  per  l'attestato  di  fiducia  e  d'af- 
fetto che  cotesta  Fratellanza  volle  darmi,  eleggendomi  a  suo 
Presidente  onorario  in  compagnia  del  più  antico  fra  gli  amici 
superstiti  e  non  immemori  di  Giuseppe  Mazzini;  di  uno  dei 
migliori  e  più  immutati  fra  i  veterani  del  Patriotismo  ita- 
liano, la  cui  amicizia  mi  è  conforto  e  onore  —  sì  per  lo  spi- 
rito che  anima  i  bravi  operai  di  San  Fruttuoso,  i  quali  hanno 
voluto,  fondando  il  loro  nuovo  Sodalizio,  costituirsi  —  per  così 
dire  —  sentinelle  vigili  della  Fede  del  Grande  Italiano,  presso 
la  soglia  della  Necropoli  dove  riposano  i  Suoi  avanzi  mortali. 

Di  che  fa  nobile  testimonianza,  insieme  al  Programma 
della  loro  Società,  il  proposito  da  essi  manifestato  di  colle- 
garsi alla  Confederazione  delle  Società  Liguri,  e  quindi  alla 
generale  Associazione  delle  Società  Operaie  e  Popolari  d'Ita- 
lia, affratellate  nel  Patto  di  Roma.  —  Esse  rispondono  così, 
degnamente,  ad  uno  de' più  caldi  voti  di  Giuseppe  Mazzini; 
il  quale,  negli  ultimi  giorni  del  viver  Suo,  salutava  in  quel 
Patto  gli  auspici  del  risorgimento  intellettuale  e  morale  della 
classe  operaia,  mediante  l'ordinamento  della  sua  vita  collet- 
tiva, in  armonia  con  la  vita  dell'intera  Nazione. 


118  AL  PEESEDENTE  DELLA  FRATELLANZA  EC. 

Importa  oggi,  più  che  mai,  che  la  Parte  nostra  —  fedele 
aUe  proprie  tradizioni  e  aJ  proprio  compito  -  riaffermi  i  prin- 
cipi a' quali  s'informa;  e  serbi  intatti  i  caratteri  che  ne  defi- 
niscono la  vera  e  potente  personalità.  —  Il  che  non  vuol  dire 
ch'essa  debba  appartarsi,  intollerante  e  chiusa  in  sé  mede- 
sima •—  da  quante  forze  tendono  nella  Patria  comune  a  riven- 
dicare la  Giustizia  e  il  Diritto,  la  Libertà  e  la  Sovranità 
Nazionale;  a  raggiungere  un  bene  qualunque,  anche  parziale; 
a  combattere  il  male,  il  privilegio,  l'arbitrio  in  ogni  sua  forma. 

Ma,  dinanzi  alle  lotte  del  presente,  essa  non  deve  velare 
a  sé  stessa  e  ad  altrui  gl'Ideali  dell'avvenire;  non  piegare 
la  sua  bandiera  a  grado  di  mutabili  opportunità;  non  rinun- 
ziare al  suo  ministero  iniziatore  ed  educatore  :  e,  per  adem- 
pierlo degnamente  ed  efficacemente,  serbare  immuni  le  proprie 
file  da  elementi  che  le  scompongano  con  l'anarchia  delle  idee, 
0  le  contaminino  con  l'immoralità  e  col  delitto. 


A.  Saffi. 


119 


APPUNTI  PER  UN  ARTICOLO  INTORNO  AL  CONGRESSO 
DEL  5  MAGGIO  1882  IN  BOLOGNA. 


L'Italia  attraversa  un  periodo  di  accasciamento  morale, 
<5he  può  convertirsi  in  dissoluzione  di  vita  politica  e  civile, 
se  gli  sparsi  elementi  delle  sue  forze  riparatrici  non  concor- 
rano insieme,  coordinandosi  ad  opera  comune,  a  ritenìprarne 
il  pensiero  e  Fazione.  —  Badate  ch'io  non  intendo  qui  per 
azione  la  lotta  materiale  —  non  possibile,  non  chiesta  oggi 
nelle  questioni  interne,  dal  momento  storico  in  cui  siamo.  Ciò 
che  importa  rianimare  è  l'azione  degl'intelletti  e  degli  animi; 
il  fuoco  sacro  degli  affetti;  la  virtù  de' cuori,  ispirata  4alla 
fede  nel  Vero,  nel  Buono,  nel  Giusto,  e  applicata  con  vigile 
cura  ai  grandi  quesiti  del  Diritto,  del  Dovere,  dell'Onore, 
della  prosperità  e  della  forza  della  Nazione.  Se  non  si  suscita, 
se  non  si  espande,  se  non  si  organizza  nelle  sue  manifesta- 
zioni questa  forza  interiore  —  principio  e  seme  della  gran- 
dezza dei  Popoli  —  ogni  altra  azione,  per  quanto  intesa  ad 
alti  e  nobili  obbietti,  non  potrà  estrinsecarsi  o  riuscirà  fiacca 
e  impotente. 

Ora,  se  avanzano  forze  vive  ed  energie  morali  all'Italia 
contemporanea,  queste  si  riscontrano,  quasi  esclusivamente, 
nelle  nostre  Associazioni  democratiche,  nel  seno  delle  classi 
operaie  e  in  qualche  nucleo  di  giovani  di  vario  ceto,  non 
disfatti  ancora  dal  materialismo  pratico  de'costumi  àel  giorno. 
—  Ma  forze  ed  energie  sì  fatte  sono  slegate,  disperse,  discordi, 
sia  per  questioni  astratte  d'ultimi  Ideali,  sia  per  questioni 
di  metodo;  e  l'antico  abito  del  municipalismo  impone  sovente 
ad  esse  le  sue  piccole  preoccupazioni  locali,  distogliendole  dal- 
l'assidua, perseverante,  devota  cura  de' vasti,  comuni,  vitali 
intenti  della  vita  collettiva  della  Nazione. 

Questa  funesta  condizione  di  cose  —  che  genera  infermità, 
sfiducia,  impotenza  —  è  istintivamente  sentita  dai  patrioti  delle 
varie  regioni  d'Italia:  si  sente  il  bisogno  d'intendersi,  di  avvi- 
cinarsi, di  ordinare  qualche  forma  organica  di  mutue  intel- 
ligenze, di  permanenti  scambi  d'intendimenti  e  di  propositi, 


120       APPUNTI  INTORNO  AL  CONGRESSO  DI  BOLOGNA. 

in  ciò  che  risponde  ai  comuni  principi  e  doveri;  in  ciò  che 
consente  concordia  di  pensieri  e  d'opere;  affinchè  la  Demo- 
crazia nazionale  italiana  possa,  senza  mentire  a  sé  stessa, 
chiamarsi  tale  davvero,  ed  opporre  una  forza  compatta  ed 
unanime  in  tutela  della  integrità  e  della  libertà  della  Patria, 
alla  cospirazione  delle  forze  ostili  all'una  e  all'altra. 

Questo  bisogno  e  questo  istinto  determinarono,  per  mio 
avviso,  —  ad  iniziativa  della  <  Società  Democratica  Italiana  > 
di  Milano  —  il  primo  Congresso  del  5  maggio  in  Bologna; 
e  determinano  oggi,  a  compimento  del  tentativo,  quello  del- 
l'S  agosto  prossimo. 

Riuscirà  il  tentativo  a  qual  cosa  di  pratico,  di  effettivo  ?  Non 
so:  ma  giova  il  farne  esperimento;  e  gioverà,  ad  ogni  modo, 
esporre  a  viso  aperto  i  mali  odierni,  dare  il  meritato  biasimo 
a  chi  tocca,  ammonire,  spronare,  volgere  il  guardo  al  futuro, 
additando  i  pericoli,  inculcando  il  dovere. 

A.  Saffi, 


121 


ALL' «ASSOCIAZIONE  CONSORZIALE  DI  M.  S.» 
A  PIEVE  B'  OLMI. 


Bologna,  12  maggio  1882. 

Egregi  Patrioti, 

Il  vostro  amorevole  saluto  mi  ha  commosso.  —  Conosco 
per  fama  la  vostra  Associazione  di  mutuo  soccorso,  e  so  ch'essa 
è  una  di  quelle  che  meritano  d'essere  citate  ad  esempio,  per 
buona  amministrazione,  per  elevatezza  d'intendimenti  morali 
e  per  amor  patrio. 

Ed  ottimo  fu  il  vostro  consiglio  di  stringervi  in  un  patto 
di  comune  solidarietà  e  di  mutua  educazione  fra  operai  ma- 
nifatturieri e  lavoratori  agricoli.  —  Associando  alla  virtù  del 
lavoro  il  culto  della  Patria  e  la  coscienza  de'  vostri  diritti  e 
de' vostri  doveri  come  cittadini,  voi  preparate,  nella  vostra 
classe,  all'Italia  una  forza  intelligente  che  contribuirà  a  ren- 
dere meno  difficili  le  soluzioni  civili  del  problema  economico 
dell'avvenire. 

Vi  ringrazio  di  cuore  del  cortese  invito  per  la  festa  so- 
ciale di  domenica  prossima.  Ducimi  di  non  poter  essere  con 
voi  di  persona,  come  sarò  con  voi  col  pensiero,  con  l'affetto 
e  coi  più  sinceri  voti  per  la  prosperità  del  vostro  Sodalizio 
e  delle  classi  lavoratrici  in  generale. 

Salute  a  voi  e  all'Italia. 

•  Vostro 

A.  Saffi. 


XII. 


122 


AL  CIRCOLO  <  X  MARZO  »  DI  JESI. 


Luglio  1882. 

....   Sono  assediato  —  alla    lettera  —  da  una  farragine 
d'impegni  e  di  corrispondenze,  e  non  ho  lusso  di  segretari  per- 
disbrigare  ogni  cosa  puntualmente. 

Il  vostro  atto  di  adesione  al  Voto  della  maggioranza  nel 
Congresso  di  Genova  non  implica  alcuna  inddicatezea  a  ri- 
guardo mio  o  d'altri  della  minoranza.  —  Nella  manifestazione 
de' propri  giudizi  sulle  cose  pubbliche  non  devono  entrare  ri- 
guardi personali,  se  no  addio  Libertà  !  Protesterei,  io  per 
primo,  se  riguardi  sì  fatti  dovessero  menomare  in  altri  quella 
libertà  ch'io  ripeto  intera  per  me  medesimo. 

Io  sostenni  l'Ordine  del  Giorno  proposto  dalla  maggio- 
ranza della  Commissione,  perchè  —  riservando  intatta  l'auto- 
nomia del  Partito  —  conciliava  le  Società  che  vogliono  eser- 
citare il  diritto  del  voto  —  come  strumento  all'affermazione 
della  Sovranità  nazionale  —  con  quelle  che  credono  dover- 
sene astenere.  —  E  la  conciliazione  era  incremento  e  forza 
alla  Democrazia  repubblicana. 

Questo  fu  ed  è  il  mio  convincimento. 

Vostro 
A.  Saffi. 


123 


AL  eiRCOLO  4 MAZZINI-GARIBALDI» 
DI  MASSA  CARRARA. 


Luglio  1882. 

Egregi  Patrioti, 

Voi  mi  avete  dato  un  titolo  d'onore  che  supera  d'assai  il 
merito  mio.  Permettetemi  di  non  accettare  l'omaggio,  se  non 
come  compagno  e  fratello  vostro  nella  fede  in  que' principi 
che  gli  animi  nostri  raccolsero  a  guida  degl'intendimenti  e 
dell'opere  dalla  virtù  dei  Duci  defunti. —  In  que' principi  è 
riposta  la  malleveria  della  futura  grandezza  della  Patria  Ita- 
liana. 

Il  posto  di  vostro  Presidente  onorario  non  è  vacante.  L'oc- 
cupa lo  spirito  del  Grande  che,  traducendo  in  atto  il  Pen- 
siero di  Giuseppe  Mazzini,  diede  con  l'antico  valore  unità  e 
potenza  di  vita  nuova  all'Italia. 

Quello  spirito  animi  le  vostre  facoltà,  le  vostre  speranze^ 
i  vostri  voti  ;  e  vi  sproni  a  perseverare  nella  lotta  per  la  Li- 
bertà, per  la  Giustizia  e  per  la  Redenzione  morale  e  mate- 
riale di  un  Popolo  che  fu  libero  e  grande,  e  tale  sarà  —  se 
non  vien  meno  a  sé  stesso. 

Abbiatemi  come  presente  col  pensiero  e  col  cuore,  nella 
commemorazione  del  16  corrente  —  e  gradite  i  cordiali  au- 
guri e  saluti  del 

vostro 
A.  Saffi. 


124 


ALLA  SOCIETÀ  €  L'UNIONE  DEI  POPOLI  LATINI» 
A  MARSIGLIA. 


Forlì,  20  agosto  1882. 

Miei  cari  Compatrioti, 

Vogliate  accogliere  le  mie  scuse  pel  ritardo  frapposto  a 
rispondere  alla  vostra  del  29  luglio  ;  ritardo  derivato  da  in- 
volontarie cagioni,  fra  le  quali  quella  della  mia  assenza  da 
Bologna,  dove  la  vostra  lettera  rimase  parecchi  giorni  a  mia 
insaputa. 

La  nomina  a  vostro  Presidente  onorario  è  omaggio  al 
quale  io  sento  di  avere  ben  poveri  titoli.  Consideratemi,  me- 
glio che  Presidente,  compagno  vostro  nell'amore  della  Patria, 
nella  fede  del  Bene  e  nel  Dovere  di  contribuire,  per  quanto 
dipende  da  ciascuno  di  noi,  al  progresso  de' principi  di  Giu- 
stizia e  d'Umanità  fra  tutti  i  Popoli,  senza  distinzione  di  razza. 

La  vostra  idea  dell'  Unione  de'  Popoli  latini  è  buona  e 
santa,  se  —  come  dite  —  essa  tende  non  a  rinchiudersi  in  una 
cerchia  esclusiva  ;  ma  ad  iniziare,  nella  Fraternità  latina,  la 
Fraternità  umana.  —  Non  v'ha  dubbio  che  la  Francia,  l'Italia 
e  la  Spagna  non  sieno  congiunte  fra  loro  da  affinità  d'origini, 
da  tradizioni  di  vicende  storiche  e  da  legami  d'interassi,  di 
vocazioni  e  di  uffici  che  solo  una  politica  egoistica  e  impre- 
vidente può  disconoscere. 

Ma,  per  la  stessa  natura  del  loro  genio  —  che  gittò,  primo 
in  Europa,  il  Verbo  della  unità  morale  del  genere  umano  — 
esse  devono,  col  loro  esempio  e  con  la  loro  propaganda  in- 
civilitrice,  dare  un  impulso  comune  al  gran  compito  de' tempi 
nuovi:  che  è  la  Federazione  de' Popoli  nella  reciprocità  del 
Diritto  e  del  Dovere,  sotto  gli  auspici  della  Libertà. 

E  la  situazione  europea  rende  sempre  più  urgente  un  tal 
compito,  onde  contrapporre  alle  mene  de' vecchi  Partiti  e 
de' vecchi  Governi  —  che  minacciano  coi  loro  pregiudizi  e  con 
le  loro  guerre  di  ritirare  a  barbarie  la  società  —  la  Leg'a 
delle  Democrazie  nazionali,  l'emancipazione  delle  Patrie  op- 
presse dalla  conquista,  la  solidarietà  delle  forze  sociali,  che 


ALL'  <  UNIONE  DEI  POPOLI  LATINI  >  A  MARSIGLIA.       125 

preparano  con  la  virtù  del  pensiero  e  del  lavoro  un  migliore 
avvenire  all'Umanità. 

Le  classi  che  soffrono  e  che  lavorano,  che  aspirano  a  con- 
dizioni più  eque  per  tutti,  costituiscono  in  ogni  contrada 
d'Europa  il  maggior  numero;  e  possono  recarsi  in  mano  i 
destini  dall'avvenire  se,  respingendo  gli  eccitamenti  de' loro 
padroni  agli  odi  internazionali,  cercheranno  da  Paese  a  Paese, 
nelle  mutue  simpatie  e  ne' fraterni  vincoli  che  la  natura  ha 
posto  fra  loro,  il  segreto  della  loro  salute  e  la  malleveria 
della  redenzione  europea. 

Le  norme  del  vostro  Programma  mirano  a  questo;  ed  io 
mi  associo  di  cuore  ai  vostri  voti  e  all'opera  vostra,  strin- 
gendovi cordialmente  la  mano. 

A.  Saffi. 


^■T*iif--r7-' 


126 


ALLA  «  SOCIETÀ  OPERALI  »  IN  POLESINE-PARMENSE. 


Settembre  1882. 

Egregi  Cittadini, 

Non  posso  trovarmi  fra  voi  di  persona,  pel  decimo  anni- 
versario della  fondazione  del  vostro  Sodalizio:  —  ma  vi  prego 
d'avermi  come  presente  con  la  miglior  parte  dell'animo,  e  so- 
lidale de' vostri  affetti,  de' vostri  voti,  delle  vostre  speranze. 

Fra  le  miserie  dell'oggi  —  aggravate  dai  disastri  che  la 
Natura  aggiunse  ai  tristi  effetti  dei  nostri  errori  —  temprate 
gli  animi  a  proseguire  virilmente  la  lotta  della  Giustizia  e 
della  Umanità,  del  Lavoro  e  dell'equità  sociale  contro  il  Pri- 
vilegio e  l'Arbitrio  —  che  sono  le  due  manifestazioni  dell'egoi- 
smo umano  nell'ordine  politico  e  nell'ordine  economico  della 
società.  -^  Affermate,  nel  campo  elettorale  e  fuori,  i  vostri  di- 
ritti in  nome  dei  vostri  doveri  ;  i  vostri  titoli  alla  eguale  cit- 
tadinanza nella  Patria  comune  e  al  benessere  materiale,  per- 
chè vi  sia  scala  allo  sviluppo  intellettuale  e  morale  delle 
vostre  facoltà.  —  Associatevi  come  liberi  fratelli  per  sorgere  — 
quando  che  sia  — a  dignità  di  Popolo,  e  fare  dell'Italia  una 
Nazione  conscia  de' suoi  uffici  nel  mondo,  e  degna  de' suoi 
Profeti  e  de' suoi  Martiri. 

È  questo  il  saluto  e  il  voto  col  quale  io  mi  associo  al 
vostro  fraterno  convegno. 

A.  Saffi. 


127 


AL  SIGNOR  CARLO  LEMONNIER 

PRESIDENTE  DELLA  LEGA  DELLA  PACE  E  DELLA  LIBERTÀ,  GINEVRA.» 


Forlì,  7  settembre  1882. 

Mio  caro  Amico  e  Collega, 

Vi  acchiudo  nuove  adesioni,  fra  l'altre  quella  del  Gran 
Maestro  della  Massoneria  italiana  —  l'illustre  Patriota  Giu- 
seppe Petroni  — in  nome  dell'intero  Sodalizio.  Altre  visone 
già  spedite  direttamente  da  buon  numero  di  patrioti  e  di 
società  popolari.  Come  vedete  il  cuore  dell'Italia  è  con  Voi. 
Infatti,  le  proposte  che  formeranno  il  soggetto  delle  delibe- 
razioni del  Congresso  di  Ginevra  —  neutralizzazione  del  Ca- 
nale di  Suez  —  neutralizzazione  del  Canale  di  Panama  —  non 
possono  non  riscuotere  il  plauso  universale.  Esse  si  connettono 
alla  gran  Causa  del  Progresso  del  genere  umano  sotto  l'inse- 
gna della  libertà,  della  giustizia  e  della  fraternità  de' Popoli. 

A  tali  proposte  rispondono  i  voti  del  lavoro,  della  scienza 
e  della  coscienza  morale  dell'Umanità:  —  dell'Umanità,  che 
si  leva  contro  lo  spirito  di  dominazione  e  di  conquista  :  della 
civiltà,  che  respinge,  nella  sua  marcia  trionfale,  gli  ultimi 
avanzi  della  vecchia  barbarie. 

Vi  sono  Popoli,  in  Europa,  che  il  moto  della  Storia  ha 
posti  all'avanguardia  di  questa  marcia  solenne.  Ve  ne  sono 
altri  che  rimangono  addietro,  dominati  da  forze  cieche  e  in- 
vadenti, le  quali  sono  un  ostacolo  e  una  minaccia  al  pro- 
gresso di  tutti. 

È  dovere  de' primi  il  preparare,  col  loro  esempio,  la  eman- 
cipazione de' secondi,  facendo  risplendere  sul  cammino  del- 
l'avvenire la  luce  del  nuovo  diritto  europeo.  Di  fronte  alle 
rivalità  che  il  dispotismo  genera  —  di  fronte  a  cotesta  eterna 
questione  d'Oriente  che  è  il  risultato  della  negazione  delle 
nazionalità  a  servigio  della  conquista  dinastica  e  del  mono- 
polio commerciale  —  è  urgente  che  i  Popoli  indipendenti  del- 
l'Europa occidentale  e  delle  coste  del  Mediterraneo  formino 

*  Dal  Pro  Patria,  anno  I,  n.o  12,  12-13  settembre  '82. 


128  AL  SIGNOR  CARLO  LEMONNIER. 

il  primo  gruppo  di  quella  Lega  Internazionale  della  libertà, 
che  può  sola  schermirli  dal  pericolo  della  reazione  e  di  una 
nuova  invasione  di  barbari. 

Sembra  invero  che  la  legge  della  evoluzione  storica  della 
Umanità,  nel  mondo  europeo,  tenda  ad  assegnare  alle  Na- 
zioni latine  l'onore  della  iniziativa  in  quest'opera  di  difesa 
e  di  rinnovamento  civile.  È  loro  compito  stendere  la  mano, 
da  un  lato,  all'elemento  operaio  della  Gran  Bretagna  e  a 
quelle  nobili  associazioni  di  amici  sinceri  del  popolo  che 
aspirano  colà  alla  giustizia  nelle  relazioni  esterne  del  loro 
Paese  ;  e  protestano  contro  la  politica  di  un'oligarchia  mer- 
cantile che,  pel  suo  egoismo  e  per  le  sue  tendenze  usurpa- 
trici, allontana  l'Inghilterra  dalla  sua  vera  missione  nel 
conserto  delle  Nazioni  europee.  Spetta  ad  essa  di  gittare, 
dall'altra  parte,  la  parola  della  vita  e  i  presagi  del  riscatto 
fra  i  Popoli  diseredati  delle  loro  patrie,  contrapponendo  il 
diritto  umano  della  libertà  al  diritto  barbaro  della  forza. 

Io  non  penso,  con  tutto  ciò,  ad  una  Lega  esclusiva  delle 
Genti  latine;  ad  alcuna  pretesa  di  egemonia,  di  primato, 
sulle  stirpi  che  le  circondano;  ma  alla  loro  iniziativa,  alla 
loro  azione  morale  sul  resto  della  famiglia  europea. 

Non  ho  fede  alcuna  ne' Governi  che  reggono  le  sorti  delle 
Nazioni  alle  quali  accenno,  cominciando  dal  Governo  del 
mio  Paese.  La  sua  politica  estera  è  in  assoluta  contradi- 
zione col  principio  nel  quale  consiste  il  fondamento  giuridico 
della  nuova  esistenza  dell'Italia  come  Nazione  indipendente. 
Ma  ho  fede  ne' Popoli  in  sé  stessi;  ho  fede  nello  spirito  rin- 
novatore che  agita  e  move  dappertutto  l'anima  delle  molti- 
tudini contro  un  ordine  di  cose  creato  dalla  violenza  e  soste- 
nuto dai  pregiudizi  del  passato,  in  opposizione  all'ordine  della 
natura  e  ai  bisogni  del  tempo  ;  ho  fede  nelle  voci  eterne  della 
coscienza  e  nell'armonia  di  tali  bisogni  e  dei  veri  interessi 
delle  Nazioni  con  le  norme  immutabili  della  legge  morale  e 
della  universale  giustizia. 

Ed  appartiene  alla  Democrazia  —  alle  classi  che  soffrono, 
che  pensano,  che  lavorano  —  P inalzare,  in  ogni  contrada  d'Eu- 
ropa, il  vessillo  dell'avvenire  ;  dandosi  la  mano  fra  loro  nella 
lotta  suprema  contro  l'arbitrio  e  nell'opera  santa  della  fede- 
razione, della  Pace,  della  libertà,  a  far  sì  che  cessi  per  sempre 
l'opera  dissolvente  del  privilegio  e  dello  spirito  di  domina- 
zione e  di  conquista. 


AL  SIGNOR  CARLO  LEMONNIER.  129 

Come,  nell'antica  Roma,  il  primo  grido  d'equità  e  d'egua- 
glianza —  csqu-a  Ubertas  :  una  civitas  —  e  i  primi  presenti- 
menti della  tfnità  morale  del  genere  umano  sorsero  dal  seno 
del  Comune  Plebeo  alle  prese  col  privilegio  patrizio  ;  così  dal 
seno  della  Democrazia  moderna  deve  oggi  svolgersi  il  nuovo 
diritto  delle  genti,  il  legame  sacro  dell'associazione  de'  Popoli, 
e  imporre  i  suoi  riti  al  mondo  civile,  non  più  per  mezzo  della 
forza,  ma  della  ragione  e  dell'amore. 

Ed  è  per  questo  eh'  io  guardo  come  ad  uno  de'  segni  più  fe- 
lici della  giornata,  e  come  a  promessa  di  sicurtà  per  la  grande 
causa  dell'umano  progresso,  al  Patto  d'Alleanza  fraterna, 
stabilito  il  14  luglio  di  quest'anno  in  Parigi,  fra  i  repubblicani 
francesi  e  i  delegati  della  Democrazia  e  del  Partito  d'azione 
italiano. 

L'Alleanza  tra  la  Francia  e  l'Italia,  preconizzata  in  quel 
Patto,  è  il  germe  dell'Alleanza  de' Popoli  europei  sulle  vie 
del  lavoro,  della  giustizia,  e  della  libertà. 

E  su  questo  terreno  appunto  —  sull'elemento  popolare, 
umano,  universale,  in  Inghilterra  come  in  Francia,  in  Ger- 
mania come  in  Italia  —  può  e  deve  spiegarsi  l'influenza  po- 
tente della  Lega  promotrice  della  nuova  Ragion  delle  Genti, 
sventando  i  raggiri  di  una  Diplomazia  retriva  e  trista,  e  sol- 
levando l'opinione  pubblica  contro  gli  attentati  di  un  mili- 
tarismo senza  fede  né  legge. 

Accogliete,  caro  amico  e  collega,  i  miei  più  cordiali  saluti 
e  i  voti  dell'animo  mio  pei  generosi  e  benefici  intenti  del 
Congresso  della  Lega,  al  quale  duolmi  di  non  potere,  per 
impegni  stringenti,  attendere  di  persona. 

•  Vostro  devotissimo 

A.  Saffi. 


130 


PER  I  MAESTRI  ELEMENTARI  RIUNITI  IN  CESENA. 

LETTERA  AI  SIGNORI  MARINELLI  E  MORESCHI. 


San  Tarano  presso  Forlì,  26  settembre  1882. 

Egregi  Signori, 

Assente  ieri  da  casa,  ho  ricevuto  questa  mane  soltanto  il 
vostro  cortese  telegramma.  Vogliate  esprimere  i  sensi  della 
mia  gratitudine  ai  bravi  Maestri  elementari  della  nostra  Pro- 
vincia costì  riuniti  a  conferire  intorno  ai  loro  studi  e  al  loro 
nobilissimo  ufficio  di  educatori  della  fanciullezza. 

Il  saluto  che  voi  m'inviate  in  loro  nome,  per  attestato  di 
benevolenza,  è  ricompensa  che  supera  il  poco  eh'  io  ho  fatto 
per  tradurre  in  atto  il  concetto  di  coteste  riunioni,  dalle  quali 
il  magistero  dell'insegnamento  elementare  trarrà,  non  ne 
dubito,  nuova  virtù  ed  efficacia. 

La  Scuola  deve,  per  riuscire  feconda  di  bene,  migliorare  la 
Famiglia,  chiamando  a  concorso  della  sua  opera  civile  i  geni- 
tori —  e  specialmente  le  madri  —  sì  che  le  due  influenze  edu- 
catrici, armonizzando  insieme  e  fondando  l'opera  loro  sull'ele- 
mento morale  —  purgato  dai  pregiudizi  e  dalle  ipocrisie  del 
passato, — ^^  possano  apparecchiare  alla  Patria  animi  veraci  e 
forti  di  un  profondo  sentimento  dei  doveri  della  vita,  e  quindi 
atti  ad  esercitarne  virilmente  i  diritti  e  gli  uffici,  come  uomini 
e  cittadini. 

Dolente  di  non  potere,  per  obblighi  che  qui  mi  stringoncji 
associarmi  di  persona  al  vostro  convegno,  mi  unisco  a  voi 
col  pensiero,  col  cuore  e  coi  voti. 

A.  Saffi. 


131 
AGLI  AMICI  DI  BOLOGNA. 


Forlì,  29  settembre  1882. 

Egregi  Amici, 

Invio  un-  cordiale  saluto  ed  augurio  al  vostro  Giornale. 

Io  so  che,  fedeli  al  Programma  della  Associazione  Demo- 
cratica, voi  propugnerete,  nel  campo  politico,  la  Causa  della 
vera  Libertà  e  la  partecipazione  di  tutti  i  cittadini  d'Italia, 
senza  distinzione  di  ceto,  a' suoi  diritti  ed  uffici,  sulla  base 
della  Sovranità  nazionale,  dinanzi  a  Poteri  responsabili  degli 
atti  loro,  come  deputati  ad  amministrare  la  cosa  pubblica 
pel  bene  comune,  non  a  sfruttarla  :  —  nel  campo  giuridico, 
la  Giustizia  eguale  per  tutti  ;  l'abolizione  d'ogni  legge  ecce- 
zionale ;  la  inviolabilità  delle  guarentigie  legali  che  tutelano 
l'autonomia,  la  sicurezza  della  persona  umana,  contro  qual- 
siasi arbitrio  privato  o  pubblico  :  —  nel  campo  economico,  in- 
fine, la  emancipazione  delle  forze  produttive  dai  privilegi  e 
dai  monopoli  che  ne  inceppano  lo  sviluppo  a  beneficio  de' po- 
chi contro  il  benessere  dell'universale  ;  la  riduzione  delle  im- 
poste, proporzionandole  ai  mezzi  di  sussistenza,  sì  che  le 
medesime  non  intacchino  —  come  oggi  avviene  —  il  necessario 
alla  vita  o  i  risparmi  destinati  alla  riproduzione  e  all'aumento 
della  ricchezza  generale  —  e,  a  tale  intento,  una  radicale  tra- 
sformazione degli  ordini  amministrativi  e  militari  dello  Stato, 
salva  l'Unità  della  Patria  e  la  validità  delle  sue  difese;  — 
la  progressiva  riforma  de' rapporti  fra  il  Capitale  e  il  Lavoro, 
subordinandoli  ai  principi  d'equità,  d'umanità,  di  associa- 
zione cooperativa;  il  diritto  di  proprietà  individuale  armoniz- 
zato, nella  sua  estensione,  coi  doveri  sociali  e  con  le  norme 
supreme  della  pubblica  utilità. 

E  so  che,  scendendo  nella  lotta  elettorale,  voi  ingiunge- 
rete ai  vostri  candidati  di  proseguire  sul  terreno  dell'azione 
legislativa  il  programma  dei  loro  elettori;  di  serbarsi,  ne' su- 
premi Consigli  del  Paese,  custodi  e  esecutori  sinceri,  operosi, 
inflessibili  del  mandato  commesso  alla  lor  fede;  sdegnando 
ogni  compromesso  dell'  ufficio  loro  con  esigenze  di  combina- 
zioni parlamentari;  costituendosi,  nel  magistero  legislativo. 


132  AGLI  AMICI  DI  BOLOGNA. 

rappresentanti  e  difensori  veri  del  Popolo,  interpreti  della 
civile  Democrazia  d'Italia  —  non  seguaci  di  meschine  fazioni 
ministeriali,  e  d'interessi  personali  o  di  Parte. 

Io  non  so  se  questo  concetto  dell'ufficio  e  della  dignità 
del  Legislatore  eletto  dal  pubblico  suffragio  avrà  campo  di 
svolgersi  negli  ordini  presenti  dello  Stato:  so  che  tale  è  lo 
spirito  che  dovrebbe  animare  i  Collegi  degli  elettori  e  la  co- 
scienza comune,  per  l' inalzamento  delle  sorti  presenti  e  future 
della  Nazione. 

Vostro 
A.  Saffi. 


133 


AL  COMITATO 
ELETTORALE  DEMOCRATICO  DI  FORLÌ. 


Novembre  1882. 

Egregi  Concittadini, 

Impedito  d'intervenire  al  geniale  e  patriotico  convegno, 
vi  prego  di  accogliere  con  le  mie  scuse  i  miei  cordiali  rin- 
graziamenti pel  cortese  invitìo. 

Il  moto  della  Democrazia  contemporanea  —  e  segnata- 
mente delle  classi  operaie  —  in  Italia,  per  la  rivendicazione 
del  suffragio,  è  uno  de' segni  solenni  dell'età  nuova.  È  moto 
di  Popolo  che  assorge  alla  coscienza  de' suoi  diritti  pel  con- 
seguimento de' suoi  doveri:  che  sente  l'urgenza  della  sua 
emancipazione  politica  pel  miglioramento  delle  sue  condizioni 
economiche  e  morali:  che  afferma  la  sua  Sovranità,  come 
fonte  unica  della  legittimità  de'  Poteri  che  devono  reggere  i 
suoi  destini. 

Ricordate  ai  vostri  eletti  che  questo  è  il  senso  de' vostri 
voti:  ricordate  a  voi  stessi  che  principi,  diritti  e  criteri  di 
giustizia  politica  e  sociale  rimangono  vane  astrazioni,  se  non 
scendono  dal  campo  dell'affermazione  in  quello  dell'applica- 
zione pratica;  e  che,  a  raggiungere  tale  intento,  è  indispen- 
sabile il  concorso  assiduo  di  tutte  le  volontà  e  di  tutte  le 
forze  morali  che  militano  sulla  via  del  civile  progresso. 

Perseverate,  educando  ed  operando;  guardate  come  a  su- 
premi fini,  inseparabili  davvero  l' uno  dall'altro,  al  benessere 
delle  moltitudini  e  alla  grandezza  della  Patria  comune  :  e  gra- 
dite ch'io  invochi  in  ispirito,  dai  Geni  della  natia  civiltà,  sa- 
lute a  voi  tutti  e  all'  Italia. 

A.  Saffi. 


134 


AL  CIRCOLO  *  G.  MAZZINI  »  IN  FORLÌ. 


Bologna,  25  novembre  1882. 

Egregi  Amici, 

Fu  buon  consiglio  del  vostro  Circolo  di  convocare  per 
turno  le  diverse  Sezioni  degli  associati,  per  indirizzo  e  con- 
forto al  lavoro  d'ordinamento  fraterno,  di  educazione  morale 
e  d'istruzione  pratica,  che  è  compito  e  dovere  del  vostro  so- 
dalizio, nel  duplice  rapporto  de' suoi  uffici  cittadini  e  locali 
e  della  parte  che  gli  spetta  nell'opera  collettiva  della  civiltà 
nazionale. 

Guardate  con  fede  e  con  perseverante  fermezza  ai  prin- 
cipi che  informano  il  vostro  Programma;  perchè,  in  que' prin- 
cipi che  Giuseppe  Mazzini  attinse  alla  coscienza  della  Umanità 
e  alla  Legge  storica  del  civile  progresso,  è  la  Verità,  la  Vita 
e  l'Avvenire:  ma  siate  tolleranti  ad  un  tempo  verso  quanti, 
pur  non  accordandosi  in  tutto  con  voi  — -  sia  nelle  idee,  sia 
nel  modo  di  promoverne  l'attuazione  —  amano  nondimeno, 
come  voi  l'amate,  la  Patria,  e  possono  cooperare  con  voi 
ne' molteplici  uffici  onde  si  compone  e  va  quotidianamente 
esplicandosi  la  vita  civile  d'un  Popolo.  Non  sia  tra  voi  chi 
dica:  Quelli  che  non  sono  in  tutto  e  per  tutto  con  noi  sono 
contro  di  noi  ;  nessun  contatto  fra  noi  ed  essi,  ma  guerra  ad 
oltranza.  —  Sarebbe  parola  stolta  di  reazione  individuale  o 
di  sètta,  contradicente  alla  più  nobile  e  più  feconda  parte 
dell'apostolato  del  Vero,  del  Buono,  del  Giusto  :  quell'aposto- 
lato che  si  fa  strada  fra  le  opinioni  incerte  o  contrarie,  e 
avanza  e  vince  con  la  bandiera  della  Ragione  e  dell'Amore.  — 
Fraintende  e  oltraggia  lo  spirito  di  Giuseppe  Mazzini,  chi 
fa  del  Suo  nome  segnacolo  di  scisma  nel  campo  del  patrio- 
tismo  italiano,  e  delle  Sue  dottrine  barriera  di  separazione  tra 
credenti  e  non  credenti,  a  somiglianza  de' preti  —  anziché  vin- 
colo di  umane  simpatie  e  di  mutui  ravvicinamenti,  fra  quanti, 
per  diversi  gradi,  tendono  alla  mèta  comune  della  Libertà  e 
della  Giustizia  sociale. 

Serbate  fede  all'Ideale  repubblicano  —  all'Ideale,  cioè,  di 
quella  giusta  e  santa  associazione  di  liberi  e  d'eguali  in  eia- 


AL  CIRCOLO  <  G.  MAZZINI  >   IN  FORLÌ.  135 

scuna  Patria,  e  di  Patrie  confederate  con  equi  patti  di  mutua 
giustizia  fra  loro  —  che  è  il  termine  a  cui  tende  il  moto 
de' tempi  — perchè  le  facoltà  di  ciascuno  e  di  tutti  possano, 
senza  ostacoli  e  restrizioni,  elevarsi  alla  nobiltà  della  comune 
natura  umana. 

E  della  nostra  fede  esponete,  nella  piena  luce  del  Vero 
e  senza  riguardi  di  falsa  opportunità,  i  principi  e  gl'inten- 
dimenti, applicandone  le  norme  morali  alla  vita,  in  quanto  lo 
consenta  la  realità  presente;  ma  non  create  illusioni  agl'ignari 
delle  Leggi  dell'umano  progresso  e  delle  condizioni  contem- 
poranee dell'Italia  in  particolare;  facendo  credere  ad  essi 
possibile  il  raggiungimento  improvviso,  per  mezzi  violenti, 
delle  vittorie  serbate  al  perseverante  magisteri  della  educa- 
zione, al  continuo  accrescersi  delle  forze  civili  d'un  Popolo, 
mercè  i  frutti  tlel  lavoro  e  dell'associazione,  e  alla  virtù  del 
sacrificio. 

Respingete,  sopratutto,  con  ogni  vostro  potere,  i  propositi 
della  violenza  nel  campo  della  questione  sociale.  —  La  vio- 
lenza, applicata  all'ordine  economico  della  società,  condurrebbe 
direttamente,  attraverso  la  guerra  civile  e  la  distruzione  del 
frutto  accumulato  del  lavoro  de' secoli,  alla  miseria  e  alla  bar- 
barie universale. 

Solo  il  progressivo  inalzamento  delle  classi  diseredate  alla 
libertà  del  lavoro  e  alla  potenza  dell'associazione  produttiva 
può  affrettare  l'avvenimento  della  equità  sociale  a  beneficio 
di  tutti. 

E  con  questi  avvertimenti  ne' quali  mi  è  caro  avervi  con- 
cordi, credetemi  sempre 

A.  Saffi. 


13G 


AL  PRESIDENTE 
DELLA  <  SOCIETÀ  OPERAIA  DI  M.  S.  »  DI  LAVAGNA. 


Bologna,  2  maggio  1883. 

Egregio  Patriota, 

Le  lettere  che  mi  dirigeste  mesi  addietro,  in  un  tempo 
nel  quale  io  era  costretto  a  frequenti  assenze  da  casa,  rima- 
sero a  lungo  confuse  —  a  mia  insaputa  —  fra  le. carte  e  i  gior- 
nali che  s'erano  venuti  accumulando  nell'intervallo.  Soprag- 
giunte poi  altre  cagioni  d'indugio  a  scrivervi  n'è  avvenuto 
che  oggi  io  mi  trovi  in  debito  tanto  arretrato  di  risposta  con 
Voi,  da  non  sapere  come  scusarmene. 

E  non  è  senza  perplessità  ch'io  mi  fo  ora  a  rispondere 
all'omaggio  immeritatq  —  o  certamente  superiore  ad  ogni  mio 
titolo  —  che  da  Voi  mi  venne.  Ma  vi  dirò  franco  l'animo  mio. 
In  generale  io  non  approvo  —  ed  ebbi  occasione  di  dirlo  altre 
volte  —  il  costume  delle  nomine  onorarie  negli  Atti  delle  no- 
stre Società  popolari.  Mi  sembrano  forme  accademiche,  alle 
quali  non  risponde  alcun  ufficio  reale  e  che  mettono  perciò 
a  prova  la  coscienza  e  la  modestia  di  chi  le  riceve.  Preferirai 
la  semplice  parola  di  approvazione  fraterna,  ne' casi  speciali 
di  qualche  bene  effetti vam  ente  operato  —  il  saluto,  l'omaggio 
alle  singole  azioni  degne  di  lode  —  più  che  cotesti  titoli  di 
permanente  onoranza  alle  persone,  che  pur  sono  —  come  per- 
sone umane  —  soggette  a  fallire. 

La  vita  al  fin,  e  il  dì  loda  la  sera  —  dice  il  Poeta,  verseg- 
giando un  savio  proverbio  antico.  —  E  in  vero,  chi  può  avere 
certezza  che,  ne' decorati  di  onoranze  sì  fatte,  il  fallo  del  do- 
mani non  contradica  alla  distinzione  dell'oggi? 

Comprendo  però  che,  in  casi  di  eccezionale  grandezza  di 
pensiero  o  d'azione,  e  per  nomi  che  rappresentano  la  mente 
di  un'epoca,  lo  spirito  di  tutto  un  Popolo  —  come  quelli  ap- 
punto di  Garibaldi  e  di  Mazzini,  —  le  fratellanze  che  escono 
da  quel  Popolo  amino  di  porsi,  per  così  dire,  sotto  gli  auspici 
di  tali  nomi. 


AL  PRESIDENTE  DELLA   <  SOCIETÀ  OPERAIA  >  EC.     137 

Ma  allora  la  morte  dei  titolari  non  prescrive  il  titolo  ad 
essi  conferito  in  vita  —  anzi  lo  conferma  e  lo  rende  santo  e 
inviolabile. 

Giuseppe  Garibaldi  fu  in  persona  —  e  rimane  per  sempre 
in  ispirito  —  vostro  Presidente  onorario.  —  Voi  non  dovete  e 
non  potete  cancellare  il  suo  gran  nome  dal  sommo  dell'Albo 
del  vostro  Sodalizio.  —  E  in  quanto  a  me,  accettando  di  sosti- 
tuirlo con  la  povertà  del  mio,  sentirei  di  commettere  un  atto 
d'imperdonabile  vanità. 

Voi  comprenderete  —  ne  sono  certo  —  il  senso  che  mi 
move.  —  Non  disconosco,  non  respingo  la  vostra  benevolenza  : 
la  vostra  stima  mi  onora,  e  ve  ne  sono  grato  —  ma  vogliate 
essermene  cortesi  in  altro  modo  :  abbiatemi,  quale  sono,  vo- 
stro compagno  di  fede  —  chiamatemi  fratello  vostro  nel  culto 
operoso  degli  Ideali  che  que' Grandi  fecero  risplendere  di  luce 
immortale  dinanzi  a  noi:  lavoriamo  insieme,  ciascuno  secondo 
le  proprie  forze  a  preparare  una  Patria  degna  della  loro  virtù 
alle  generazioni  future  —  e  credete  all'affetto  del 

vostro 
A.  Saffl 


XII.  10 


188 


AD  £.  R.  (triestisto). 


Bologna,  12  giugno  1883. 


Eg^regio  Cittadino, 


Assente  ne'  giorni  scorsi  da  Bologna,  ho  ricevuto  ieri  sol- 
tanto la  Yostra  del  5  corrente  —  trasmessami  in  lettera  rac- 
comandata dalla  persona  clie  ne  aveva  l'incarico. 

L'acchiuso  mandato  di  rappresentanza  fu  da  me  spedito 
immediatamente  alla  Direzione  del  Periodico  11  Dovere  in 
Roma  —  sopprimendo  la  formola  Vendila  Primaverile  ec.,  per 
evitare  possibilmente  il  sequestro.  Sarà  pubblicato,  spero, 
nel  numero  di  Domenica  ventura.  — In  quanto  al  Manifesto 
a^VItalianiy  nessuna  difficoltà  di  farlo  stampare  e  di  procu- 
rare al  medesimo  la  più  vasta  circolazione  simultanea,  per 
mezzo  delle  nostre  Società.  —  Più  difficile  —  e  forse  meno  ac- 
concia a  dargli  pubblicità  —  V affissione.  La  paura  e  la  vigi- 
lanza della  servile  Polizia,  che  deturpa  l'Italia,  s'attraverse- 
rebbero all'intento.  Non  appena  affisso,  e  prima  che  il  pubblico 
io  avvertisse,  il  Manifesto  sarebbe  inevitabilmente  strappato 
dai  muri.  —  Nondimeno,  mandate  pure  il  manoscritto.  Inter- 
pellerò gli  amici  e,  in  un  modo  o  nell'altro,  faremo  che  la 
Voce  di  Trieste  risuoni  alta  per  le  città  italiane.  Veramente, 
l'organo  naturale  di  questa  opera  patriotica  sarebbe  l'Asso- 
ciazione dell'Italia  Irredenta.  Ma  le  fila,  gVindirisei,  i  nomi 
dell'Associazione  sono  in  mano  del  Comitato  Centrale  a  Na- 
poli, e  in  particolare  di  M.  R.  Imbriani  ;  il  quale,  per  questa 
ragione,  potrebbe,  assai  più  agevolmente  di  noi,  dar  mano  alla 
diramazione  del  Manifesto.  —  La  Presidenza  onoraria  del  Co- 
mitato coopera  moralmente  a  tener  viva  la  coscienza  del  Di- 
ritto e  del  Dovere  italiano  dinanzi  alle  terre  irredente;  ma 
del  lavoro  pratico  dell'Associazione  si  occupava  e  si  occupa 
esclusivamente  la  Presidenza  effettiva;  la  quale,  in  fondo,  si 
concentra  nell' Imbriani.  —  Tuttavia,  ripéto,  se  così  vi  piace, 
altri  farà  il  meglio  che  può  per  cooperare  al  vostro  propo- 
sito; purché  però  ciò  non  abbia  da  disgustare  Imbriani;  il 
che  dispiacerebbe  a  me  e  non  sarebbe  bene  per  la  Causa. 


AD  E.  R.  (TRIESTINO).  13& 

Pensateci;  e,  in  ogni  caso,  vedete  se  non  fosse  meglio  far  capo 
a  dirittura  a  lui,  acchiudendomi  —  col  Manifesto  —  una  vo- 
stra a  lui  diretta,  ch'io  gl'invierei  insieme  al  manoscritto, 
aggiungendo  alle  vostre  le  mie  sollecitazioni. 

Addio,  egregio  compatriota.  Gradite  e  partecipate  il  diìo 
fraterno  saluto  agli  amici  vostri.  Possano  gli  eventi  volgere 
propizi  ai  nostri  voti  e  —  più  degli  eventi  —  la  virtù  che  li 
crea  :  virtù  che  oggi  langue  pur  troppo  anche  ne'  buoni,  so* 
praflfatta  dallo  scetticismo,  dai  volgari  interessi  e  dalla  indif- 
ferenza del  maggior  numero.  —  Ma,  nonostante  i  vizi  del  x^re- 
sente,  l'Italia  risorgerà  e  compirà  il  suo  dovere,  perchè  cori 
vogliono  i  fati  della  sua  Storia. 

Abbiatemi  ora  e  sempre 

vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


140 


ALL^  ASSOCIAZIONE  «  A.  SAFFI  : 
DI  TRINO  VERCELLESE. 


Bologna,  18  giugno  1883. 

Egregi  Cittadini, 

A  voi  piacque  d'intitolare  dal  mio  nome  la  vostra  patrio- 
tica  Società;  e  nella  lettera  a  stampa  che  m'indirizzate  per 
mezzo  del  pregiato  Giornale  piacentino  II  Progresso  —  volgen- 
domi cortesi  e  immeritate  lodi  —  dite  di  voler  prevenire,  con 
gli  argomenti  ivi  addotti,  l'obbiezione  ch'io  avrei  potuto  farvi: 
che,  cioè,  i  Sodalizi  de' nostri  operai  hanno  da  intitolarsi,  non 
agli  uomini,  ma  ai  principi. 

L'obbiezione,  per  me,  resta  ad  ogni  modo  ;  e,  se  è  valida 
in  generale,  così  è  tanto  più  nel  caso  mio:  giudice  di  ciò  la 
mia  propria  coscienza,  la  quale  non  m' inganna  sulla  misura 
de' miei  meriti. 

Gli  uomini  sono  fallibili;  i  principi  eternamente  veri. 
A  questi  dev'essere  consacrato  il  culto  fedele  e  operoso  di 
quanti  intendono  a  migliorare,  svolgendone  praticamente  le 
conseguenze,  la  vita  civile  d'un  Popolo  :  — de' primi  vorrei, 
più  che  esaltate  le  persone,  giudicate  ad  una  ad  una  le  opere, 
dando  loro  conforto  di  fraterna  simpatia,  se  fanno  il  bene; 
non  attraversando  al  biasimo  possibile  —  se  fanno  il  male  — 
il  privilegio  di  un  permanente  titolo  d'onore. 

È  vero  che  sorgono  di  tratto  in  tratto,  a  guida  delle  Na- 
zioni, uomini  di  sovrano  valor  d'ingegno  e  d'animo,  i  quali 
incarnano  in  sé  gran  parte  degl'Ideali  del  Vero  e  del  Bene: 
—  ma  anche  per  questi  giova,  parmi,  perchè  l'incarnazione 
sia  piena  e  imperitura  la  virtù  dell'esempio,  attendere  il  sug- 
gello sacro  e  solenne  della  morte. 

Comunque,  voi  avete  voluto  associare  pubblicamente  il  vo- 
stro Sodalizio  al  mio  povero  nome;  e  a  me  non  rimane  che 
rendervi  grazie  cordiali,  non  del  soverchio  omaggio,  ma  della 
benevolenza  di  che  mi  onorate. 

Io  non  posso  darvi,  con  sicura  fede,  altro  pegno  di  me  da 
questo  in  fuori  :  eh'  io  morrò  ravvolto  —  come  voi  presa- 


ALL'ASSOCIAZIONE   <  A.  SAFFI  >  EC.  141 

gite—  <  in  quella  bandiera  che  sóla  simboleggia  libertà  non 
monca.  >  — 

Ciò  che  più  mi  è  grato  nella  fratellevole  relazione  che 
s'inizia  tra  noi,  è  il  consentimento  del  vostro  veder  mio  in- 
torno al  nesso  fecóndo  delle  dottrine  di  G.  Mazzini  con  quel 
senno  pratico  che  è  proprio  della  nostra  stirpe,  e  in  partico- 
lare del  Popolo  piemontese.  La  grandezza  di  una  Nazione  è 
l'ultimo  risultato  dell'opera  costante  delle  sue  forze  intellet- 
tuali e  morali  applicate,  anche  a  traverso  a  circostanze  av- 
verse, agl'incrementi  possibili  della  sua  civiltà;  e  sarebbe 
errore  pernicioso  alla  vitale  continuità  del  Progresso  il  disde- 
gnare e  respingere  —  come  voi  dite  —  quanto  si  possa  prati- 
camente e  prossimamente  effettuare  sulle  vie  del  Bene,  perchè 
le  condizioni  presenti  fanno  contrasto  alla  piena  attuazione 
degl'Ideali  dell'Avvenire. 

Vostro  ora  e  sempre 
A.  Saffi. 


142 


A  UNA  LOGGIA  DI  NAPOLI. 


Forlì  (Romagna),  5  ottobre  1883. 

Onorando  F.'. 

....  Per  involontarie  e  per  me  dolorose  cagioni,  ho  indu- 
giato più  che  non  avrei  dovuto  e  voluto  ad  esprimere  per 
vostro  mezzo  agli  Onorandi  FF.\  del  Gran  Consiglio  i  grati 
sensi  dell'animo  mio  per  l'alto  attestato  di  stima  e  di  bene- 
volenza che  da  loro  mi  venne  ;  e  di  questa  mia  mancanza, 
che  non  procedette  dal  mio  sentire  ma  da  circostanze  este- 
riori, vi  prego  di  ottenermi  venia  presso  i  medesimi. 

Io  ho  fatto  così  poco  —  vuoi  nel  campo  del  Pensiero,  vuoi 
in  quello  dell'Azione  —  a  servigio  de' grandi  intenti  della  Causa 
massonica  universale  de'  Sodalizi  dell'Ordine  nell'Italia  nostra 
in  particolare,  ch'io  sento  di  dovere  attribuire  il  titolo  che 
voleste  conferirmi  —  più  che  ad  alcun  mio  pregio  pel  bene 
operato  —  alla  vostra  persuasione  eh'  io  ami  e  desideri  il  Bene 
e  intenda,  secondo  le  mie  deboli  forze,  a  propagarne  in  altri 
la  virtù  e  l'amore.  —  In  quésto  senso,  e  come  conforto  fra- 
terno alla  credenza  che  abbiamo  comune  nel  Progresso  del- 
l'Umanità, accetto  l'onore  che  vi  piacque  farmi,  e  ve  ne  sono 
riconoscente. 

Adoperiamoci,  onorandi  FF.'.,  per  quanto  possa  dipendere 
dalla  Solidarietà  operosa  degli  animi  nel  seno  della  grande 
Associazione  massonica,  a  combattere  la  decadenza  ond'è  mi- 
nacciata la  Patria  nostra  dal  materialismo  degl'interessi  a 
detrimento  delle  più  elevate  e  più  nobili  facoltà  della  natara 
dell'  Uomo.  —  Il  male  del  secolo  sta,  s' io  ben  giudico,  nello 
scisma  fra  la  ricerca  dei  beni  esteriori  della  tita  e  il  culto 
dei  fini  morali  della  vita  stessa:  il  rimedio,  nella  restaura- 
zione dell'armonia  fra  l'uomo  esteriore  e  l'uomo  interiore 
—  fra  la  realtà  e  l' Ideale.  —  I  nostri  Padri  furono  grandi 
per  tale  armonia.  I  mercatanti  dei  liberi  Comuni  italiani 
erano  solerti  trafficatori  e  generosi  cittadini  ad  un  tempo. 
Accumulavano  dovizie  per  decorarne  d'arti,  di  studi,  di  mo- 
numenti immortali  le  loro  città.  E  l'amor  patrio  municipale 


««WI^IP 


A  UNA  LOGGIA  DI  NAPOLI.  143 

si  disposava  nel  loro  intelletto  e  nel  loro  cuore  ad  uno  spirito 
ecumenico,  che  U  faceva  cittadini  del  mondo.  —  D'onde  la  po- 
tenza incivilitrice  degl'Italiani  nel  medio-evo:  potenza  mas- 
sonica per  eccellenza. 

Io  ho  fede  in  questa  restaurazione  del  genio  natio  della 
nostra  stirpe:  e  però  non  dispero  dei  destini  della  Terza  Ita- 
lia. Possa  la  virtù  de'  migliori  affrettarla.  E  con  questo  voto 
abbiatemi,  Onorandi  FF.-. 

vostro  devotissimo  F.\ 
A.  Saffi. 


144 


IL  PENSIERO  DI  CATTANEO.* 

FRAMMENTO. 


Come  in  Giuseppe  Mazzini  all'intento  di  creare  la  patria, 
in  Carlo  Cattaneo  all'  intento  di  porla  a  livello  della  coltura 
europea,  il  pensiero  era  azione  :  e  in  lui,  come  nell'  Esule  Ge- 
novese, l'azione  era  ispirata  da  un  profondo  amore  pel  bene 
della  Umanità  e  da  uno  sdegno  magnanimo  contro  tutto  ciò 
che  la  perverte  e  calpesta.  Il  che  spiega  il  tramutarsi  improv- 
viso dello  scienziato  -r-  giunta  l'ora  solenne  —  in  reggitore  di 
città  insorta  contro  l'oppressione  straniera,  e  il  convergere 
risoluto  e  potente  delle  sue  facoltà  dalla  quiete  degli  studi 
all'ordinamento  della  lotta  liberatrice,  coadiuvandola  con  gli 
accorgimenti  dell'ingegno  scientifico;  perchè  la  cacciata  degli 
Austriaci  da  Milano  nelle  giornate  del  marzo,  fu  in  grado 
eminente  una  vittoria  dell'intelletto,  armato  dell'unanime 
virtù  di  un  Popolo,  contro  la  forza  brutale. 

L'insigne  Lombardo  fu  del  numero  di  quei  tipi  più  ele- 
vati della  nostra  razza,  ne' quali  l'ideale  e  il  reale  s'accor- 
dano in  una  forte  unità,  che  li  fa  presti  del  pari  alla  coltura 
delle  arti  pacifiche  e  ai  cimenti  della  vita  civile,  sacerdoti 
del  pensiero  e  cittadini  ad  un  tempo.... 

le  sparse  reliquie  della  mente  di  Carlo  Cattaneo  of- 
frono, nel  loro  insieme,  le  grandi  linee  di  una  ragionata  En- 
ciclopedia del  sapere  moderno,  coordinate  ai  bisogni,  agli  usi 
e  ai  progressi  dell'associazione  civile.  E  se  gl'Italiani  fossero 
meno  incuranti  degl'insegnamenti  de' loro  migliori,  meno  tra- 
vagliati da  meschini  rancori  di  parte,  e  più  operosi  nel  con- 
tinuare e  svolgere  la  tradizione  de' loro  tesori  intellettuali, 
il  Fondatore  del  Politecnico  non  sarebbe  morto  povero  e  ne- 
gletto nella  solitudine  di  Castagnola  ;  e  gli  Scritti  suoi  avreb- 
bero da  tempo  occupato,  nell'attenzione  de'  suoi  connazionali, 
il  posto  che  meritano  come  riflesso  ed  indice  luminoso  degli 
aumenti  delle  scienze  nell'età  nostra,  a  guida  de' patri  studi, 
de' metodi  dell'insegnamento,  e  della  parte  che  ci  spetta  nel- 
l'opera della  civiltà  europea. 

A.  Saffi. 

*  Dal  Secolo  del  23  marzo  '84. 


145 


ALLO  STUDENTE  IN  LEGGE  GIOVANNI  ROSADL* 


Bologna,  12  novenibro  1884. 

Egregio  Signore, 

La  copia  del  Giornale  La  Nazione  del  31  ottobre  e  la 
cortese  lettera  con  la  quale  me  l'accompagnava  —  dirette,  me 
assente,  a  Forlì  —  mi  giunsero  con  qualche  ritardo  qui  in  Bo- 
logna, dove  ora  mi  trovo. 

Stretto  da  obblighi  di  lavoro  urgente,  ho  indugiato  alquanto 
a  ringraziamela,  e  la  prego  a  scusarmene.  —  Per  la  stessa 
ragione  non  mi  è  concesso  di  entrare  con  la  presente  in 
un'ampia  discussione  del  quesito  da  Lei  posto  nell'articolo 
che  le  piacque  intitolare  Saffi  e  il  disarmo  :  ma,  a  chiarire 
il  mio  concetto  intorno  al  problema  della  progressiva  elimi- 
nazione delle  cagioni  di  guerra  fra  gli  Stati  Europei  e  della 
influenza  che  Italia,  Francia  e  Germania  —  concordi  fra  loro  — 
potrebbero  esercitare  sulla  questione,  può  bastare,  per  avven- 
tura, r  aggiungere  alle  parole  ch'Ella  ha  citate  dal  mio  libric- 
ciuolo  sopra  Alberigo  Gentili  e  il  Diritto  delle  Genti,  qualche 
altro  passo  ch'ivi  le  commenta. 

Notando  come  l'opinione  —  sospinta  dalle  esigenze  degl'  in- 
teressi generali  e  delle  scambievoli  utilità  fra  le  Nazioni, 
nonché  dal  senso  della  comune  Umanità  —  vada  opponendosi, 
dove  più  dove  meno,  all'arbitrio  guerresco  de'  Governi,  io 
esprimeva  la  speranza  che  <  questo  contrasto  del  fatto  este- 
riore di  un  encrrme  e  rovinoso  apparato  di  forze  distruttive 
con  l'intimo  voto  della  vita  civile  che  si  solleva  contr'esso  > 
cesserebbe  quando  che  sia  :  —  <  ma  —  soggiungevo  —  ad  una 
condimone^  nella  quale  è  riposto  il  più  alto  obbietto  della 
Kagion  delle  Genti,  nell'età  nostra  >  :  e  cioè,  che  alle  ambi- 
zioni d'impero  e  agl'incentivi  di  lotta  sia  chiusa  per  sempre 
la  via,  mercè  la  emQ,ncipasione  e  V ordinamento  progressivo  di 
quelle  Nazioni  sulle  quali  pesa  ancora  V  arbitrio  della  conquista, 
E  —  osservato  come  le  secolari  rivalità  delle  vecchie  mo- 
narchie, gareggianti  pel  dominio  sui  piccoli  e  discordi  Stati 

*  Oggi  distinto  avvocato  in  Firenze.  —  {Nota  dei  Compilatori.) 


146        ALLO  STUDENTE  IN  LEGGE  GIOVANNI  ROSADL 

della  media  Europa,  fossero  oggimai  tolte  di  mezzo  dal  co- 
stituirsi dell'Italia  e  della  Germania  a  grandi  unità  nazio- 
nali —  ne  deducevo  che  —  <  gran  fondamento  e  malleveria  di 
stabilità,  di  pace  e  d'opere  civili,  per  le  contrade  medie  e  oc- 
cidentali d'Europa,  era  l'alleanza  della  stirpe  latina  con  la 
teutonica  >  ;  e  che  doveasi  far  voto  <  che  la  provvida  mente 
de'  tempi,  sottomettendo  le  passioni  alla  ragione,  ne'  liberi 
consigli  de'  Popoli,  riparasse  con  giuste  reintegrazioni  le  in- 
giurie delle  recenti  guerre  sopprimendo  i  resti  dell'antico 
arbitrio,  sì  che  i  confini  delle  tre  grandi  Nazioni,  che  hanno 
virtualmente  in  mano  le  sorti  dell' ordinamento  continentale 
—  Francia,  Italia  e  Alemagna  —  diventino  termine  sacro  di 
lor  naturali  consonili  e  fraterne  catene  di  scambievoli  commerci 
e  amistà,  non  segno  di  ostili  impedimenti  e  di  guerre  >.  Con 
che  naturalmente  volevo  alludere  all' Alsazia-Lorena,  da  un 
lato,  alle  terre  italiane  staccate  dalla  Madre  Patria,  dal- 
l'altro. 

E  —  accennando  ai  pericoli  delle  <  fortune  divise,  sparse, 
cozzanti  >,  delle  Genti  Europee,  tra  l'estendersi  di  poderose 
forze  di  Popoli  nel  mondo  Ruteno,  da  una  parte,  nel  mondo 
Americano,  dall'altra  —  io  diceva  che  il  rimedio  suggerito 
dalla  natura  stessa  delle  cose,  e  reso  ognora  più  urgente  dalle 
necessità  della  conservazione,  della  indipendenza  e  della  pro- 
sperità dell'Europa,  era  riposto  nel  compimento  delle  eman- 
cipazioni nazionali,  anche  in  quella  zona  —  oggi  in  gran  parte 
schiava  —  che  si  stende  dal  Baltico  ai  Balcani,  attraendo,  con 
l'autonomia  delle  Patrie  loro  le  stirpi  slave  in  essa  comprése, 
nel  lavoro  e  ne'  vincoli  di  una  consorte  civiltà  con  le  Nazioni 
già  costituite  del  Continente.  —  È  invocavo  in  queste  una  po- 
litica conforme  al  grande  principio  della  Nazionalità  —  cioè, 
della  Natura  e  della  Giustizia  nell'ordine  delle  relazioni  in- 
ternazionali :  di  quel  principio  che  il  senno  italiano  inalzò, 
primo,  a  segnale  dei  tempi  nuovi  —  da  Giuseppe  Mazzini  al 
Cattaneo,  e  al  Mancini,  che  lo  introdusse  dalla  cattedra  nelle 
categorie  della  scienza  del  Diritto  Pubblico  —  comechè  poi, 
per  non  so  quale  ragion  di  Stato,  soflferisse  di  menomarlo 
nella  pratica. 

E  concludevo  così:  <  L'Italia  è,  pel  suo  passato  e  per 
la  sua  situazione  presente,  naturale  mediatrice  e  paciera  tra 
Francia  e  Germania;  e  Francia,  Italia  e  Germania  insieme 
sono  mediatrici  nate  della  gran  lite  che  rumoreggia  a'  con- 


ALLO  STUDENTE  IN  LEGGE  GIOVANNI  ROSADI.       147 

fini  del  Continente  Europeo,  fra  la  razza  Anglo-Sassone  e  la 
potenza  Russa. 

>  E  tale  mediazione  dee  compiersi  e  suggellarsi  con  l'as- 
setto nazionale  de'  Popoli  non  ancora  redenti. 

>  Questo  l'obbietto  ideale  e  pratico  ad  un  tempo  di  una 
politica  non  indegna  de'  vanti  civili  dell'età  nostra;  e  questo 
il  voto  de'  nostri  Grandi  defunti,  proseguito  dalle  odierne 
Leghe  pacifiche  e  dai  più  generosi  intelletti  del  teippo  —  da 
Vittore  Hugo  a  Guglielmo  Gladstone. 

>  Ma  tale  non  fu  e  non  è  l' intento  della  senile  Diplomazia 
che  ancora  regge,  per  comune  sventura,  le  sorti  d'Europa. 

>  Se  gli  uomini  di  Stato  dell'età  nostra  avessero,  pur  solo 
in  parte,  mirato  a  tal  fine,  le  due  ultime  guerre  d'Oriente  o 
non  sarebbero  avvenute  o  avr^ebbero  definita  la  questione, 
cessando  il  servaggio  di  una  nobil  parte  della  famiglia  Eu- 
ropea. > 

Quanto  le  condizioni  sulle  quali  io  fondo  l' importanza  ci- 
vile dell'Alleanza  Italo-Franco-Germanica,  come  alleanza  di 
Popoli,  le  speranze  di  una  pace  non  precaria  fra  gli  Stati 
Europei  —  e  quindi  la  possibilità  del  disarmo  —  si  conven- 
gano con  quelle  dell'oggi  e  con  le  previsioni  pacifiche  che 
l'onorevole  Bonghi  trae  dall'Alleanza  dei  tre  Imperi,  lascio 
ch'Ella  giudichi. 

Io  m'affretto  a  terminare  queste  mie  già  troppo  lunghe 
parole,  congratulandomi  con  Lei  —  giovane  e  responsabile,  con 
gli  altri  giovani  d'Italia,,  dell'avvenire  della  Patria  —  per 
l'amore  ch'Ella  pone  in  un  ordine  di  studi  che  dovrebbero 
contribuire  ad  illuminare  la  coscienza  della  Nazione  sui  suoi 
veri  uffici  nelle  relazioni  interne  ed  esterne  della  sua  vita. 

Mi  creda  con  affetto 

suo  devotissimo 
A.  Saffi. 

P.  S.  —  Lascio  in  sua  facoltà,  dove  le  piaccia,  il  far  di  pub- 
blica ragione  la  presente. 


148 


DELLA  STAMPA  PERIODICA 
E  DEGLI  ISTITUTI  DI  EDUCAZIONE. 


Bologna,  15  giu^o  1885. 

Egregio  e  caro  Prof.  Viglione, 

Mi  è  grato  valermi  della  buona  occasione  della  visita  del 
nostro  Minuti  a  Bologna  per  affidargli  una  parola  d'affetto 
per  Voi,  e  per  chiedervi  venia  dell'indugio  frapposto  a  rispon- 
dere alla  vostra  raccomandazione  del  Bottai. 

Avrete  già  saputo  da  lui  medesimo  che  il  risultamento 
della  conversazione  che  avemmo  insieme  fu  d'abbandóno,  da 
parte  sua,  dell'impresa  ch'egli  si  proponeva  di  un  Periodico 
di  Scienze  sociali. 

Riconobbe  egli  stesso  che,  nelle  condizioni  presenti  della 
stampa  periodica  in  Italia,  il  disegno  non  era  praticamente 
agevole  ad  incarnare.  Gli  occorse  alla  mente  <;he  un  Istituto 
di  educazione  sarebbe,  per  avventura,  potuto  riuscire  a  mi- 
glior porto.  Ma  su  questo  non  si  discusse  più  che  tanto. 

Mi  parve  uomo  di  studi  e  di  spirito  operoso  e  intrapren- 
dente. Gli  sia  propizia  e  rispondente  alla  volontà  la  fortuna. 

Voi,  mio  caro  Viglione,  vogliate  conservarmi  un  affettò 
che  vi  ricambio  di  cuore,  ed  abbiatemi  sempre  fra  quelli  che 
vi  stimano  come  uno  de' migliori  per  virtù  di  mente  e  d'animo. 

Gradite  co' miei,  i  cordiali  saluti  di  Giorgina  e  credetemi 

vostro  affejsionatissimo  amico 
A.  Saffi. 


^  La  presente  lettera,  oltre  a  contenere  una  giudiziosa  estimazione 
dello  stato  delia  cultura  e  dell'opportunità  di  educare  e  istruire  più  che 
dello  scrivere  a  stampa,  vale  per  ricordare  come  al  Saffi  si  deve  se  Firenze 
conta  un  Istituto  Scolastico  di  più  (Istituto  Nazionale)  di  qualche  impor- 
tanza, certo  non  inferiore  agli  altri  se  ospitò  Giovanni  Bovio.  —  {Nota  dei 
Compilatori,) 


149 


PER  L'INAUGURAZIONE  DELLA  NUOVA  BANDIERA 
DELLA  SOCIETÀ  OPERALA  DI  M.  S.  IN  FORLÌ. 


4  ottobre  1885. 

Concittadini  Operai, 

Chiamato  ripetutamente  da  voi  all'ufficio  di  vostro  Presi- 
dente, insieme  agli  egregi  amici  che  vi  hanno  parlato  or  ora 
con  alti  sensi  patri  e  civili,  vorrei  poter  rispondere  con  la  pro- 
porzione del  merito  a  questo  titolo  di  vera  nobiltà  —  la  no- 
biltà del  lavoro,  -^  come  rispondo  con  la  gratitudine  dell'animo 
al  vostro  affetto  e  alla  vostra  fiducia.  --  Comunque,  io  vengo 
oggi  fra  voi,  fratello  tra  fratelli,  per  celebrare  in  vostra  com- 
pagnia il  vincolo  di  scambievole  assistenza  che  da  un  quarto 
di  secolo  va  raccogliendo  in  questo  Sodalizio  gran  parte 
de'  bravi  Artigiani  della  nostra  Forlì,  con  assidui  incrementi 
di  bontà  cittadina. 

E  saluto  nella  vostra  bandiera,  splendente  de' colori  nazio- 
nali, il  simbolo  de' veri  uffici  delle  libere  associazioni  operaie 
d'Italia  nella  grande  Associazione  che,  dall'Alpi  all'estrema 
Sicilia,  ci  fa  tutti  compagni  di  una  stessa  Patria  e  di  una 
vocazione  comune.  —  Perchè,  questa  bandiera  — '  per  qualsiasi 
fine  sociale  voi  vi  accogliate  intorno  ad  essa  :  di  mutuo  soc- 
corso nelle  vostre  infermità;  per  cooperazione  morale  ad 
istruirvi  ed  educarvi;  per  cooperazione  economica  a  miglio- 
rare le  condizioni  materiali  della  vostra  esistenza  e  assicurare 
al  vostro  lavoro  il  debito  frutto  —  questa  bandiera,  dico,  si- 
gittifica:  armonia  fra  libertà  ed  associazione;  concorso  spon- 
taneo d'uomini  liberi  ed  eguali,  intesi  a  raggiungere  con 
l'unione  delle  facoltà  e  delte  forze  un  bene  comune  da  di- 
stribuirsi equamente  fra  i  singoli,  con  patti  concordati  per  co- 
mune consiglio,  con  amministratori  e  sorveglianti  eletti  dal  suf- 
fragio di  tutti  e  responsabili  del  mandato  verso  i  loro  consoci  : 
—  significa  rispetto,  inviolabilità  delle  prerogative  dell'in- 
dividuo nell'Associazione  ;  dovere  dell'individuo  di  conformarsi 
alle  norme  liberamente  accettate  dell'Associazione  stessa. 

Non  havvi  Associazione  vera,  possibile,  se  non  entro  questi 
termini. 


Agj.> 


150       PER  L'INAUGURAZIONE  DELLA  NUOVA  BANDIERA 

Non  è  Associazione  vera  quella  dove  gli  uni  imperano 
come  signori  o  patroni,  gli  altri  obbediscono  come  servi  o 
clienti.  Non  è  Associazione  vera,  per  l'opposto,  quella,  dove  la 
individualità  di  ciascun  socio  e  il  frutto  delle  sue  facoltà  siano 
assorbiti  da  una  indistinta,  assoluta,  arbitraria  collettività. 
Queste  condizioni  scaturiscono  dalla  natura  stessa  dell'uomo, 
e  sono  il  fondamento  della  buona  ed  equa  compagnia  sociale, 
sì  nelle  relazioni  d'ogni  particolare  sodalizio  di  cittadini,  come 
in  quelle  più  vaste  del  Comune  e  in  quelle  più  vaste  ancora 
dello  Stato. 

Ed  io  qui  ve  le  ricordo  a  scanso  d'idee  fallaci  e  non  at- 
tuabili sul  problema  sociale,  dinanzi  a  questa  bandiera  della 
Patria  e  del  Genio  italiano,  che  rappresenta,  ne' suoi  veri 
intendimenti,  il  grande  principio  dell'Associazione  nella  Li- 
bertà per  la  Giustizia. 

Serbatela,  o  Fratelli,  questa  santa  bandiera,  serbatela  in- 
contaminata d'odi  civili  ;  segno  non  di  distruzione  ma  di  edi- 
ficazione; non  di  lotta  fra  classe  e  classe,  ma  di  unificazione 
e  di  progresso  comune.  —  Protegga  essa  e  ispiri,  ne' rapporti 
del  vostro  Sodalizio,  le  fraterne  carità  che  insieme  vi  strin- 
gono, i  vostri  affetti  domestici,  la  coscienza  de'  vostri  doveri 
ne'  legami  sacri  della  famiglia;  il  rispetto  alla  donna—  madre, 
sorella,  compagna  dell'  uomo,  e  a  lui  moralmente  eguale  ;  — 
i  vostri  sforzi  per  educarvi,  per  faryi  migliori;  ì  riti  pietosi 
verso  i  fratelli  defunti  ;  la  religione  delle  loro  tombe  ;  quel- 
l'alito immortale  d'umanità  che  anima  la  vita  e 'ci  inalza 
con  gli  spiriti  de' nostri  cari  estinti,  dal  visibile  all'invisibile, 
dal  tempo  alla  eternità.  —  Protegga  e  ispiri,  ne' rapporti  del 
Comune  nativo,  la  solidarietà  che  tutti  ci  stringe  nel  seno 
di  una  stessa  cittadinanza  ;  la  progressiva  armonia  delle  classi, 
mercè  la  parità  non  delle  condizioni  materiali  —  intento  im- 
possibile per  natura  —  ma  delle  morali,  sì  che  a  ciascuno  sia 
dato  svolgere,  secondo  le  sue  facoltà  d'intelletto  e  di  lavoro, 
il  proprio  valore  sociale;  e  ne  conseguiti,  mercè  l'equa  par- 
tecipazione di  tutti  nelle  operosità  economiche  o  civili,  nella 
elezione  dei  magistrati  e  nel  sindacato  della  cosa  pubblica, 
quella  temperie  di  riposato  e  fecondo  convivere  di  cittadini 
cooperanti  nel  proprio  al  bene  dell'universale,  che  risponde 
alla  vera,  antica,  italica  idea  del  Comune. 

E,  come  insegna  degl'Ideali  del  nostro  risorgimento,  vi 
ricordi  la  grande  solidarietà  della  vita  una  della  Nazione; 


DELLA  SOCIETÀ  OPERAIA  DI  M.  S.  IN  FORLÌ.  151 

vi  ricordi  la  parte  che  gli  Operai  d' Italia  —  eredi  di  un 
grande  passato,  discendenti  da  padri  che  vinsero,  con  la 
virtù  dell'intelletto  e  del  lavoro,  la  barbarie,  e  edificarono  la 
nuova  civiltà  —  sono  chiamati  ad  adempiere  nella  Patria  co- 
mune. —  E  a  rendere  testimonianza  a  tale  solidarietà,  man- 
diamo, 0  Fratelli,  in  questo  giorno  di  festa  per  noi,  il  no- 
stro obolo  ai  fratelli  lontani  afflitti  dalla  sventura  e  a  quelli 
delle  terre  a  noi  vicine^  colpiti  dalla  stessa  calamità  ;  il  no- 
stro saluto  ai  generosi  kuhe  accorsero  a  sollevarli,  a  consolarli 
con  le  loro  cure,  militi  della  Umanità  e  antesignani  del  Do- 
vere comune. 

A.  Saffi. 


152 

AD  ALFREDO  COMANDINL 


Forlì,  24  ottobre  1885. 

Caro  Comandini, 

Il  Diario  napoletano  II  Lampo  pubblicava,  non  molti  giorni 
addietro,  due  lettere  che  sono  due  atti  di  fede  nelle  più  sante 
ispirazioni  della  coscienza  umana:  Tuna  dell'Esule  polacco 
Teofilo  Lenartowicz  —  interprete  nobilissimo,  fra  noi,  dell'in- 
telletto e  della  virtù  della  sua  stirpe,  e  poeta  del  suo  dolore; 
l'altra  del  nostro  Maineri,  il  quale  alla  voce  sacra  della  sven- 
tura risponde  con  l'accento  della  pietà  e  della  speranza. 

Io  ve  le  accompagno  con  l'affetto  che  ad  entrambi  mi  lega, 
perchè  vogliate  riprodurle  nel  vostro  Giornale  come  conforto 
ai  buoni,  rimprovero  ai  non  curanti  delle  grandi  iniquità  della 
Forza  che  calpesta  il  Diritto. 

Io  so  che  —  in  mezzo  all'  indifferenza  dell'età  presente  per 
tutto  ciò  ch'è  religione  e  pregio  della  vita — il  parlare  di  Patria, 
di  Libertà,  di  Giustizia,  di  inviolabilità  dei  vincoli  nazionali 
che  costituiscono  la  personalità  di  ciascuna  Gente,  di  soli- 
darietà morale  fra  i  Popoli;  e  maledire  all'arbitrio  de*potenti, 
e  invocare  redenzione  agli  oppressi,  pare  al  diverso  volgo 
degli  affaccendati  dietro  le  utilità  dell'ora  che  fugge,  vani- 
loquio di  utopisti  0,  peggio,  perturbatrice  querela  di  agitatori 
importuni,  che  seguono  come  cosa  salda  le  forme  ideali  del 
loro  pensiero. 

E  nondimeno  il  mondo  civile  non  avrà  pace  né  prosperità 
né  sicurtà  di  progresso  durevole,  dove  queste  forme  eterne 
della  Ragione,  interprete  della  Natura  nell'ordine  della  umana 
società,  non  scendano  ad  incarnarsi  sempre  più  largamente 
nelle  relazioni  interne  ed  esterne  deUa  vita  'dei  Popoli;  e  il 
regno  della  violenza  non  ceda  il  campo  al  regno  della  Giu- 
stizia, nel  governo  delle  loro  sorti. 

Di  che  non  dobbiamo  lasciar, mai  la  speranza;  non  tanto 
per  la  buona  volontà  del  comune  degli  uomini,  quanto  per 
la  necessità  stessa  delle  cose,  la  quale  non  consente  ai  grandi 
misfatti  dei  potenti  della  terra  lunga  possibilità  di  successo 
contro  le  leggi  naturali  della  Civiltà,  di  cui  é  vindice  la  Ne- 
mesi della  storia. 


5pr^- 


AD  ALFREDO  COMANDINI.  153 

Non  vedemmo  a' giorni  nostri,  noi  Italiani,  scomparire  dal 
nostro  suolo,  com'ombre  d'un  sogno,  le  male  signorie  dome- 
stiche e  straniere  che  ci  aveano  per  secoli  contesa  l'Unità 
della  Patria?  Non  vide  la  Francia  precipitare  a  Sedan,  tra- 
scinato dai  fati  della  propria  corruzione,  il  Delitto  del  2  de- 
cembre?  Non  vediamo,  oggi  stesso,  declinare  ognor  più  verso 
l'ultima  rovina,  dinanzi  al  crescere  di  giovani  energie  di  Po- 
poli poc'anzi  schiavi,  la  dominazione  turca  in  Europa?  — 
Una  forza  operosa,  costante,  irresistibile  —  che  emerge  dalle 
viscere  stesse  della  Natura  e  si  riflette  nella  coscienza  del- 
l'Umanità che  la  traduce  in  azione  —  suscita,  move,  rigenera 
potenze  vitali  che,  per  lungo  silenzio,  si  credevano  spente; 
le  contrappone  ai  logori  ripari  del  Dispotismo;  ristaura  le 
conculcate  nazionalità  ;  disfà,  con  fatale  progresso,  i  misfatti 
dell'egoismo  e  dell'insania  degli  oppressori  del  genere  umano. 

E  il  più  grande  dei  misfatti,  perpetrati  ne' tempi  moderni 
contro  il  Diritto  delle  Genti,  fu  senza  dubbio  lo  smembra- 
mento della  Polonia  :  crocefissione  dell'anima  di  un  Popolo,  di 
cui  fu  spettatrice  passiva  l'imbelle  Diplomazia  delle  corrotte 
Corti  dell'Europa  occidentale,  nel  secolo  passato,  e  che  le 
rivoluzioni  del  presente  secolo  non  valsero  a  riparare,  perchè 
informate  a  ragione  da  interessi  più  che  di  principi,  e.  desti- 
tuite 0  quasi  di  un  vivo  senso  della  solidarietà  de'comuni 
destini  e  doveri  nelle  lotte  della  Civiltà  contro  la  Barbarie. 

Ma  l'anima  d'un  Popolo,  che  ha  tradizioni  gloriose  di 
virtù  nazionali  e  insigni  monumenti  di  coltura  passata  e  con- 
temporanea e  lingua  custode  de' suoi  ricordi  e  interprete 
de' suoi  dolori,  de' suoi  voti  e  delle  sue  speranze  —come  bene 
osserva  il  Maineri  —  non  può  morire.  Né  la  Polonia  morrà. 
Da  Kosciusko  a  Langiewicz,  essa  affermò  la  sua  potente  vi- 
talità nell'eroismo  delle  patrie  battaglie:  i  migliori  suoi  figli 
—  profughi,  erranti  per  tutte  le  contrade  d'Europa  dove  non 
potea  raggiungerli  la  persecuzione  dei  predoni  della  loro 
terra  —  si  convertirono  in  crociati  della  libertà,  dovunque, 
sorgesse  un  grido  di  riscossa  contro  altri  oppressori;  suggel- 
larono col  loro  sangue  la  fraternità  della  Patria  loro  con  la 
nostra,  guardando  al  riscatto  italiano  come  a  segno  precur- 
sore del  riscatto  europeo;  e  recarono  il  tributo  del  loro  genio 
agl'incrementi  del  sapere  mondiale.  Come  la  voce  di  Prometeo 
inchiodato  alla  rupe,  la  voce  della  <  santa  Polonia  >  attesta 
dalle  prigioni,  dai  remoti  esili,  dai  sepolcri  de' suoi  martiri,' 

XII.  11 


154  AD  ALFREDO  COMANDINI. 

che  il  Potere  e  la  Forza  non  sono  l'ultima  parola  deirUma- 
nità;  e  che  lo  spirito  della  Vita  e  del  Pensiero  d'un  Popolo 
non  è  in  balìa  de' suoi  tiranni.  E  quando  una  Gente  caduta 
ha  per  cantori  della  sua  sventura  poeti  come  Adamo  Migkié- 
wicz,  l'inno  del  suo  martirio  è  profezia  della  sua  risurrezione. 

In  quello  spirito  dura  e  risplende  l'immagine  immortale 
della  Patria  polacca.  Il  suo  ricostituirsi  ne'confini  che  le  fu- 
rono assegnati  dalla  Natura  e  dalla  Storia  è  questione  di 
tempo.  La  protesta  della  coscienza  umana  contro  il  delitto 
che  la  disfece,  i  progressi  delle  idee  di  giustizia  internazio- 
nale nella  opinione  dei  Popoli,  gli  argomenti  stessi  della  ra- 
gion politica  che  additano  un  vuoto  nella  economia  degli  Stati 
europei  e  segnalano  la  Polonia  come  naturale  barriera  di 
pace  fra  le  rivali  ambizioni  della  Germania  e  della  Russia, 
reclamano  il  ritorno  della  Grande  torturata  nel  consorzio 
civile  delle  Nazioni.  E  se  le  inviolabili  sanzioni  della  Ragione 
e  della  Coscienza  sono  le  guide  supreme  del  cammino  dei 
Popoli  sulle  vie  della  Civiltà,  i  destini  si  adempiranno. 

In  questa  fede  io  saluto  con  l'amico  Maineri  —  e  so  che 
Voi  ci  siete  compagno  nel  voto  —  <  il  nome  dell'eroica  Po- 
lonia, come  voce  di  augurio  e  suono  di  futuro  trionfo.  > . 

Vostro  devotissimo 
A.  Saffi. 


L 


155 


ALL'ASSOCIAZIONE  <  GIOVENTÙ  DEMOCRATICA  f^ 
DI  BRESCIA. 


Aprile  1886. 

Egregi  Giovani, 

Per  soverchia  soma  d'impegni  e  di  brighe  non  mi  fu  dato, 
in  questi  giorni,  sodisfare  il  vostro  desiderio  di  un  mio  scritto 
pel  primo  Numero  del  Periodico^  al  quale  intendete  di  con- 
sacrare l'opera  vostra.  Ma  il  mio  forzato  silenzio  non  è  segno 
ch'io  non  sia  con  voi  in  ispirito  e  con  la  miglior  parte  del- 
l'animo. 

Il  titolo  della  vostra  Pubblicazione  —  La  Giovine  Italia  — 
è  tutto  un  Programma  :  —  esso  ricorda  la  prima  divinazione 
della  nuova  vita  della  nostra  stirpe,  e  il  più  grande  presagio 
delle  sue  sorti  future.  —  Spetta  a  voi,  Giovani,  il  recare  in 
atto  il  vaticinio  de' Precursori,  educando  le  vostre  facoltà  al- 
l'armonia fra  il  pensiero  e  Vaj^ionCj  in  tutte  le  loro  applica- 
zioni àgli  uffici  del  civile  consorzio:  preludendo  con  l'unità 
morale,  che  è  il  fondamento  del  carattere  dell'individuo,  al- 
l' unità  morale  della  Patria,  che  è  il  fondamento  della  forza 
e  della  grandezza  di  tutto  un  Popolo.  —  Combattete  i  sofismi 
che  tendono  a  scindere  tale  unità  —  a  dividere  la  questione 
sociale  dalla  politica;  le  funzioni  dell'operaio  da  quelle  del 
cittadino;  gl'intenti  materiali  dell'esistenza  dagl'intenti  ideali 
che  sono  la  corona  dell'umana  dignità. 

Io  saluto  in  voi  i  forieri  di  un  nobile  avvenire,  e  nel  vo- 
stro Periodico  un  nuovo  e  —  non  ne  dubito  —  un  verace  in- 
terprete delle  migliori  tendenze  del  genio  italiano. 

Vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


156 


PEL  «  NUCLEO  GIUSEPPE  MAZZINI  »  IN  VENEZIA. 


Agosto  1886. 

Egregio  Cittadino, 

Saluto  di  cuore  il  nuovo  Sodalizio  col  titolo  di  Nucleo  Griu- 
seppe  Mai^ini^  testé  fondato  da  Voi  e  dai  generosi  giovani 
che  vi  sono  compagni  di  fede;  vi  ringrazio  dell'attestato  di  fidu- 
cia e  d'affetto  che  voleste  darmi  nominandomi  vostro  Presi- 
dente onorario,  e  vi  chiedo  venia  dell'indugio  frapposto,  per 
involontarie  cagioni,  ad  esprimervi  i  voti  coi  quali  io  mi  as- 
socio ai  nobili  e  patriotici  intendimenti  vostri. 

Il  nome  da  voi  prefisso  alla  nascente  'Associazione  basta 
a  definirne  il  programma.  E  voi  mostrate  d'esserne  ben  com- 
presi, professandovi  —  con  le  parole  stesse  del  Grande  Edu- 
catore —  credenti  :  nel  Progresso,  Legge  suprema  data  alla 
Umanità  :  nella  Libertà,  senza  la  quale  non  possono  esistere 
responsabilità  e  coscienza  di  Progresso  :  —  nella  dominatrice 
Idea  del  Dovere,  che  abbraccia  per  ciascuno  e  per  tutti  la  Fa- 
miglia, la  Patria  e  l'Umanità. 

Ma  Giuseppe  Mazzini,  applicando  i  sommi  principi  della 
Legge  Morale  agli  uffici  della  Patria  nostra  nel  mondo  delle 
Nazioni,  traeva  dalle  ingenite  e  vere  tradizioni  della  sua  Sto- 
ria argomento  ad  illustrare  la  natura  di  quegli  uffici  e  ad 
additarci  i  doveri  che  ne  conseguono.  —  Perocché,  in  quelle 
tradizioni,  Egli  riscontrava  un  .costante  conato  nelle  stirpi 
italiche  ad  esplicare  in  casa  propria  lo  Stato  libero  e  civile 
sul  fondamento  della  equità  sociale;  e  fuori  una  illuminata 
ed  umana  ragion  delle  Genti,  quante  volte  la  loro  virtù  natia 
e  il  moto  spontaneo  delle  loro  tendenze  non  furon  sopraf- 
fatti da  illuvie  di  vizi  esterni  o  da  violenza  d'armi  straniere, 
soccorritrici  d'interne  tirannidi. 

D'onde  l'alto  significato  che  l'Esule  Maestro  attribuiva  al 
risorgere  dell'Italia  a  vita  autonoma,  in  mezzo  all'agitarsi 
de'Popoli  europei,  per  rivendicazioni  politiche,  nazionali  o  so- 
ciali, nella  lotta  fra  nuovi  Veri  e  credenze  consunte  —  fra  il 
Privilegio  e  la  Ragion  comune,  fra  il  Diritto  e  la  Forza.  — 


PEL  <  NUCLEO  GIUSEPPE  MAZZINI  >  IN  VENEZIA.      157 

E  il  Suo  apostolato  la  chiamava  a  ripigliare  —  auspice  l'in- 
telletto e  la  virtù  de' Padri  —  la  sua  missione  civile,  come 
interprete  dell'eterno  Ideale  che,  a  traverso  il  perir  delle 
forme,  è  guida  perenne  al  corso  delle  cose  umane;  autrice  di 
liberi  e  giusti  istituti  in  sé  stessa,  e  come  naturale  alleata 
degli  oppressi  e  diseredati  delle  Patrie  loro,  in  quelle  regioni 
d' Europa  che  i  progressi  della  civiltà  non  sottrassero  ancora 
al  Diritto  barbaro  della  Conquista. 

E  il  suo  pensiero,  memore  del  passato  e  provvido  del- 
l'avvenire, indicava  agl'Italiani  le  vie  di  una  grande  e  feconda 
politica  internazionale  là  dove  appunto,  fra  genti  che  atten- 
devana  da  nói  la  parola  e  il  segnale  della  nuova  vita,  i  nostri 
Padri  —  e  la  virtù  veneta  in  particolare  —  stamparono,  ne' pas- 
sati tempi,  tant'orma  di  civiltà. 

Pur  troppo,  quando  l'occasione  secondava  l'intento,  i  suoi 
consigli  rimasero  inascoltati.  Ed  oggi  noi  tolleriamo  che  il 
sistema  che  governa  le  nostre  sorti  contrapponga  a  quella 
ch'Ei  predicò  in  nome  dei  principi  e  dei  veri  interessi  d'Italia 
una  politica  che  si  fa  complice  degli  oppressori  —  e  che  rin- 
nega, di  fronte  alla  servitù  dei  nostri  fratelli,  il  Diritto  da 
noi  invocato  a  rifarci  Nazione. 

È  tempo  che  i  patriòti  d'Italia  scuotano  da  sé  l'ignavia 
che  si  aggrava  sul  maggior  numero,  e  ricordino  con  assidua 
cura  ai  loro  fratelli  di  Patria  gì' insegnamenti  de' veri  Istitu- 
tori della  coscienza  nazionale  ;  gli  esempì  gloriosi  del  passato, 
e  i  doveri  del  presente  per  la  salvezza  dell'avvenire. 

La  grande  anima  dell'Italia  giace,  sotto  il  peso  delle  con- 
dizioni dell'oggi,  intorpidita  non  estinta  ;  e  la  voce  dei  fedeli 
al  Vero  —  per  pochi  che  sieno  —  può  riaccendere  in  essa  la 
favilla  delle  forti  e  nobili  cose. 

E  parmi  obbligo  d'antica  nobiltà,  per  voi  Veneziani  in 
ispecie,  il  far  sì  che  tal  voce  abbia  un'eco  nella  città  vostra  — 
nella  città  che  serbò  immune,  nella  età  barbara,  la  sua  indi- 
pendenza dalla  Signoria  dell'  Impero  ;  che  oppose  con  civile 
fermezza,  ne' secoli  della  sua  illustre  Storia,  l'autorità  dello 
Stato  alle  pretese  della  Teocrazia  papale  ;  che  fu  gelosa  cu- 
stode dell'italianità  di  Trieste  e  dell'Istria  contro  le  insidie 
della  Casa  d'Austria,  e  presidio  della  civiltà  europea  contro 
le  invasioni  maomettane;  che  segnò,  prima,  le  vie  alle  ini- 
ziative italiche  nell'Oriente  d'Europa;  e  che  —  vendicato, 
nel  '49,  il  maleficio  di  Campoformio  e  ripreso,  per  la  comune 


VjS       FEJL  <  NUCXEO  GIUSEPPE  MAZZDQ  >  DI  TEXEZU. 

di&sa  d'Italia,  il  Goremo  dì  sé  medesona  —  diede  splendido 
e^^mpio  in  sé  stessa  ddla  ingenita  atiitndine  delle  Gittadi- 
nanze  italiane  agl'istituti  e  agli  offici  ddla  libertà. 

Per  questo  io  salato  nella  modesta  opera  rostra  un  buon 
principio  di  morale  risr^liamento  a  prò  della  Patria  comune, 
e  ri  stringo  fraternamente  la  mano. 

Vostro 
A.  Saffi. 


159 


AL  CIRCOLO  DEI  «  LIBERI  PENSATORI» 
IN  BARCELLONA  (SPAGNA). 


Forlì  (Bomagna),  22  settembre  1886. 

Egregi  Cittadini, 

La  vostra  cortese  lettera,  diretta  a  Bologna,  mi  è  giunta 
oggi  soltanto  qui  in  Forlì,  mia  città  nativa  e  mia  ordinaria 
dimora  nei  mesi  delle  vacanze.  Spero  nondimeno  che  la 
presente  vi  pervenga  in  tempo  per  l'oggetto  al  quale  si  ri- 
ferisce. 

Il  vostro  invito  mi  onora;  ma  —  lasciando  da  parte  ciò  che 
in  esso  riguarda  me  personalmente  —  io  ne  traggo  nuovo  in- 
dizio di  quella  corrispondenza  di  pensieri,  d'affetti  e  d'aspi- 
razioni che  insieme  lega,  come  Patrie  sorelle,  la  Spagna  e 
l'Italia;  e  che,  nelle  recenti  ospitali  accoglienze  da  voi  fatte 
ai  rappresentanti  della  stampa  nostra,  ebbe  sì  splendida  ma- 
nifestazione. 

Involontarie  cagioni  m'impediscono  di  recarmi  di  persona 
fra  voi  per  la  inaugurazione  del  Collegio  Laico,  costituito  sotto 
gli  auspici  del  vostro  Sodalizio  :  ma  io  sarò  con  voi,  in  quella 
solenne  occasione,  con  la  miglior  parte  dell'animo  e  col  voto  : 
che  un'attiva  propaganda  estenda  nel  seno  d'ogni  Nazione 
civile,  alla  luce  della  Scienza  e  del  Vero  morale,  l'insegna- 
mento laico,  informandolo  ai  grandi  principi  che  educano 
individui  e  Popoli  alla  coscienza  della  loro  dignità,  de' loro 
diritti  e  de' loro  doveri;  e  contrapponendolo,  ne' Paesi  cattolici 
segnatamente,  a  superstizioni  e  dottrine  generatrici  di  servitù 
religiosa  e  politica. 

Spetta  al  laicato  civile  -—  nell'età  che  sorge  dinanzi  a  noi  — 
lo  inaugurare,  sotto  gli  auspici  della  Libertà  e  della  mutua 
Giustizia  —  la  vera  e  spontanea  unità  morale  deTopoli,  so- 
prafatta da  secoli  dalla  forzata  unità  dell'assolutismo  Papale, 
dalle  male  signorie  regie  e  imperiali  e  dalle  lotte  fratricide 
che  ne  furono  la  conseguenza. 

E  alle  Nazioni  latine,  appunto  perchè  cattoliche,  spetta 
l'iniziativa  della  grande  trasformazione.  La  loro  federazione 


160  AL  CIRCOLO  DEI   <  LIBERI  PENSATORI  >  EC. 

sulle  vie  dell'equità  internazionale  per  la  concorde  esplica- 
zione delle  loro  facoltà  a  beneficio  dell'umano  progresso,  può 
essere  il  primo  germe  dell'unione  Europea  ne' tempi  che  ver- 
ranno, sostituendo  il  regno  della  Pace  fra  genti  libere  ed 
eguali  al  regno  della  Forza  su  genti  divise  e  schiave. 

A.  Saffi. 


1 


161 


AL  PROF.  PELLEGRINO  STROBEL  A  PARMA. 


Marzo  18B7. 

Illustre  Professore, 

Ricevo  oggi  soltanto  la  pregiatissima  sua  del  2  correntL% 
diretta  a  Forlì  e  di  là  trasmessami  per  mezzo  privato. 

Ciò  valga  a  scusarmi  dell'indugio  frapposto  a  rendere  a 
Lei  e  al  Comitato  elettorale  parmense  grazie  cordiali  per  le 
cortesi  attestazioni  della  benevolenza  di  che  mi  onorano. 

Aderii  alla  proposta  della  mia  candidatura  per  sentimento 
di  dovere,  indipendentemente  da  ogni  considerazione  perso- 
nale. —  Dacché,  in  mezzo  alla  dissoluzione  delle  cose  presenti, 
piacque  agli  Elettori  democratici  di  cotesto  Collegio  atrer- 
mare  con  intendimento  concorde,  nel  mio  povero  nome,  la 
loro  coscienza  de' patri  Ideali  —  augurando  all'Italia  virtxì  clic 
la  conduca  a  restaurare  i  legami  della  sua  vita  civile  e  a 
compiere  degnamente  gli  uffici  che  le  competono  nel  consor- 
zio delle  Nazioni  —  parvemi  obbligo  di  buon  cittadino  non' 
fare  ostacolo,  col  mio  rifiuto,  al  significato  morale  del  loro  vuto. 

Ad  essi,  non  a  me,  spetta  il  plauso  ch'Ella  mi  rivolge  in 
nome  dell'Assemblea  degli  Elettori,  a' quali  la  prego  di  esiiji- 
mere  i  sensi  della  mia  fraterna  simpatia,  professandomi  ari  un 
tempo,  con  sincera  stima  ed  osservanza, 

suo  devotissimo 
A.  Saffi, 


162 


ALLO  STESSO. 


Bologna,  11  marzo  1887. 

Illustre  Signore, 

Ho  la  sua  di  ieri,  e  dei  cortesi  ed  amorevoli  sentimenti 
suoi  e  della  Democrazia  parmense  a  mio  riguardo  mi  professo 
riconoscentissimo. 

Ella  misura  giustamente,  parmi,  T  importanza  della  vota- 
zione di  domenica  scorsa  in  cotesto  Collegio. 

Io  elimino  dalla  questione  il  valore  reale  —  assai  povero 
invero  —  della  persona  del  candidato  :  pongo  me  stesso  da 
parte,  e  guardo  ali*  idea  di  cui  i  miei  elettori,  onorandomi 
oltre  il  merito,  vollero  far  segno  il  mio  nome. 

Quell'idea  significa  condanna  di  un  regime  che,  pospo- 
nendo a  preoccupazioni  parziali  i  generali  interessi  della  Na- 
zione e  i  principi  che  animarono  l'opera  del  suo  risorgimento, 
ne  pervertì  gli  uffici,  sì  nelle  interne  come  nelle  esterne  rela- 
zioni, e  genera  un  vuoto  morale  che  può  condurla  a  irrimedia- 
bile decadenza  :  —  significa  il  bisogno  istintivamente  sentito 
dalla  coscienza  popolare  di  riparare  quel  vuoto,  di  ricostituire 
la  vita  civile  del  Paese  sul  fondamento  della  comune  equità 
politica  e  sociale,  prima  condizione  d'ogni  progresso  ;  di  rista- 
bilire infine  l'armonia,  oggi  infranta,  fra  gl'Ideali  della  Pa- 
tria risorta  e  la  sua  azione  al  di  fuori. 

E  il  numero  dei  voti  raccolti  da  una  candidatura  che  — 
affatto  estranea  alle  convenienze  della  giornata  —  non  rap- 
presentava che  un  ricordo  di  glorie  passate,  è  una  speranza 
di  sorti  migliori,  è  grave  ammonimento,  parmi,  agli  autori 
dei  mali  presenti,  e  notevole  indizio  ad  un  tempo  che  il  cuore 
delle  moltitudini  sente  a  qual  tradizione  l' Italia  possa,  nelle 
estreme  necessità,  chiedere  il  rimedio  delle  sue  afflitte  fortune. 

L'esempio  dato  dalla  Democrazia  parmense  ha,  sotto  que- 
sto aspetto,  una  grande  importanza  civile  :  ed  io  ne  vo  lieto, 
non  per  me,  ma  per  l'avvenire  della  Patria  comune. 

Gradisca  ec. 

A.  Saffi. 


163 


RINUNZIA  A  SOCIO  D'ONORE 
DELLA  4  SOCIETÀ  DEL  1860»  IN  PALERMO. 


Luglio  1.887. 

Onorevole  Signore, 

Quando  il  Sodalizio  che  Voi  presiedete  conferiva  a  me  — 
come  ad  altri  Italiani  di  parte  democratica  —  il  titolo  di  Socio 
onorario,  esso  intendeva  —  s'io  non  m'inganno  —  affermarsi 
con  ciò  consenziente  ne' principi  ai  quali  s'informano  i  miei 
convincimenti.  E,  in  questa  persuasione,  accettai  la  nomina 
che  m'era  offerta,  come  segno  di  benevolenza,  sebbene  a  ine 
non  sorrida  il  costume  di  questi  vani  titoli  d'onore  a' quali 
non  risponde  realità  effettiva  d'ufficio. 

Atti  recenti  di  cotesta  Società  accennano  ad  una  fede  che 
da  quei  principi  discorda,  e  che  non  è  la  mia. 

Io  rispetto  tutte  le  opinioni  sincere  e  francamente  mani- 
festate; e  stimo,  sotto  l'aspetto  morale,  un  monarchico  con- 
vinto, non  meno  di  un  convinto  repubblicano. 

Ma  verrei  meno  a  quella  veracità  che  ogni  uomo  deve  alla 
propria  coscienza,  accettando  direttamente  o  indirettamente 
apparenza  di  solidarietà  in  manifestazioni  contrarie  alla  me- 
desima. 

Però  sento  l'obbligo  di  rinunziare,  ringraziandovi,  al  grado 
di  che  già  piacque  alla  <  Società  del  1860  >  investirmi  —  e  mi 
professo  ad  un  tempo,  con  la  debita  osservanza, 

vostro  devotissimo 
A.  Saffi. 


-  .•^-,  ira 


164 


AU  D.'  LASKOWSKY,  PROFESSEUR  A  GENÈVE. 


Bologne,  18  janvier  1888. 

Monsieur, 

Votre  invitation  à  la  Conférence  du  22  janvier  —  25""^  an- 
niversaire  de  la  dernière  lutte  pour  l'indépendance  de  la  Po- 
logne  —  a  réveillé  dans  mon  esprit  de  tristes  et  chers  sou- 
venirs. 

Ce  fut  au  printemps  de  1862  à  Lugano  que  je  serrais  la 
main  pour  la  dernière  fois  k  Langiéwicz,  à  la  velile  de  son 
départ  pour  aller  .se  mettre  k  la  tète  des  insurgés  polonais. 

L'insurrection  polonaise  devait  étre  le  signal  du  soulève- 
ment  general  des  nationalités  opprimées.  L'Italie  devait  y 
répondre  par  la  guerre  contro  l'Autriche  pour  la  délivrance 
de  Venise,  arborant  sur  les  Alpes  le  drapeau  de  la  liberté 
et  de  la  fraternité  des  Peuples. 

C'était  le  voeu  de  Mazzini,  de  Garibaldi  et  du  parti  d'action 
dans  notre  pays;  le  but  de  tous  nos  efforts. 

La  politique  ofRcielle  s'opposa  chez  nous  à  l'accomplisse- 
ment  des  aspirations  populaire^  :  le  mouvenient  des  natiofìa- 
lités  fut  entravé  par  une  foule  de  circonstances  contraires. 
Nos  espérances  tombèrent:  la  sainte,  l'héroique  Pologne  fut 
encore  une  fois  abandonnée  à  la  réaction  farouche  de  ses 
bourreaux. 

Nos  espérances  tombèrent,  mais  notre  foi  resta  debout. 

La  cause  de  la  Pologne  —  qui  est  celle  de  la  justice  et  de  la 
liberté  —  est  destinée  au  triomphe  par  la  nature  méme  des 
choses. 

C'est  la  cause  de  tous  les  Peuples  subjugués,  démembrés 
par  la  conquéte,  qui  aspirent  à  reconstituer  leur  vie  nationale, 
à  s'affirmer,  dans  l'exercice  spentane  de  leurs  facultés,  mem- 
bres  libres  de  la  famille  européenne. 

Il  existe  entro  tous  les  opprimés  une  profonde  solidariété  : 
la  solidariété  humaine,  la  solidariété  de  la  vie  qui  est  univer- 
selle,  qui  ne  peut  perir;  tandis  que  la  violence  et  l'arbitraire 
ne  sont  que  des  accidents  de  la  Force  qui  prime  le  Droit. 


AU  D/  LASKOWSKY,  PROFESSEUR  A  GENÈVE.         165 

L'accident  caduc  finirà  par  céder  à  la  réalité  éternelle, 
à  la  loi  du  progrès  qui  anime  et  gouverne  l'association 
humaine:  la  coalition  des  oppresseurs  sera  dispersée  par  la 
ligue  des  opprimés. 

L'histoire  des  revendications  du  passe  nous  est  garante 
des  revendications  de  Tavenir. 

Un  jour  viendra  où  les  Peuples,  délivrés  des  liens  de  la 
vieille  Europe,  se  trouveront  frères  et  coUaborateurs  pacifiques 
dans  l'oeuvre  feconde  de  la  civilisation  sous  les  auspices  d'une 
nouvelle  jeunesse  des  temps. 

Ce  jour-là  l'àme  de  la  Pologne,  toujours  vivante  et  pu- 
rifiée  par  le  martyre,  reprendra  tonte  sa  lumière  dans  les 
voies  de  l'Humanité  —  dans  la  marche  des  Nations  vers  leur 
unite  morale. 

Car  la  Pologne  semble  destinée,  par  ses  traditions  et  par 
son  genie,  à  former  comme  le  trait  d'union  entre  le  monde 
Slave  et  les  autres  races  qui  peuplent  l'Europe. 

Je  crois  profondément  dans  sa  résurrection  :  et  dans  cotte 
foi  je  vous  envoie  mon  salut  fraternel  —  regrettant  de  ne 
pouvoir  assister  personnellement  à  votre  Conférence  commé- 
morative. 

A.  Saffi. 


166 


AI  PROMOTORI 
DEL  COMIZIO  FRANCO-ITALIANO  IN  MARSIGLIA. 


Bologna,  23  aprile  1888  (?). 

Egregi  Cittadini, 

Se  cagioni  indipendenti  dalla  mia  volontà  non  m'impe- 
dissero rispondere  di  persona  al  vostro  cortese  invito  pel  Co- 
mizio Franco-Italiano  in  Marsiglia,  nulla  mi  sarebbe  più  grato 
del  trovarmi  fra  voi  in  tale  occasione,  —  dal  trovarmi  fra  voi 
a  compiere  un  grande  dovere;  a  riaffermare  il  vincolo  di 
solidarietà  morale  che  unisce  la  Francia  e  l'Italia  nell'opera 
dell'incivilimento;  e  protestare  contro  i  pregiudizi,  gli  egoismi 
e  le  arti  malvagie  che  cospirano. a  dividerle. 

I  fomentatori  di  discordia  fra  le  due  Nazioni  sono  —  consci 
0  inconsci  —  ministri  di  oscurantismo  e  di  barbarie. 

Una  guerra  fratricida  fra  l'una  e  l'altra  sarebbe  un  adito 
aperto  al  trionfo  della  reazione  in  Europa.  Essa  recherebbe 
con  sé  il  connubio  del  Militarismo  con  la  Teocrazia;  la  pre- 
valenza, non  dirò  della  razza  germanica  —  tutte  le  razze 
umane,  e  le  più  civili  per  prime,  sono  destinate  a  fraterniz- 
zare fra  loro  —  ma  del  sistema  politico  che  la  domina  sullo 
sviluppo  delle  libere  istituzioni  e  sui  progressi  della  sociale 
equità.  Guerra  sì  fatta  è  il  sogno  dei  vecchi  partiti  che  spe- 
rano farsi  strada,  per  essa,  a  nefaste  ristorazioni. 

Mostrarne  l'assurdità,  denunziarne  gl'intenti  esiziali,  pre- 
venirne con  ogni  sforzo  il  pericolo,  è  il  dovere  delle  due  De- 
mocrazie —  di  quanti,  nelle  due  Patrie,  non  avviluppati  nelle 
fasce  del  passato,  non  acciecati  da  gretti  interessi,  aspirano 
a  farne  quasi  una  Patria  sola,  guardando  all'avvenire,  alle 
ragioni  eterne  del  Vero  e  del  Giusto,  alle  feconde  alleanze 
de'  Popoli  contro  le  coalizioni  sinistre  de'  loro  oppressori. 

E  prima  condizione  a  raggiungere  il  fine  desiderato  è  il 
conoscersi  e  rispettarsi  reciprocamente;  l'intendere  che  l'as- 
sociazione e  la  spontanea  mutualità  de'  frutti  del  Pensiero  e 
del  Lavoro  sono  i  mezzi  più  efficaci  per  l' incremento  della 


-,-.t-l. 


AI  PROMOTORI  DEL  COMIZIO  FRANCO-ITALIANO.       167 

comune  prosperità,  per  la  naturale  evoluzione  de'  grandi,  dei 
•  veri  interessi  delle  Nazioni. 

L'associazione  fra  Popoli  liberi  è  la  più  certa  guarentigia 
della  emancipazione  de'  Popoli  schiavi;  e  la  Giustizia,  il  primo 
fondamento  della  Libertà  e  della  Pace. 

In  questa  fede  abbiatemi  con  voi  in  ispirito,  e  accogliete 
dall'intimo  animo  il  mio  saluto  alla  Fraternità  Franco-Italiana. 


Vostro 
A.  Saffi. 


168 


A  MISSORI,  APORTI  ED  ALTRI 

COSTITUITISI  Df  COMITATO  ONDE  SCONGIURARE  IL  PERICOLO 

DI  UNA  GUERRA  COLLA  FRANCIA. 


„         ^  ^.  .  Gennaio  1889. 

Egr^i  Si^on, 

Il  vostro  appello  al  mio  concorso  nel  generoso  assunto  di 
scongiurare  una  guerra  fratricida  fra  Italia  e  Francia  —  come 
che  il  caso  a  me  sembri  poco  meno  che  impossibile  —  mi 
giunse  grato  come  segno  di  affettuosa  stima  da  parte  di  Pa- 
trioti che,  per  intelletto,  per  cuore  e  per  virtù  d'opere  devote 
ad  ogni  nobile  causa,  il  Paese  ama  ed  onora. 

Per  antiche  e  per  recenti  manifestazioni  pubbliche,  voi  co- 
noscete ciò  ch'io  penso  della  situazione  Europea,  rispetto  ai 
quesiti  che  si  vanno  agitando  da  più  parti  intomo  alla  Pace, 
ai  disarmamenti  e  agli  arbitrati  internazionali:  e  vi  è  noto 
che,  s'io  non  credo  da  un  lato  alla  possibilità  di  una  solu- 
zione pratica  di  quesiti  sì  fatti  dove  esistono  non  Nazioni 
libere  ed  indipendenti,  ma  Governi  di  conquista  fondati  sulla 
Forza  e  retti  dall'Arbitrio,  credo,  dall'altro  lato,  effettuabile 
un  progressivo  indirizzo  verso  il  nostro  Ideale,  fra  Stati  na- 
zionali informati  più  o  meno  a  liberi  reggimenti  con  inter- 
vento de'  suffragi  e  della  ragione  de'  Popoli  nella  condotta 
de'  pubblici  affari. 

E  in  tale  condizione  di  cose  si  trovano  appunto  —  qual 
più  qual  meno  —  gli  Stati  dell'Occidente  d'Europa.  Ond'è 
obbligo  de'  rispettivi  Governi  il  conformare  la  loro  politica 
a  tale  indirizzo:  obbligo,  sopratutto,  della  parte  democratica, 
come  interprete  de'  bisogni  e  de'  voti  de'  Popoli,  il  combattere 
e  prevenire  ogni  cagione  di  mutue  diffidenze  e  di  liti  fraterne 
fra  Nazioni  chiamate  a  procedere  concordi  sulle  vie  del  civile 
progresso, 

Ond'  io  stimo  voce  ispirata  ad  una  provvida  coscienza  delle 
sorti  Europee  quella  che  grida  pace  fra  Italia  e  Francia,  e 
invoca  la  rimozione  d'ogni  incentivo  di  dissidio  fra  noi  e  i 
nostri  vicini  d'oltr'Alpe.  —  E  in  questo  voto  e  in  ogni  prova 
che  ad  esso  risponda,  abbiatemi  di  cuore  con  voi 

vostro 
A.  Saffi. 


^^É.. 


169 


AL  COMITATO  PEL  COMIZIO  IN  NAPOLI 
CONTRO  LA  GUERRA  TRA  ITALIA  E  FRANCIA. 


Gennaio  1889. 

Egregi  Cittadini, 

Aderisco  con  tutto  l'animo  ai  generosi  intendimenti  del 
Comizio  da  voi  indetto  pel  20  corrente  in  Napoli. 

La  Pace  alla  quale  voi  aspirate  è  la  Pace  fra  i  Popoli  sul 
fondamento  della  Giustizia  e  della  Libertà  —  la  Pace  dei  forti 
e  presti,  dove  occorra,  al  sacrificio  di  sé  medesimi  pel  trionfo 
del  Diritto  contro  la  Forza  che  lo  calpesta. 

Voi  non  siete  seguaci  della  Scuola  che  proclama  la  Pace 
ad  ogni  costo,  e  non  cura,  a  prò  delle  materiali  utilità  della 
vita,  i  più  alti  quesiti  morali,  i  doveri  e  i  fini  che  alla  vita 
dan  pregio.  —  Voi  non  volete  una  pace  che  abbandona  gli 
oppressi  al  libito  degli  oppressori  e  sposa  l'egoismo  dei  fiac- 
chi alla  iniquità  dei  Potenti. 

Il  vostro  appello  alla  Pace  —  segnatamente  fra  Italia  e 
Francia  —  è  un  appello. alla  ragione  e  alla  coscienza  delle  due 
Nazioni  sorelle,  perchè  respingano  concordi  da  sé  ogni  cagione 
di  mutue  diflidenze  e  di  scontri  ostili,  che  costituirebbero  per 
entrambe  un  attentato  alla  sicurtà  delle  due  Patrie  e  un  de- 
litto di  lesa  Umanità  :  —  è  un  omaggio  alla  Causa  Santa  per 
la  quale  Giorgio  Imbriani  pose  combattendo  la  magnanima 
vita  ne'  campi  di  Bigione. 

Nella  mia  risposta io  diceva  ec. 

Questo  io  ripeto  oggi  a  voi  —  fidente  nella  virtù  operosa 
del  Bene  contro  ogni  maleficio  di  passioni  incivili:  e  alla 
Democrazia  Napoletana  eh' è  tanta  parte  della  vita  una  d'Italia, 
e  a'  suoi  oratori  invio,  coi  migliori  voti  dell'animo,  il  mio  fra- 
temo  saluto. 

A.  Saffi. 


,XII.  12 


170 


AI  PROMOTORI 
DEL  COMIZIO  IN  MILANO  NEL  1889. 


Gennaio  1889. 

Abbiatemi  come  presente  con  l'animo  e  coi  voti  al  Comizio 
da  voi  indetto,  da  che  —  mio  malgrado  —  non  mi  è  possibile 
prendervi  parte  personalmente. 

La  vostra  amorevole  lettera  mi  attesta  —  e  n'ho  conforto— 
che  nei  punti  fondamentali  della  questione  che  voi  discute- 
rete domani  siamo  concordi.  —  Me  ne  rimetto  quindi  alla  mia 
risposta  —  or  fatta  di  ragion  pubblica  —  al  vostro  cortese 
invito. 

Miriamo  tutti  ad  una  stessa  mèta.  —  Possa  quest'anno  so- 
lenne, che  ricorda  la  conquista  di  uno  dei  termini  secolari 
dell'umano  progresso,  essere  principio  e  auspicio  alla  con- 
quista d'altri  e  più  vasti  svolgimenti  di  armonie  sociali  sul 
cammino  della  Umanità. 

Dal  mio  venerando  amico  e  collega,  Carlo  Lemonnier,  ho 
ricevuto  l'acchiuso  mandato,  che  mi  delegava  a  rappresen- 
tare la  Lega  della  Pace  e  della  Libertà  dinanzi  al  Comizio 
Milanese.  —  De'  generosi  intendimenti  suoi  e  della  Lega  — 
a'  quali  io  mi  associo  di  gran  cuore  —  vogliate,  in  mia  vece, 
farvi  interpreti  voi  stessi,  salutando  con  me  i  nostri  .amici 
d'oltr'Alpe  in  pegno  della  fraternità  delle  aspirazioni  e  del 
lavoro. 

L'altro  mandato  mi  viene  dai  Patrioti,  compaesani  miei, 
della  Democrazia  Ravennate. 

Auguro  al  Comizio  degni  e  fecondi  successi  nella  afiFerma- 
zione  degl'Ideali  che  temprano  la  coscienza  de'  Popoli  ad  at- 
tuare, di  grado  in  grado,  le  norme  eterne  del  Vero  e  del 
Giusto  sovra  la  terra,  e  in  quella  temperanza  solenne  e  se- 
rena della  parola,  eh' è  il  segno  degli  alti  convincimenti^e  il 
suggello  delle  nobili  cause. 

Vostro  ora  e  sempre 
A.  Saffi. 


171 


AL  DIRETTORE  DEL  ^  RESTO  DEL  CARLINO  : 


Bologna,  5  geunaìo  1889. 

Egregio  Signore, 

Voglia  accogliere  nel  suo  riputato  Giornale  una  rettifica- 
zione rispetto  ai  due  documenti  in  esso  riprodotti  nel  Numero 
d'oggi,  sotto  il  titolo  I  Proclami  di  due  Democrazie.  —  Il  primo 
—  Manifesto  agli  Italiani  —  non  fu  dettato  da  me  ma  dal- 
l'illustre amico  mio  Prof.  Bovio:  —  il  secondo  —  Manifesto 
oMa  Democrazia  Francese  —  fu  opera  mia,  e  ne  assumo  in- 
tera la  responsabilità,  anche  nei  suoi  rapporti  con  la  situa- 
zione presente. 

In  quanto  alla  mia  adesione  al  Comizio  di  Milano,  essa 
si  fonda  sugl'Ideali  a  cui  s'ispirano  gli  egregi  patrioti  che 
promossero  quella  popolare  Adunanza  :  ideali  che  sono  la  vo- 
cazione dell'epoca  —  la  voce  della  Giustizia,  la  mèta  de'  bi- 
sogni e  delle  tendenze  dei  Popoli,  travagliati  dallo  stato  anor- 
male delle  loro  relazioni  presenti. 

Ma,  aderendo,  io  mi  riservai  di  significare  agli  amici,  che 
me  ne  fecero  cortese  invito,  ciò  eh'  io  giudico  delle  condizioni 
e  de'  termini  della  questione  ;  e  adempirò  quanto  prima  que- 
st'obbligo  morale  verso  me  stesso  e  verso  il  Paese. 

Gradisca  intanto,  onorevole  Signore,  i  sensi  della  mia  sin- 
cera stima  ed  osservanza  —  e  mi  creda 

suo  devotissimo 
A.  Saffi. 


172 


AI    PROMOTORI  DEL   COMIZIO   MILANESE 
PER  LA  FRATELLANZA  DEI  POPOLI 


Bologna,  8  gennaio  1889.    , 

Egregi  Cittadini, 

Voi  mi  volgeste  cortese  invito  perch'io  volessi  aggiungere 
il  mio  nome  a  quello  dei  patrioti  che  compongono  il  Comitato 
promotore  del  Comizio  milanese  per  la  Fratellanza  dei  Po- 
poli e  per  la  sostituzione  degli  Arbitrati  pacifici  alle  contese 
guerresche.  —  Concorde  nell'alto  ideale,  acconsentii;  ma  vi 
dissi  che  mi  riservavo  di  significarvi  in  iscritto  —  non  potendo 
intervenire  in  persona  al  Comizio  ■—  ciò  che  io  sentiva  dei 
termini  pratici  della  questione.  —  Sodisfo  ora  a  quest'obbligo 
verso  me  stesso  e  verso  il  Paese. 

Certo  le  nostre  aspirazioni  sono  le  stesse.  Noi  invochiamo 
un'Europa  nella  quale  all'impero  della  Forza  succeda  la  ra- 
gion del  Diritto,  ai  resti  delle  vecchie  conquiste  la  Federa- 
zione delle  Patrie  libere  e  indipendenti,  insieme  congiunte 
nelle  feconde  mutualità  del  pensiero  e  del  lavoro.  — 

Senonchè,  consenzienti  nel  /?w«,  importa  che  fra  noi,  fra 
quanti  cercano  le  vie  di  raggiungerlo,  non  sorga  equivoco 
sui  in€0j2i  atti  ad  avvicinarci  all'intento. 

Poste  le  condizioni  di  fatto  dell'Europa  nei  giorni  nostri, 
voi  non  potete  ripromettervi  che  il  grido  di  Pace  e. di  disar- 
mamento si  ascolti  da  Poteri  ai  quali  la  Forza  è  pegno  di  esi- 
stenza. Ascoltato  da  una  parte  soltanto,  gl'inermi  rimarreb- 
bero esposti  alle  prepotenze  dei  forti  ed  armati.  —  <  A  voi  è 
necessario  >  —  diceva  Giuseppe  Mazzini,  venti  anni  addietro, 
ai  rappresentanti  della  Lega  della  Pace  e  della  Libertà,  conve- 
nuti in  Ginevra  —  <  un  disarmamento  generale  e  simultaneo. 
È  questa  l'opera  di  un  Congresso  delle  Nazioni  tenuto  da 
delegati  liberamente  e  lealmente  eletti  ;  le  cui  decisioni  siano 
ratificate  dai  loro  elettori.  L'otterrete  voi  senza  la  rivoluzione 
e  la  guerra  ?  > 

Non  pertanto  gli  enormi  aumenti  delle  spese  militari  di- 
ventano ogni  dì  più  incomportabili.  La  necessità  del  rimedio  è 
urgente,  e  gli  Stati  liberi  e  civili  possono  provvedervi  ordinando 
le  loro  forze  in  modo  da  conciliare  l'efiicacia  delle  difese  con 


AI  PROMOTORI  DEL  COMIZIO  MILANESE  EC.  173 

la  economia  delle  finanze.  —  La  Nazione  armata  in  Isvizzera, 
l'organizzazione  permanente  ad  esercito  di  volontari  d'ogni 
arme  nella  Gran  Bretagna,  le  riforme  che  si  stanno  discutendo 
in  questi  giorni  in  Francia,  sono  specchio  al  da  farsi. 

Io  ho  fede  nella  crescente  influenza  degli  argomenti  na- 
zionali ed  umani  sulla  composizione  delle  differenze  interna- 
zionali: ma  dinanzi  all'imperversare  della  forza  brutale,  non 
ammetto  la  rassegnazione  passiva.  —  La  teoria  della  Face  ad 
ogni  costo  è  la  ratificazione  d'ogni  iniquità  esistente. 

Io  so  che  voi  sdegnate  tale  dottrina;  e  che  per  voi,  come 
per  me,  vi  sono  insurrezioni  e  guerre  sante  ;  che  a  voi,  come 
a  me,  sono  sacri  il  sagrificio  e  il  martirio,  la  lotta  per  la 
redenzione  d'un  Popolo  oppresso,  per  la  difesa  della  Patria 
da  esterni  invasori,  per  l'abolizione  di  qualsiasi  forma  di 
schiavitù.  —  Se  lotte  sì  fatte  non  fossero,  la  Grecia  giacerebbe 
tuttavia  sotto  il  giogo  ottomano,  l'Italia  sarebbe  sempre  una 
'espressione  geografica,  la  schiavitù  dei  Negri  contaminerebbe 
ancora  l'Unione  americana,  ed  i  pesi  d'un  cieco  fatalismo 
arresterebbero  la  vita  e  il  moto  dell'Umanità. 

Non  dunque  Pace  come  fine  a  sé  stessa,  ma  Pace  come 
consegvsnsa  delle  rivendicazioni  della  Giustizia  e  della  Libertà, 
come  premio  del  dovere  compiuto,  come  frutto  della  pro- 
gressiva restituzione  degli  Stati  europei  dall'assetto  precario 
creato  fra  loro  dagli  arbitri  del  passato  all'ordine  immuta- 
bile della  Natura,  sulla  base  delle  autonomie  nazionali  e  in 
rispondenza  ai  voti  dei  Popoli. 

E  in  questi  intendimenti  è  riposto  appunto  il  criterio  su- 
premo che  dovrebbe  presiedere  alla  nostra  politica  ed  alle 
nostre  alleanze. 

La  politica  contemporanea  —  la  politica  officiale  —  non  cu- 
rante degli  ammaestramenti  della  Storia  e  della  Legge  del 
progresso  umano,  segue  sull'orme  della  vecchia  Diplomazia 
un  concetto  di  ponderazione  materiale  di  forze,  al  quale  sa- 
crifica, sulla  bilancia  dei  Poteri,  ogni  principio  di  ragion  na- 
turale e  di  mutua  giustizia  fra  le  Nazioni. 

La  Francia  fu  per  sinistri  fini  incoraggiata,  dieci  anni 
addietro,  a  Berlino  nelle  sue  mire  di  speculazione  e  di  si- 
gnoria sulle  coste  africane  del  Mediterraneo:  ed  ecco  il  Go- 
verno italiano  contrapporre  all'errore  francese  la  sciagurata 
impresa  del  Mar  Rosso,  disconoscere  moralmente  le  proprie 
orìgini  e  rinnegare  i  titoli  patri  delle  Provincie  soggette  an- 


174  AI  PROMOTORI  DEL  COMIZIO  MILANESE 

Cora  alla  dominazione  straniera,  accettando  dietro  quella  della 
Germania  l'alleanza  dell'Austria. 

L'alleanza  austriaca  contradice  a  tutte  le  tradizioni  del 
nostro  risorgimento  ;  ci  fa  complici  —  volenti  o  no  —  delle 
usurpazioni  della  Casa  d'Absburgo  nella  Penisola  dei  Balcani; 
tronca  la  missione  dell'Italia  verso  le  stirpi  che  aspirano, 
nell'oriente  d'Europa,  a  indipendenza  e  libertà. —  Che  im- 
porta? —  argomentano  i  pratici:  è  spediente  sXV equilibrio 
della  vecchia  Europa.  Valiaracene  per  la  giornata.  I  casi  del 
tempo  provvederanno  all'avvenire. 

Pur  troppo  Siam  tutti  offesi  da  una  stessa  colpa.  Egoismi 
di  Governi  e  di  Popoli,  borie  militari,  interessi  di  classe  e 
di  parte  prevalgono  sulla  ragion  comune  ;  e  tirati  da  un  cieco 
destino,  andiamo  incontro  al  pericolo  d'orride  guerre,  gri- 
dando :  pace  !  pace  !  —  Ora  la  Pace  giusta,  sincera,  durevole, 
non  può  derivare  se  non  dalle  naturali  armonie  della  vita  e 
del  lavoro  dei  Popoli  costituiti  in  signoria  di  sé  stessi,  a  se- 
conda delle  loro  native  attinenze,  liberi,  eguali  e  volontaria- 
mente associati  con  equi  patti  fra  loro. 

La  soluzione  del  quesito  che  affatica  la  nostra  età,  e  che 
voi  proponete  a  soggetto  del  vostro  Comizio,  dipende  dal- 
l'inoltrare  delle  Nazioni  europee  verso  tal  mèta:  ed  è  la  mèta 
a  cui  tende  il  moto  generale  della  civiltà.  D'onde  il  dovere 
che  la  ragion  de' tempi  impone  ai  Popoli  già  ordinati  in  sé 
medesimi  a  Stato  nazionale  e  libero. 

In  virtù  di  una  legge  storica  che  scende  dall'antichità,  i 
Popoli  precursori,  i  Popoli  che  sorsero  primi  in  Europa  a 
coscienza  di  libertà  e  di  personalità  nazionale,  sono  quelli 
che  hanno  stanza  nelle  contrade  bagnate  dalle  acque  del  Me- 
diterraneo e  dell'Atlantico  —  Italia,  Francia,  Spagna,  Inghil- 
terra. Riscossa  a' dì  nostri,  insieme  con  noi,  da  secolari  divi- 
sioni ad  unità  politica,  la  Germania  entra,  potente  d'intelletto 
e  di  forze,  nell'arringo  comune.  —  I  primi,  rivolti  ad  Occi- 
dente, propagarono  dietro  il  corso  del  sole  la  civiltà  oltre 
l'Oceano,  la  illustrarono  in  sé  medesimi  coi  loro  conati. per 
il  trionfo  delle  libere  istituzioni.  La  seconda  fu  madre  della 
libertà  religiosa  e  scientifica  ;  e  non  tarderà  ad  affermare  in 
sé,  con  la  libertà  del  pensiero,  tutte  le  franchigie  che  ne  con- 
seguono. Ed  oggi  le  Nazioni  foriere  dell'incivilimento  mon- 
diale sembrano  chiamate  a  riportarne  le  correnti  alle  fonti 
iintiche  in  Asia,  sulle  prode  dell'Africa  che  si  connettono  più 


PER  LA  FRATELLANZA  DEI  POPOLI.        175 

direttamente  col  sistema  europeo,  e  lungo  le  vie  che  al- 
rOriente  conducono. 

È  ufficio  proprio  dei  Popoli  ai  quali  accenno  imprimere 
alle  loro  colonizzazioni  un  carattere  federale  di  cooperativa 
civile,  alieno  da  preoccupazioni  di  monopolio  o  di  conqui- 
sta; ed  alla  loro  politica  internazionale  un  indirizzo  rispon- 
dente ai  principi  di  diritto  pubblico,  a  cui  s'informano  i  loro 
istituti  e  costumi.  —  Fra  due  grandi  incognite  dell'avvenire, 
fra  due  mondi  in  formazione  —  il  mondo  slavo  da  un  lato, 
il  mondo  americano  dall'altro  —  è  per  essi  questione  di  vita, 
sotto  il  doppio  aspetto  politico-economico,  il  porre  nell'Europa, 
occidentale  e  media,  le  basi  di  un'equa  unione,  delle  genti, 
e  sicurtà  d'indipendenza,  di  pace  e  di  progresso  universale. 

E  all'avanguardia  del  rinnovamento  europeo  sono,  per  na- 
tura di  cose,  chiamate  a  collocarsi  la  Francia  e  l'Italia:  la 
prima  come  interprete  dei  principi  di  sovranità  popolare,  di 
libertà  e  d'eguaglianza  civile,  nella  loro  forma  più  lata;  la 
seconda  come  rappresentante  del  principio  di  nazionalità  nella 
sua  forma  più  pura  e  più  distinta.  —  Onde  è  stretto  obbligo 
d'entrambe,  dinanzi  al  fine  della  civiltà  e  dell'umanità  delle 
Nazioni,  il  darsi  la  mano  nell'opera  grande  commessa  loro 
nella  vocazione  del  secolo.  —  Ma  perchè  l'accordo  sia  più 
saldo  e  fedele,  spetta  ai  migliori  di  una  parte  e  dell'altra 
—  specialmente  nel  campo  delle  due  Democrazie  —  l'avvertire 
i  torti  scambievoli,  adoperarsi  a  correggerli,  respingere  mo- 
ralmente ogni  atto  dei  rispettivi  Governi  che  tenda  a  turbare 
le  relazioni  fraterne  fra  i  due  Paesi;  e  far  sì  che  l'amicizia 
e  la  pace  non  si  scompagnino  dal  rispetto  della  propria  di- 
gnità e  dalla  tutela  d'ogni  legittimo  interesse. 

Ed  in  questo  senso'  parvemi  concepita  la  Circolare  del 
Gran  Maestro  della  Massoneria  italiana,  da  molti  tra  noi 
fraintesa,  da  taluni  fatta  segno  a  indegne  diatribe  :  pur  tale 
da  dover  porgere  argomento  ai  più  sinceri  fra  i  nostri  amici 
di  Francia,  non  di  risentirsene,  ma  di  considerare  quanto 
importi  al  comun  bene  delle  due  Nazioni  sorelle  il  sopprimere 
ogni  seme  di  discordia  fra  le  medesime,  e  togliere  a  chi  co- 
spira a  dividerle  ogni  pretesto  di  future  liti. 

Invero,  l'alludere  di  tal  modo  alla  questione  tunisina  non 
era  un  ridestare,  ad  eccitamento  di  rancori  sopiti,  un  ricordo 
di  cosa  passata,  ma  un  additare,  a  monito  di  provvidi  tem- 
peramenti per  l'avvenire,  una  situazione  presente  che  —  per- 


176  AI  PROMOTORI  DEL  COMIZIO  MILANESE  EC. 

Toanendo  —  può  riuscire  a  mal  fine.  —  Era  la  parola  dei  fra- 
telli che  dice  ai  fratelli:  <  V'ha  una  pietra  di  scandalo  fra 
noi  ;  rimoviamola,  sostituendo  per  suggello  della  nostra  unione 
—  a  norma  dei  nostri  portamenti  —  la  virtù  dei  principi  al 
pericolo  dei  parziali  interessi:  siamo  compagni,  non  emulf, 
nella  buona  e  feconda  espansione  delle  nostre  forze  civili.  >  — 
Conosco  da  quarant'anni  Adriano  Lemmi,  e  senta  che  il  cuore 
dell'antico  patriota  non  poteva  esser  mosso  da  altro  pensiero 
nel  toccare  il  grave  argomento. 

Vi  sono  pur  troppo  rancori  e  pregiudizi  ostili  fra  i  due 
Paesi.  Gli  uomini  che  ne  amministrano  gli  aflfari  possono 
errare,  eccedere  la  misura  del  vero  nei  loro  sospetti  :  ma  il 
por  mano  avventatamente  alle  armi  sarebbe  demenza  da  non 
attendersi  da  uomini  sperimentati  nel  Governo  delle  cose  ci- 
vili ed  amanti  della  Patria  loro.  —  Una  guerra  fra  l' Italia  e 
la  Francia  tornerebbe,  in  ogni  fortuna,  funesta  a  vincitori  e 
vinti;  funesta  in  generale  alla  libertà  d'Europa. —  La  loro 
concordia,  invece,  è  guarentigia  |di  progresso  per  l'univer- 
sale. —  La  pace  fra  noi  e  i  nostri  vicini  nel  Mediterraneo 
assicura  la  pace  sul  Reno,  investe  l'Italia  dell'insigne  ufficio 
di  mediatrice  d'eque  composizioni  rispetto  all'Alsazia-Lo- 
rena, non  impossibili  il  giorno  —  forse  non  lontano  —  in  cui 
alla  Germania  Cesarea  e  Feudale  subentri  la  giovane  Germa- 
nia del  pensiero  e  del  lavoro.  —  E  l'unione  dell'Occidente  con- 
finerebbe il  cattivo  genio  dell'avventure  belliche  nell'Oriente 
d'Europa.  Nel  cozzo  fra  le  rivali  ambizioni  dei  due  Imperi 
militari  che  si  disputano  le  spoglie  della  cadente  Signoria 
mussulmana,  la  Lega  delle  Nazioni  libere  e  eulte  sarebbe 
auspicio  e  presidio  al  moto  ascendente  delle  nazionalità  op- 
presse e  smembrate.  —  Le  sorti  aspettate  si  compirebbero. 

È  questo  un  sogno?  — Non  credo.  I  segni  del  tempo,  i 
bisogni,  i  dolori,  la  coscienza  delle  moltitudini  che  lavorano, 
soffrono  e  sperano,  annunziano  il  sorgere  di  un  nuovo  teìupo 
umano.  —  La  rivoluzione  dell'  '89  —  concludendo  il  periodo 
delle  lunghe  prove  per  l'emancipazione  delV  individuo  —  pro- 
clamò i  Diritti  dell'  Uomo.  L'età  che  s'apre  dinanzi  a  noi  è 
destinata  a  spiegare  davanti  agli  occhi  del  inondo  la  Magka 
Carta  dei  Diritti  e  dei  Doveri  dei  Popoli. 

E  in  questa  fede  saluto,  augurando,  il  vostro  Comizio. 

A.  Saffi. 


177 

AL  COMITATO  CENTRALE  PERMANENTE 
PER  LA  DIFESA  DELLA  PACE  E  DELLA  LIBERTÀ. 


Bologna,  24  gennaio  1889. 

Egregi  Signori  ed  Amici, 

Il  vostro  appello  al  mio  concorso  nel  generoso  assunto  di 
scongiurare  una  guerra  fratricida  tra  l'Italia  e  la  Francia 

—  come  che  il  caso  sembri  a  me  poco  meno  che  impossi- 
bile —  mi  giunse  grato  come  segno  di  affettuosa  stima  da 
parte  di  patrioti  che,  per  intelletto,  per  cuore  e  per  virtù 
d'opere  devote  ad  ogni  nobile  causa,  il  Paese  ama  ed  onora. 

Per  antiche  e  per  recenti  manifestazioni  pubbliche,  voi 
sapete  quello  che  io  penso  della  situazione  Europea  rispetto  ai 
quesiti  che  si  vanno  agitando  da  più  parti  intorno  alla  Pace  ed 
agli  Arbitrati  internazionali;  e  vi  è  noto  che,  s'io  non  credo 
da  un  lato  alla  possibilità  di  una  soluzione  pratica  di  sì  fatti 
quesiti  —  dove  non  esistono  Nazioni  libere  e  indipendenti,  ma 
Governi  di  conquista,  fondati  sulla  forza  e  retti  con  l'arbitrio 

—  credo,  dall'altro  lato,  effettuabile  un  progressivo  indirizzo 
verso  il  nostro  Ideale  fra  Stati  nazionali  autonomi,  informati 
più  o  meno  a  liberi  reggimenti,  con  intervento  dei  suffragi 
e  della  ragione  dei  Popoli  nella  condotta  dei  pubblici  affari. 

Ed  in  questa  condizione  di  cose  si  trovano  appunto  gli 
Stati  dell'occidente  d'Europa:  ond'è  obbligo  dei  rispettivi 
Governi  il  conformare  la  loro  politica  a  tale  indirizzo;  ob- 
bhgo  sopratutto  della  parte  Democratica,  come  interprete  dei 
bisogni  e  dei  voti  dei  Popoli,  il  combattere  e  il  prevenire  ogni 
cagione  di  mutue  diffidenze  e  di  liti  fraterne  tra  Nazioni  chia- 
mate a  procedere  concordi  sulle  vie  del  civile  progresso. 

Però  io  stimo  voce  degna  di  seria  attenzione  ed  ispirata 
ad  una  provvida  coscienza  delle  sorti  Europee,  quella  che 
grida  pace  fra  Italia  e  Francia  e  invoco  la  rimozione  d'ogni 
incentivo  di  dissidio  fra  noi  e  i  nostri  vicini  d'oltr'Alpe. 

Ed  in  questo  voto,  come  in  ogni  prova  che  contribuisca 
ad  avvalorarlo,  abbiatemi  di  cuore  con  voi. 

-  Vostro  affemonatissimo 
A.  Saffi. 


178 

AL  COMIZIO  PER  LA  PACE  IN  BARCELLONA. 


1 


Bologna,  9  aprile  1889. 

Egregi  Signori, 

Se  condizioni  personali,  non  propizie  a  lunghi  viaggi,  e 
doveri  urgenti  che  qui  mi  ritengono  non  facessero  ostacolo 
al  mio  desiderio,  io  sarei  Domenica  ventura  con  voi  di  per- 
sona come  sarò  con  voi  col  pensiero,  col  cuore  e  coi  voti. 

Io  saluto  nel  vostro  Comizio  un  fausto  indizio  delle  ten- 
denze de'  tempi,  un  segno  precursore  di  quella  universale 
Città  delle  Genti  (Civitas  Gentium)  che  iscriverà  sulla  pro- 
pria bandiera  il  motto:  Pace  fra  i  Popoli,  mercè  il  trionfo 
della  Giustizia,  della  Libertà  e  del  Lavoro. 

E  un  grande  progresso  verso  tal  mèta  sarà  compiuto  il 
giorno  in  cui  le  contrade  bagnate  dal  Mediterraneo  e  dalle 
acque  Europee  dell'Atlantico  e  del  Mare  del  Nord  —  confer- 
mando la  loro  solidarietà  nello  sviluppo  delle  libere  istitu- 
zioni, delle  industrie  e  de'  commerci,  e  delle  loro  attitudini 
al  razionale  governo  di  sé  medesime  —  si  stringeranno  in  lega 
fraterna  ad  incremento  e  tutela  de'  comuni  interessi. 

E,  come  furono  prime  a  propagare  la  Civiltà  verso  Occi- 
dente, combattendo  strenuamente  contro  le  forze  selvaggie 
della  natura,  così  sorgeranno  prime  a  rifletterne  col  loro  esem- 
pio i  benefici  fra  que'  Popoli  della  Europa  Media  ed  Orien- 
tale che  giacciono  ancora  diseredati  di  Patria  e  d'Eguaglianza 
civile;  suscitandoli  ad  emanciparsi  dalle  vecchie  strette  del 
Privilegio  e  della  Forza,  alla  luce  de'  nuovi  Ideali  dell'Umanità. 

Con  questa  fede  e  con  questa  speranza  —  augurando  fe- 
conda la  Parola  che  uscirà  dal  vostro  convegno  alla  futura 
Fratellanza  delle  Nazioni  e  al  Patto  auspicato  dai  Veggenti 
dell'età  nostra  della  Federazione  degli  Stati  d'Europa  —  mi 
associo  in  ispirito  ai  vostri  generosi  intendimenti. 

Vostro 
A.  Saffi. 


179 


AL  COMITATO  PRATESE  PER  LA  PACE. 


Maggio  1889. 

Egregi  Cittadini, 

Il  grido  che  sorge,  all'età  nostra,  dal  cuore  delle  moltitu- 
dini, in  ogni  contrada  civile  del  globo,  per  la  Pace  e  per  la 
consacrazione  de'  vincoli  della  comune  natura  fra  le  Nazioni, 
è  uno  de'  segni  più  certi  della  potenza  dell'umano  progresso. 
In  quel  grido  la  coscienza  popolare  risponde  alle  speculazioni 
e  ai  voti  de'  più  alti  intelletti  pel  trionfo  della  Giustizia  e 
della  Umanità  ne'  mutui  rapporti  fra  le  Genti  ;  e  quando  il 
sentimento  del  maggior  numero  si  combacia  con  l'idea  dei 
savi  in  una  medesima  vocazione,  non  v'ha  forza  materiale 
che  valga  ad  impedire  il  trionfo  più  o  meno  lontano  della 
nuova  tendenza  dei  tempi. 

Il  moto  ascendente,  rapido,  irresistibile  delle  odierne  ten- 
denze pacifiche  è  la  condanna  dell'iniquo  incremento  dato 
dagli  Stati  moderni  ai  loro  stabilimenti  militari.  Tutte  le  ra- 
gioni che  emergono  dal  concetto  vero  della  buona  convivenza 
sociale  —  ragioni  morali,  politiche,  economiche  —  concorrono 
a  dimostrare  l'assurdità,  l'impossibilità  del  sistema.  La  civiltà 
tutta  intera  n'è  minacciata  nelle  sue  fonti  vitali:  per  esso, 
la  miseria  e  la  barbarie  vanno  invadendo  le  contrade  più 
colte  e  più  fiorenti  d'Europa. 

Ciò  non  può  durare  e  non  durerà.  Una  reazione  civile, 
conservatrice  de'  fondamenti  primi  dell'umana  compagnia, 
agita  già  le  Nazioni,  senza  distinzione  di  razza,  contro  gli  enormi 
armamenti  che  le  consumano.  Una  radicale  trasformazione 
negli  ordini  delle  nazionali  difese  è  inevitabile  ;  né  guerre  sa- 
ranno possibili  ormai,  se  non  giuste  e  sante  per  rivendica- 
zione 0  tutela  di  libertà  conculcate,  di  diritti  offesi  dall'altrui 
violenza. 

È  legge  di  vita  per  l'universale:  e  di  tal  legge  vi  sarà  elo- 
quente interprete  l'oratore  della  vostra  Riunione  ed  amico 
mio,  Ernesto  Teodoro  Moneta. 

Aderendo  al  vostro  Comizio,  mando  a  voi  ed  a  lui  un  fra- 
terno saluto. 

A.  Saffi. 


180 


LETTRE  A  M.  CHARLES  LEMONNIER.^ 


Bologne,  20  join  1889. 

Cher  Ami  et  Collègue, 

Je  regrette  du  fond  de  mon  coeur  de  ne  pouvoir  assister 
personnellement  au  Congrès  intemational  de  la  pars. 

Des  obstacles  insurmontables  m'empechent  de  m'absenter 
de  l'Italie  et  m'obligent  à  suivre  de  loin,  àme  solitaire,  ces 
grandes  assises  des  Nations  qui  se  sont  donne  rendez-rous 
à  Paris  pour  y  affirmer,  sous  les  auspices  de  la  eonscience 
humaine,  les  liens  de  la  fraternité  des  peuples  et  les  pré- 
sages  de  la  justice  future  contré  les  égo'ismes  et  les  iniquités 
du  passe. 

Mais,  quoique  absent,  je  suis  avec  vous  en  esprit,  et  je 
vous  adresse  ma  cordiale  adhésion  en  vous  priant  de  vouloir 
bien  me  représenter  au  Congrès. 

Je  suis  avec  vous  en  esprit,  et  j'ai  foi  dans  l'oeuvre  sainte 
à  laquelle  sont  consacrés  vos  efforts  et  ceux  de  nos  confrères, 
sans  exception  de  nationalité  et  de  race. 

Tous  les  signes  du  temps  —  l'ascension  progressive  des 
classes  qui  travaillent,  l'expansion  rapide  des  moyens  de  com- 
munication  qui  tendent  à  relier  les  intéréts,  les  moeurs,  la 
pensée  entre  tous  les  Peuples,  l'action  toujours  plus  efficace 
de  la  raison  commune  sur  les  multitudes  inconscientes  vis- 
a-vis  des  privi  lèges  que  créent  les  distinctiona  sociales,  et  des 
passions  qui  les  traduisent  en  luttes  civiles  —  tout  cela  de- 
mande,  comme  condition  essentielle  de  développement  et  de 
progrès,  la  justice  mutuelle  et  la  pàix. 

Jamais,  comme  de  nos  jours,  la  loi  historique  qui  guide 
la  famille  humaine  vers  son  unite  morale,  ne  s'est  révélée 
d'une  manière  si  claire  ;  jamais  le  sentiment  qui  réagit  contre 
tout  ce  qui  conspire  à  troubler  les  harmonies  de  la  vie  dans 
la  coopération  universelle  n'a  été  si  fort  et  si  réfléchi. 

La  vieille  politique  de  guerre  et  de  conquéte  devient  toujour» 
plus  étrangère  à  l'esprit  nouveau  des  nations.  Les  armements 

*  Da  Lea  États-Unis  d'Europe  del  settembre  *89. 


LETTRE  A  M.  CHARLES  LEMONNIER.        181 

énormes  qui  consument  les  forces  productives  et  ruinent  les 
finances  des  Etats  sont  un  anacronisme  impossible  dans  l'Eu- 
rope contemporaine. 

Si  la  sagesse  des  gouvernements  ne  réforme  ce  système, 
la  necessitò  des  choses  le  fera  tomber, 

Le  principe  de  l'arbitrage  intemational,  dans  tous  les  cas 
où  son  application  est  possible,  s'impose  dès  aujourd'hui  aux 
Conseils  des  nations  les  plus  avancées  sur  les  voies  de  la 
civilisation. 

Malheur  aux  Peuples  qui,  se  laissant  dominer  par  l'arbi- 
traire  et  le  militarisme,  restent  en  arrière  sur  le  chemin  du 
progrès  pacifique.  Ils  scront  punis  par  Visólément  et  la  de- 
cadence. 

Mais  c'est  le  devoir  des  Peuples  libres  de  leur  tendre  la 
main  s'ils  se  soulèvent,  de  les  protéger  dans  la  revendication 
de  leurs  autonomies  et  de  leurs  droits,  d'accroìtre  par  leur 
avènement  à.  Ja  lumière  et  à  la  vie  les  éléments  de  la  future 
constitution  des  Etats-Unis  d'Europe. 

C'est  la  mission  que  la  marche  de  la  civilisation  indique 
plus  particulièrement  aux  Puissances  maritimes  de  l'Europe 
occidentale. 

Une  Ligue  entre  la  Franco,  la  Grande-Bretagne,  l'Italie 
et  l'Espagne,  accrue  du  concours  des  Etats  mineurs  qui  les 
entourent,  marquerait  un  pas  immense  vers  le  but  de  la 
fédération  européenne. 

L'Allemagne  de  la  pensée  et  du  travail,  l'Allemagne 
—  peuple  —  ne  tarderait  pas  à  suivre  la  puissante'  initiative. 
Les  diflFérends  qui  ont  fait  depuis  des  siècles  de  la  frontière 
du  Rhin  une  source  de  rivalités  meurtrières,  trouveraient 
probablement  leur  solution  dans  la  formation  d'une  zone 
neutre,  ouverte  aux  bénéfices  réciproques  des  activités  in- 
dustrielles  et  intellectuelles,  aux  sympathies  sociales  des  deux 
peuples,  aux  rites  sacrés  de  la  Liberté,  de  la  Justice  et  de 
la  Paix. 

.  Les  préventions,  les  préjugés,  les  intéréts  partiels  qui  en- 
travent  les  relations  fraternelles  entre  les  Patries  libres  de 
rOccident  d'Europe,  appartiennent  aux  vieux  partis  ;  la  jeune 
Démocratie  les  repousse. 

Vestiges  fiétris  d'un  monde  qui  se  meurt,  ils  n'ont  rien 
à.  faire  avec  les  aspirations  de  la  vie  nouvelle,  avec  les  vo- 
cations  de  l'Avenir. 


182        LETTRE  À  M.  CHABLES  LEMONNIER. 

Puissent  la  France  et  l'Italie  contribuer  d'une  manière 
decisive,  par  leur  entente  cordiale,  au  triomphe  de  la  grande 
Cause  qui  fut  ìnangurée  par  la  Proclamation  des  Droits  de 
VHomwìèj  et  qui  doit  s'accomplir  par  la  Proclamation  des 
Droits  et  des  Devoirs  des  KcUians. 

Agréez,  cher  Ami  et  Collègue,  de  ma  part  et  de  celle  de 
ma  femme,  avec  nos  meilleurs  voeux,  les  salutations  les  plus 
affectueuses. 

Tout  à  vous 
A.  Saffi. 


183 


AD  AMICI  DI  ROMA. 


Forlì,  6  agosto  1889. 

Egregi  Amici, 

Rispondo  breve  alla  interpellanza  che  m'indirizzaste  nella 
Emancipassione  di  domenica  scorsa. 

La  lettera  che  n'  è  argomento  è  chiara,  e  non  ha  bisogno 
di  commenti.  In  essa  esposi  francamente,  senz'animo  di  cen- 
sore, in  quali  limiti  possa  e  debba  —  nelle  condizioni  odierne 
del  Paese  —  svolgersi  la  propaganda  a  prò  delle  terre  irre- 
dente; ed  espressi  la  mia  persuasione  che,  nel  concetto  di 
que'  limiti,  convenivano  per  primi  gli  stessi  promotori  del- 
l'agitazione, appunto  perchè  patrioti.  Dal  che  prendevo  argo- 
mento a  disapprovare  i  provvedimenti  repressivi  del  Governo. 
La  risposta  della  Commissione  Esecutiva  del  disciolto 
Comitato  a  quella  mia  lettera  mi  convince  ch'io  non  m'ingan- 
nava ;  e  de'  cortesi  ed  amorevoli  termini  in  cui  è  concepita, 
sento  il  bisogno  di  professarmi  riconoscente  agli  autori  della 
medesima. 

Dell'abuso  ch'altri  faccia,  per  odio  di  Parte,  di  ciò  eh'  io 
scrivo  senz'odio  e  senza  disprezzo  d'alcuno,  sono  dolente,  non 
responsabile;  e  alla  dimanda  che  voi  mi  fate  %^ io  accetti  per 
disawerdura  i  giudizi  che  mi  oltraggiano  —  sdegno  rispondere, 
perchè  chi  mi  conosce  non  può  e  non  dovrebbe,  neanche  per 
un  istante,  nutrire  un  tal  dubbio. 

E  duolmi  del  pari  che,  in  fatto  di  metodo  d'azione,  il  mio 
vedere  diverga  sovente  dal  vostro,  e  la  mia  parola  v'attra- 
versi non  so  che  intenti,  e  v'infastidisca:  ma  devo —  sebbene 
il  dissidio  m' incresca  —  dichiarare  ad  un  tempo  ch'io  non 
tacerò  —  sopratutto  se  richiesto  —  il  mio  sentire  sulle  cose 
pubtliche,  com'è  obbligo  d'uomo  verace,  quante  volte  il  far 
manifesta,  senza  prosunzione  di  pedagogo,  la  propria  opinione 
sia  dovere  ed  ufficio  di  libero  cittadino  verso  la  Patria. 
Abbiatemi 

vostro  devotissimo 

A.  Saffi. 


^ 


'  J 


Parte  Seconda. 
A.  SAPPI  NELL'UNIVERSITÀ  DI  BOLOGNA. 


xn.  13 


ì 


187 


ALLA  COMMISSIONE  DEGLI  STUDENTI  IN  BOLOGNA 
PER  LA  CONFERENZA  SU  ALBERIGO  GENTILI.* 


Bologna,  15  dicembre  1877. 

Egregi  Giovani, 

Al  proposito  vostro  di  eccitare  gì'  Italiani  a  non  porre  in 
dimenticanza  l'obbligo  che  hanno  verso  la  memoria  di  Albe- 
rigo Gentili  —  mentre  i  più  insigni  cultori  delle  discipline 
giuridiche,  in  altre  contrade  d' Europa,  si  mostrano  solleciti 
di  onorarne  il  nome  —  fo  plauso  con  tutto  l'animo. 

È  proposito  degno  di  giovani  che  s' ispirano  ai  ricordi 
della  virtù  dei  padri  e  ai  doveri  della  età  presente,  in  questa 
Università  che  fu  istitutrice  di  sapienza  civile  all'Italia  e 
all'  Europa  ;  e  del  quale  vi  saprà  buon'grado  quella  animosa 
gioventù  di  una  Università  sorella  che  fu  prima  a  ravvivare 
nella  patria  nostra  la  fama  del  precursore  di  Grozio. 

All'  invito  che  a  me  volgeste,  perchè  mi  facessi  interprete 
del  vostro  pensiero  in  una  Conferenza  da  tenersi  in  questa 
illustre  sede  di  studi,  acconsento  non  senza  grande  perples- 
sità, vinto  dal  vostro  desiderio,  diflSdente  di  me  medesimo. 

In  vero  —  come  vi  dissi  a  voce  —  molte  e  per  me  gravi 
ragioni  mi  rimovevano  dall'assunto  :  prime  fra  queste,  la  po- 
chezza delle  mie  forze;  la  speranza  che  altri,  con  maggior 
dottrina^  e  con  parola  più  autorevole  della  mia,  volesse  en- 
trare nell' arringo;  gl'indugi,  infine  ch'io,  per  altri  impe- 
gni, prevedeva  di  dover  frapporre  al  compito  che  mi  veniva 
proposto. 

A  voi  non  parve  di  condiscendere  a  questi  motivi  ;  ed  io 
mi  arresi  al  piacer  vostro,  come  a  forza  d'animi  generosi 
rivolti  a  nobil  fine. 

Or  mi  conforta  nell'  ardua  prova  la  coscienza  del  dovere, 
che  insieme  compiremo,  di  misurare  al  merito  reale  di  Al- 
berigo Gentili  il  tributo  della  nostra  ammirazione;  e  di  far 
sì  che  r  Italia  non  sia  l' ultima  fra  le  Nazioni  europee  nel 
rendere  onore  ad  uno  dei  più  benemeriti  fra  quei  suoi  figli 

»  Dalla  Patria  di  Bologna,  18  dicembre  '77. 


188  ALLA  COMMISSIONE  DEGLI  STUDENTI  EC. 

ai  quali,  nel  secolo  XVI,  l'esilio  fu  strada  a  propagare  fra 
gli  stranieri,  ospiti  loro,  i  benefici  dell'avita  coltura. 

Ad  Alberigo  Gentili  —  che  delle  tradizioni  dell'antica  filo- 
sofia civile  e  dal  concetto  della  comune  cognazione  degli 
uomini,  alimentata  da  Roma  nella  cristianità,  trasse  i  lumi 
ond'  egli  mostrò  la  via  alla  moderna  scienza  del  diritto  delle 
genti,  com'  io  mi  studierò  di  additarvi  —  devono  onore  quanti 
amano  la  Giustizia  e  l'Umanità:  e  dovrebbero  esser  primi 
fra  questi  i  credenti,  per  religione,  nell'ordine  morale  delle 
cose  umane  ;  se  la  religione  non  fosse,  negli  animi  loro,  irre- 
parabilmente disgiunta  da  ogni  intelletto  della  dviltà  dei 
tempi. 

Gradite,  o  giovani,  in  luogo  di  più  efficace  aiuto  al  desi- 
derio vostro,  il  buon  volere  e  l'affetto  onde  io  mi  farò  a  se- 
condarlo —  e  abbiatemi 

vostro  di  cuore 
A.  Saffi. 


\ 

I  189 


LETTURE  SU  ALBERIGO  GENTILI 

~  1878. 


ai  giovani 
dell'ateneo  bolognese 

CHE, 

INVITANDOMI    A   DIRE 

DI 

ALBERIGO  GENTILI, 

MI   DIEDERO   ARGOMENTO   A   RACCOGLIERE 

DAI   RICÒRDI   de'    miei   STUDI 

LA   MATERIA   DELLE   PRESENTI   PAGINE, 

DEDICO    QUESTO   MIO   LAVORO, 

NON     COME    SAGGIO,     MA    COME    DESIDERIO    E    VOTO 

DI    SCIENZA   CIVILE, 

COMMETTENDOLO    AL    LORO    AFFETTO, 

SEBBEN   POVERO   d'oGNI   PREGIO 

DA     QUELLO    INFUORI    DELL'aMORE 

A    CUI   s'ispira 

DEL    NOME     ITALIANO. 


190  SU  ALBERIGO  GENTILI. 


Lettura  Prima. 

Tema  delle  Letture.  —  Omaggi  de*  cultori  delle  discipline  giuridiche  al- 
l'autore del  Jure  Belli.  —  Sguardo  al  passato.  — -  Cenni  sulle  prime 
nozioni  del  Diritto  delle  Genti  neir antichità  greca  e  nell'italica.  — 
Origini  popolari  del  senso  della  naturale  equità  e  della  eguaglianza 
civile  in  Roma  repubblicana.  —  L»  filosofia  politica  degli  anticìu  e  Ci- 
cerone. —  Decadenza  del  Diritto  Pubblico  sotto  l'Impero.  —  L'idea 
stoica  del  buon  Principe.  —  La  sovranità  bisantina.  —  Restaurazione 
delle  idee  di  ragion  civile  e  di  ragion  delle  Genti  nel  medio-evo, 
mercè  l'azione  di  Roma  cristiana  nell'Occidente  d'Europa.  —  L'arbi- 
trato morale  de'  Pontefici.  —  Decadenza  del  Papato  dinanzi  ai  pro- 
gressi deirincivilimento.  —  Odierna  incompatibilità  fra  Chiesa  e  Stato. 

Signore  e  Signori,  miei  cari  Giovani, 

Concedete  •—  non  ad  affettazione  di  modestia  ma  a  verace 
senso  della  misura  delle  mie  facoltà  —  eh'  io,  entrando  in 
questo  Tempio  della  Scienza,  come  voi  giovani  egregi  otti- 
mamente lo  denominate,  mi  professi  non  sacerdote  ma  disce- 
polo, insieme  con  voi,  della  sua  disciplina. 

Dico  a  verace  senso  della  misura  delle  mie  facoltà  dinanzi 
a  tante  e  sì  illustri  memorie,  dinanzi  ad  uomini  dottissimi 
che  qui  mi  onorano  della  loro  presenza,  e  ai  quali,  assai 
meglio  che  a  me,  si  addirebbe  l'ufficio  che  vi  piacque  affi- 
darmi. Come  cittadino  italiano,  io  qui  vengo,  non  a  scindere 
la  vostra  coscienza  civile  dall'opera  dei  padri,  ma  a  racco- 
gliere con  animo  riverente  le  umane  armonie  del  passato, 
riferendole  ai  doveri  del  presente  e  ai  presentimenti  dell'av- 
venire ;  sì  che  la  mia  parola  non  suoni  ribellione  alla  sacra 
continuità  della  vita  sociale,  ma  testimonianza  di  fede  incon- 
cussa nei  vincoli  indissolubili  della  progrediente  umanità 
delle  genti.  De'  quali  Alberigo  Gentili  —  al  cui  nome,  o  gio- 
vani, è  diretto  l' intento  nostro  — -  fu  senza  dubbio  uno  de'  più 
insigni  restauratori  in  una  età  che,  segnatamente  nelle  usanze 
guerresche,  sembrava  averli  del  tutto  posti  in  oblio. 

Ugono  Grozio  —  toccando  ne'  Prolegomeni  della  sua  opera- 
De  Jure  Belli  oc  Pdcis,  di  coloro  che  lo  aveano  preceduto 
nel  trattare  dell'  argomento  —  fa  menzione  di  Baldassare 
Ayala  e  di  Alberigo,  come  di  quelli  che  aveano  tentato,  prima 
di  lui,  di  riferire  i  fatti  storici  su  tale  materia  a  qualche 
definizione  di  principi  ;  nel  che  però  riconosce  superiore  allo 


à 


] 


LETTURA  PRIMA.  191 

spagnuolo  il  giureconsulto  italiano,  e  dichiara  di  essersi  gio- 
vato della  sua  diligenza,  com' altri  potranno  parimente  gio- 
varsene :  cujus  diligentia  sicut  cHios  adjuvari  posse  scio  et  me 
adjutum  profUeor,^  E  invero,  come  hanno  dimostrato  in. questi 
giorni  il  Eeiger  '  ed  altri,  la  fatica  di  Alberigo  agevolò  la  via 
al  pubblicista  fiammingo  assai  più  che  questi  non  confessi; 
e  fu  realmente  il  primo  tentativo  di  una  razionale  applica- 
zione de' principi  del  Giusto  e  dell'Onesto  alle  cose  della 
guerra  e  della  pace.  La  fama  di  Grozio  velò  i  meriti  del  suo 
precursore  :  ma  non  sì  che  in  Italia  e  fuori,  ai  meriti  di  Al- 
berigo non  rendessero,  di  età  in  età,  chiara  testimonianza  i 
cultori  delle  scienze  giuridiche.  Di  che  troverete  esatta  no- 
tizia ne'  recenti  studi  di  Giuseppe  Speranza  sul  nostro  giu- 
reconsulto :  '  lavoro  accurato  ed  imparziale,  che  lascia  desi- 
derio di  vederlo   compiuto,  e   ch'io  addito  volentieri   alla 
vostra  attenzione.  E,  comechè  fra  gì'  Italiani  i  più'  ricordas- 
sero timidamente  per  motivi  di  religione  l'esule  di  Sangine- 
sio,  pur  nondimeno  l'abate  Benigni,  suo  conterraneo,  il  Maz- 
zuchelli,  il  Tiraboschi  ed  altri  non  gli  negarono  per  questo 
la  debita  lode.  E,  fatti  di  mano  in  mano  più  civili  i  tempi 
e  più  liberi  i  giudizi  degli  uomini,  il  Lampredi,  il  Romagnosi, 
il  Carmignani  e,  più  largamente,  Francesco  Forti,  nella  sua 
opera  delle  Istituzioni  Civili,^  misero  in  sodo  la  parte  ch'egli 
ebbe  nella  coltura  del  Diritto  delle  Genti.  A' quali  tennero 
dietro  di  poi  —  per  tacer  d' altri  —  oltre  l'Amari,  Federico 
Sclopis,  la  cui  perdita  recente  è  gran  danno  della  scienza  e 
lutto  della  Patria,  eh'  egli  onorò  in  casa  e  fuori  con  la  uma- 
nità del  sapere  e  dell'  animo  devoto  al  bene  ;  e  Stanislao 
Mancini^  —  nobilissimi  interpreti  entrambi,  ne'  consigli  della 

*  In  tres  Libros  de  Jure  Belli  ac  Pacis  Prolegomena,  §§  87,  38.  Vedi  ivi 
per  intero  il  giudizio  che  Grozio  fa  di  Alberigo  e  d'altri  suoi  precur- 
sori. —  {Nota  dell'Autore.) 

'  Commentano  de  Alberico  Gentili,  Grotio  ad  condendam  Juria  gen- 
tium  disciplinam  viam  prweunte.  Conseripsit  W.  A.  Beiger,  Juris  Utr.  Doct, 
Grdning»,  MDOCCLXVII.  —  {Nota  deW Autore.) 

8  Alberigo  GentilijSiviàì  deiravvocato  Giuseppe  Spi^^anza,  capo  XVIII. 
Roma,  1876.  —  {Nota  delV Autore.) 

^  Delle  Istituzioni  Civilij  accomodate  àlVuso  del  Fòro,  opera  postuma  di 
Francesco  Forti,  voi.  I,  cap.  Ili,  §  14;  pag.  469-471.  •—  {Nota  dell'Autore). 

^  Nella  prolusione  da  lui  pronunciata,  il  22  gennaio  1851,  dalla  prima 
cattedra  italiana  di  Diritto  pubblico,  nella  Università  di  Torino;  in  altra, 
col  titolo  La  vita  de'popoli  nell'umanità,  del  2  gennaio  1872  in  Roma;  e  da 
ultimo  nello  splendido  Discorso  letto  nella  Università  romana  il  2  no- 
vembre 1874,  Vocazione  del  nostro  secolo  per  la  riforma  e  la  codificazione  del 
Diritto  delle  genti,  esempio  di  libera  e  civile  dottrina,  che  mi  fu  scorta  allo 
svolgimento  del  tema  proposto  alle  presenti  Letture.  -—  {Nota  dell'Autore.) 


192  tr  ALBERIGO  GESTH-L 

sapienza  europea,  del  senno  drile  della  nostra  stirpe  e  de'  voti 
dell*  Esule  giureconsulto  del  secolo  XVI,  per  la  pace  e  la 
fraternità  delle  Xazioni.  E  ultimamente  Antonio  Fiorini  — 
uscito,  or  sono  pochi  anni.  dall^Aule  dell'Ateneo  Pisano  —  ha 
fatto  dono  alla  Patria  del  Tolgarìzzamento  del  Diritto  di 
GiterrOj  con  singolare  maestria  di  lingua  e  di  stile,  aggiun- 
gendori  una  dotta  Prefazione  a  commento  del  testo/  e  sti- 
molando col  suo  esempio  i  giovani  suoi  coetanei  all'animosa 
palestra  de'  forti  studi  :  mentre  gi;\,  sin  da  tre  anni  addie- 
tro, Pietro  Sbarbaro,  facendosi  guida  al  voto  della  gioventù 
maceratese,  surse  a  promovere  con  fervido  affetto  l' idea  di 
un  monumento  nazionale  al  profugo  di  Sanginesio  ;  ed  ebbe 
consenzienti  nel  generoso  assunto  quanti  sono  cultori  di  ci- 
vile progresso,  senza  distinzione  di  parte.  Ed  oggi,  senza 
distinzione  di  parte,  la  stampa  nostra,  i  nostri  giornali  — 
dalla  Gazzetta  dT Italia  al  Seccia  e  alla  2suova  TorinOy  dal 
Diritto  al  Dovere  e  alla  Spira  —  secondano,  coi  Diari  di 
questa  illustre  città,  nelle  onoranze  ad  Alberigo  Gentili,  un 
grande  omaggio  a  que'  principi  da  cui  dipendono  le  sorti 
dell'incivilimento  europeo;  e  al  povero  tributo  ch'io  recar 
posso  all'  impresa  offrono  incoraggiamento  e  conforto.  Di  che 
i  rappresentanti  della  stampa  italiana  s' abbiano,  da  questo 
luogo,  pubblico  segno  di  riconoscenza,  non  per  la  stima  che 
di  me  fanno  —  assai  maggiore  del  merito  —  ma  per  l'esem- 
pio che  porgono  di  quell'amor  patrio  che  tutti  ci  raccoglie 
e  stringe  in  un  solo  pensiero,  quante  volte  si  tratti  delle 
glorie  o  dei  pericoli  della  Nazione. 

Fra  gli  stranieri  —  lasciando  stare  i  compilatori  di  bio- 
grafie, come  il  Bayle  ed  altri,  e  quelli  fra  i  giuristi  più  in- 
signi che  ne  parlarono  con  onore  ne'  tempi  trascorsi  ;  dei 
quali  basti  per  brerità  citare  il  Vossio  e  il  Gronovio  fra  i 
più  vicini  airet«\  di  Alberigo,  il  Binkersoek  e  il  Meinstero 
nel  mezzo  del  passato  secolo,  indi  Mackintosh  e  Hallam  più 
presso  a  noi  —  è  notevole,  venendo  a'  dì  nostri,  il  risorgere 
del  pubblico  grido  intorno  al  suo  nome,  insieme  al  voto  della 
scienza  per  la  civile  umanità  di  un  nuovo  Diritto  delle  Genti, 
inteso  a  fondare  sulla  giustizia  internazionale  le  speranze 
della  libertà  e  della  pace.  £  mentre  un  cittadino  della  patria 
di  Grozio  —  il  Reiter  —  rivendica  al  Gentili,  secondo  il  voto 

*  Del  diritto  di  guerra  di  Albebigo  Gentili,  traduzione  e  Discorso  di 
ctonio  Fiorini.  Livorno,  1877.  —  [Nota  deU'Autore.) 


LETTURA  PRIMA.  193 

di  Romagnosi  :  <  l'onore  del  primato  nella  dottrina  del  Pub- 
blico Diritto,  >  un  professore  di  questa  Facoltà  —  nella  terra 
che  ospitò  l'esule  italiano  del  secolo  XVI,  in  quella  stessa 
sede  di  studi  che  si  onorò  di  annoverarlo  fra'  suoi  Dottori 
—  Tommaso  Erskine  Holland,  ricorda  a'  suoi  cotopatrioti  il 
debito  che  hanno  verso  l'autore  del  De  Jiire  BéllV  E  alla 
ridesta  fama  di  questo  nostro  Antico  porgono  omaggio  a  gara 
i  più  illustri  pubblicisti  d'Europa  e  d'America:  il  Laboulaye, 
il  Lucas,  il  Castelar,  il  Laurent,  l'Asser,  il  RoUin-Jacquemines, 
r  Holtzendorff,  il  Phillimore,  il  Wheaton,  il  Kent  ed  altri 
che  troppo  lungo  sarebbe  l'enumerare.  Né  sarà  ultinia,  in 
questo  tributo  di  onore,  l' Italia,  la  quale  sembra  apprestarsi 
non  solo  a  celebrarne  con  monumenti  di  marmo  il  nome  ma 
ad  illustrarne  con  gli  studi  la  dottrina,  accrescendola  dei 
nuovi  portati  della  scienza:  degno  modo  di  riparare,  fra  i 
benefici  della  presente  civiltà,  le  ingiurie  della  passata  bar- 
barie. 

Or  quale  è  la  vera  misura  de'  titoli  di  Alberigo  alle  ce- 
lebrazioni de'  posteri  ?  Quale  il  grado  eh'  egli  occupa  nella 
scala  de'  progressi  della  Ragion  delle  Genti  ?  Ecco  il  quesito 
ch'io  non  mi  arrogherò  di  risolvere  dinanzi  a  v«i  in  questi 
rapidi  cenni  ;  ma  eh'  io  propongo  ad:  eccitamento  di  più  ma- 
turo esame  per  quelli  fra  voi  che  a  questa  nobilissima  parte 
del  Pubblico  Diritto  consacrano  l' ingegno. 

Ma,  perchè  le  grandi  iniziazioni  della  civile  sapienza  non 
sono  mai  dono  improvviso  del  Cielo,  anche  ne'  più  privile- 
giati per  altezza  di  mente,  bensì  frutto  del  faticoso  lavoro 
de'  secoli  e  delle  prove  onde  la  vita  delle  generazioni  umane 
va  di  mano  in  mano  informando  ed  afiinando  l'opera  sua; 
così  mal  potremmo  comprendere  l'intelletto  di  Alberigo,  e 
la  parte  ch'egli  ebbe  nella  restaurazione  dell'idea  del  Di- 
ritto, senza  volger  l'occhio  al  passato,  notando  i  germi  di 
tale  idea  ne'  ricordi  delle  età  trascorse,  e  specialmente  in 
quelli  della  Patria  nostra,  che  ne  fu  prima  istitutrice  e  mae- 
stra alle  Nazioni.  —  E  questo  sarà  l'obbietto  dell'odierna  e 
della  seguente  Lettura.  In  altra  riunione  —  se  al  mio  dire 


*  Nel  suo  Discorso  intorno  ad  Alberigo  Gentili,  pi*bnunciato  in  Oxford 
il  7  novembre  1874.  Oggi  poi,  per  cura  dello  stesso  professore  Holland, 
sotto  gli  auspici  di.  quella  Università  e  del  Comitato  inglese  per  le  ono- 
ranze al  giureconsulto  italiano,  è  uscita  alla  luce  una  nuova  ed  elegante 
edizione  dell'  opera  De  Jure  Belli,  —  {Nota  deW Autore.) 


194  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

non  verrà  meno  la  vostra  indulgenza  —  io  vi  parlerò  più  par- 
ticolarmente di  Alberigo  e  delle  sue  dottrine,  non  essendo 
possibile  st^gere  ne'  limiti  di  una  sola  Dissertazione  il  vasto 
argomento.  Del  quale  io  non  presumo  già  vanamente  di 
esporvi  in  forma  adeguata  tutti  gV  intendimenti  e  le  atti- 
nenze ;  bastando  all'assunto  mio,  alle  deboli  forze  e  al  com- 
pito breve  e  passeggiero,  se  mi  verrà  fatto  di  abbozzarvi  un 
indice  —  per  così  dire  —  di  materie  e  di  studi  che  voi  po- 
trete, 0  giovani,  con  l'ingegno  e  con  l'animo  devoto  alla 
Patria,  esplicare  e  condurre  a  più  maturo  termine. 

La  elementare  disposizione  de'  congregati,  in  qiialsiasi 
grado  di  società,  a  ripetere  l'equa  parte  dei  benefici  nel  co- 
mune consorzip,  e  la  repulsione  all'  arbitrio  e  alla  violenza 
usurpatrice  sono  gli  elementi  primi  e  spontanei  delle  nozioni 
del  Diritto  e  della  Giustizia  :  le  quali  nascono  dal  fondo 
stesso  dell'umana  natura,  e  prendono  forma  distinta  e  virtù 
operativa,  secondo  che  l'Uomo  acquista  coscienza  della  sua 
personalità  libera  e  responsabile  e  de'  legami  che  lo  congiun- 
gono a'  suoi  simili.  Le  faville  del  Vero  e  del  Giusto  covano, 
sovente  per  lunga  età,  nell'anima  de'  diseredati  e  degli  op- 
pressi, sinché,  giunta  l'ora,  prorompono  all'aperto  e  guidano 
le  moltitudini  soggette  a  postulati  di  più  larghi  ordini  di 
naturale  comunanza  contro  il  privilegio  dominante  e  i  co- 
stumi sovr'  esso  fondati.  Così,  al  fato  delle  caste  indiane  si 
ribella  il  sentimento  della  umana  eguaglianza,  nella  morale 
di  Budda  ;  ai  barbari  imperi  delle  tribù  guerriere  dell'Asia, 
il  riioto  dell'umana  libertà  nelle  stirpi  che  incivilirono  pere- 
grinando, le  coste  dell'  Egèo  ;  al  superbo  ed  avaro  giure  del 
Patriziato  Romano,  le  provocazioni  della  Plebe  al  diritto 
della  comune  cittadinanza  ;  all'  isolamento  ostile  delle  Na- 
zioni e  alla  guerra  perpetua  del  mondo  antico,  la  universale 
carità  .della  fratellanza  cristiana.  I  mali  che  la  ingiustizia 
genera,  danno  poi  ai  savi  argomento  di  riflessione;  e  gì'  in- 
tenti dell'offesa  coscienza  de'  Popoli  diventano  —  ordinati  al 
loro  fine  ideale  —  teoremi  di  civile  filosofia. 

L'istinto  spontaneo  della  natura,  assistito  dalle  iniziazioni 
religiose  e  dagli  stimoli  delle  feconde  antitesi  della  Storia, 
precede  necessariamente  i  giudizi  della  ragione  e  della  scien- 
za: ma  la  ragione  e  la  scienza,  raccolti  gli  ammaesfxamenti 
delle  cose  passate,  diventano  lume  e  guida  alle  cose  future; 
e  ciò  che  innanzi  mosse  da  naturale  impulso  per  incerto  cam- 


LETTURA  PRIMA.  195 

mino,  si  fa  determinato  indirizzo  di  consapevole  elezione  a 
conosciuto  fine. 

Del  quale  procedimento  volendo  qui  toccare  le  parti  che 
più  specialmente  riguardano  il  Diritto  delle  Genti,  in  rela- 
zione a  que'lumi  di  umanità  che  lo  vennero  di  mano  in  mano 
traendo  dalla  barbarie  primitiva  a  disciplina  di  civile  co- 
stume, io  non  risalirò  sino  alle  origini  della  storia,  fra  i  mi- 
steri dell'Asia  sacerdotale;  sì  perchè  nell'antico  Oriente 
r  Uomo  —  confondendo  sé  col  gran  Tutto,  sotto  l' impero 
d' immobili  Teocrazie,  o  reputandosi,  come  fra  gli  Ebrei,  stru- 
mento predestinato  della  volontà  di  Geova  —  mal  poteva  in- 
formar r  animo  d' alcun  distinto  concetto  delle  facoltà  del- 
l'umana persona",  sì  perchè  tale  ricerca  avrebbe  poca  attinenza 
con  la  dottrina  del  nostro  Giureconsulto,  la  cui  erudizione 
storica  non  va,  fuor  della  Bibbia,  oltre  la  Grecia;  spazia 
principalmente  nei  campi  della  giurisprudenza  Romina;  e 
dai  precetti  delle  Sacre  Carte  prende  sol  quanto  si  conforma 
al  senso  umano  e  alla  giustizia  civile,  respingendo  in  più  luo- 
ghi, come  arcano  da  lasciare  ai  Teologi,  ciò  eh'  egli  giudica 
dall'uno  e  dall'altra  discorde. 

Però,  fatto  alcun  cenno  della  Grecia,  io  riandrò  qui  bre- 
vemente con  voi  le  antiche  traccie  di  una  più  umana  forma 
di  Pubblico  Diritto  nei  riti  dell'  Italia  primitiva  e  ne'  ricordi 
della  Romana  ragione;  toccherò,  in  questa  e  nella  seconda 
lettura,  delle  congiunte  influenze  di  Roma  civile  e  di  Roma 
cristiana  nel  medio-evo;  per  entrar  poi  nella  condizione 
de' tempi  ond'ebbe  nascimento  e  forma  il  libro  del  Diritto 
di  Guerra,^ 

La  civiltà  europea  deve  alla  Grecia  il  dono  immortale 
della  libertà  della  mente  e  della  rispondenza  e  proporzione 
della  forma  al  pensiero  che  in  questa  s' incarna  e  vive.  Nel 
vario  agitarsi  delle  stirpi  elleniche  date  alle  navigazioni,  ai 
traffici,  all'armi,  l' uomo-individuo  si  affranca  dalla  fatalità 
delle  caste  «e  dai  dogmi  panteistici  dell'Oriente:  d'onde  il 
Diritto  e  l'Arte  e  la  Filosofia.  Ma  la  individualità  greca  cir- 

*■  Ai  giovani  che  si  occupano  della  scienza  del  Diritto  pubblico  ne' suoi 
rupporti  coi  progressi  della  civiltà,  mi  è  grato  ricordar  qui,  per  loro  utile 
«  per  tributo  di  riconoscente  ammirazione  all'autore,  un'opera  di  gran 
mole  che  congiunge  alla,  verità  de' principi  una  vasta  suppellettile  di  no- 
tizie sulla  storia  dell' intelletto  umano  e  delle  istituzioni  ae' popoli,  nelle 
varie  età  dell'incivilimento:  quella,  cioè,  del  Laurent,  Étudea  sur  VHiatoire 
de  rffumanité,  —  {Nota  delV Autore.) 


'Ati.ji\.gu., 


196  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

coscrive  il  Diritto  nella  città:  l'egoismo  personale  s'integra 
neir  egoismo  cittadino  :  intende  a  far  bello  e  glorioso  il  pa- 
trio nido,  dominando  i  vicini  e  gli  estranei,  e  non  soffre  vin- 
colo di  mutui  uffici  fra  le  varie  parti  della  Nazione,  comechè 
ne  celebri,  ne'  Templi  degli  Dei  e  ne' pubblici  giuochi,  la  sa- 
cra parentela.  D' onde  la  fugace  grandezza  e  il  rapido  sca- 
dimento della  greca  indipendenza  e  libertà.  Da  Talete  a 
Platone  e  ad  Aristotile,  i  grandi  intelletti  della  Grecia  videro 
il  male  e  specularono  il  rimedio,  cercandolo  in  uno  stabile 
ordinamento  federale  che  fermasse  la  concordia  fra  le  città 
rivali;  ma  l'indole  e  le  vicende  della  razza  non  offerivano 
materia  adatta  alla  idea  de' suoi  savi;  e  le  ambizioni  egemo- 
niache  di  Sparta,  di  Tebe,  di  Atene,  sopraffecero  a  gara  il 
buon  diritto  della  comune  associazione.  La  guerra  del  Pelo- 
ponneso è  il  dramma  fatale  dello  spirito  greco.  La  brama 
di  dominio,  gli  odi  intestini  e  la  violenza-  prevalgono  sopra 
ogni  rispetto  di  umanità  e  di  giustizia;  e  la  coltissima  Atene 
proclama  senz'  ambagi  la  ragion  del  più  forte.*  Questo,  fra 
greci  e  greci.  Fra  greci  e  barbari,  nessuna  ragion  di  diritto 
e  d'umanità:  caccia,  preda,  sterminio  la  gueri'a:  i  nemici 
non  uccisi,  servi  del  vincitore:  ai  supplici,  agli  stranieri, 
unico  rifugio  la  privata  religione  dell'ospizio,  sacra  al  fojco- 
lare  domestico  degli  EUeni.  L'Anfizionato  fu  strumento  ai  riti 
comuni,  non  istituto  efficace  di  unione  politica  :  e  1'  x)racolo 
stesso  della  Delfica  Deità  diede  invano  ammonimenti  umani 
agli  animi  parteggianti  e  in  guerra  eterna  fra  loro.  Quando, 
nell'ultimo  pericolo  della  ellenica  libertà,  Arato  e  Filope- 
mene  tentarono  farvi  riparo  con  la  Lega  Achea^  le  sorti  eran 
già  tratte:  la  Grecia  era  condannata  a  perire. 

In  vero,  essa  avea  adempiuto  il  suo  ufficio  possibile  nella 
storia  della  civiltà  :  per  essa  eran  surti  —  comechè  ristretti 
entro  privilegi  di  classe  —  i  primi  istituti  della  libertà  cit- 
tadina :  i  migliori  suoi  figli,  ispirati  dall'  amore  della  terra 
nativa,  aveano  fatto  schermo  de'lor  petti  all'Europa  contro 
la  barbarie  asiatica;  e  la  industre  virtù  del  suo  ingegno, 
aprendo  l' ali  a  tutta  la  varietà  delle  speculazioni  del  pen- 
siero, avea  indagato  con  la  ragione  e  assemprato  con  l'arte, 
in  forma  insuperata  da  poi,  l'idea  divina  dalle  cose  uni- 

*  Vedi  in  Tucidide,  lib.  V,  §§  85,  111,  gli  argomenti  delegati  ateniési 
a  ^uei  di  Melo,  per  costrìngerli  a  scostarsi  dai  Lacedemoni,  di  cui  erano 
coloni,  ed  obbedire  ad  Atene.  — -  [Nota  delV Autore,) 


1 


LETTURA  PRIMA.  197 

verse;  sì  che  l'apollinea  armonia  della  mente  ellenica  di- 
venne il  metro  e  la  norma  della  coltura  europea.  E  questo 
fu  il  frutto  non  perituro  della  breve  sua  vita.  I  termini  sa- 
cri della  patria  politica  e  la  ostile  distinzione  posta  dall'or- 
goglio greco  fra  Elioni  e  Barbari  non  valsero  ad  impedire 
la  universalità  della  greca  iniziazione.  Socrate  muore  obbe- 
diente alle  leggi  di  Atene;  il  cittadino  sacrifica  al  patrio 
giure  Vuomo  e  il  filosofo;  ma  la  sua  dottrina  è  cosa  della 
universale  città  dell' uman  genere,  e  il  mondo  la  farà  sua. 
Il  suo  spirito,  spezzato  il  coperchio  del  sepolcro,  illuminerà 
della  sua  luce  tutta  la  terra.  Gli  ammaestramenti  del  Savio 
di  Atene  sono  guida  al  genio  ideale  di  Platone  e  al  genio 
sperimentativo  di  Aristotile  ;  e  diventano,  loro  mercè,  scuola 
ai  progressi  ulteriori  dell'  umano  intelletto.  Le  conquiste  di 
Alessandro  preparano  le  vie  al  connubio  della  greca  filosofia 
con  la  fede  cristiana  ;  *  la  conquista  di  Eoma,  al  fecondo  con- 
tatto delle  dottrine  morali  e  politiche  delle  scuole  di  Atene 
con  la  ragion  pratica  de' nostri  antichi. 

Splende  sulle  origini  della  civiltà  ellenica  un  mito  che  ne 
simboleggia  a  maraviglia  l' ufiìcio.  Prometeo  è  il  Verbo  della 
Grecia  alla  coscienza  delle  Nazióni,  ed  Eschilo  ne  è  il  fati- 
dico interprete.  Indarno  il  ministro  dell'ira  di  Giove  inchioda 
—  dolente  dell'  opera  sua  —  alla  rupe  del  Caucaso  il  donatore 
del  fuoco  eterno  ai  mortali.   Indarno  il  Potere  e  la  Forza 


*  AHempi  di  Alessandro  il  Grande,  quando  già  la  vita  interna  della 
città  ellenica  avea  dato  quanto  era  in  essa  di  vigor  nativo,  e  il  giovine 
conquistatore,  trasportando  la  Grecia  ia  Asia,  concepiva,  tra  i  consigli 
de' filosofi  e  l'armi,  il  disegno  di  educare  a  civiltà  la  barbarie;  Zenone 
precorreva  con  le  sue  dottrine  morali  alla  coscienza  di  una  comune  voca- 
zione de' popoli,  neU'arrlngo  della  coltura  civile,  e  all'idea  della  umana 
università;  non  ammettendo  altra  distinzione  fra  gli  uomini  da  quella  in 
fuori  che  deriva  dalla  virtii  e  dal  vizio,  e  li  fa  buoni  o  malvagi.  Intorno 
a  che  meritano  di  essere  notate  le  memorabiU  parole  di  Plutarco,  nel- 
r opuscolo  Della  fortuna  o  virtii  di  Alessandro,  (Vegga  chi  non  sappia  di 
greco,  la  classica  traduzione  degli  opuscoli  di  Plutarco,  per  Marcello  Adriani, 
con  note  di  Francesco  Ambrosoli);  parole  che,  sotto  la  pompa  del  pane- 
girico, mettono  in  rilievo  un  fatto  reale  e  di  grande  momento  pe'suoi 
effetti  nella  civiltà  de' tempi  che  seguirono:  lo  esplicarsi,  cioè,  de' senti- 
menti e  delle  idee  de' Greci  fuor  della  cerchia  antica  de' loro  miti  e  delle 
loro  istituzioni,  abbracciando  più  vasti  intenti,  ed  intrecciandosi  ad  estranee 
tradizioni  e  colture:  di  che  poi  si  venne  formando  quel  temperamento  di 
disposizioni  intellettuali  e  morali,  mercè  il  quale  tanto  fruttò  fra  i  Gen- 
tili l'apostolato  cristiano.  Questo  stesso  argomento  fu  da  me  toccato  in 
una  serie  d'articoU  sulle  dottrine  religiose  e  morali  di  G.  Mazzini,  nel 
periodico  la  Bontà  del  Popolo,  e  più  specialmente  nel  numero  del  80  no- 
vembre 1871,  fiotto  il  titolo:  Del  sentimento  delV umanità  e  della  Scienza 
de?  suoi  progressi,  —  {Nota  delV Autore,) 


198  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

fanno  guardia  al  preveggente  Pensiero*  La  divina  fiamma  è 
immortale;  né  varranno  a  spegnerla  potenza  ed  arti  di  sa- 
cerdoti e  tiranni.  Essa  brillerà  di  generazione  in  generazione, 
nelle  scuole  e  nelle  carceri,  sai  patiboli  e  lango  le  squallide 
vie  dell'esilio;  gitterà  scintille  animatrici  dalle  tombe  dei 
profeti  e  dei  martiri,  foriera  perenne  di  proteste  e  di  lotta, 
sinché  i  Popoli  tatti,  celebrandone  con  fraterno  rito  la  santa 
e  benefica  natura,  non  la  ripongano  —  segno  inviolabile  della 
medesimezza  de'  loro  destini  —  nel  Tempio  della  comune  giu- 
stizia e  libertà. 

Ad  altra  terra  era  serbato  di  fare  uscir  la  Filosofia  dalle 
scuole  per  associarla  alle  operosità  della  vita,  armonizzando 
col  pensiero  Variane:  e  questa  terra  è  la  patria  dei  nostri 
padri,'  la  vostra  terra,  o  giovani  :  la  quale  apparve  ab  antico, 
per  natura  e  costume,  quasi  privilegiata  a  questo  ufficio  ci- 
vile. —  Pitagora,  presa  stanca  in  Italia,  applica  i  numeri 
de'  moti  celesti  all'  ordine  della  umana  società  :  e  —  se  n'  é 
dato  raccogliere,  a  traverso  la  nebulosa  distanza  de'  tempi, 
qualche  segno  delle  antiche  tradizioni  —  posto  il  fondamento 
della  scienza  dell'Uomo  nella  sua  natura  morale,  converte 
il  magistero  speculativo  in  pratico  sodalizio  di  virtù,  predi- 
cando concordia  alle  città  della  Magna  Grecia,  pace  e  fra- 
ternità fra  gli  uomini.  La  tradizione  stessa  che  fa  di  Nama 
un  discepolo  del  filosofo  di  Crotone  —  comeché  gl'istituti  at- 
tribuiti al  primo  siano  anteriori  all'iniziazione  pitagorica  — 
addita,  perciò  appunto,  una  remotissima  umanità  di  natio 
costume  ne'  prischi  popoli  della  terra  Saturnia.  AH'  opposto 
delle  stirpi  elleniche,  gì'  Itali  primitivi  rivelano  nelle  loro  fe- 
derazioni la  coscienza  di  un  Diritto  che  si  allarga  oltre  la 
cerchia  della  città  solitaria.  Le  celebrazioni  del  culto  comune 
non  sono  —  fra  gli  Etruschi,  i  Latini,  i  Sabini  — mere  ceri- 
monie religiose  come  fra  i  Greci,  ma  convegni  e  consigli  di 
utilità  civile.  Gli  ceqtm  foedera  e  i  riti  feciali,  di  cui  la  storia 
de' primi  tempi  di  Roma  ci  ha  serbato  i  ricordi,  vogliono 
considerarsi  ordini  e  forme  di  scambievole  giustizia,  costi- 
tuenti, fra  quei  nostri  antichi,  un  vero  Jus  Gentium,  del 
quale  importerebbe  ricostruire  quanto  é  possibile  sui  fram- 
menti noti  -—  a  documento  domestico  di  antica  virtù  civile  — 
la  forma  vera  ;  **  come  lo  studioso  della  zoologia  preistorica 

*  Il  professore  Pietro  EUero  in  quella  sua  Prolusione  sui  Vincoli  dei- 
VUmana  Alleanza  (Bologna,  15  gennaio  1876),  che  fu  un  inno  della  scienza 


LETTURA  PRIMA.  199 

indovina,  da  qiialche  avanzo  fossile  d'incognite  ossa,  la  strut- 
tura dell'intero  animale. 

La*  conquista  romana,  cominciata  dalla  necessità  della  di- 
fesa, e  nutrita  dalla  ambizione  di  un  Popolo  presago  della 
grandezza  de'  suoi  destini,  spense  sotto  il  suo  giure  di  domi- 
nio e  di  patronato  le  libere  e  più  eulte  forme  del  giure  natio 
dell'italica  civiltà;  e  fu  un  regresso,  rispetto  alla  giustizia 
de'  prischi  istituti.  Ma  sono  scusa  immortale  alle  gesta  guer- 
riere di  Roma,  le  galliche  invasioni  respinte,  la  virtù  del- 
l'animo che  spezza  il  ferro  di  Brenno  e  vince  Pirro  ed  An- 

al  primato  civile  d' Italia  e  di  Roma  nella  società  delle  genti  europee,  e 
dalla  quale  l'autore  delle  presenti  Letture  trasse  nuovo  conforto  ai  propri 
convincimenti  —  dice  del  Diritto  feciaìe  degl'  Itali  primitivi  :  e  Ma  ogni 
gloria  avanza  il  gius  de^  fecialif  detto  da  Cicerone  santissimo  gius,  lì  quale 
prova  quanto  solennemente  gli  avi  nostri  nella  piìi  oscura  notte  de'  tempi 
affermassero  i  doveri  supremi  della  giustizia,  della  moderazione  e  della 
pace.  £  dico  gli  avi  nostri:  imperocché,  come  Roma  nacque  da  più  italiche 
stii*pi,  e  fu  anzi  delle  medesime  rifugio^  e  ne  prese  il  sangue,  gl'istituti 
e  fin  le  belliche  ordinanze,  e  questo  gius  prese,  che  pò  tea  dirsi  comune 
a  tutte.  Certo  è  che  lo  ebbero  innanzi  gli  equìcoli  (ond'ella  lo  trasse),  gli 
ardeeti,  i  faliscì,  gli  albani  e  i  sanniti  ;  e  che  la  federazione  per  la  guerra 
sociale  è,  nelle  monete  sannitiche,  espressa  con  un  fecìale  genuflesso  :  sim- 
bolo sacro  della  unione  italiana,  cui  serbino  gli  dei  immortali  eterna.  » 
E,  intomo  alle  anfizioniche  adunanze  de'  nostri  antichi,  soggiunge  :  e  Men- 
ziona Livio  i  concili  degli  ernici,  equi,  volsci,  sanniti,  liguri;  e  teneano 
parlamentò  gli  etruschi  nel  tempio  della  dea  Voltumna,  i  sabini  a  Cure, 
e  i  prischi  latini  nel  sacro  bosco  e  tempio  di  Diana  in  Aricia,  in  altro 
tempio  presso  Lavinio  e  principalmente  nel  Luco  Ferentino.  Nel  tempio 
dì  Giove  Laziale,  sul  Monte  Albano,  accorrevano  alle  feste  e  alle  suppli- 
cazioni, note  col  nome  famoso  di  ferie  latine,  quarantasette  città,  compresa 
la  romana,  rappresentate  da' propri  magistrati,  tra  cui  distribuivansi  le 
carni  della  gran  vittima.  Ma  anche  più  popoli  italici,  di  diversa  stirpe 
e  lega,  parlamentavano  e  sacrificavano  assieme,  sì  oome  gli  etruschi  e  i 
volsci,  i  sabini  e  i  latini,  nelle  feste  della  dea  Feronia  (dea  della  libertà, 
-secondo  Strabene):  ed  apparisce  inoltre  dalle  Tavole  eugubine,  che  certi 
popoli  toscani  concorrevano  ai  sacrifici  degli  umbri,  ed  erano  partecipi 
di  templi  e  riti  comuni....  >  E  osserva  che  <  la  Grecia  nella  vita  pratica  (non 
dico  nella  vita  del  pensiero)  non  si  estolle  sov]*a  Io  spìrito  di  città:  e  perciò 
ella  laiscia  cadérsi  di  mano  la  fiaccola  con  cui  poscia  Roma,  che  prima  si 
estolle  allo  spirito  di  umanità,  illumina  il  mondo  :  e  lo  illumina  ancora 
di  tanta  luce,  che  niuna  barbarica  burbanza  e  ni  una  accademica  arroganza 
varranno  ad  .estinguere  mai.  »  (Ellero,  Scritti  politici,  Bologna,  1876, 
pag.  884-36).  Parole  giustamente  sdegnose  contro  quella  critica  straniera 
deUe  cose  romane  e  de' romani  ingegni,  onde  taluni  dotti  d'oltr'Alpe  si 
studiano  di. oscurare  le  nostre  glorie  antiche,  quasi  a  vendetta  della  do- 
minazione patita  dai  loro  barbari  progenitori,  dimenticando  il  lungo  scem- 
pio con  che  i  discendenti  di  Arminio  fecero  scontare  alla  stirpe  latina 
la  colpa  d'essere  stata  civile  prima  di  loro,  e  proseguendo  dalle  cattedre, 
ne'  recinti  delle  Accademie  e  ne'  libri,  emulazioni  e  gareggiamenti  che  non 
hanne,  per  fortuna,  più  senso  alcuno  nella  coscienza  de'  Popoli,  ravvici- 
nati dalia  Legge  del  comune  progresso. 

Vedi,  intomo  ai  costumi  degl'  Itali  antichi,  fra  que*  nostri  che  ne  trat- 
tarono con  più  studio  ed  amore,  Micalt,  L'Italia  avanti  il  dominio  de*  Ro- 
mam,  voi.  I;  e  Atto  Vannucci,  Storia  dell'Italia  antica,  \oì.l.  —  {Nota  del- 
VAutore.) 


200  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

nibale,  e  i  Cimbri  e  i  Teutoni  ;  e  fa  dell'  Italia  un  baluardo 
sacro  alla  civiltà  del  mondo  antico,  contro  la  barbara  ferità. 
D'onde  il  campo  dato,  negli  ordini  interni  della  dominatrice 
Kepubblica,  allo  svolgersi  della  popolare  equità,  fonte  a'  fu- 
turi incrementi  della  ragion  privata  e  pubblica  fra  le  Na- 
zioni. Perchè,  in  quell'asilo  aperto,  sin  dalle  origini,  dal  genio 
della  Città-Madre  al  concorso  delle  genti,  se  gli  ospiti  e  gli 
aggregati  deponevano  sull'altare  del  romano  diritto  la  veste 
di  lor  particolari  cittadinanze,  vi  recavano  per  converso,  rin- 
novellato dal  sacrificio  di  lor  tradizioni,  il  vivo  senso  della 
loro  natura  d'uomini  e  d'eguali;  e  le  proteste  della  plebe 
contro  le  dure  leggi  della  città  patrizia  prenunziano  i  fasti 
dell'umano  progresso,  emancipando  le  persone  e  associando 
i  connubi,  i  riti  e  gli  uffici  della  cittadinanza  comune. 

Faccian  prova  i  patrizi  di  serbare  intatta  la  triste  e  se- 
vera disciplina  degli  avi,  usin  lor  arti  ad  escludere  la  plebe 
dal  privilegio  degli  auspici,  dalla  partecipazione  agli  uffici, 
dalla  conoscenza  delle  formole  legali  ;  aggiungano,  i  più  mal- 
vagi, alla  parzialità  delle  leggi  gl'impeti  di  lor  passioni  avare 
o  inoneste,  manomettendo  con  le  usure  gli  averi,  e  col  car- 
cere privato  le  persone  dei  debitori,*  oltraggiando  il  pudore 
degli  adolescenti,*  insidiando  la  castità  delle  vergini  ne'  foco- 
lari plebei  :  —  alle  sevizie  de'  prestatori  risponderà  il  grido 
del  popolo  per  la  libertà  personale  dei  debitori  ;  <  il  credito 
obblighi  i  beni,  non  la  persona  :  >  pecunice  creditce  bona  de- 
bitoris,  non  corpus,  òbnoxium  sit;^  alla  libidine  patrizia  farà 
contrasto  la  fiera  pietà  di  Virginio  :  alle  privilegiate  religioni 
e  all'orgoglio  ereditario  de'  Padri,  la  coscienza  del  comune 
diritto.  <  Si  eguaglino  le  leggi,  si  eguagli  la  libertà:  >  tequandce 
leges,  cequanda  Ubertas  :  ecco  la  voce  che  sorge  dal  cuore  di 
un  Popolo  non  nato  a  servire. 

Nelle  rogazioni  di  Canuleio,  per  la  comunanza  de'  connubi 
e  degli  uffici  fra  patrizi  e  plebei,  si  sostanzia  lo  spirito  della 
Storia  civile  di  Boma.  In  Grecia,  il  dogma  delle  due  nature 
s' impone  alla  ragion  de'  filosofi.  Socrate  e  Platone  non  ne 
vanno  immuni.  Aristotile  ne  fa  la  premessa  de'  suoi  argo- 
menti in  favore  della  servitù  e  della  supremazia  della  classe 
eulta  e  censita  sull'altre,  nel  governo  dello  Stato  :  prima  ra- 

»  Liv.,  HÌst,,  II,  23:  —  {Nota  deW Autore,) 
«  Id.,  Vili,  28.  —  {Nota  deW Autore.) 
»  Id.,  ibid.  —  {Nota  delV Autore,) 


LETTURA  PRIMA.  201 

dice  del  dottrinarismo  antico  e  moderno.  Roma,  aU'  incontro, 
accoglie  nelle  sue  mura  la  italica  umanità,  sorgente  viva 
della  sua  ragion  civile.  Eaccogliamo,  in  brevi  tratti,  i  segni 
della  coscienza  de'  nostri  antichi,  dalle  pagine  del  grande 
interprete  della  loro  Storia.  Nel  linguaggio  che  Livio  pone 
in  bocca  ai  patrizi,  contro  le  riforme  proposte  dal  magna- 
nimo tribuno,  voi  sentite  gli  ultimi  accenti  delle  schiatte  pri- 
vilegiate e  sacre  deirAntichità,  repugnanti,  come  da  impura 
miscela,  dal.  contatto  con  gli  stranieri  e  co'  vinti  :  <  volersi 
con  tali  novità,  contaminare  lor  sangue,  confondere  i  diritti 
delle  genti  ;  invilire,  abbassandolo  al  volgo,  il  sommo  impe- 
riò: mescolarsi,  quasi  a  mo'  di  fiere,  le  nozze  dei  plebei  e 
de'  Padri:  >  —  contaminari  sanguinem  suum,confundi  jura  gen- 
tium,  vulgari  cum  infimis  summum  imperium....  Ferarumprope 
ritu  vulgari  conmhitus  plébis  Patrumque.^  —  E  Canuleio  di 
rispondere  :  <  Che  altro  intendiam  noi  con  queste  proposte, 
se  non  ammonirli  che  siamo  lor  cittadini,  e  che,  se  non  pos- 
sediamo ricchezze  eguali  alle  loro,  abitiamo  però  la  medesima 
patria  ?...  Non  sentite  in  che  disprezzo  vi  tengono  ?  Vi  tol- 
gano or  dunque,  se  sanno,  parte  di  questa  luce.  S' indegnano 
che  respiriate,  che  abbiate  voce,  favella,  sembianze  d'uomini.... 
Lor  superbissime  leggi  parti  scono  la  civile  società,  fanno  due 
città  d'una  sola....  Noi  questo  unicamente  chiediamo,  d'essere 
tenuti  in  conto  d'uomini  e  di  cittadini.  >  ' 

Questo  senso  di  umanità  e  di  eguaglianza  civile,  anima 
ne'  migliori  secoli  di  Roma  repubblicana  tutto  il  moto  della 
storia  interna  della  città,  sotto  i  .presidi  legali  del  tribunato 
e  dell'appello  al  popolo:  duas  arces  Ubertatis  tuend<B;^  pre- 
viene, mercè  il  rispetto  delle  leggi  e  la  magnanimità  di  un 
comune  amor  patrio,  la  violenza  fra  le  due  parti;  agisce,  con 
provvidi  e  spesso  generosi  consigli,  sulle  guerre,  sulle  paci, 
sul  trattamento  dei  vinti;  tempera  con  la  naturale  equità 
la  rigida  osservanza  del  Diritto;  con  la  istituzione  del  pretore 

»  LiT.,  IV,  ly2,  — {Nota  dell'Autore.) 

*  Ibid,  3,  4:  «  ....  quìbus  (rogationibus)  quid  alìud  quam  admonemus, 
-cives  nos  eorum  esse,  et,  si  non  easdem  opes  habere,  eandem  tamen  pa- 
trìam  ìncolere?...  JGcquld  sentitis,  in  quanto  contemptu  yivatis?  Lucis 
vobis  huìus  partem,  si  liceat,  adìmant.  Quod  spiratis,  quod  vocem  mittitis, 
-quod  formaa  hominum  habetis,  indignantur....  id  vos  sublegis  Buperbissimae 
vincula  coniicitis,  qua  dirimatia  societatem  civilem,  duasque  ex  una  civitate 
faeiatis....  Nec,  quod  nos  ex  connubio  vestro  petatnus,  quicquam  est,  prae- 
terqnam  ut  hominum,  ut  civium  numero  simus....  »  —  {Nota  deW Autore,) 

»  Liv.,  Ili,  4&.  —  {Nota  deir Autore.). 

Xn.  14 


202  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

peregrino,  la  condizione  de'  forestieri  :  e  crea  di  mano  in 
mano  dinanzi  al  popolo  -—  giudice  della  condotta  de'  magi- 
strati, de'  responsi  dei  giureconsulti  e  della  innovatrice  elo- 
quenza degli  oratori  —  quel  monumento  stupendo  di  Ragion 
Civile,  che  fu  esempio  e  scorta  a  quante  Legislazioni  venner 
dappoi.  E  alla  Ragion  Civile  del  Popolo  Romano  rispose  la 
civile  sapienza  de'  suoi  filosofi,  segnatamente  Cicerone,  mas- 
simo fra  questi.  Nella  mente  del  quale  le  speculazioni  dei 
Greci,  ritemprate  all'impronta  italica,  presero  sostanza  e 
forma  di  pratica  realità  e  di  definita  giustizia.  Cicerone  è 
familiare  ai  più  come  oratore,  ai  dotti  soltanto  come  insigne 
interprete  della  Filosofia  del  Diritto.  Nel  che  veramente 
consiste  la  maggiore  opera  del  suo  ingegno,  in  relazione  ai 
progressi  delle  dottrine  giuridiche.  L' idea  della  natia  dispo- 
sizione dell'Uomo  a  vivere  in  società,  e  di  un  ordine  provvi- 
denziale dell'umana  convivenza,  secondo  le  cui  leggi  le  con- 
dizioni necessarie  a  raggiungere  il  fine  della  comune  utilità 
collimano  con  i  principi  dell'onesto  e  del  retto,  uscì  compiuta 
dalla  mente  del  pensatore  d'Arpino;  e  fu  guida  a  chi  entrò 
dopo  di  lui  nell'arringo  della  scienza  civile.*  L'uomo,  più  co- 
nosce sé  stesso  più  sente  la  sua  natura  sociale,  ed  è  da  na- 
tura portato  ad  unirsi  ai  suoi  simili,  ad  amarli,  a  beneficarli. 
Non  per  vivere  solitario  ed  errante  come  le  fiere,  ma  per 
celebrare,  padroneggiando  le  proprie  passioni,  i  sacri  legami 
dell'umano  consorzio,  egli  ebbe  dagl'Iddii  la  ragione  e  la 
parola.  Per  quella,  sorgono  dall'intimo  animo  suo  le  faville 
del  Buono  e  del  Giusto;  per  questa,  gli  è  dato  svolgere  e 
propagare,  conversando,  il  frutto  delle  sue  facoltà.  Le  carità 
dell'umana  parentela  devono  estendersi  a  tutta  la  umana 

*  Per  questo  compendio  delle  dottrine  di  Cicerone,  intorno  alla  ragion 
del  Diritto,  ai  fondamenti  della  umana  società  e  alle  regole  della  guerra, 
vedi  a  riscontro  i  suoi  libri  De  Legibus,  De  Repuhlica,  De  Officìis,  ec.  ;  e  in 
particolare,  De  Legihua,  I,  6,  6,  7, 10, 16, 16,  28;  II,  4,  7, 14  ;  HI,  4,  23  ;  De 
Bepublica,  I,  26;  De  Officiis,  passim;  e,  per  le  cose  della  guerra,  ivi,  I,  11, 
12, 13, 23,  24.  La  fama  di  Cicerone  fu,  come  quella  di  Dante,  bistrattata, 
con  superficiali  giudizi,  da  un  uomo  illustre  e,  per  altre  parti  del  suo  sa- 
pere, benemerito  degli  studi  storici,  il  Mommsen.  Coi  cenili  ch'io  qui  offro 
ai  giovani  studiosi  delle  cose  patrie  sulle  dottrine  di  Cicerone,  come  con 
quelli  che,  nella  seconda  Lettura,  si  riferiscono  a  Dante,  non  presumo  di 
adempiere  adeguatamente  l'ufficio  della  rivendicazione  nazionale  de*  no- 
stri Grandi,  nia  di  ricordarne  il  debito  ai  cultori  italiani  dell' italiana 
sapienza. 

Intanto  mi  è  grato  citare,  in  questo  luogo,  la  Dissertazione  del  dot- 
tissimo Vallauri,  De  italorum  doetrina  a  ealumniis  Mommseni  vindicata, 
^orino,  1873.  —  {Nota  dell'Autore.) 


'  wr-*^^*i?^ 


LETTURA  PRIMA.  203 

specie,  perchè  ciascuno  di  noi  è  parte  di  una  stessa  famiglia, 
sotto  il  governo  della  Mente  Suprema  regolatrice  dell'Uni- 
verso. Ma  la  scala  degli  uffici  civili  dee  seguir  l'ordine  delle 
naturali  relazioni,  secondo  che  queste  ci  stringono  più  o  men 
da  vicino  :  onde  noi  ci  dobbiam  prima  alla  famiglia,  poi  agli 
amici  e  alla  città  in  cui  siam  nati,  e  infine  agli  uomini  in 
genere,  senza  distinzione  di  razza  e  di  condizione  sociale.  Si 
noti  però  che  Cicerone,  mentre  poneva  quest'ordine  agli  uf- 
fici privati,  inalzava  con  romano  concetto  la  Repubblica  o, 
come  diremmo  noi  moderni,  la  Patria  sopra  ogni  altro  le- 
game, e  prescriveva,  primo  dovere  al  cittadino,  il  sacrificio 
di  sé  al  pubblico  bene.*  Né,  così  graduando  i  doveri,  inten- 
deva che  i  rispettivi  vincoli  dovessero  preoccuparci  per  modo 
da  farne  dimentichi  del  comun  fine  dell'umana  associazione; 
sì  che,  curando  i  parenti,  gli  amici,  i  cittadini,  fossero  da 
negligere  gli  stranieri,  gì'  inferiori,  i  lontani.  Che,  se  i  diversi 
Popoli  hanno  costumi  ed  ordini  propri  dai  quali  s' informa 
un  particolare  storico  diritto  delle  genti,  sorge  non  pertanto 
dalla  comune  natura  della  specie  una  regola  di  universale 
giustizia,  dalla  quale,  più  che  dalle  leggi  delle  XII  Tavole  e 
dagli  editti  del  Pretore,  vogliono  prendersi  le  norme  della 
bontà  degli  umani  istituti  e  delle  umane  azioni.  Cicerone, 
adunque,  ponendo  l'origine  e  il  fondamento  del  giusto  nel- 
l'intima e  comune  natura  dell'uomo,  ed  estendendone  con 
essa  natura  le  applicazioni  alla  universalità  del  genere  umano, 
è  da  considerare,  sì  per  l'ampiezza  della  dottrina  come  per 
l'ordine^  logico  e  pel  valor  pratico  delle  conseguenze  che  ne 
deduce,  vero  fondatoive  della  ragion  filosofica  del  Diritto,  e 
precursore  della  moderna  scienza  civile,  ancor  più  di  quei 
Greci,  maestri  suoi,  dai  quali  egli  trasse  i  primi  lumi  della 
sua  coltura.  E  basti  in  prova  di  ciò  il  ricordare  quello  ch'egli 
sente  intorno  agli  stranieri,  ai  diseredati  della  fortuna,  ed 
ai  servi: 

<  Una  stessa  legge  di  natura  tutti  ci  abbraccia^...  e  però.... 
chi  dice  doversi  tener  conto  de'  diritti  de'  cittadini,  non  de- 
gli estrani,  quegli  scinde  la  comune  società  del  genere  umano  : 

^  De  Off»,  1, 17.  «  Sed  eum  omnia  ratìone,  animoque  lustreris,  omnium 
societatum  nulla  est  gravior,  nulla  oarior,  quam  ea,  quae  cuna  republica 
est  unicuique  nostrum.  Cari  sunt  parentes,  cari  liberi,  propinqui,  fami- 
liares  ;  sed  omnes  otunium  caritates  patria  una  complexa  est  ;  prò  qua 
quis  bonus  dubitat  mortem  oppetere,  si  ei  sit  profuturus ?»  —  {Nota  del' 
l'Autore,) 


.  fmi  V 


204  8t^  ALBERIGO  G£NTILL 

soppressa  la  quale,  sono  dÌTelte  dalla  radice  la  beneficenza, 
la  liberalità,  la  bontà,  la  giustizia.  >  * 

E,  per  questa  medesima  ragione,  egli  raccomanda — quasi 
precorrendo  alla  morale  cristiana  —  la  carità  verso  i  poveri:  ' 
perocché,  nel  suo  concetto,  la  carità  e  la  giustìzia  siano  com- 
pagne, e  la  beneficenza  operosa  debbasi  anteporre  alla  inerte 
coltura  della  mente.' 

£,  quanto  alla  servitù,  se  da  una  parte  Tautorità  del  co- 
stume e  la  dottrina  messa  innanzi  da  Aristotile  a  giustifi- 
carla lo  ritengon  sospeso,  la  larghezza  della  sua  mente  e 
l'abito  civile  dell'antica  domesticità  italica  lo  conducono  a 
non  escludere  dalle  regole  della  comune  giustizia  la  condi- 
zione servile.  <  Ricorderemo  poi  che  anche  verso  gì'  infimi  è 
da  servare  giustizia  :  ed  infine  è  la  condizione  e  la  fortuna 
dei  servi;  de' quali,  come  bene  insegnano  taluni,  dobbiamo 
usare  come  di  mercenari,  esigendo  l'opera  loro  e  retribuen- 
dola giustamente.  >  *  —  Voi  già  sentite  che,  nella  dottrina  ci- 
vile del  filosofo  d'Arpino,  sotto  la  veste  del  servo  respira 
r  uomo.  Non  si  tratta  ormai  più  di  cosa,  madi  persona  che 
presta  1'  opera  sua  ed  ha  diritto  ad  onesti  trattamenti  e  a 
giusta  mercede. 

Le  idee  e  i  sentimenti  umani  hanno  lor  legge  d'incre- 
mento logico  e  morale.  Ponete  un  principio  che  la  ragione  e 
la  coscienza  riconoscan  yer  vero  ;  il  tempo  ne  trarrà,  presto 
o  tardi,  le  necessarie  illazioni.  Il  concetto  dell'eguale  natura 
e  della  comune  società  del  genere  umano  abbraccia  tutto 
r  insieme  delle  dottrine  morali  e  giurìdiche  di  Cicerone.  Non 
passeranno  due  secoli,  e  la  Giurisprudenza  romana,  la  Giu- 
risprudenza dell'Impero  non  ancora  cristiano,  dichiarerà  per 
bocca  de'  suoi  più  insigni  interpreti  —  di  Ulpiano,  di  Fioren- 
tino —  la  servitù  esser  fcUto  d' umano  arbitrio,  non  di  natu* 
rale  diritto.  Udite  il  primo  :  <  secondo  il  diritto  civile,  i  servi 

^  De  Off,,  111,6.  €  ....  Una  continemur  omnes,  et  eadem  lege  nata- 
rse  : ....  Qui  autem  civium  rationem  dicunt  habendam,  externorum  negant; 
hi  dirimunt  communem  hutnani  generis  sociefatem  :  qua  sublata,  beneficen* 
tia,  liberalitas,  bonitas,  justitia  fundìtus  tollitur.  >  —  {Nota  deW Autore,) 

'  De  Off.,  II,  18.  «  Atque  hsec  benigni tas  etiam  reipublicse  utilis  est, 
redimi  a  servitute  eaptos,  locupletar i  tenuiorea.».  Hanc  ego  consuetudinem 
benienitatis  largitioni  munerum  longe  antepono.  »  —  {Nota  delP Autore») 

'  De  Off.,  I,  43.  —  {Nota  deir  Autore.) 

*  De  Off.,  1, 18.  «  Meminerimus  autem,  etiam  adversus  infimos  justitiam 
esse  servandam.  Est  autem  infima  conditio  et  fortuna  servorum  ;  quibus, 
non  male  prsecipuunt  qui  ita  jubent  uti,  ut  mercenariiS;  operatn  exigendatn, 
Justa  jprcebenda.  »  —  {Nota  deW Autore») 


LETTURA  PRIMA.  205 

s' hanno  per  nulli,  non  però  secondo  la  ragion  naturale,  per- 
chè, quanto  a  questa,  tutti  gli  uomini  sono  eguali...,  per  di- 
ritto di  natura  tutti  nascono  liberi.  >  * 

E  Fiorentino  :  <  la  servitù  è  una  consuetudine  '  del  giure 
delle  genti,  per  la  quale  V  uomo  viene  sottoposto,  contro  na- 
tura, air  altrui  dominio.  >  *  —  Così  la  umanità  della  tradi- 
zione italica  si  compie  idealmente  per  proprio  moto,  talché 
non  le  manca,  a  tradursi  in  atto,  che  la  virtù  morale  del 
sentimento  e  dell'apostolato  cristiano  :  perchè  la  intelligenza 
per  sé  sola  non  basta  a  rigenerare  la  società. 

Né  gli  accennati  progressi  recheranno  sorpresa  a  chi  con- 
sideri le  umane  tendenze  spontaneamente  operanti  nella  sto- 
ria di  Boma,  e  secondate  dalla  ragione  de'  suoi  filosofi  e  dai 
precetti  de' suoi  giureconsulti;  chi  ricordi  le  facili  e  talvolta 
pattuite  manumissioni  de' servi,  la  cittadinanza  facilmente 
accordata  agli  estrani  ;  chi  ben  comprenda  infine  il  senso  del 
plauso  solenne  scoppiato,  in  Teatro,  dall'  animo  della  molti- 
tudine, al  verso  di  Terenzio: 

Homo  sum^  humani  a  me  nil  alienum  puto.' 

*  Ulpianus,  Fr.  32,  D.  50, 17  :  «  Quod  attinet  ad  jus  civile,  servi  prò 
nulU  habentur;  non  tamen  et  jure  naturali,  quia  quod  ad  jus  naturale 
attinet,  omnes  hominea  cequalea  aunt.  »  —  Id.  Fr.  4,  D.  1, 1  :  «'  ctim  jure  natu- 
rali omnes  libéì'i  naaeerentur,,.,  »  —  [Nota  dell* Autore.) 

'  Flobentinus,  1, 4,  §  1,  D.  1, 5:  «  Servitus  est  constitutio  juris  gentium, 
qua  quia  dominio  alieno  cantra  naturam  auhjicUur,  »  —  {Nota  dell'Autore.) 

'  Heautontùmorumeno8f  v.  25.  Uno  dei  segni  più  notevoli  delle  umane 
disposizioni  dell'opinione  pubblica  in  Roma,  rispetto  alla  sorte  dei  servi, 
è  il  fatto  ricordato  da  Tacito  {Ann.,  XIY,  42-45)  del  soUevamento  degli 
animi  sotto  Nerone,  nel  caso  di  Pediano  Secondo,  contro  il  feroce  senato 
consulto  che  condannava  all'estremo  supplìzio  tutti  i  servi  di  una  casa, 
nella  quale  uno  di  essi  avesse  ammazzato  il  padrone.  Pediano  Secondo, 
pi'efetto  di  Boma,  era  stato  ucciso  da  uno  de' suoi  schiavi.  «  Ora,  doven- 
dosi per  antico  costume  —  dice  lo  storico  —  far  morire  tutta  la  famiglia 
che  sotto  quel  tetto  abitava,  la  plebe  corse  a  difender  tanti  innocenti, 
e  fece  sollevamento:  e  nel  Senato  stesso  ad  alcuni  non  piaceva  tanta  se- 
verità;'ma  i  più  niente  volevano  rimutare,  tra  i  quali  C.  Cassio....;  >  il 
quale  fra  gli  altri  argomenti  da  lui  recati  a  sostenere  il  crudele  partito, 
uscì  in  questa  sentenza:  e  Sospetta  ai  nostri  antichi  fu  la  natura  degli 
schiavi  ;  e  quando  anco  nascevano  con  l'affezione  ai  padroni  nelle  istesse  case 
o  ville;  oggi  che  ne  abbiamo  in  famiglia  le  Nazioni  intere,  di  leggi  e  religioni 
strane  o  nulle,  non  frenereste  tal  feccia  d'uomini,  se  non  con  la  paura* 
Morranno  degl'innocenti....  >  Ma  <  ogni  grande  esempio  ha  qualche  po' del- 
l'iniquo  eontro  qualcuno....  »  e  giustificava  quella  immanità  con  la  solita 
ragione  d'ogni  tirannide,  la  salute  pubblica:  ^hàbet  aliquid  ex  iniquo  omne 
magnum  exemplum,  quod  centra  ainguloa  utilitate  puhlica  rependitur...»  »  —  «Al 
parer  di  Cassio  ninno  ardi  contradir  solo;  ma  uscì  un  tuono  di  voci  mo« 
venti  a  pietà  del  numero,  dell'età,  del  sesso,  e  la  maggior  parte,  senza 
dubbào,  innocenti.  Vinse  nondimeno  la  pai*te  che  voleva  il  supplizio;  ma 
non  poteva  esser  ubbidita  per  lo  popolo  radunato,  che  minacciava  aaaai  e  fuoco. 
Cesare  lo  sgridò  per  bando;  e  pose  soldati  per  tutta  la  via  per  la  quale 


206  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Da  consìmili  principi  di  umanità  e  di  giustizia  deduce 
Cicerone  le  regole  che  devono  goyernare  la  guerra.  Cpme  ro- 
mano, e  alieno  da  speculazioni  non  applicabili  alla  pratica 
della  vita,  egli  non  condanna  in  modo  assoluto  la  guerra;  e 
considera  la  dominazione  della  Repubblica  sui  Popoli  con- 
quistati, qual  necessario  effetto  dell'impero,  dato  dalla  na- 
tura al  senno  e  al  valore,  sugl'incapaci  a  reggersi  civilmente 
da  sé  medesimi.  Ma  vuole  che  le  cagioni,  gl'intenti  e  i  modi 
della  guerra  sian  giusti;  che  sia  preceduta  da  tentativi  di 
pacifici  accordi  e  da  formali  sfide,  e  che  la  buona  fede  pre- 
sieda ad  ogni  suo  atto. 

Proprio  dell'  uomo  il  disputare  con  la  ragione  e  la  pa- 
rola, delle  belve  con  la  violenza.  Non  doversi  ricorrere  alla 
forza,  se  non  fallita  ogni  prova  di  razionale  composizione.  E 
intento  della  guerra  dover  essere  la  pace.*  Non  sciogliersi  per 
essa  il  vincolo  della  umana  natura:  onde  l'obbligo,  anche 
fra'  combattenti,  di  osservare  taluni  offici,  di  non  incrudelire 
coi  vinti,  di  serbar  modo  nel  vendicarsi  e  punire.  Doversi, 
negli  assedi,  accogliere,  salva  la  vita,  chi,  deposte  le  armi, 
ricorre  alla  tua  fede,  anche  se  l'ariete  abbia  già  percosse  le 
mura.*  Volere  la  nostra  qusdità  d'uomini,  che  nelle  batta- 
glie si  combatta  con  questo  ordine,  non  dilaniandosi  come 
belve  :  '  né  che  si  distruggano  e  devastino  con  inconsulto  fu- 

andaro  a  morire  i  cattivi.  »  (Trad.  di  Dav.).  e  Cessar  papulum  edicto  incre' 
pnit,  atqtte  omne  iter,  quo  damnati  ad patnam  dueebantur,  milUaribu8  prcesidiis 
8(tpsit.  »  E  così  i  decreti  della  forza  soffocano  le  voci  deUa  Umanità,  sino  a 
che  questa  non  trovi  in  sé  virtù  ohe  basti  a  rivendicare  i  suoi  diritti! 
—  {Nota  deir Autore,) 

^  De  Off.,  Ij  li.  e  Atqne  in  republica  maxima  conservanda  sunt  jora 
belli.  Nam  cimi  sint  duo  genera  decertandi;  unum  per  disceptationem, 
alterum  per  vim;  cumque  illud  proprium  sit  hominis,  hoc  belluarum: 
confugiendum  est  ad  posterius,  si  uti  non  lioet  superiores.  Quare  sasci- 
pienda  quidem  bella  sunt  ob  eam  eausam,  ut  sine  injuria  in  pace  viva- 
tur....  »  e  Mea  quidem  sententia,  paci,  qu£e  nihil  habitura  sit  insidiarum, 
semper  est  consulandum.  »  —  Id.,  I,  23:  «  expetenda  quidem  magia  est  de- 
cernendi,  quam  decertandi  fortitudo....  Bellum  autem  susoipiatur,  ut  niliil 
aliud,  nisi  pax  qusesita  videatur.  »  —  In  questi  passi  di  Cicerone  è  il  primo 
inizio  delle  dottrine  svolte  da  Alberigo  Gentili  nel  suo  De  Jura  Beili,  e  pro- 
seguite dai  moderni  promotori  degli  arbitrati  pacifici.  -—  [Noia  deW Autore^) 

^  De  Off.f  1, 11.  €  Et  cum  iis,  quos  vi  deviceris,  consniendum  est;  tum 
ii.  qui,  armis  positis,  ad  imperatorum  fidem  confugient,  quamvis  murum 
aries  percusserit,  recipiendi  sunt.  »  Temperamento  umano  proposto  da  Ci- 
cerone contro  la  legge  bellica  de'  tempi,  secondo  la  quale  ai  terrazzani,  cbe 
non  si  arrendevano  prima  dell'assalto,  non  era  accordata  mercè.  Così 
«  Ca>8ar  Adveticis  denuntiat  se  eorum  civitatem  conservaturum,si/»rfM»jrt«ay» 
aries  murum  attigieset,  se  dedidissent.  »  11,  Bell.  Gali.  —  {Noia  deìTAutarti.} 

*  De  Off.,  I,  23.  «  Temere  autem  in  acieversari,  et  manu  cum  hoste 
confligere,  immane  quiddam  et  belluarum  simile  est.»— {^ota  deìT Autore») 


LETTUBA  PRIMA.  207 

rore  le  città  e  le  terre  dei  nemici.*  Essere  ufiftcio  di  magna- 
nimo capitano,  punire  i  colpevoli,  servare  incolume  la  mol- 
titudine innocente,  seguire  in  ogni  fortuna  il  retto  e  l'onesto." 
Questi  e  somiglianti,  interprete  Cicerone,  i  documenti  della 
civile  sapienza  ed  equità  —  se  non  sempre  della  condotta  pra- 
tica —  di  Koma  antica,  intorno  al  Diritto  di  guerra  :  e  ve- 
dremo, a  suo  luogo,  quanto  di  questi  precetti  del  romano 
filosofo  siasi  valso  il  Gentili,  nel  rivocare  a  giusti  principi,  e 
ridurre  ad  una  prima  forma  di  scienza,  la  ragion  delle  genti. 

Senonchè,  i  germi  di  pubblico  diritto,  sparsi  da  Cicerone 
ne' suoi  libri  degli  Offici  e  delle  Leggi,  non  potevano  ormai 
più  allignare  nel  mondo  romano,  né  rispetto  agli  ordini  in- 
terni della  cadente  Repubblica  né  rispetto  alle  esterne  rela- 
zioni della  medesima.  Spenta,  con  l'antica  religione  della 
Patria,  l' autorità  de'  suoi  popolari  istituti,  l' insidia  dell'  im- 
pero, serbati  i  nomi  della  libertà,  occupava  la  tirannide.  I 
magnanimi  e  forti  eran  caduti.  Il  volgo  patrizio  e  plebeo 
<  meglio  amava  —  dice  Tacito  —  il  presente  sicuro  che  il 
passato  pericoloso.  >'  —  <  Né  tale  stato  dispiaceva  a' provin- 
ciali, sospettanti  del  governo  dello  Stato  e  del  popolo,  per  le 
gare  de'  potenti,  l' avarizia  de'  magistrati  e  lo  spossato  aiuto 
delle  Leggi,  travolte  da  forza,  da  pratiche,  da  moneta.  >  *  — 
Così  l'austero  storico  della  servitù  di  Roma  registra,  con  pro- 
fonda brevità,  la  sentenza  dei  mutati  destini. 

La  necessità  che  creò  l' Impero  rese  impossibile  ai  cultori 
della  Ragion  Civile  il  seguire  le  tradizioni  dell'antica  libertà 
nella  dottrina  costituzionale  dello  Stato.  Il  concetto  stoico 
del  savio  principe,  governante  con  razionale  arbitrio  secondo 
i  dettati  della  naturale  giustizia  e  col  consiglio  de' migliori, 
divenne  l'idea  archetipa  de'giureconsulti  e  de' filosofi  di  Roma 

^  De  Off.,  I,  24.  «  De  evertendis  autem  diripiendisque  urbibus  valde 
considerandum  est,  ne  quid  temere,  ne  quid  crudeliter.  >  —  {Nota  del- 
l'Autore,) 

2  De  Off,,  1, 24.  «  Idque  est  viri  magni,  rebus  agitatis  (discusse  e  ben 
ponderate  le  cose),  punire  sontes,  multitudinem  conservare,  in  omni  for- 
tuna recta  atque  honesta  retinere.  9  —  {Nota  delV Autore,) 

^  AnnctUuntt  lib.  I,  2.  e  ....  cum  ferocissimi  i>er  acies  aut  proscrip tiene 
cecidissent,  ceeteri  nobili um,  quanto  quis  servitio  promptior,  opìbus  et 
honoribus  extoUerentur,  ac  novis  ex  rebus  aneti  tuta  et  prsesentia  quam 
voterà  et  perìculosa  mallent.  »  —  {Nota  deìV Autore.) 

*  Annàlium,  lib.  I,  2.  «  Neque  provinciae  illum  rerum  statum  abnuebant, 
suspecto  senatus  populique  imperio  ob  certamina  potentium  et  avaritìam 
magistratuum,  invalido  legum  auxilio,  qu8B  vi,  ambitu,  postremo  pecunia 
turbabantur.  »  —  {Nota  dell'Autore), 


208  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

imperiale,  E  quella  idea  parve  assumer  forma  reale  nel  re- 
gno degli  Antonini  e  d' altri  buoni,  fra  la  colluvie  de'  tristi 
imperatori.  Ma  più  scadevano  i  tempi  e  gli  animi,  e  la  so- 
cietà diveniva  massa  informe  di  vizi  servili,  tolta  la  sede  del- 
l' Impero  all'  Italia  e  data  alla  Grecia  vanitosa  e  pedante, 
r  idea  civile  dell'ufficio  sovrano  fu  convertita  dalla  adularion 
bisantina  e  dalla  servilità  orientale  nell'assoluto  arbitrio  del 
supremo  imperante;  e  quest'  ultimo  grado  della  decadenza 
pagana  nella  ragion  del  Diritto,  passato  più  tardi  dalla  Cri- 
stianità Orientale  alla  Cristianità  d'Occidente,  fu  il  seme  di 
tutti  i  dispotismi  e  di  tutte  le  abbiezioni,  che  resero  ed  an- 
cor rendono  —•  dove  più  dove  meno  —  travagliata  e  lenta 
l'opera  della  civile  libertà  in  Europa/ 

Similmente,  abolita  dalla  universale  dominazione  di  Roma 
ogni  forma  di  distinte  autonomie  di  Stati,  non  era  possibile 
alcuna  definizione  di  diritti  e  d'obblighi  intemazionali;  onde 
i  vestigi  dell'antico  giure  delle  genti  italiche,  e  gli  elementi 
di  una  nozione  organica  del  naturale  Diritto,  applicato  alle 


*  Lo  studio  del  Diritto  antico  —  che,  nella  parte  civile  e  veramente 
umana,  nutrì  nel  medio-evo  i  germi  del  nuovo  incivilimento,  meritando 
il  nome  di  ratio  seripta  —  fruttò  nella  parte  imperiale  e  bisantina,  con- 
cernente le  prerogative  della  sovranità,  i  più  perniciosi  effetti  nell'ordine 
politico,  e  II  fantasma  della  imperiale  autorità  romana  —  dice  il  Roma- 
gnosi  {DelVindoU  e  dui  fattori  deW Incivilimento j  parte  II,  cap.  VI,  §  2)  —  avea 
illuso  la  mente  dei  dotti  e  de'  prudenti,  sfornita  di  filosofìa  giuridica  ; 
per  cui  nella  pace  stessa  di  Costanza  consacrarono  un  alto  dominio  per- 
manente nominale,  effieiato  soltanto  sulle  monete  e  sulle  pergamene  dei 
così  detti  Vicari  imperiali.  Ma  questi  nomi,  in  mano  dei  potenti  interni, 
furono  fatti  prevalere  con  le  armi,  alle  quali  l'erronea  coscienza  de'  Popoli 
facilmente  cedette.  Inde  mali  labes,  >  £  il  Mancini  (Prolusione  cit.)  nota, 
che  :  «  il  punto  di  partenza  de'  Glossatori  della  Scuola  Bolognese  essendo 
il  Diritto  positivo  dell'antica  Roma,  da  questa  fonte  essi  attingevano  prìn- 
cipi favorevoli  alle  pretensioni  imperiali  ;  e  benché  dell'  Impero  né  pur 
rimanesse  piìi  il  nome,  essi  consacrarono  il  loro  ingegno  e  la  loro  influenza 
a  risuscitar  questo  nome,  e  ad  aggiungere  ad  esso  quanto  piii  potessero 
della  cosa,  cercando  attribuire  agi'  imperatori,  ancorché  stranieri,  gU  an- 
tichi diritti  e  le  prerogative  della  imperatoria  dignità.  Non  leggevasi  in- 
fattinelle  leggi  romane  del  più  corrotto  periodo  imperiale,  che  l'Impera- 
tore fosse  il  padrone  del  mondo  :  Ego  mundi  dominua  ?  Essi  eran  persuasi, 
così  facendo,  di  restituire  all'Italia  un  monumento  della  sua  scaduta 
grandezza,  mentre  invece  tempravano  i  ceppi  della  sua  secolare  servitù.  » — 
E,  in  questa  stessa  sede  di  studi,  Giuseppe  Ceneri,  in  una  sua  dotta  Pro> 
lusione  (al  corso  delle  Pandette,  11  dicembre  1871),  ponendo  innanzi  a'  suoi 
uditori  la  distinzione  qui  sopra  toccata  —  fìra  la  ragion  civile  romana  e  la 
teoria  bisantina  del  potere  imperiale  —  osserva  a  proposito  di  quest'ultima: 
«  £  così  s' inizia  per  la  Umanità  quella  lunga  serie  di  guai  che  mette  capo 
nel  primo  titolo  del  Codice  Giustinianeo,  e  che  col  volgere  de' secoli  s'in- 
gigantisce nelle  sanguinose  guerre  di  religione,  nella  caccia  ai  liberi  pen- 
satori, nei  tremendi  e  infami  processi  della  Inquisizione,  che  si  ebbe  il 
coraggio  di  chiamar  Santa.  »  —  {Nota  deir Autore.) 


LETTURA  PRIMA.  209 

scambievoli  relazioni  de'  Popoli,  che  pur  troviamo  ancora 
ne'  libri  di  Cicerone,  s' andarono  risolvendo  in  un  indefinito 
cosmopolitismo,  nel  quale  una  promiscua  benevolenza  ab- 
braccia tutti  gli  uomini,  rovesciando  la  scala  degli  uffici  isti- 
tuita dal  senno  pratico  dell'Arpinate,  e  poco  curando  que'gradi 
intermedi  di  sociale  cooperazione  ~  famiglia,  città,  patria  — 
senza  il  cui  appoggio  e  amore  l' uomo-individuo,  quasi  nau- 
frago nel  <  gran  mare  dell'  essere  >,  mal  può  raggiungere  il 
porto  del  comune  progresso.  E  invero,  la  dottrina  de'  filan- 
tropi dell'  Impero,  e  i  voti  caritativi  di  Seneca,  di  Epiteto  e 
di  Marco  Aurelio  non  approdarono  ad  alcun  saldo  effetto  di 
scienza  e  di  azione.  Fecero  manifesto  che,  anche  nelle  età 
più  corrotte,  mentre  tutto  precipita  e  si  dissolve,  sopravive 
ne' più  eletti  spiriti  la  divina  fiamma  del  Bene,  per  segno  di  > 
futuri  risorgimenti  :  ma  la  poca  efficacia  operativa  della  loro 
filosofia,  e  la  indifferenza  stessa  predicata  da  molti  degli 
stoici  per  le  virtù  della  vita  pubblica,  il  perire  de' più  nobili 
affetti  e  il  venir  meno  d' ogni  capacità  di  fortemente  volere 
e  fortemente  operare,  nella  uniforme  unità  dell'Impero,  pos- 
sono ammonire  anche  noi  moderni  del  veleno  che  s'asconde 
sotto  il  prestigio  di  mal  digeste  teorie  di  astratta  umanità 
e  di  universale  associazione,  non  graduata  secondo  i  termini 
naturali  e  i  caratteri  spontanei  delle  parti  che  devono,  svol- 
gendo ciascuna  da  sé  la  propria  nota,  contribuire  con  libera 
congiunzione  all'armonia  dell'insieme. 

Pur,  se  era,  destino  che  la  forma  del  Komano  Impero  do- 
vesse, soggiacendo  al  peso  della  propria  mole,  disfarsi,  l'idea 
che  in  essa,  secondo  i  tempi,  avea  preso  abito  e  modo  èra, 
ne' suoi  naturali  elementi,  destinata  a  rifiorire,  continuando 
il  suo  ministerio  fra  le  genti  che  la  invasione  avea  poste  in 
contatto  con  la  educatrice  virtù  delle  romane  rovine.  Quella 
Roma,  che  avea  congregato  gli  sparsi  imperì,  mitigato  i  riti 
de' vinti,  sottoposto  a  commercio  di  eulta  favellale  discordi 
e  fiere  lingue  di  tanti  popoli,  e  data  umanità  agli  uomini: 
quella  Patria  di  tutte  le  genti,  che  chiamò  cittadini  i  sog- 
getti, congiungendoli  con  vincolo  civile  sotto  la  sua  potestà  : 
quella  Roma,,  che  uno  de' più  grandi  poeti  del  nostro  secolo 
invocò  <  madre  di  pace  e  patria  dell'  anima  >  *  —  s'imponeva, 

*  Con  queste  parole  io  non  fo  che  tradurre  il  concetto  ideale  della 
coscienza  patria  degli  antichi  sull'ufficio  umano  e  civile  dì  Roma,  da  essi 
trasmesso  all'età  di  mezzo,  riassunto  da  Dante  (Lettura  II)  e  da  Petrarca, 


210  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

maestra  e  donna,  alla  Tenerazione  de'  barbari  conquistatori. 
E  fatta  cristiana  —  disposando,  sotto  gli  auspici  del  suo  gran 
nome,  agl'influssi  della  evangelica  carità  le  domestiche  tra- 
dizioni della  cÌTÌle  Filosofia  e  del  civile  Diritto,  impresse  a 
traverso  i  rivolgimenti  della  barbarie  il  proprio  suggello  alla 
società  rinascente.  Me  vi  fu  segno  di  ritentata  coltura  e  ci- 
viltà —  da  Teodorico  a  Carlo  Magno  e  agli  Ottoni  e  agli 
Arrighi  —  che  non  fosse  Romano. 

£  mentre  a  Bisanzio  la  Chiesa  sillogizzava  sofismi  di  me- 
tafisica inanità  ed  iva  prostituendosi  alla  Corte  imperiale, 
sotto  r  Italico  cielo  sentiva  il  soffio  dell'antica  libertà  e  del- 
l'antico senno;  e,  temperando  la  solitaria  spiritualità  del 
dogma  cristiano  alle  necessità  della  vita  pratica,  assumeva 
sull'orme  della  romana  giurisdizione  l'anfizionato  civile  della 
Cristianità  d'Occidente. 

e  vivo  ed  operante  ancora  neU'anìma  de'  PopoU.  Plinio  {Hùt,  Noi,,  lib.  Ili, 
cap.  VI)  dice  dell'  Italia  :  «  Omnium  terrarum  aliimna,  eadem  et  x>a^ii8  • 
mimine  Deum  eleeta,  qae  oo&lam  ipsam  clarius  faceret,  sparsa  congre- 
garet  imperia,  ritusque  molliret,  et  tot  popolorum  discordes  ferasque  lin- 
guas,  sermonis  commercio  contraheret  :  colloquia  et  humanitatem  homini 
daret  :  breviterqae,  una  cunctarum  gentium  in  tote  orbe  patria  fieret  > 
£  Olaudiano,  ne' tardi  giorni  dell'Impero  cadente^cosi  cantava  di  Roma: 

H»e  est,  ingremiam  vietos  qiUB  soU  recepii, 
HanLanamque  geiiiis  eommani  nomine  fovit, 
Matrìs,  non  domin»,  rito;  civesqae  vocavit 
Quo8  domoit,  nexuqne  pio  longiuqne  reyinxit. 

£  Virgilio  avea  detto,  assai  prima,  più  superbamente  di  loro: 

Tu  regere  imperio  populos.  Romane,  memento: 
H»  tibi  emnt  arte«;  paeisqae  imponere  morem, 
Parcere  snbjectia  et  debellare  superbos. 

Nel  nostro  secolo,  Byi-on  chiede  a  Roma  la  pace  dell'anima,  e  profe- 
tizza all'Italia  il  consenso  dell' £uropa  nella  sua  liberazione,  in  ammenda 
de'  mali  ad  essa  inflitti  : 

Oh  Rome!  my  country!  city  of  the  soni! 
The  orphans  of  the  heart  must  tum  to  thee.^ 

{Childé  Harold*a  PUgrimage,  canto  IV.) 

Yet.  Italy! 

Hother  of  Arts  !  as  once  of  arma  ;  thy  hand 
Was  then  onr  guardian,  and  is  stili  onr  guide; 


Europe,  repentant  of  her  parricide. 

Shall  yet  i-edeem  thee,  and,  ali  backward  driven, 

Boll  the  barbarian  tide,  and  sue  to  be  forgiven. 

(Idem,  ibid.) 

D'onde  le  ispirazioni  che  Mazzini,  a'  dì  nostri,  convertì  in  fede  ani- 
matrice della  sua  lunga  lotta  pel  riscatto  della  Patria,  e  in  alto  presen- 
mento  degli  uffici  che  questa  è  chiamata  a  compiere  nella  comune  ciTiltà 
delle  genti.  —  {Nota  deìTAutoì-e.) 


LETTURA  PRIMA.  211 

Secondaria  in  vero,  dinanzi  a  questo  gran  fatto  dell'antica 
coltura  custodita  da  Roma  cristiana  fra  gli  abbattimenti 
della  barbarie,  è  la  questione  della  permanenza  degli  ordini 
municipali  sotto  il  ferro  degl'invasori:  dacché  rimanevano 
pur  sempre  incancellati  —  negli  asili  de'  Templi  e  nel  fóro 
interiore  della  coscienza  de'  vinti,  nelle  pietre  de'  sepolcri  e 
negli  avanzi  delle  lettere  e  delle  arti  latine  —  i  ricordi  fa- 
miliari della  grandezza  antica  e  dell'antico  giure.  Da  Boezio 
a  Gregorio  Magno,  da  Cassiodoro  a  Gerberto,  a  Lanfranco, 
a  Bonaventura,  a  Tommaso  d'Aquino,  dove  guardavano  i 
grandi  istitutori  della  cristiana  civiltà?  Dove,  se  non  alla 
Roma  d€^'  padri,  alla  Roma  datrice  al  mondo  di  leggi,  di  pa- 
rola e  di  costume  civile  ?  Or  di  qui  sorgono  appunto  i  primi 
eleménti  del  nuovo  Diritto  delle  Nazioni  europee,  e  qui  s' ini- 
zian  le  forme  di  lor  franchigie  e  di  lor  mutui  legami.  Avve- 
gnaché, l'ideale  politico  del  Pontificato  romano  non  fosse 
già,  in  origine,  l'uniforme  unità  dell'antico  impero:  ma  — 
soggetta  alla  spirituale  unità  della  religione,  per  gradi  ge- 
rarchici amministrata  —  la  libera  e  civile  associazione  de'  Po- 
poli, distinti  fra  loro  secondo  le. proprie  affinità,  sedi  ed 
istituzioni,  e  insieme  congiunti  dal  «vincolo  della  cristiana 
fraternità,  sotto  l'arbitrato  morale  del  Capo  della  Chiesa  e 
de'  consulenti  Concili.  Il  quale  ufficio,  esercitato  con  alti  in- 
tendimenti di  civile  bontà  dai  migliori  e  più  grandi  fra  i 
Papi  del  medio-evo,  servì  mirabilmente  la  Causa  dell'umano 
progresso.  E  padri  della  Chiesa  e  clero  e  Concili,  raccogliendo 
in  sé  l'intelletto  de'  tempi  trascorsi,  ed  associando  ai  precetti 
del  Nazareno  gli  umani  dettati  de'  Savi  della  Grecia  e  di 
Roma,  furon  cagione  che  la  miglior  parte  del  Diritto  cano- 
nico desse  ai  nuovi  Consorzi  dei  Popoli  le  prime  norme  di 
equità  e  di  giustizia,  contrapponendo  alle  consuetudini  bar- 
bare i  criteri  dell'antica  ragion  civile.  E  chi  pensi  come  la 
costituzione  della  Chiesa  d'Occidente,  nel  medioevo,  si  at- 
tuasse non  solo  ne'  negozi  ecclesiastici,  ma  ne'  civili  e  poli- 
tici, per  pubbliche  assemblee  e  discussioni,  serbando  nei  giu- 
dizi le  forme  popolari  della  Legge  romana  —  e  clero  e  popolo 
fossero  insieme  partecipi  degli  atti  di  lor  comunanza  sociale 
—  non  si  dee  far  maraviglia  se  alla  violenza  de'  conquista- 
tori,* già  guadagnati  alla  fede  e  al  costume  dei  vinti,  succes- 
sero a  breve  andare,  sotto  ordini  di  monarchie  temperate, 
quelle  patteggiate  franchigie  che,  per  funzioni  ed  obblighi 


212  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

scambievoli  di  ministerio  e  di  fede  giurata,  fecero  schermo 
alle  giovani  energie  della  risorgente  civiltà  contro  lo  sfrenato 
arbitrio  della  forza. 

Diasi  —  senza  sospetto  di  nuocere  alla  sentenza  delPetà 
presente  contro  la  Chiesa  di  Roma  —  questa  giusta  testimo- 
nianza alla  verità  della  Storia  e  alla  vita  che  in  quella  spirò 
virtù  e  potenza  di  bene  nell'epoca  prescritta  al  suo  ufficio 
civile.  Lunge  da  noi  l'usanza  volgare  di  confondere  istituti, 
uomini  e  tempi,  distinti  fra  loro  per  concetti  ed  opere,  nel- 
r  ira  di  un  comune  pregiudizio,  figlio  dell'  ignoranza  e  delle 
passioni  di  parte.  Noi  non  faremo  insipiente  oltraggio  al  Pa- 
pato di  Gregorio  Magno,  di  Silvestro  II  e  d' Ildebrando  — 
al  Papato  interprete  della  Legge  Morale,  censore  delle  cor- 
ruttele e  delle  iniquità  de'  potenti  e  difensore  delle  franchigie 
de'  Popoli  —  per  le  colpe  posteriori  de'  Papi  che  predicarono 
lo  sterminio  degli  eretici,  che  sostituirono  più  tardi,  in  luogo 
dèlie  civili  procedure  antiche,  la  inquisizione  e  la  tortura,  e 
per  brama  di  temporale  dominio  divisero  e  diedero  in  preda 
alle  straniere  invasioni  la  Patria  nostra  :  de'  Papi  degeneri 
che  resero  omaggio  all'  assoluta  potestà  dei  monarchi  e  be- 
nedissero, profanando  Iddio,  alla  usurpazione,  alla^onquista^ 
alla  confusione  delle  genti,  sotto  l'arbitrio  di  Signorìe  senza 
legge.  • 

Cotesta  intollerante  parità  di  sentenze  sul  bene  e  sul  male 
delle  umane  istituzioni  offende  la  giustizia  dovuta  alle  età 
che  furono,  e  non  giova  all'età  presente.  La  quale,  ricono- 
scendo la  proporzione  che  gl'istituti  della  Chiesa  ebbero  in 
altri  tempi  con  la  vita  delle  Nazioni,  desume  appunto  da  ciò 
un  invincibile  argomento  contro  le  odierne  pretese  di  lei: 
dacché  tale  proporzione  è  oggi  irreparabilmente  distrutta,  sì 
nel  campo  della  scienza  come  in  quello  della  vita  civile.  £  la 
forma  che  servì  alla  educazione  e  alla  tutela  de'  nostri  padri, 
esausta  oggimai  d'ogni  succo  vitale,  potrà  invero  rimanere 
venerato  obbietto  al  sentimento  e  al  costume  di  quelli  fra  i 
contemporanei  che  di  poco  avanzano  l' intelletto  degli  avi,  e 
monumento  solenne  alla  religione  de'  ricordi  santificata  dalla 
distanza  del  tempo:  ma  non  imporsi  più  oltre,  guida  e  mi- 
nistra del  sociale  convitto,  alla  coscienza  delle  Nazioni.  Onde, 
trattano  V ombre  come  cosa  salda  que'  politici  de'  giorni  nostri 
i  quali  si  danno  ad  intendere  che  possa  ravvivarsi  la  spénta 
armonia  fra  religione  e  civiltà  —  sia  confederando  la  Chiesa 


LETTURA  PRIMA.  213 

allo  Stato,  sia  prosciogliendola  da  ogni  giurisdizione  della 
potestà  secolare:  con  certo  pericolo,  nel  primo  caso,  d'illi- 
berali pervertimenti  nel  governo  della  cosa  pubblica;  con 
grave  rischio,  nel  secondo,  di  ostili  e  perniciose  insidie  alla 
educazione,  alla  libertà  e  allo  spirito  civile  delle  Nazioni  :  e, 
vuoi  neirùna  via  vuoi  nell'altra,  senza  possibilità  di  sincero 
accordo  tra  ragione  e  fede,  se  innanzi  tutto  —  problema  re- 
condito dell'avvenire  —  la  Chiesa  non  si  trasformi  radical- 
mente, tanto  nel  dogma  quanto  nell'ordinamento  esteriore: 
divenendo,  di  Chiesa  privilegiata  de'  Papi,  liberà  Chiesa  della 
universale  umanità  delle  genti  Perchè  la  questione  non  tocca 
soltanto  gli  ordini  costitutivi  e  le  relazioni  esterne  delle  due 
potestà;  non  è  lite  meramente  forense  e  politica  come  in 
passato  ;  ma  è  più  intima,  e  si  fonda  sul  dissidio  fra  le  dot- 
trine cardinali  della  Teologia  cristiana  e .  della  tradizione 
cattolica,  e  le  nuove  condizioni  dell'  intelletto  umano,  sì  nel- 
l'ordine scientifico  come  nell'ordine  morale  e  civile.  Le  finali 
armonie  del  principio  religioso  con  le  rivelazioni  della  scienza 
e  con  le  norme  regolatrici  della  vita  sociale  sono  ne'  fati 
dell'esser  nostro;  dacché  l'uomo  è  uno  nella  intrinseca  con- 
nessione delle  sue  facoltà  e  nella  rispondenza  delle  medesime 
alla  fondamentale  unità  della  vita  cosmica.*  Ma  gli  accordi 

*■  Se,  nel  processo  dei  fatti  intellettuali  e  morali,  ond'è  testimone  la 
Storia  della  Umanità,  havvi  argomento  d'indurre  dai  dati  dell'esperienza 
qualche  indizio  della  legge  del  loro  svolgimento  psicologico,  e  della  mèta 
ideale  a  cui  tendono,  noi  possiamo  affermare  che  la  medesima,  svincolandosi 
progressivamente,  per  l'azione  dell'intelletto  sulla  coscienza,  dall'involucro 
dei  miti,  dei  simboli  e  delle  immagini  antropomorfiche  di  cui  la  rivesti- 
rono —  secondo  ì  tempi  e  i  luoghi  —  la  fantasia  e  1  pregiudizi  dei  Popoli, 
va  di  mano  in  mano  convertendosi,  nelle  menti  eulte  e  ne' cuori  elevati, 
ad  Tina  idea  più  pura,  più  spirituale,  più  semplice  della  Divinità,  e  ad  un 
sentimento  più  intimo,  più  immediato,  meno  soggetto  ad  esterna  autorità 
di  vicario  ufficio,  dell'ordine  dell'Universo  e  de' doveri  che  ne  conseguono 
neU' umana  compagnia.  £  a  questa  tendenza  del  pensiero  religioso  —  della 
quale  Herbert  Spencer  ha  formulato  una  teorica  razionale  ne' suoi  H'in- 
cipt  di  Scienza  Sociale  (Prineiples  of  Soeiólogy)  —  rispondono  la  ragione  e 
la  scienza,  in  quanto  s'accostano  a  un  concetto  sempre  più  comprensivo 
delle  leggi  che  governano  il  mondo  fisico  e  il  mondo  morale;  e  possono 
eventualmente  armonizzare  con  essa.  La  tendenza  alla  quale  accenno  si 
manifesta,  più  o  meno  efficace  nel  seno  stesso  delle  Chiese  stabilite,  si 
nel  campo  cattolico  che  nel  campo  protestante.  E,  comechè  legata  in  esse 
alle  tradizioni  e  ai  dogmi  del  passato,  esercita  nondimeno  su  questi  una 
lenta  ma  continua  azione  trasformatrice,  temperandoli,  umanizzandoli  e 
—  se  mi  è  lecito  di  così  esprimere  il  fatto —  incivilendoli:  quasi  diresti 
con  procedimento  psicologico  analogo  a  quello  che  precorse  e  preparò,  fra 
il  dissolversi  delle  antiche  religioni,  l'avvenimento  del  Cristianesimo:  men- 
tre, là  dove  l'idea  religiosa  si  emancipa  div  ogni  legame  di  credenze  or- 
todosse, essa  assume  la  forma  àe\Y unitarismo  teistico,  Ai  cui  furono  primi 
restitutori  —  all'epoca  della  Riforma  —  l'italiano  Socino  e  i  suoi  Seguaci, 


214  SU  ALBERIGO  GENTILI, 

invocati  non  possono  adempiersi,  se  non  per  legge  di  libero 
e  comune  progresso  nelP  intelligenza  degli  obbietti  d'eBse 

e  che  noverò  all'età  nostra  fra' suoi  più  operosi  interpreti  Channing  e 
Parker  in  America,  Martineau  ed  altri  in  Inghilterra,  Laurent  nel  Belgio, 
Mazzini  in  Italia.  Il  quale,  non  solo  annunciò  la  Legge  del  Progresso  nel- 
r  ordine  religioso,  come  correlativa  agli  altri  progressi  umani,  per  l' intrin- 
seca connessione  delle  nostre  facoltà;  ma,  aspirando  all'Ideale  più  elevato 
di  tal  moto,  ne  mostrò  e  avvivò  con  l'intelletto  sintetico  e  con  l'anima 
credente  tutti  gli  aspetti  sociali,  in  relazione  alla  vita  dell'uomo-individuo, 
delle  Nazioni  e  della  Umanità  collettiva. 

Ora  la  libertà  è  senza  dubbio  la  condizione  prima  e  vitale  della  evo- 
luzione spontanea  delle  idee  religiose,  come  delle  scientifiche  e  delle  civili, 
intorno  a  quegli  alti  e  comuni  archetipi  verso  cui  le  une  e  le  altre  sem- 
brano essere  indirizzate  dalla  intelligenza  dell'  Uomo,  interprete  —  come  dice 
Dante  —  della  natura  e,  ^er  essa,  del  divino  intelletto  e  di  sua  arte,  nel- 
r  ordine  dell'  universo.  E  il  solo  modo  che,  nello  stato  p'resente  delle  cose  e 
degli  animi,  si  possa  escogitare  a  tutela  della  intrinseca  libertà  dello  spi- 
rito —  cioè  della  fonte  di  tal  moto,  —  mediante  le  intrinseche  guarentigie 
della  libertà  giuridica,  è  certamente  la  separazione  della  Chiesa  dallo  Stato. 
Nel  che  volentieri  n^'accordo  con  Marco  Minghetti,  il  quale  —  nel  libro  da 
lui  pubblicato  recentemente  su  tale  soggetto  —  ne  dimostrò  con  buoni  ar- 
gomenti razionali  e  con  pratiche  avvertenze  l'opportunità,  dinanzi  ai  pe- 
rìcoli emergenti  dall' inframmettersi  delle  due  potenze  negli  uffici  l'nna 
dell'altra,  e  dalla  loro  confusione  nel  civile  consorzio.  £  sono  lieto  di  que- 
sto consentimento  —  non  mio  soltanto,  ma  di  quanti  hanno  fede  nella  vir- 
tuale disposizione  dell'umana  natura  al  Vero  e  al  Bene,  e  nella  civile 
efficacia  della  libertà— -con  l'egregio  autore  dell'opera  citata,  dal  quale 
pur  mi  dividono,  in  politica,  profonde  differenze  di  opinione;  perchè  qui 
il  consenso  è  prova  che  le  verità  superiori  ed  intime  della  natura  sovra- 
stano ad  ogni  dissidio,  e  s'impongono  per  propria  virtù  alle  menti  sincere. 
Non  sono  però  del  parere  del  Minghetti,  che  lo  Stato,  con  l'indole  e  co- 
stituzione presente  del  suo  reggimento,  possa  adeguatamente  rispondere 
al  suo  vero  ufficio,  data  la  libertà  e  indipendenza  della  Chiesa  —  segna- 
tamente nelle  Nazioni  cattoliche  —  serbando  incolumi,  come  ho  detto  so- 
pra, al  magistero  della  nazionale  educazione  i  grandi  principi  sui  quali 
si  fonda  la  vita  delle  genti  moderne;  perchè  si  fatto  ordine  di  cose  im- 
plica ed  esige,  da  parte  della  società  civile  e  del  suo  organo  — che  è  lo 
Stato  —  tale  un'azione  di  virtù  educativa  e  risvegliatrice  degl'intelletti  e 
degli  animi  nell' arringo  dell'umano  progresso,  da  non  potersi  in  alcun 
modo  sperare  che  a  questo  effetto  risponda  lo  Stato,  così  come  oggi  è 
costituito  a  grado  di  parziali  utilità  e  rappresentanze,  e  perciò  appunto 
non  atto  ad  alti  e  generosi  intenti.  Fatta  questa  riserva,  la  tesi  che  il 
Minghetti  sostiene  è  da  riconoscere  per  vera  e  giusta  in  sé  stessa;  e  giovi^ 
in  proposito,  il  riferir  qui  —  ad  esempio  di  consone  sentenze  fra  menti 
in  altro  discordi,  e  a  conforto  de'  sommi  principi  della  comunanza  sociale 
—  ciò  che  Mazzini  ne  pensava  e  diceva,  43  anni  or  sono,  in  suo  articolo 
intitolato  l  Patrioti  e  il  Clero,  nel  Periodico  La  Jeune  Suisse  (numero  del 
7  ottobre  1886);  articolo  che  fa  parte  di  una  serie  importante  di  scritti 
da  lui  pubblicati  in  quel  tempo,  sulle  questioni  morali,  politiche  e  sociali 
che  agitano  il  secolo: 

<  ....  In  quel  partito  che,  per  una  consuetudine  forse  troppo  volte- 
rìana  —  Egli  diceva  —  usiamo  chiamare  col  nome  parziale  di  partito  cleri- 
cale, v'hanno  uomini  di  buona  fede,  uomini  non  perversi  ma  sviati  soltanto  : 
anime  devote,  il  cui  zelo  sincero  è  fatto  strumento  delle  macchinazioni 
di  coloro  che  calunniano  i  patrioti  e  la  libertà,  dipingendo  i  primi  come 
nemici  di  ogni  religione,  oltraggiando  la  seconda  con  l'attribuirle  i  carat- 
teri dell'anarchia.  A  questi  noi  volgiamo  una  parola  di  pace  e  di  fratel- 
lanza coscienziosa,  perchè  —  sebbene  vólti  per  vie  retrograde  —  essi  rap- 
presentano nella  Chiesa  ciò  che  è  nostro  costume  di  rispettare,  dovunque 


LETTURA  PRIMA.  215 

facoltà  :  onde  il  supremo  problema  della  sintesi  della  scienza 
e  della  coscienza,  e  de'  correlativi .  atteggiamenti  del  civile 

ci  si  presenti  :  la  fède,  il  sentimento  religioso.  Gli  altri,  cospiratori  e  rea- 
zionari per  sistema,  non  rappresentano  che  cupidigie,  ambizioni  di  domi- 
nio. Per  essi  non  proviamo  che  disprezzo....  Dobbiam  dire  che  la  questione, 
considerata  nell'aspetto  meramente  politico,  non  ci  sembra  degna  di  grande 
attenzione;  né  degna  d'attenzione  è  l'acerba  polemica  che  alcuni  fogli 
hanno  iniziato  su  questo  soggetto.  »  (Mazzini  scriveva  allora  in.Isvizzera 
e  per  la  Svizzera,  ma  le  sue  considerazioni  hanno  pur  tuttavia  un'impor- 
tanza viva  e  generale).  «  In  quanto  a  noi,  non  conosciamo  in  politica  né 
partito  clericale  né  partito  romano.  Non  esistono  al  veder  nostro  ohe  due 
grandi  partiti:  il  pfogì-esaivo  e  il  retrogrado;  e  si  compongono  di  cittadini 
appartenenti  ad  ogni  ordine,  ad  ogni  rito,  ad  ogni  sètta.  Ora  1  faziosi  hanno 
da  punirsi,  quale  che  sia  l'ordine,  il  rito,  la  sètta  a  cui  sono  ascritti.  I  Go- 
verni hanno  il  diritto  di  contenere  e  reprimere  ogni  interesse  individuale 
che,  turbando  l'ordine  sociale,  soprafacendo  arbitrariamente  le  leggi  ed 
emancipandosi  dal  diritto  comune  —  vincolo  e  suggello  all'associazione  di 
tutti  gli  abitanti  di  un  Paese  —  insorga  col  fatto  '  contro  l' interesse  del- 
l'universale, ila,  fuori  del  termine  nel  quale  deve  esercitarsi  questa  legit- 
tima autorità,  non  v*  è  né  può  esservi  —  specialmente  nello  stato*attuale 
delle  cose  r—  se  non  libertà  piena  ed  intera  ;  libertà  per  tutti  i  cittadini 
e  per  tutte  le  opinioni  —  se  retrograde  o  progressive  non  monta  ;  libertà 
per  tutti  gli  atti  che  sono  naturalmente  sanciti  e  retti  dal  diritto  comune. 
Nello  stato  attuale  delle  idee  e  delle  cose,  ogni  questione  di  culto  e  d'or- 
dinamento religioso  è  questione  di  diritto  comune  e  di  libertà.  Fino  a  che 
gli  atti  e  le  mene  di  una  sètta  o  di  una  associazione  religiosa  qualsiasi 
non  oltrepassano  i  limiti  del  proprio  istituto,  non  toccano  gli  ordini  civili 
della  società,  voi  non  avete  il  diritto  di  mescolarvene.  L' intervento  gover- 
nativo non  può  oggi  applicarsi  che  agli  atti  che  violano  in  modo  positivo 
le  leggi  esistenti.  Il  resto  spetta  alle  idee,  e  dipende  dalla  opinione.  Mi- 
gliorate la  opinione,  diffondete  la  luce,  combattete  i  giornali  fanatici  con 
altri  giornali  :  non  attraversate  l'opera  dei  patrioti,  non  ponete  inciampo 
al  loro  progresso  con  ingiuste  diffidenze,  con  l'onta  di  una  codarda  pas- 
sività davanti  alle  esigenze  straniere,  con  la  manifesta  propensione  a  ri- 
manervi immobili  nello  statu  quo;  propugnate  la  stampa  libera,  invece 
di  adombrarvene,  e  smettete  ogni  altro  timore.  Lasciate  che  il  Papa  elegga 
a  sua  posta  vescovi  ignoranti  o  retrivi  :  che  altro  potranno  costoro  se  non 
affrettare  la  rovina  del  jpotere  papale?  Lasciate  che  gesuiti  ed  altri  par- 
tigiani viaggino  a  grandi  spese,  tengano  conciliaboli,  scrivano  articoli  me- 
schini, opuscoli  inetti  :  tal  sia  di  loro.  La  persecuzione  li  esalterebbe,  dando 
loro  argomento  di  atteggiarsi  a  vittime,  ed  investendoli  di  un  valore  che 
né  gli  scritti  né  ì  convegni  né  le  mene  in  cui  si  affaticano  potranno  mai 
procacciare  alla  loro  sètta.  Il  vecchio  cattolicesimo  è  morente  :  lasciate  che 
s'agiti  nell'agonia.  Da  una  idea  che  splenda  della  luce  del  Vero,  non  dal 
martello  delle  restrizioni,  riceverà  esso  gli  ultimi  colpi.  Quanti  regolamenti 
e  freni  voi  possiate  ordinare  non  varranno  una  sola  scuola....  Fin  che  il 
pensiero  che  deve  un  giorno  —  fuor  d'ogni  dubbio  per  noi  —  accordare 
insieme,  anzi  unificai'e  i  due  poteri,  non  sìa  ben  definito  nella  mente  e 
nella  coscienza  delle  Nazioni  ;  fin  che  il  pensiero  politico  non  salga  al- 
l'altezza e  alla  santità  dell'  idea  religiosa  —  e  la  vera  unità  sociale  non  sia 
fondata  —  l'autorità  ecclesiastica  e  l'autorità  politica  hanno  da  esercitarsi 
libere  e,  per  quanto  é  possibile,  indipendenti  l'una  dall'altra,  per  due  di- 
stinte vie.  Le  rispettive  attività  non  devono  urtarsi  fra  loro,  non  devono 
quindi  ingerirsi  runa  nell'altra.  Ciascuno  ha  il  diritto  di  associarsi  con 
chi  vuole  e  come  gli  aggrada,  di  ricevere  ispirazioni  d'onde  vuole,  di  pa- 
gare quelli  ch'egli  ha  scelto  e  accettato  ad  interpreti  della  sua  religione,  ■ 
e  a  -regolatori  della  sua  coscienza  ;  e  sinché  questi  non  trascendano  l'am- 
bito dell'arringo  religioso  in  cui  movono,  è  in  loro  arbitrio  il  fare  ciò  eh'- 
lor  piace,  e  il  propagare  le  loro  credenze  con  la  stampa  e  con  la  par 


216  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

consorzio,  dipende  non  da  una  empirica  e  superficiale  riforma 
de'  vieti  istituti,  ma  dalla  trasformazione  del  concetto  ideale 
che  li  governa  ;  sì  che  le  nuove  conoscenze  e  le  nuove  atti- 
tudini dello  spirito  umano  possano  intorno  ad  esso  concetto 
raccogliersi  con  accordo  vitale. 

Ora,  dietro  questo  processo  del  pensiero  religioso  e  civile 
che,  esplicandosi  dal  grembo  delle  vecchie  forme,  s' inalza  a 
più  puri  e  più  vasti  ideali,  ufficio  dello  Stato,  parmi,  non 
d' invadere  e  molto  meno  di  aggregare  a  sé  o  privilegiare 
questa  o  quella  chiesa  o  scuola  ;  ma  di  contenerle  con  civile 
vigilanza,  tutte  indistintamente,  entro  i  confini  del  loro  uffi- 
cio interiore  e  del  loro  pacifico  apostolato,  mediante  l'equa 
ed  imparziale  norma  della  comune  libertà,  serbando  incolumi 
al  magistero  della  nazionale  educazione  i  grandi  principi  sui 
quali  «i  fonda  la  vita  delle  genti  moderne  :  in  altri  termini 
il  patrimonio  morale,  politico  e  sociale  della  progrediente 
civiltà.  Perchè  lo  Stato  o,  per  dir  meglio,  la  società  civile 
—  in  quanto  rappresenta  il  moto  universale  delle  idee  che  la 
guidano  ai  successivi  adempimenti  delle  sue  leggi  —  natu- 
ralmente primeggia  sulle  speciali  forme  e  tradizioni  in  essa 
contenute  :  e  il  sottoporre  il  lavorìo  delle  coscienze  alla  re- 
gola moderatrice  del  comune  diritto,  e  le  differenze  teologi- 
che al  vincolo  imperituro  e  inviolabile  della  umana  associa- 
zione nella  Patria,  in  che  dobbiamo  essere  tutti  compagni, 
è  grande  ed  efficace  temperamento  alla  rigidità  e  intolleranza 
delle  discordi  credenze,  e  freno  alle  passioni  politiche,  a  cui 
sogliono  sposarsi  le  chiese  e  le  sètte  che  pretendono  d'essere 
interpreti,  privilegiate  e  sole,  delle  eterne  verità.  E  il  contatto 


come  meglio  lor  torna.  Noi  non  temiamo  V  influenza  dei  pregiudizi  poli- 
tici o  religiosi,  dove  ci  sia  dato  di  avere  le  mani  libere  e  la  via  aperta 
a  confutarli.  Ben  temiamo  —  se  non  per  altro,  per  T esempio  che  n'esce 
d'un  precedente  pericoloso  —  l'intervento  governativo,  dove  non  sia  indi- 
spensabilmente richiesto  per  forza  di  circostanze.  Vorremmo  concedere 
la  minor  somma  possibile  di  potere  ai  Governi  presenti,  appunto  perchè 
non  abbiamo  fiducia  in  essi,  né  aspettiamo  dall'opera  loro  alcun  fratto  di 
nazionale  progresso  ;  e  perchè  dubitiamo  che,  mentre  attribuiscono  impor- 
tanza a  certe  questioni,  sotto  colore  di  religione,  essi  non  tendano  che  a 
distrarre  l'attenzione  pubblica  dalle  questioni  nazionali....  Noi  vorremmo 
sostituire  ben  altro  strumento  d'azione  aU' influenza  del  potere  governa- 
tivo; vorremmo  tramutata  da  questo  ad  un  eentro  nazionale  T  atticità 
necessaria  al  moto  ;  vorremmo  vedere  sulla  breccia  meno  sovente  il  primo, 

Siù  spesso  gli  uomini  del  progresso,  non  esclusi  quei  ministri  del  saeer- 
ozio  cristiano  che  s' ispirano  con  essi  all'amore  della  Patria  e  della  Li- 
bertà.... »  (Tradotto  dal  francese).  —  Così  Mazzini,  quasi  mezzo  secolo  fa.  — 
{Nota  deW Autore,) 


LETTURA  PRIMA.  217 

degli  animi  ne'  legami  della  Patria  e  della  civiltà  finisce  con 
l'avvicinarli  negli  umani  accordi  della  morale,  e  nell'amore 
di  Que'  supremi  archetipi  del  Vero,  dell'  Onesto,  del  Giusto, . 
a  cui  tende  per  diversi  gradi  —  secondo  i  tempi  e  i  luoghi 
—  la  coscienza  del  genere  umano.  Onde  gli  Dei  ostili  e  le 
selvagge  religioni  del  passato  vanno  cedendo  il  campo  alla  idea 
immortale  e  santa  dell'unico  Iddio  —  puro  intelletto  ed  amore, 
e  fonte  perenne  delle  sociali  carità  fra  gli  uomini  affratellati 
dalla  comune  natura.  E  verrà  giorno,  io  spero  e  credo  — 
comechè  a  noi  non  fia  dato  vederlo  —  in  cui,  auspici  la  li- 
bertà, la  Patria  e  la  federazione  delle  Patrie  nella  civile 
comunanza  delle  Nazioni,  le  varie  credenze  —  contemperan- 
dosi vie  più  sempre  ad  una  consentanea  aspirazione  sul  fondo 
comune  dei  Veri  in  esse  riposti  —  inalzeranno  dai  loro  distinti 
recessi  un  inno  concorde  di  riconoscenza  e  d'amore  al  Prin- 
cipio supremo  d'ogni  giustizia  e  d'ogni  bontà. 

In  altra  adunanza  io  cercherò  con  voi  come  sorgesse, 
come  tralignasse,  come  si  dissolvesse  il  giure  papale  e  impe- 
riale nel  medio-evo  ;  e  quali  condizioni  fossero  fatte  dal  suo 
disfacimento  alle  genti  europee  e  alla  Patria  nostra  in  par- 
ticolare. 


XII.  15 


218  SU  ALBERIGO  GENTILI. 


Lettura  Seconda. 

Continuità  delle  tradizioni  di  Diritto  Pubblico  in  Italia.  —  San  Tommaso, 
Egidio  Romano,  Dante.  —  Il  libro  Db  Monarchia.  —  Dissolvimento  del- 
Tordine  religioso  sociale  e  politico  del  medio-evo  ne' secoli  XV  e  XVI. 
—  là*  Italia  e  la  Germania  fra  le  rivali  ambizioni  delle  grandi  monar- 
chie militari  di  quel  tempo.  —  Incrementi  della  civiltà  fra  le  rovine 
delle  vecchie  istituzioni.  ~  L'idea  del  buono  stato  e  i  pubblicisti  fio- 
rentini.—Machiavelli,  Donato  Giannotti,  Matteo  Palmieri. 

Signore  e  Signori,  Egregi  Giovani, 

Discorsi,  nella  precedente  Lettura,  dell'arbitrato  morale 
assunto  da  Roma  cristiana,  nel  medio-evo.  Nella  notte  dei 
tempi,  cancellato  dal  piede  de'  barbari  ogni  vestigio  di  Di- 
ritto e  di  costume  sociale,  il  vincolo  umano  fu  ristaurato 
dalla  religione;  perchè,  nel  processo  storico  della  vita  de' Po- 
poli, l'idea  religiosa  precede  l'idea  civile;  e,  sinché  questa 
non  si  rinfranchi  al  lume  della  esperienza,  quella  rimane 
unico  segno  della  comune  natura  fra  gli  uomini  inselvati- 
chiti e  sciolti  da  ogni  altro  freno. 

Cessata  la  vicenda  delle  invasioni,  entrate  le  nuove  stirpi 
nel  giro  della  cristiana  colleganza  fra  Popoli  già  soggetti  al- 
l'Impero,  si  vennero  formando  dall'intreccio  di  lor  natie  con- 
suetudini con  le  tradizioni  della  Legge  Romana,  gl'istituti 
de'  nuovi  Stati  europei  e  i  primi  inizi  del  nuovo  Diritto  delle 
Genti. 

Perchè,  mentre  le  rinnovellate  Nazioni  tendevano  a  costi- 
tuirsi, secondo  lor  particolari  costumi,  in  altrettanti  consorzi 
distinti  gli  uni  dagli  altri,  si  sentivano  però  —  mercè  il  le- 
game della  fede  comune  —  insieme  congiunte  con  obblighi  di 
scambievole  giustizia  :  della  quale,  guardando  a  Roma,  per- 
sonificavano l'autorità  nel  ministerio  pontificale.  Da  queste 
disposizioni  nacque  alla  fine  dell' Vili  secolo,  di  fonte  ro- 
mana, quel  maraviglioso  tentativo  di  unificazione  giuridica 
delle  sparse  membra  della  Cristianità  d'Occidente,  ch'ebbe 
nome  e  gloria  da  Carlo  Magno:  esempio  solenne  della  po- 
tenza costruttiva  serbata  dall'intelletto  latino  fra  le  rovine 
de' tempi,  mercè  la  memoria  delie  cose  antiche.  L'ordina- 
mento del  ristaurato  Impero  non  poteva  durare,  perocché  la 
materia  soggetta  portasse  in  grembo  i  germi  di  tutte  le  dif- 


LETTURA  SECONDA.  219 

ferenze  e  di  tutte  le  libertà  che  crear  dovevano  T  incivili- 
mento europeo.  Ma  l'anima  di  una  grande  idea  ferveva  na- 
scosta in  quel  vieto  involucro:  e  la  niente  de' grandi  pensatori 
dell'epoca  dovea,  al  tramonto  di  questa,  raccoglierne  la  so- 
stanza e  tramandarla  ai  futuri.  Onde  Tommaso  d'Aquino  e 
Dante  Alighieri. 

Il  pubblico  Giure  del  Papato  e,  dell' Impero  fu,  secondo  i 
tempi,  un  mirabile  esperimento  di  sociale  armonia  fra  gli 
svariati  elementi  che  venivano  sorgendo  con  personalità  pro- 
pria dalla  confusione  della  conquista.  Corporazioni  ecclesia- 
stiche e  popolari,  Feudi,  Comuni  e  Regni  doveano  governarsi 
giuridicamente  per  franchigie, e  funzioni,  diritti  ed  obblighi 
corrispettivi,  con  gradi  ascendenti  dalla  base  al  vertice  della 
società;  che,  come  una  Cattedrale  del  medio-evo,  parca  le- 
varsi, nel  suo  disegno  ideale,  dalla  terra  al  cielo. 

Il  principio  della  responsabilità  ministeriale  informava, 
dai  più  umili  ai  più  alti  uffici,  l'intero  ordine  della  duplice 
gerarchia.  Papi  e  Imperatori  non  ne  andavano  esenti.  E,  sotto 
il  magistero,  dei  due  lumi  del  mondo  —  indice  l' uno  della 
Legge  Morale,  l'altro  della  Legge  politica,  —  re,  baroni  e  vas- 
salli, scabini,  consoli  ed  arti  urbane,  erano  tenuti  ad  osser- 
vare le  norme  e  ad  adempiere  i  doveri  di  lor  mutue  rela- 
zioni. Ma  la  fattizia  unità  del  restaurato  Impero  era  in  sé 
stessa  discorde  e  mal  ferma;  sì  per  l'intrinseco  contrasto 
delle  due  Potestà  —  la  spirituale  e  la  temporale,  quella  de- 
stinata a  dirigere,  questa  ad  obbedire,  —  come  per  la^  preva- 
lenza delle  giovani  ed  incomposte  forze  sociali  sul  debole 
organismo  della  giurisdizione  imperiale.  Rapido  quindi  il  per- 
vertirsi de' Feudi  in  usurpati  possessi  patrimoniali;  il  sor- 
gere dei  Comuni  a  stato  franco;  l'ordinarsi  degli  Stati  a  mo- 
narchie indipendenti,  emancipandosi  a  gara  dall'alto  dominio 
de' due  Capi  del  mondo  cristiano. 

Cessata,  nella  seconda  metà  del  XIII  secolo,  con  la  estin- 
zione della  Casa  Sveva  la  grande  contesa  italica  fra  il  Pa- 
pato e  r  Impero,  il  dissidio  della  potestà  ecclesiastica  con  la 
potestà  secolare  iva  imperversando  non  meno  nelle  partico- 
lari questioni  di  giurisdizione,  di  competenza,  d' immunità, 
di  fronte  alle  ragioni  degli  Stati.  Il  concetto  dell'  arbitrato 
morale,  che  Gregorio  VII  avea  col  favore  de'  Popoli  rivolto 
a  liberare  Società  e  Chiesa  dalle  corruttele  e  dalle  prepo- 
tenze feudali,  era  stato  tratto  dagli  ultimi  Papi  ad  esagerate 


220  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

pretese  di  privilegi,  d' esenzioni  e  d' ingerenze  politiche,  che 
invadevano  le  leggi  e  le  guarentigie  della  comunanza  cÌTÌle. 
Onde,  in  Inghilterra,  in  Francia,  in  Germania,  i  due  Poteri 
cozzavano  fieramente  insieme  :  e  tale  conflitto  toccò,  a  quei 
giorni,  r  estremo  suo  termine  in  quella  violenta  lite  fra  Bo- 
nifacio Vili  e  Filippo  il  Bello  *  che  fu  nunzia  alla  cristianità 
della  decadenza  del  Pontificato  Romano. 

Le  Nazioni,  uscite  ormai  di  pupillo,  tendevano  a  sciogliersi 
dai  legami  di  una  Teocrazia  alla  quale  veniva  meno,  con  la 
ragion  dell'  ufficio,  la  virtù  dell'  intendere  ad  alti  fini.  Boni- 
facio Vili  avea  tolto  ad  inganno  il  manto  papale,  per  sodisfa- 
cimento  di  private  cupidità  :  *  e  la  Chiesa,  convertita  in  mer- 
cato d' indulgenze,  precipitava  già  ne'  vizi  che  le  suscitarono 
contro,  in  que' secoli,  preconizzata  dalla  santa  ira  di  Dante, 
la  protesta  de' Popoli.  Agitavasi  dapertutto,  animosa  ed  ar- 
dente fra  canonisti  ed  interpreti  del  Diritto  civile,  la  pole- 
mica sugli  uffici  e  confini  delle  due  Potestà.  I  progressi  del- 
l'umana ragione  vendicavano  le  ceneri  di  Arnaldo  do.  Brescia. 

*  A  cagione  de*  tributi  imposti  da  quel  re  al  clero  di  Francia,  onde 
sopperire  alle  spese  delle  sue  guerre,  e  per  l'arresto  del  Vescovo  Saiset 
de  Pamiers,  ribelle  alla  regia  giurisdizione,  in  nome  dell'autorità  papale  : 
Sciai  tua  maxima  fatuitas  —  scriveva  il  fiero  Papa  al  fiero  Re  —  in  tempo- 
ralibus  noe  alicui  non  subesse.  —  [Nota  dell' Autore.) 

'  De'  Papi  simoniaci  di  quel  tempo,  e  nominatamente  di  Nicolò  III  (Or- 
sini), che  de' beni  della  Chiesa  si  valse  per  impinguarne  i  parenti  per 
avanzar  gli  Orsatti,  di  Bonifacio  VIII  (Benedetto  de'  Guatani  di  Anagni), 
che  si  procacciò  il  papale  ammanto  per  fini  mondani,  ingannando  il  sem- 
plice Celestino  V,  e  inducendolo  al  gran  rifiuto,  di  Clemente  V  (Bertrando 
d'Agoust,  arcivescovo  di  Bordeaux)  assunto  al  Papato  pei  maneggi  di  Fi- 
lippo il  Bello,  e  autore  del  trasferimento  della  sede  pontificia  in  Avignone 

—  Dante,  nel  canto  XIX  dall'Inferno,  fa  il  giusto  giudizio  che  tutti  sanno. 
Rispetto  poi  a  Bonifacio  Vili,  il  buono  ed  imparziale  Giovanni  Villani 

—  comechè  guelfo  e  devoto  alla  Chiesa  —  commenta  il  magnanimo  sdegno 
del  Poeta  con  parole  che  qui  cade  in  acconcio  di  riportare,  come  indizio 
della  opinione  de' contemporanei  intorno  a  quel  Pontefice,  nel  quale  furono 
pari  al  grande  ingegno  e  all'indole  animosa  ed  altera  l'avidità  dell'oro 
e  l'ambizione  del  potere  :  e  Questo  Bonifazio  —  dice  l'antico  cronista  fio- 
rentino (lib.  Vili,  cap.  LXIV)  —  fu  savissimo  di  scrittura  e  di  senno  na- 
turale, e  uomo  molto  avveduto  e  pratico,  e  di  gran  conoscenza  e  memo- 
ria :  ma  fue  altiero,  crudele  e  superbo  contro  a'  suoi  nemici  e  avversari  ; 
e  fu  "di  gran  cuore  (in  senso  di  ardito,  animoso)  molto  temuto  da  tutta 
gente;  alzò  e  aggrandì  molto  lo  stato  e  ragioni  di  santa  Chiesa....  Magna- 
nimo e  largo  fu  a  gente  valorosa  e  che  gli  piace^se  ;  vago  fu  molto  della 
pompa  mondana  secondo  suo  stato,  e  fu  molto  pecunioso,  non  guardando 
né  facendosi  grande  né  stretta  coscienza  d'ogni  guadagno  per  aggrandire 
la  Chiesa  e  suoi  nepoti.  Al  suo  tempo  fece  più  cardinali  suoi  amici  e  con- 
fidenti, e  intra  gli  altri  duo  suoi  nepoti  molto  giovani  e  un  suo  zio,  fra- 
tello che  fu  della  madre,  e  venti  tra  Vescovi  e  Arcivescovi,  suoi  parenti 
e  amici  della  piccola  città  di  Alagna,  di  ricchi  vescovadi,  e  l'altro  suo  ne- 
pote  e  figliuoli,  ch'erano  Conti..,,  e  lasciò  loro  quasi  infinito  tesoro.  »  — (iVit)^» 
dell*  Autore») 


-■muii^*  ■.'j- 


LETTURA  SECONDA.  221 

E  in  Giovanni  da  Parigi,  in  Egidio  Komano,  in  Marsilio  da 
Padova  —  difensori  de'  diritti  dello  Stato  contro  gli  abusi  del- 
l' autorità  papale  —  voi  vedete  già  nettamente  formulate,  sin 
dai  primi  lustri  del  secolo  XIV,  le  dottrine  che,  a  traverso 
gli  scismi  del  XV  e  la  Riforma  del  XVI,  ebbero  suggello 
dalla  coscienza  civile  della  società  europea.  Il  luogo,  d'onde 
Gregorio  Magno  e  Gregorio  VII  aveano  ministrato  alte  giu- 
stizie alla  Umanità,  era  moralmente  vacante.  L'antico  spi- 
rito della  vita  cristiana  si  dissolveva  ;  e  venian  meno  in  parte, 
con  esso,  le  carità,  le  cortesie,  i  riti  cavallereschi  e  i  sem- 
plici e  virili  costumi,  che  Dante  loda  nei  suoi  maggiori,  a 
rimprovero  della  età  procacciante  e  corrotta  che  gli  sorgeva 
dinanzi. 

Ma  quella  vita,  scomponendosi  nell'insieme,  pur  serbava 
ne'  suoi  moti  particolari  tutta  l'energia  della  gioventù,  quasi 
rigoglio  di  primavera  che,  uscendo  dalla  bruma  invernale, 
spiega  la  sua  virtù  in  una  infinita  varietà  di  forme,  dove 
selvatiche  ed  irte,  dove  eulte  e  gentili,  al  soffio  dei  venti  fe- 
condatori e  ai  tepidi  raggi  del  nuovo  sole.  In  mezzo  all'anar- 
chia dei  vecchi  ordini  della  società  teocratica,  le  operosità 
del  pensiero  e  della  mano  —  le  arti,  le  industrie,  i  commerci 
e  il  canto  dei  poeti  —  apparecchiano,  fra  i  contrasti  de'  sbri- 
gliati elementi  sociali,  le  dovizie  della  futura  civiltà.  E  in 
questo  lavorio  di  un  mondo  che  si  rinnova,  la  nostra  stirpe, 
come  ministra  dell'antica  sapienza,  mostra  la  via  alle  genti 
e,  col  civile  intelletto,  vince  gli  avanzi  della  barbarica  con- 
quista. Attinge,  con  Tommaso  d'Aquino  ai  rivi  d'Aristotile 
e  di  Cicerone,  il  primo  nutrimento  della  rinascente  Filosofia, 
fonda  le  Università  degli  studi,  restituisce  con  Irnerio  dalla 
vostra  Bologna  —  da  questo  primo  focolare  della  coltura  Eu- 
ropea —  il  lume  delle  romane  leggi  alle  nuove  cittadinanze: 
e,  se  il  dogma  cristiano  affranca  in  ispirito  le  anime  dei  fe- 
deli nella  eguaglianza  della  città  celeste,  l'equo  e  buon  diritto 
de'  padri  emancipa,  giuridicamente  e  in  effetto,  le  persone  e 
gli  averi  nella  città  terrena  ;  scioglie  il  lavoro  e  la  terra  dai 
vincoli  della  servitù  feudale;  e  crea,  coi  liberi  statuti,  i  li- 
beri Comuni.  Dai  quali  sorgono  poi,  come  voci  di  mattutina 
letizia  ai  primi  albóri,  le  armonie  dell'idioma  volgare  e,  con 
esse,  una  letteratura  ed  un  arte  che  emuleranno  gli  esempì 
della  Grecia  e  di  Roma.  E  le  rideste  operosità  della  razza 
—  uscendo  dalle  anguste  mura  cittadine,  facendo  guerra  ai 


222  SU  ALBERIGO  GESTILL 

castelli,  assicurando  le  strade,  coltivando  i  contadi  —  si  ad- 
destreranno a  cose  mag^orL  E.  a  brcTe  andare,  giovandosi 
di  lor  relazioni  con  la  civiltà  araba  da  un  lato,  delle  vie 
aperte  ai  commerci  dal  moto  delle  crociate  dall'altro  —  si 
spargeranno  in  ogni  i^rte  d'Europa  a  ingentilire  le  estranie 
contrade,  a  dar  legge  alle  navigazioni,  agli  scambi,  alla  fede 
de' traffici;  restituiranno  alla  politica  i  presidi  dell'antica 
esperienza:  ordini  regolari  alla  milizia;  accorti  consigli  e  riti 
civili  alla  diplomazia  :  e.  popolando  di  lor  Banchi,  di  lor  fon- 
dachi, di  lor  fattorie  le  prode  del  Mediterraneo  e  del  Mar 
Nero,  e  le  regioni  d'oltr'Alpe.  contribuiranno  con  la  virtù 
del  pensiero  e  delle  arti  pacifiche  alla  fondazione  della  nuova 
civiltà,  assai  più  che  non  fecero  le  ambizioni  e  le  armi  dei 
Papi  e  dei  Principi,  acquali  ne  fu  data  gloria.  Beni  veri  e 
durevoli,  a  cui  si  mescolarono  terribili  prove  nel  seno  della 
Nazione  che  ne  fu  autrice,  per  la  esuberanza  stessa  delle  sue 
facoltà,  e  per  la  naturale  prevalenza,  negl'inizi  dell'incivi- 
limento de'  Popoli,  de'  particolari  intenti  ed  affetti  sulle  più 
vaste  e  meno  intese  relazioni  della  vita  politica  degli  Stati. 
D'onde  lo  scadere  delle  antiche  parti  —  guelfa  e  ghibellina  — 
in  volgari  fazioni,  per  liti  intestine  fra  diversi  ceti  ;  l'arbitrio 
feudale  delle  città  maggiori  sulle  minori;  l'incapacità  di  sta- 
bilire l'autorità  delle  Leggi  dentro  ciascuna,  e  di  unirsi  tutte 
in  un  patto  di  comune  difesa.  Guerre  fratricide,  provvedi- 
menti ingiusti  e  selvaggi  di  pubblica  inquisizione  e  vendetta; 
supplizi,  ammonizioni,  esili  :  e,  per  non  saper  viver  liberi,  il 
facile  assoggettarsi  ad  arbitri  cittadini  o  stranieri:  eccovi, 
o  Giovani,  la  tremenda  realtà,  che  fornì  la  tela  all' Jn/erwo 
del  Poeta;  e  di  cui  —  bontà  del  civile  progresso!  —  l'Italia 
odierna  non  conserva  i  segni,  se  non  in  qualche  vestigio  d'in- 
consulta barbarie  legislativa,  che  la  vera  scienza  cancellerà  dai 
nostri  ordinamenti  di  polizia  e  dalle  nostre  procedure  penali. 
In  quel  momento  della  storia  Europea,  si  affaccia  alla 
vita  l'intelletto  ili  Dante.  Par  legge  della  economia . del- 
l'umano ingegno  che,  quando  i  tempi  hanno  preparato  gli 
elementi  al  lavoro,  le  sue  potenze  si  accolgano,  dalle  speciali 
e  sparse  attività  del  pensiero  de'  singoli,  nella  sovrana  capa- 
cità di  qualche  gran  genio,  acni  si  rivelano  gl'intendimenti 
e  i  fini  —  non  intesi  dai  più  —  del  comune  operare.  Gli  uo- 
mini destinati  a  tale  ufficio  dalla  virtù  della  loro  natura  poa- 
fiono  con  ragione  chiamarsi  luminari  accesi  dalla  intelligenza 


LETTURA  SECONDA.  223 

che  governa  gli  umani  eventi,  per  guida  delle  Nazioni  sul 
faticoso  cammino  della  civiltà. 

Nella  mente  di  Dante  le  moltìforme  parvenze  de' sensi, 
le  armonie  e  le  dissonanze  della  natura  e  il  dramma  errante 
de'  fatti  umani  riflettono,  con  perfetta  rispondenza  obbiettiva, 
il  reale  ed  il  vero;  ed  ogni  nota,  o  triste  o  lieta,  dell'essere  e 
dell'operar  delle  cose,  tocca  e  commove  le  vigili  simpatie  del- 
l'anima che  sente.  Ma  la  varietà  degli  aspetti  della  vita  e 
de'  casi  della  Storia  sottostanno,  nell'alto  intelletto,  alla  Signo- 
ria d' un  pensiero  dominatore,  ispirato  da  una  profonda  idea 
dell'ordine  dell'Universo.  Or,  dall'intendimento  di  questa  re- 
lazione fra  il  vario  e  l'uno,  fra  la  spontaneità  de'  particolari 
procedimenti  dell'essere  e  del  volere  e  la  razionale  necessità 
delle  leggi  della  vita,  nella  natura  e  nella  Umanità,  dipende 
appunto  il  magistero  della  scienza  e  dell'arte  ad  un  tempo. 
Come  l'analisi  de'  particolari  fenomeni  del  mondo  fisico,  senza 
intuito  di  ciò  ch'essi  rappresentano  nell'ordine  dell'Universo, 
non  fa  scienza;  così  l'andar  vagando,  con  l'ali  dell'immagina- 
zione, sulle  forme  delle  cose  e,  col  sentimento,  sui  moti  delle 
umane  passioni  —  senza  concetto  di  ciò  che  le  une  e  le  altre 
vengono  significando,  rispetto  al  procedere  dello  spirito  umano 
sulle  vie  del  Vero,  del  Buono  e  del  Bello  —  non  è  arte  ma 
giuoco  di  mutabile  fantasia,  senza  obbietto  sociale. 

In  Dante  l'Arte  levossi  al  suo  più  eccelso  grado  di  po- 
tenza interpretativa  ed  educatrice  :  e,  come  in  Omero  per  le 
sorgenti  della  civiltà  ellenica,  cosi  in  Lui  per  quelle  della 
civiltà  Europea,  la  Poesia  fu  l'Indice  ideale  della  Storia. 

Ma  qui  vuoisi  parlare  del  pubblicista,  non  del  poeta;  co- 
mechè,  nell'una  e  nell'altra  qualità,  il  pensiero  del  Grande 
Esule  fosse  rivolto  ad  un  medesimo  fine. 

Immaginate  un'anima,  informata  al  sentimento  delle  più 
alte  armonie  della  natura  e  della  società,  travolta  nel  disor- 
dine della  vita  morale  e  politica  di  que'  tempi.  L'Italia,  non 
più  donna  di  provincie,  ma  serva  di  sètte -crudeli  -e  di  spie- 
tati tiranni  ;  *  un-  imperversare  Continuo  di  òdi  implacabili  e 

*  «  Che  le  terre  d'Italia  tutte  piene 

Son  di  tirapniy  ed  un  Marcel  diventa 
Ogni  villan  che  parteggiando  viene.  > 

Purgatorio^  canto  VI. 

E  Bartolo,  pochi  anni  dopo  Dante  —  quasi  traducendo  il  Poeta  —  ri- 
peteva, nel  suo  trattato  del  reggimento  della  tìiiò,:  hodie  Italia  est  tota 


224     *  su  ALBERIGO  GENTILI. 

di  feroci  vendette  ;  effetto  di  quelle  ire  la  travagliata  povertà 
del  suo  esilio  ;  distrutta,  per  la  mala  condotta  del  Capo,  l'au- 
torità della  religione  ;  divelto,  per  la  caduta  della  Casa  Sveva, 
ogni  vincolo  di  comune  governo  dal  seno  della  Nazione;  e 
il  disordine  italiano,  fonte  ed  immagine  —  agli  occhi  suoi  — 
del  disordine  Europeo. 

Dove  cercar  pace  e  salvezza  alle  afflitte  fortune  umane? 
Su  qual  fondamento  ricostruire  la  Giustizia,  il  Diritto,  la 
Vita  civile? 

Dante  guarda  —  come  uomo  dell'età  sua  —  per  la  forma 
giuridica,  al  passato,  all'idea  ch'egli  si  era  formata  della 
missione  storica  di  Roma.  La  riduzione  del  molteplice,  del 
discorde,  dell'incongruo,  a  forma  armonica  ed  una,  è  per 
Dante  la  legge  provvidenziale  che  dirige  il  moto  delle  cose 
create,  secondo  lor  particolari  nature,  per  diversi  gradi,  al 
comun  fine  dell'essere.  A  tal  legge  dee  conformarsi,  come 
parte  dell'ordine  universale,  l'ordine  dell'umana  associa- 
zione.* Ma,  siccome  l'eflFetto  di  quest'ordine  dipende,  non  dalla 


piena  tirannia ^  adducendone  per  ragione  quod  regimen  plurium  malorum, 
vel  regimen  popuU  perversi  non  diu  durai;  sed  de  facili  in  tyrannidem  unius 
dedueitur, 

I  tre  trattati  di  Bartolo  —  della  tirannide,  del  reggimento  della  città, 
e  dei  Guelfi  e  Ghibellini — hanno  una  grande  importanza  storica,  sì  rispetto 
alle  idee  di  Diritto  Pubblico,  come  rispetto  alle  fazioni  e  allo  stato  po- 
litico delle  città  italiane,  a' suoi  giorni.  Nacque  nel  1818,  otto  anni  prima 
della  morte  di  Dante:  mancò  ai  vivi  nel  1355. —  {Nota  deW Autore,) 

^  e  Si  ergo  sic  se  habet  in  singulis  qusB  ad  unum  aliquod  ordinantur, 
verum  est  quod  assumi  tur  supra.  Nunc  constat  quod  totum  humanus  genus 
ordinatur  ad  unum....  Et  sicut  se  habet  pars  ad  totum,  sic  ordo  partialis 
ad  totalem.  Pars  ad  totum  se  habet,  sicut  ad  finem  et  optimum....  Amplius, 
humana  universitas  est  quoddam  totum  ad  quasdam  partes,  et  est  quae* 
dam  pars  ad  quoddam  totum.  Est  enim  quoddam  totum  ad  regna  parti- 
cularia,  et  ad  gentes....  et  est  qusedam  pars  ad  totum  universum....  De  in- 
tentione  Dei  est  ut  omne  creatum  divinam  similitudinem  representet,  in 
quantum  propria  natura  recipere  potest...,  cum  totum  universum  nihil 
aliud  sit,  quam  vestigium  quoddam  divinsB  bonitatis.  Ergo  humanum 
genus  bene  se  habet  et  optime,  quando,  secundum  quod  potest,  Deo  as- 
similatur.  Sed  genus  humanum  maxime  Deo  assimilatur,  quando  maxime 
est  unum....  Humanum  genus  filius  est  coeli  quod  perfectissimum  in  omni 
opere  suo.  Generat  enim  homo  hominem,  et  sol....  ergo  optime  se  habet 
hutnanum  genus,  cum  vestigia  coeli,  quantum  propria  natura  permittit, 
imitatur.  £t  cum  coBlum  totum  unico  motu....  et  unico  motore,  qui  Deus 
est,  regulatur  in  omnibus  suis  partibus,  motibus  et  motoribus....  si  vere 
syllogizatum  est,  humanum  genus  tunc  optime  se  habet,  quando  ab  unico 
motore  et  unica  lege,  tamquam  ab  unico  moto,  in  suis  motoribus  et  mo- 
tibus reguletur....  Hanc  rationem  suspirabat  Boetius  dicens  : 

0  felix  hominum  genus, 
Si  vestros  animos  amor, 
Qao  ccclum  regitur  reget.  »  {Monarchia,  I.) 


\ 


LETTURA  SECONDA.  225 

cognizione  soltanto,  sì  ancora  dagli  atti  delle  individuali  vo- 
lontà, bisogna  uno  strumento  che  le  contenga  insieme  e  le 
guidi,  formandone,  rispetto  alla  operazione  collettiva,  quasi 
una  sola  volontà.  E  questo  strumento  —  che  dovea  rappre- 
sentare il  comune  Diritto,  giudicare,  come  magistrato  su- 
premo, i  dissidi  internazionali,  frenare  le  ingiurie  fra  le  parti 
insieme  confederate  —  non  poteva,  per  le  cose  temporali,  cer- 
carsi dal  pubblicista  del  XIV  secolo  in  altra  Autorità  da 
quella  in  fuori  dell'  Impero  :  della  Monarchia  universale  —  re- 
taggio, al  veder  suo,  legittimamente  disceso  ai  posteri  dal 
Popolo  Romano,  che  n'ebbe,  per  suo  senno  e  virtù,  il  privi- 
legio della  Divinità,  e  che  né  investì  il  ministerio  ne'  suoi  ma- 
gistrati, per  la  concordia  e  per  la  pace  dell'umana  famiglia. 

Ma,  facendosi  a  proporre  il  suo  tema,  avverte  sin  da  prin- 
cipio tre  dubbi  che  si  movevano  alla  sua  sentenza  :  e  cioè, 
primo,  se  l' autorità  imperiale  fosse  al  ben  essere  del  mondo 
necessaria:  secondo,  se  il  Romano  Popolo  ragionevolmente  si 
attribuì  1'  officio  della  monarchia  :  terzo,  se  1'  autorità  della 
monarchia  dipende  senza  mezzo  da  Dio  o  da  alcun  suo  mi- 
nistro 0  vicario.  E  a  questi  dubbi  risponde  partitamente  ne' tre 
libri  de'  quali  si  compone  il  Trattato. 

Lasciamo  da  parte  ciò  che,  nel  ragionamento  di  Dante, 
appartiene  alla  dialettica  dell'età  sua  :  le  ragioni  tratte  dalla 
politica  di  Aristotile  ed  applicate  alla  dominazione  di  Roma, 
come  a  legittimo  privilegio  di  morale  superiorità;  gli  argo- 
menti dedotti  dalla  elezione  del  Cristo,  di  nascere  è  morire 
suddito  dell'  Impero,  e  dalle  fortunate  gesta  de'  Romani  — 
indizio,  nell'opinion  sua,  di  un  preordinato  disegno  della 
Provvidenza  :  *  né  tratteniamoci  sulla  questione  dei  distinti 
fini  ed  uffici  delle  due  potestà,  rispetto  alla  condotta  delle 

La  stessa  idea  si  riscontra  nel  Convito,  II,  2,  4,  e  in  altri  lucTghi.  E,  nel 
primo  canto  del  Paradiso,  splende  riprodotta  in  questi  versi; 

Le  cose  tutte  quante 

Hann* ordine  tra  loro:  e  questo  è  forma 
Che  r  Universo  a  Dio  fa  somigliante. 

Qui  veggion  l'alte  creature  l'orma 
Dell'eterno  valore,  il  quale  è  fine, 
Al  quale  è  fatta  la  toccata  norma. 

Nell'ordine  ch'io  dico  sono  accline 
Tutte  nature,  per  diverse  sorti 
Più,  al  principio  loro,  e  men  vicine: 

Onde  si  movono  a  diversi  porti 
Per  lo  gran  mar  dell'essere,  e  ciascuna 
Con  istinto  a  lei  dato  che  la  porti. 

{Nota  dell* Autore,) 
*  De  Monarchia,  II.  —  {Nota  delV Autore.) 


226  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

cose  umane,*  sulla  origine  e  indipendenza  politica  dell'auto- 
rità imperiale,  come  anteriore  alla  istituzione  del  Papato, 
sulla  inalienabilità  del  ministero  conferito  dal  Popolo  prin- 
cipe a'  suoi  eletti,  e  sulla  conseguente  nullità  della  presunta 
donazione  di  Costantino. 

Sono  questioni  e  forme  peculiari  dell'argomento  scolastico 
di  que'  tempi,  che  s' incontrano,  non  solo  in  Dante,  ma  in 
tutti  i  giuristi  suoi  contemporanei;  e  che,  risolte  oggimai 
della  progredita  civiltà,  poco  importano  al  nostro  assunto. 

Ma  io  debbo  mettere  in  evidenza  dinanzi  a  voi  la  parte 
viva  e  imperitura  della  idea  civile,  che  in  quelle  forme  si 
vela:  il  che  farò  brevemente. 

Dante  deduce,  come  ho  detto,  dal  suo  Ideale  storico  del- 
l'Impero  Romano,  i  titoli  giuridici  della  monarchia  univer- 
sale :  la  forma,  cioè,  del  Diritto.  Ma  i  suoi  pensamenti  sulla 
sostanza  del  moto  civile,  che  sotto  quella  forma  devono  at- 
tuarsi, sono  nuovi  e  singolari  per  l'età  nella  quale  la  sua 
mente  li  concepì.  Levandosi  ad  una  altezza,  d' onde  sembra 
voler  misurare  tutto  il  cammino  della  Umanità  nel  tempo  e 
nello  spazio.  Dante  —  quasi  Giano  del  civile  progresso  — 
guarda  da  un  lato  alla  tradizione  delle  età  trascorse,  e  pe- 
netra dall'altro  ne' destini  dell'avvenire. 

Il  fine  ultimo  della  civiltà  —  Egli  dice  —  è  1'  attuazione 
délV intelletto  possibile  dell'Uomo  —  cioè,  lo  svolgimento  della 
potenza  indefinita  delle  sue  facoltà,  nella  speculazione,  nella 
pratica  e  nell'affetto,  mercè  la  cooperazione  dell'umana  uni- 
versità: —  in  altri  termini,  mercè  i  congiunti  uflScì  del  mondo 
delle  Nazioni.  L'ultimo  grado  della  potenza  umana,  che  è  po- 
tenza e  virtù  intellettiva,  la  quale  per  estensione  —  com'  Egli 
si  esprime  —  cioè  per  applicazione,  diventa  intelletto  pratico, 
<  non  può  essere  >  —  sono  sue  parole,  e  mi  valgo  a  comuni- 
carvele della  Traduzione  di  Marco  Ficino  —  <  né  da  un  uomo 
né  da  una  famiglia  né  da  una  vicinanza  né  da  un  Regno 
particolare  raggiunto  :  >  necessaria  quindi  la  universalità 
della  cooperazione  sociale  ;  essendo  appunto  l' umana  specie 
ordinata  in  tanta  moltitudine,  affinchè  la  detta  virtù  intel- 
lettiva possa,  mediante  il  continuo  commercio  delle  idee  e 
delle  opere  sue,  tutta  in  atto  ridursi.* 

*  De  Monarchia,  III.  —  {Noia  dell'Autore.) 

*  «  Nunc...  videndum  est,  quid  sit  finis  totius  humanse  civilitatis  :.. 
et  ad  evidentiam  ejua  quod  queritur,  advertendum,  quod....  alius  est  finis 


LETTURA  SECONDA.  227 

Stabilito  questo  fine  della  civiltà,  Dante  cerca  le  condi- 
zioni e  le  guarentigie  che  devono  aiutar  V  Uomo  a  prose- 
guirlo :  e  pone  le  prime  nella  pace  universale,  perchè  solo  in 
tranquillità  e  di  pace,  l'umano  genere  —  Egli  dice  —  alla  sua 
propria  operazione  liberamente  e  facilmente  perviene  :  >*  e  nella 
graduata  rispondenza  delle  libeje  e  proprie  funzioni  de'speciali 
consorzi  e  Stati,  col  fine  ultimo  della  generale  associazione  :  * 
pone  le  seconde  in  una  suprema  autorità  di  ragione,  immune, 
pel  suo  alto  grado,  da  ogni  tentazione  di  personali  passioni; 
la  quale  mantenga,  co'  suoi  giudizi,  le  .giuste  relazioni  delle 
parti  fra  loro  e  col  tutto:  <  perchè,  non  potendo  l'una  giu- 
dicare dell'altra  essendo  pari,  bisogna  che  sia  un  terzo  di 
più  ampia  giurisdizione,  che  sopra  amendue  signo/eggi  ;  >  '  e 
che  nella  sua  giurisdizione,  sia  unità,  senza  la  quale  non  vi 
sarebbe  concordia  e  stabilità  dì  giudizio. 

ad  quem  singularem  hominem,  alius  ad  quem  (natura)  ordinai  domesticam 
communitatem,  aUiis  ad  quem  viciniam,  et  alius  ad  quem  civitatem;  et 
alius  ad  quem  regnum:  et  denique  optimus  ad  quem  utiliter  genus  hu- 
manum,  Deus  seternus  arte  sua^  qusB  natura  est,  in  esse  producit....  Propter 
quod  sciendum  primo,  quod  Deus  et  natura  nil  otiosum  facit,  sed  quicquid 
prodi t  in  esse,  est  ad  aliquam  operationem....  Est  ergo  aliqua  propria 
operatio  humanse  universitatis,  ad  quam  ipsa  universitas  hominum  in 
tanta  moltitudine  ordinatur.:  ad  quam  quidem  operationem  nec  homo 
unus,  nec  domus  una,  nec  vicinia,  nec  una  ciyitas,  nec  regnum  particulare 
pertingere  pò  test.  Quse  autem  sit  illa,  manifestum  fiet,  si  ultimum  de  po- 
tentia  totius  humanitatis  appareat....  quod  est  potentìa  sive  virtus  intel- 
lectiva.  Et  quia  potentia  isia  per  unum  hominem,  aeu  per  aliquam  particu- 
larium  eommunitatum  superius  diatinctorum,  tota  aimul  in  actum  reduci  non 
potestf  necesse  est  muUitudinem  esse  in  humano  genere,  per  quam  quidem  tota 
potentia  hcee  actuetur.... 

»  Satis  declaratum  est,  quod  proprium  opus  humani  generis  totaliter 
acceptif  estactuare  semper  totam  potentiam  intellectus  possibilis  per  prius  ad 
speculandum,  et  secundario  propter  hoc  ad  operandum  per  suam  extensionem.  > 
{Monarchia,  I.)  —  {Nota  dell'Autore.) 

'  «  ....  genus  humanum  in  quiete  sive  tranquillitate  pacis  ad  proprium 
suum  opus,  quod  fere  divinum  est,  liberrime  atque  facillime  se  habet. 
Unde  manifestum  est,  quod  pax  universalis  est  optimum  eorum  qufe 
nostram  beatitudinem  ordinantur.  >  (Ibid.,  I.)  —  {Nota  delV Autore,) 

'  < ....  cum  dicitur,  humanum  genus  potest  regi  per  unum  supremum 
principem,  non  sic  intelligendum  est,  ut  minima  judicia  cujuscumque 
municipii  ab  ìlio  uno  immediate  prodire  possint....  Habent  namque  nationes, 
regna  et  civitates,  inter  se  proprietates,  quas  legibus  differentibtis  regulari 
oportet.,.,  sed  sic  intelligendum  est,  ut  humanum  genus  secundum  sua 
communio  quce  omnibus  competunt,  ab  eo  regatur,  et  communi  regula  gu- 
bernetur  ad  pacem.  »  (Ibid.,  I.)  —  {Nota  delV Autore.) 

'  «  Ubicumque  potest  esse  litigium,  ibi  debet  esse  judicium  :  alitcr 
esset  imperfeotum,  sine  proprio  perfecto  :  quod  est  impossibile;  cum  Deus 
et  natura  in  necessariis  non  deficiat.  Inter  omnes  duos  principes,  quorum 
alter  alterì  minime  subjectus  est,  potest  esse  litigium,  yel  culpa  ipsorum, 
vai  subditorum....  Ergo  inter  tales  oportet  esse  judicium,  et  cum  alter  de 
altero  cognoscere  non  possit,  ex  quo  alter  alteri  non  subditur  (nam  par  in 
parem  non  habet  imperium)  oportet  esse  tertium  Jurisdictionis  ampliar is,  qui 
amhitu  sui  Juris  ambobus  principetur,  >  (Ibid.,  I.)  —  {Nota  dell* Autore.) 


;.4i^L_^. 


228  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Dante  non  poteva,  a'  suoi  tempi,  preconcepire  una  idea 
che  spunta  appena  a' di  nostri  sull'orizzonte  della  scienza 
politica  :  quella,  cioè,  della  istituzione  di  un  magistrato  elet- 
tivo di  arbitri  civili  e  pacifici,  delegati  a  risolvere  liti  inter- 
nazionali e  a  custodire  il  comune  Diritto.  Avea  Egli  invece 
dietro  di  sé  Timmagine,  idealizzata  dalla  leggenda  popolare, 
della  giustizia  e  maestà  del  Romano  Impero;  e,  conforme 
alla  mente  giuridica  dell'  età  sua,  ad  essa  ricorse  come  a  si- 
curo porto,  fra  le  tempeste  del  secolo  in  cui  visse. 

Ma  notate  che  Dante,  nel  suo  concetto  della  sovranità 
imperiale  e  della  subordinata  autorità  dei  re,  Signori  e  ma- 
gistrati cittadini,  deputati  ad  amministrare  i  Popoli  nella 
cerchia  dell'  Impero,  non  lascia  luogo  al  libito  de'  reggitori, 
ma  sottomette  ogni  potere  alla  ragione  e  alla  legge.  La  so- 
vranità imperiale  di  Dante  non  è  la  sovranità  bisantina  né 
la  sovranità  barbara  di  Federico  Barbarossa,  prima  che  il 
patto  di  Costanza  vi  ponesse  freno  :  ma  la  sovranità  di  ra- 
gion politica,  ordinata  per  legge  alla  comune  utilità.  E  la 
legge  non  è  il  beneplacito  del  Principe;  ma  è  norma  di  ra- 
gion morale  e  formola  di  Pubblico  Diritto,  d'origine  popo- 
lare, intesa  al  fine  civile  per  cui  è  costituita  la  sovrana  auto- 
rità. <  Non  sono  i  cittadini  pei  consoli  né  la  gente  pel  re,  ma 
per  lo  contrario,  i  consoli  sono  per  i  cittadini,  e  il  re,  per  la 
gente  :  >  non  enim  cives  propter  consules,  nec  gens  propter 
Begem;  sed  e  converso,  Consules  propter  cives,  Bex  propter 
gentem,  <  Perocché,  come  non  è  la  civiltà  a  fine  delle  leggi 
ma  anzi  le  leggi  a  fine  di  civiltà,  così  quelli  che  vivono  se- 
condo le  leggi  non  sono  ordinati  a  colui  che  pone  le  leggi, 
ma  colui  a  questi,  come  ancora  piace  ad  Aristotite  nella  Po- 
litica. >  Così  Egli,  e  prosegue  :  —  <  Di  qui  ancora  è  chiaro 
che,  benché  il  consolo  e  il  re,  per  rispetto  alla  via,  sieno 
signori  degli  altri  ;  nientedimeno,  per  rispetto  al  termine,  sono 
degli  altri  ministri;  e  massime  il  monarca,  il  quale  senza 
dubbio  dee  essere  estimato  di  tutti  ministro  :  et  maxime  Jfo- 
narcha:  qui  ministeì*  omnium  procul  dubio  habendus  est.y^ 

*  «  .,,,polUice  rectce  Ubertatem  intenduntf  scilicet  ut  homlnes  propter  se 
sint.  Non  enim  cives  propter  consules  etc...  Quia  quemadmodum  non  pò- 
litìa  ad  leges,  quinimo  leges  ad  politiam  ponuntur  :  sic  aecundum  legem 
viventes,  non  ad  legislatorum  ordlnantur,  sed  magis  ilìe  ad  hos:  ut  et  Philo- 
sopho  placet....  Hinc  etiam  patet,  quod  quamvis  consul  sive  Rex,  respectu 
viae,  sint  domini  aliorum,  respectu  autem  termini  aliorum  ministri  sunt  : 
et  maxime  Monarcha  etc...  »  {Monarchia,  I.)  —  [Nota  deìV Autore.) 


LETTURA  SECONDA.  229 

Questa  definizione  della  Sovranità  politica  o  legalcy  come 
distinta  dalla  sovranità  di  privato  arbitrio  e  non  soggetta 
alle  leggi  —  legihus  soluta  —  già  si  riscontra  in  San  Tommaso 
€  in  Egidio  Colonna,  e  in  altri  pubblicisti  del  tempo;  ed  era 
indizio  del  progresso  delle  idee  di  Diritto,  pe'  lumi  tratti  da 
quel  tanto  che  si  conosceva  a  que'  giorni  delle  dottrine  di 
Aristotile,*  di  Cicerone  e  d'altri  antichi.  I  principi  dell'umana 
ragione  riaflFermavano  la  loro  virtù  contro  l'autorità  della 
forma  giustinianea  ;  e  il  dubbio  onde  il  buon  Bulgaro  vostro 
spiacque,  nella  Dieta  di  Roncaglia,  al  Teutonio  Sire,  ricevea 
conforto  dalle  tradizioni  dell'antica  sapienza  e  libertà.*  Le 
Università  degli  studi  erano  a  que'  tempi  —  come  suona  il 
nome  —  grandi  centri  di  commercio  intellettuale  fra  le  Na- 
zioni d' Europa,'  e  l'uso  comune  della  lingua  latina  efficace 
mezzo  alla  circolazione  delle  idee.  Non  è  quindi  da  meravi- 
gliare se  i  principi  di  Tommaso  d'Aquino,  di  Egidio  Colonna 
e  di  Dante,  sul  poter  regio,  furono  quasi  con  identiche  pa- 
role propugnati  dai  giureconsulti  inglesi  dei  secoli  XIII,  XIV 
e  XV,  in  difesa  delle  natie  libertà  della  stirpe  Anglo-Sassone, 
contro  la  Teorica  del  Basso  Impero.  Bracton  '  dice  :  <  Il  Re 


*  e  ....  ut  et  Philosopho  placet,  in  iis  qu(e  de  presenti  materice  nólis  ah 
€0  relieta  sunt.  »  {Monarchia,)  —  [Nota  dell'Autore.) 

^  È  nota  la  tradizione  che,  al  tempo  della  Dieta  di  Roncaglia,  Federigo 
Barbarossa,  cavalcando  un  giorno  in  compagnia  di  Bulgaro  e  di  Mar- 
tino, si  facesse  a  chieder  loro  se,  per  legge,  egli  fosse  padrone  del  mondo, 
mundi  dominua.  Al  che  Bulgaro  rispose  negativamente,  quanto  alla  pro- 
prietà ;  Martino  il  contrario,  e  n*ebbe  in  premio  dall'Imperatore  il  destriero 
su  «ui  questi  cavalcava.  D'onde  la  fama  di  giusto  e  liberale  associata,  nella 
leggenda  popolare,  alla  memoria  del  primo,  e  di  adulatore  a  quella  del 
secondo.  —  {Nota  dell'  Autore.) 

'  Henry  de  Bracton,  uno  de'  più  antichi  giureconsulti  inglesi.  Studiò 
leggi  in  Oxford,  e  fiori  nel  mezzo  del  tredicesimo  secolo,  sotto  Enrico  III. 
La  sua  grande  opera  De  legibua  et  consuetudinibua  Anglice  fu,  sino  ai  tempi 
di  Coke,  il  testo  più  autorevole  in  Inghilterra  per  gli  studiosi  delle  isti- 
tuzioni nazionali,  sebbene  lo  accusassero  di  troppa  predilezione  pel  Diritto 
Civile  e  pel  Diritto  Canonico.  Riguardo  all'azione  esercitata,  sin  da  prin- 
cipio» dal  risorto  studio  delle  Leggi  Romane  sulla  giurisprudenza  delle 
nuove  genti  europee  —  non  esclusa  la  Nazione  inglese  —  Blackstone,  fra 
gli  altri,  dice  :  <  Molti  Popoli  del  Continente,  cominciando  allora  (XI, 
XII  sec.)  a  riaversi  dagli  sconvolgimenti  che  seguirono  la  caduta  del  Ro- 
mano Impero,  e  ad  ordinarsi  di  mano  in  mano,  sotto  forme  pacifiche  di 
reggimento,  adottarono  la  LeggQ  Civile  (ch'era  il  miglior  sistema  di  leggi 
scritte  che  a  quei  giorni  si  conoscesse),  facendone  la  base  di  loro  costitu- 
zioni, ed  intrecciandola  ai  loro  costumi  feudali,  dove  con  più  larga,  dove 
con  più  ristretta  autorità.  Né  corse  gran  tempo  che  quella  prevalente 
tendenza  penetrò  anche  in  Inghilterra  :  perchè  Teobaldo,  un  abate  nor- 
manno eletto  arcivescovo  di  Canterbury  e  deditissimo  a  quel  nuovo  studio, 
condusse  seco,  con  la  sua  Corte,  molti  dotti  cultori  delle  romane  leggi; 
e,  fra  questi,  Ruggero  sopranominato  Vacarlo  (di  nazione  lombarda),  ch'egli 


'*\W" 


230  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

deve  sottostare  alla  Legge,  perchè  la  Legge  fa  il  Re:  Lex 
facit  Regem:  non  v'  è  Re  vero  là  dove  regnano,  in  luogo  della 
^^g^^t  la  volontà  e  l'arbitrio.  Il  Re  non  può,  se  non  quello 
che  gli  è  dalla  Legge  concesso  :  Bex  nihil  potest  nisi  quod 
jurepotest.  >  E  Fortescue*  ne' suoi  ammaestramenti  al  figlio 
di  Enrico  VI  :  «Un  re  d' Inghilterra  non  può  a  piacer  suo 
alterare  la  legge  del  Paese,  perocché  la  natura  del  suo  Governo 
non  sia  regia  soltanto  ma  politica....  >  e,  contrapponendo  la 
dottrina  del  Governo  legittimo  alla  definizione  di  Giustiniano, 
cita,  a  sostegno  de'  suoi  consigli  all'erede  del  trono,  la  sen- 
tenza di  Tommaso  d'Aquino  contro  la  tirannide  regia:  sui 
quali  fondamenti  la  Nazione  Britannica  venne  poi  costruendo 
tutto  l'ordinamento  delle  sue  franchigie.  Dopo  di  che  è  lecito 
chiederci,  se  si  apponesse  al  vero  chi  asserì  privi  della  co- 
scienza del  Diritto  que'  nostri  padri  che,  sin  da  que'  primi 
secoli  del  risorto  incivilimento,  ne  furono  interpreti  e  mostra- 
tori  agli  stranieri;*  e  se,  più  che  in  loro,  non  sia  tale  co- 
scienza, in  molti  di  noi  moderni,  miseramente  oscurata. 

deputò  ad  insegnarle  neir  Università  di  Oxford.  »  Così  Black,  Comment 
on  the  Latcs  of  England,  voi.  I,  sez.  I,  §  18,  suirautorità  di  Gervasio  Doro- 
bernense,  citato  in  proposito  anche  da  Muratobi,  Antiq.  Ital,,  diss.  XLIV. 
—  (Nota  difir Autore,) 

*  John  Fortescue,  celebre  giureconsulto  de' tempi  di  Enrico  Vl(sec.XV) 
e  istitutore  di  Edoardo  (che  fu  poi  IV  di  tal  nome,  sul  trono  d' Inghil- 
terra), pel  quale  scrisse  il  libro  De  laudibus  Anglice,  documento  di  grande 
importanza,  come  saggio  del  progresso  delle  idee  di  diritto,  e  delle  con- 
dizioni della  società  inglese,  a  que'  giorni.  —  {Nota  dell'Autore,) 

^  A  determinare  vie  meglio  la  iniziazione  italiana  della  nuova  coltura, 
e  in  particolare  delle  discipline  filosofiche  e  giuridiche  fra  le  genti  europee 
nel  medio-evo,  giovi  la  seguente  serie  di  date. 

Lanfranco  (di  Pavia)  e  Anselmo  (d'Aosta)  recano,  prima  in  Francia, 
indi  in  Inghilterra,  i  primi  lumi  della  Filosofia  e  delle  Lettere,  nella  se- 
conda metà  del  secolo  XI  :  <  Exivit  fama  ejus  (di  Lanfranco)  in  remotiesima» 
Latinitatia  plagaa  —  dice  il  Malmesburìense  —  eratque  Beeettm  magnum  et 
fatnosum  Lileraturce  Gymnasium,  »  E  Alberico,  monaco  de'  Tre  Fonti,  nella 
Cronica  all'anno  1060  scrive  :  <  Philosophiam,  idest  Sapientiamy  pervenisse 
ad  Galliaj  in  diehua  illustrium  virorum  Lanf ranci  et  Anselmi,  »  Vedi  Mura- 
tori, diss.  citata. 

Irnerio  fonda  a  Bologna  lo  studio  del  Diritto  Civile,  nei  primi  lustri 
del  secolo  XII. 

Trentanni  dopo  lui,  fioriscono  nella  Università  bolognese  i  quattro  fa> 
mosi  dottori  della  Dieta  di  Roncaglia  (anno  1158),  de'  quali  Bulgaro  fu  il  pia 
liberale  e  più  stimato  da'  suoi  contemporanei,  che  lo  chiamarono  os  aureum. 

Poco  stante,  la  Lega  Lombarda  conferma,  nelle  città  federate,  il  senso- 
giuridico  delle  acquisite  franchigie  contro  le  pretese  imperiali. 

La  Pace  e  il  Patto  di  Costanza  (giugno  1183)  ^stabiliscono  la  prima  de- 
finizione delle  libertà  popolari  in  Europa,  contro  la  potestà  imperiale  e 
regia,  e  precedono  di  32  anni  la  Convenzione  [Magna  Charta)  fr/t  i  Baroni 
d'Inghilterra  e  il  re  Giovanni  a  Runnymede  (19  giugno  1215). 

Pier  delle  Vigne,  autore  delle  Costituzioni  di  Federigo  II,  Taddeo  dì 
Sessa,  suo  difensore  nel  Concilio  di  Lione,  e  Tommaso  d'Aquino,  vivevano- 


LETTURA  SECONDA.  231 

Ma,  se  Dante  ha  precursori  e  compagni  nella  dottrina 
della  sovranità  legale  o  del  Diritto  Pubblico  interno,  Egli  fu 
solo  —  s' io  non  m' inganno  —  a  dare  inizio  alla  idea  di  un 
Diritto  Pubblico  esterno  o  delle  genti  in  Europa,  disegnando 
ne'  Libri  della  Monarchia  un  vero  ordinamento  giuridico  di 
mutue  funzioni  fra  gli  Stati,  indipendente  dall'autorità  della 
Chiesa  e  fondato  sull'armonia  della  libertà  delle  parti  con 
gli  obblighi  della  comune  giustizia.  E,  più  ancora,  Egli  di- 
vinò per  intuito  proprio,  come  abbiamo  veduto,  la  legge  del 
divino  progresso  ;  nel  che  non  ebbe  guida  dall'Antichità,  af- 
fatto ignara  di  tal  legge;  né  —  s'io  non  erro,  —  dal  Cristiane- 
simo che  all'unica  rivelazione  e  al  conseguente  magistero  di 
un  sacerdozio  privilegiato  assoggetta  la  capacità  dell'intel- 
letto civile  de'  Popoli.  Invero,  la  idea  eh'  Egli  scorse  fra  le 
sacre  ombre  àel  medio-evo  fu  come  un  lampo  della  mente 
divina  alla  profetica  virtù  del  suo  genio  ;  e  per  essa  il  suo 
pensiero  prevenne  di  cinque  secoli,  con  un  sublime  presagio, 
i  tentativi  odierni  di  una  scienza  dell'Umanità,  sussidiata 
dalla  esperienza  della  Storia. 

L'alto  e  solitario  intelletto  del  Poeta  mondiale  presentì  i 
destini  della  universale  civiltà  :  e,  per  l' Italia  —  a  cui  diede 
l'unità  della  lingua  *  e  del  pensiero  —  la  potenza  della  sua 
parola  e  l'esempio  della  sua  vita  animarono,  d'età  in  età,  la 
coscienza  del  patrio  vincolo  :  accesero  al  secol  nostro,  nella 
grande  anima  di  Giuseppe  Mazzini,*  l' eroica  fede  ond'  egli 


al  tempo  di  Bracton,  e  quest'ultimo  studiava  in  Oxford  quando  la  scuola 
di  Diritto,  in  quella  nascente  Uoiversità,  prendeva  le  sue  ispirazioni  da 
Bologna,  da  Montpellier  e  da  Parigi.  Vedi  Blackstone,  loc.  cit  ;  id.  Hallam, 
State  of  Europe  during  the  Mtddle-Jges,  voi.  Ili,  cap.  IX,  parte  II. 

Dante  ed  Egidio  Colonna  che  insegnò  a  Parigi  (detto  anche  Egidio  Ro* 
mano)  contemporanei  tra  loro  (trecento)  e  anteriori  di  più  d'un  secolo  a 
Fortescue  (quattrocento).  —  (Nota  dell'Autore.) 

*  Vedi  il  suo  libro  De  vulgari  eloquio,  —  {Nota  dell'Autore.) 
^  Chi  legga  nel  quarto  volume  degli  Scritti  di  Giuseppe  Mazzini  (Mi- 
lano^ G.  Daelli  editore,  anno  1862),  V  articolo  sulle  Opere  minori  di  Dante 
—  da  lui  dettato  per  una  Rivista  inglese  sin  dal  1844  —  comprenderà  quanta 
parte  del  pensiero  e  dell'anima  dell'Esule  fiorentino  del  secolo  XIV  fos- 
sero» per  così  dire,  trasfusi  nel  pensiero  e  nell'anima  dell'Esule  italiano 
del  nostro  secolo.  Mazzini  sottrae  i  veri  intendimenti  delle  dottrine  reli- 
giose, politiche  e  civili  di  Dante  alle  pedanterie  de'  commentatori,  e  alle 
monche  e  pregiudicate  interpretazioni  che  ne  correvano  a  quel  tempo  :  e, 
contro  chi  —  secondo  il  proprio  talento — accusava  il  grand' Esule  di  ere- 
tico e  lo  esaltava  a  stretto  cattolico,  ed  or  guelfo  or  ghibellino,  d'indole 
varia  e  mutabile,  dimostra  com'Ei  fosse  cristiano  eà.  italiano,  inteso  ad 
altìssimo  fine  di  Patria  e  di  universale  civiltà  sopra  le  cieche  passioni  e 
le  insane  parti  deU'età  sua,  e  però  sempre  coerente  con  sé  stesso,  e  sto- 
rico e  profeta  insieme.  E  quanto  all'  intima  e  genuina  ispirazione  che  anima> 


i^éflfSiSkv^' 


232  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

incarnò  in  idea,  precorrendo  al  fatto,  la  Patria  aspettata  :  e 
furono  il  vero,  il  primo  inizio  di  quella  forza  ideale  che,  di- 
venuta necessità  storica,  sospinse  un  Popolo  intero  all'opera 
del  proprio  riscatto. 

Ma  raccogliamo  il  corso  delle  nostre  considerazioni,  dai 
molteplici  aspetti  del  tema  al  suo  principale  obbietto,  pro- 
seguendo con  rapido  passo  la  via  sulla  quale  procedette  — 
intesa  da  pochi  ingegni  privilegiati,  conculcata  sovente  da 
Principi  e  Popoli  —  la  idea  della  internazionale  giustizia. 

L'ordinamento  teocratico  e  feudale  del  medio-evo  dovea, 
per  le  cagiohi  dette,  dissolversi;  le  forze  vive  sott'esso  con- 
giunte —  Signori,  Comuni,  Stati  —  individuandosi  e  seguendo 
ciascuna  la  propria  natura,  tendeva  ad  appropriarsi  di  fatto 
qualche  frammento  della  dispersa  sovranità  di  diritto.  Dove 
era  equazione  fra  l'ufficio  regio  e  l'ambito  proprio  della  vita 
nazionale,  poterono  per  tempo  com  porsi,  con  ordini  più  o 
meno  saldi  d' interna  unità.  Stati  distinti  ed  autonomi.  Così 
Francia,  Inghilterra,  Danimarca,  Svezia  e  Norvegia,  sin  dai 
primi  secoli  dopo  il  mille  ;  e,  nel  XV  secolo,  la  Nazione  Spa- 
gnuola  —  cacciati  i  Mori  —  acquistarono  stato  indipendente: 
mentre,  dall'altra  banda,  una  famiglia  surta  da  piccor ceppo 


ne*  suoi  Canti  immortali,  la  forma  deU'Arte,  questo  scritto  di  Mazzini  po- 
trebbe trionfalmente  contrapporsi  —  come  vendicazione  del  genio  italiano 
—  alle  inezie  del  Mommsen,  se  la  luce  del  giorno  avesse  bisogno  d'essere 
affermata  contro  chi  non  la  vede.  Che  invero  ha  ragione  l'illustre  Vallauri 
di  esclamare  nella  sua  eloquente  Orazione  De  italorum  doctrina  a  calum- 
nii8  vin^icata  :  <  Àligherii  ornatum  virilemj  fortem,  sanguine  et  viribua  ni- 
tentem  criminari,  per  inde  oc  ai  rhetoricam  redundantiam  et  colorem  fuco  enten- 
titum  prceaeferat,  ea  vero  extremo  inscitia  est...,  »  E  con  egual  ragione  l'egregio 
uomo  non  sa  attribuire  lo  spregio  del  critico  alemanno  per  Cicerone  — 
malgrado  la  sua  grande  conoscenza  delle  antichità  e  delle  lettere  latine,  — 
se  non  a  gravezza  d'intelletto,  chiuso  al  senso  del  vero  e  del  bello  dal- 
l'ingombro della  sua  stessa  erudizione.  Ma  questi  erramenti  de'  particolari 
giudizi  di  taluni  fra  1  dotti,  contro  il  comune  giudizio  delle  età  passate 
e  della  presente,  vogliono  annoverarsi  fra  le  curiosità  dell'  umana  natura, 
vuoi  per  infermità  di  sentire  o  per  vaghezza  del  singolare  e  dello  strano; 
né  varrebbero  la  pena  del  riprenderli,  se  non  giovasse  mettere  in  guar- 
dia i  giovani  dati  agli  studi,  contro  la  soverchia  ammirazione  delle  cose 
forestiere  e  la  poca  cura  delle  domestiche. 

Rispetto  a  Dante,  mi  è  qui  grato  di  ricordare  come,  fra  gli  scritti  di 
autori  stranieri  che  mi  è  avvenuto  di  leggere  intorno  all'Altissimo  Poeta, 
uno  de' più  gravi  e  degni  d'esser  posto  accanto  all'articolo  di  Mazzini  sia 
un  Saggio  di  scrittore  .inglese  {Esaay  on  Dante  by  W,  Church),  uscito  alla 
luce  durante  il  mio  esilio,  e  di  cui  diedi  notizia  io  medesimo  nella  divi- 
ata di  Firemèf  diretta  da  Atto  Vannucci,  anni  1867-58.  —  {Nota  deW Autore).* 


*  Vedi  vol.V  della  presente  pubblicazione  Bicordi  e  iScr/Wi,  ec.,pag- 189.  —  {ifota 
dei  Compilatori.) 


LETTURA  SECONDA.  233 

—  quella  di  Asburgo  —  scendendo  da'  suoi  castelli  Alpini  ed 
allargando  a  poco  a  poco  —  per  fortunate  combinazioni  di 
connubi,  di  eredità,  di  rapine  —  i  suoi  possessi  patrimoniali 
fra  Popoli  diversi,  fondava  il  mal  composto  Impero  su  brani 
di  territori,  divelti  da  Nazioni  non  ancora  costituite:  la  te- 
desca, l'italica,  la  slava. 

Italia  e  Germania,  rimaste  —  per  tradizioni  ed  eventi  — 
giuoco  alle  due  potestà  che  in  esse  avean  sede  e  giurisdi- 
zione promiscua,  furono  per  tal  cagione  destituite  di  un  centro 
proprio  intorno  al  quale  raccogliere  con  durevol  nodo  le  fila 
de'  loro  interni  istituti  ;  dacché  Pontificato  ed  Impero  non 
potevano,  per  la  universalità  de'  loro  titoli,  circoscrivere  la 
loro  autorità  ne'  confini  di  una  Nazione  particolare  ;  né  scin- 
dere, di  qua  e  di  là  dall'Alpi,  le  loro  ragioni.  E  l'ideale 
stesso  della  cattolica  unità  creò  —  segnatamente  in  Italia, 
antica  stanza  del  mondiale  concetto  —  quello  spirito  cosmo- 
politico che  fu  l'origine  delle  nostre  glorie  e  delle  nostre 
sventure  ad  un  tempo,  facendoci  cittadini  del  mondo  e  liberti 
in  casa  nostra.  In  Germania,  per  simil  cagione,  se  il  natio 
vigore  della  stirpe  —  di  cui  Tacito  comprese  e  quasi  invidiò 
il  libero  costume  —  potè,  come  meno  esposto  all'arti  di  Roma 
Papale,  risorgere  in  parte  ed  affermarsi  nella  protesta  del 
secolo  XVI,  lo  Stato  nazionale  non  riuscì  però  a  vincolo  più 
saldo  di  quello  di  una  mal  proporzionata  confederazione  di 
parti  incongrue  e  facilmente  soggette  ad  ingerenze  straniere. 
Di  che  seguì  che  le  regioni  medie  d' Europa,  dalle  prode  del 
Mare  Settentrionale  e  del  Baltico  a  quelle  del  Mar  Siculo  e 
dell' Jonio,  rimasero  —  siccome  prive  di  nazionali  ordini  e 
ripari  —  campo  aperto  alle  rivalità  e  alle  guerre  delle  grandi 
monarchie  militari  che,  dal  principio  del  secolo  XVI  insin 
quasi  a'  dì  nostri,  si  disputarono  le  spoglie  del  Sacro  Romano 
Impero  e  il  primato  d' Europa. 

E  quando,  al  cadere  del  secolo  XV,  la  gallica  vanità  di 
Carlo  Vili,  allettata  dal  mal  consiglio  di  un  traditore  ita- 
liano, trasse  argomento  da  un  vieto  titolo  di  eredità  dina- 
stica sulla  corona  di  Napoli  a  quella  scorreria  che  fu  la  prima 
origine  delle  nostre  calamità  e  delle  secolari  contese  dei  mo- 
narchi europei,  la  Patria  nostra  non  Bbbe,  fra  le  private  cu- 
pidità de'  suoi  Principi  e  gì'  improvvidi  egoismi  delle  sue 
repubbliche,  alcun  valido  schermo  alla  rovina  della  sua  indi- 
pendenza e  libertà. 

xn.  16 


234  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Giudicheremmo  però  troppo  severamente  i  nostri  maggiori 
del  sesto  decimo  secolo  recando  tutta  intera  la  cagione  della 
loro  caduta  a  difetto  di  morale  virtù.  Vizi  grandi  ebbe  Quella 
età;  e,  fra  noi  Italiani,  il  sorriso  delle  Grazie  e  le  divine 
forme  dell'Arte  li  velarono  di  parvenze  insidiatrici  ad  ogni 
senso  dell'onesto  e  del  retto.  Onde,  fra  i  lenocini  di  una  squi- 
sita coltura,  le  scelleratezze  delle  Corti  italiane  e  della  Curia 
Papale;  i  costumi  della  Mandragola;*  l'utile,  principale  mo- 
vente ne'  consigli  dei  maggiorenti  ;  e  Chiesa  e  Stato  consi- 
derati come  patrimonio  di  privilegiati  a  ingrandimento  di 
private  fortune.  E  nondimeno,  mal  diremmo  al  tutto  spenta 
in  guel  secolo  la  coscienza  della  dignità  cittadina,  dinanzi 
alla  magnanima  difesa  di  Firenze,  all'amor  patrio  di  Miche- 
langiolo,  alla  improvvisa  virtù  di  Ferruccio  e  alla  fermezza 
degli  esuli  che  portavan  seco,  peregrinando,  la  nobiltà  e  la 
speranza  del  nome  repubblicano,  ed  erano  il  fiore  della  civile 
coltura  de'  tempi. 

Né  parrà  contaminata  in  ogni  parte  la  vita  di  que'  nostri 
antenati,  a  chi  legga  i  loro  animosi  fatti  nelle  Storie  del 
Varchi  e  del  Nardi,  e  i  conforti  alle  virtù  del  buon  vivere 
cittadino,  né*  Ricordi  di  Famiglia,  che  i  padri  usavano  la- 
sciare come  legato  di  bontà  civile  ai  loro  figliuoli;  e  di  cui 
i  Dialoghi  di  Leon  Battista  Alberti,  di  Agnolo  Pandolfini  e 
di  Matteo  Palmieri,  esemplificano  la  probità  e  la  saggezza. 
Il  popolo  era,  come  d'ordinario  avviene,  migliore  de'  suoi  reg- 
gitori ;  il  comune  de'  cittadini,  migliore  delle  fazioni  che  tra- 
vagliavano le  città  italiane;  la  religione  della  famiglia,  mi- 
gliore di  quella  della  Chiesa. 

Non  mancarono  per  certo  all'  Italia,  in  quella  età,  le  doti 
dell'ingegno  e  dell'animo  ne' particolari  cittadini,  sì  bene  il 
sentimento  della  nazionale  comunanza  nell'universale  e,  con 
esso,  la  volontà  e  l'abito  dell'operare  insieme.  Nel  che  la  sto- 
ria de' nostri  maggiori  somiglia  quella  dell'antica  Grecia. 
Principi,  magistrati  di  città  libere  ed  uomini  privati,  mentre 
abbracciavano  con  le  loro  cognizioni  tutta  la  tradizione  del- 
l'umano sapere,  e  con  le  loro  operosità  tutto  il  mondo  civile, 
non  sapevano  poi  uscire  con  l'arte  dello  Stato  dai  recinti  di 
lor  principati  o  repubbliche:  né  sacrificare  le  domestiche  e 


*  Vedi,  nella  Mandragola  del  Machiavelli,  la  parte  di  Fra  Timoteo.  — 
{Nota  deW Autore.) 


LETTURA  SECONDA.  235 

municipali  ambizioni  ad  alcun  largo  consiglio  di  comune  di- 
fesa e  sicurtà.  Tanto  che,  anche  sotto  il  flagello  delle  rapine 
straniere,  non  fu  possibile  stringere  fermamente  ad  un  patto 
le  voglie  divise  della  Nazione  contro  la  insolenza  degl'inva- 
sori: preferendo  ciascuno  valersi  del  male  comune  contro 
gl'interni  nemici,  anziché  sorger  tutti  contro  gli  esterni,  a 
cessare  lo  strazio  e  Tonta  della  terra  nativa.  E  indarno  Do- 
nato Giannotti,  consacrando  i  giorni  dell'esilio  allo  studio 
delle  nazionali  sventure,  mostrò  nel  suo  memorabile  Discorso 
a  Papa  Paolo  III*  come  i  Principi  e  le  Repubbliche  d'Italia 
avrebbero  agevolmente  potuto,  associando  consigli  e  forze^ 
liberare  la  Patria  dal  giogo  degli  stranieri,  è  in  particolare 
da  quello  dell'Impero;  che  i  più,  contenti  alla  parziale  si- 
curtà de' loro  domini,  non  curavano  la  indipendenza  della 
Nazione;  o,  peggio,  trescavano  con  gl'invasori  a  ribadire  le 
catene  de'  Popoli  soggetti.  Condizione  di  cose  stupendamente 
descritta,  a'  lor  tempi,  da  Nicolò  Machiavelli  e  da  Francesco 
Guicciardini;  il  primo  de'  quali,  guardando  ai  progressi  delle 
grandi  unità  monarchiche  e  militari  di  Francia,  Austria  e 
Spagna,  misurò  tutto  intero  il  pericolo  dell'Italia  e,  non 
aspettando  ad  essa  salute  dalla  virtù  degli  uomini,  diedesi 
ad  invocarla  dall'ambizione  di  un  tiranno,  che  con  la  forza 
edificasse  il  Diritto  ;  e  il  secondo,  spettatore  della  dissoluzione 
di  un  Popolo  e  partecipe  delle  arti  politiche  che  la  gover- 
nano, ne  ritrasse  con  animo  imperturbato  e  mano  maestra 
i  procedimenti  e  i  caratteri:  non  sì  però  che,  di  tratto  in 
tratto,  non  traspaia  —  nell'uno  e  nell'altro,  di  mezzo  alla  im- 
passibile narrazione  delle  tristizie  dell'età  loro  —  la  luminosa 
coscienza  delle  ragioni  e  delle  virtù  vendicatrici  della  natu- 
rale giustizia.  Che,  al  fato  della  Patria  e  alla  perversità  dei 
tempi,  non  piegò  mai  tutta  intera  nella  nostra  stirpe  la  no- 
biltà della  mente  e  dell'indole  nativa.* 

*  GiAKNOTTi,  Opere,  ediz.  Le  Monnier,  1850.  Voi.  I,  pag.  289  e  seg.  —  {Nota 
delP  Autore.) 

'  Fra  le  opere  uscite  di  recente  alla  luce,  sulle  cose  italiane  de*  due 
secoli  anteriori  alla  perduta  indipendenza,  il  libro  di  Pasquale  Yillari, 
Nicolò  Machiavelli  e  i  suoi  tempi,  parmi  uno  de' più  gravi  e  importanti 
studi,  fatti  dai  nostri,  su  quel  periodo  della  vita  della  Nazione  ;  sì  per  la 
ricchezza  de' materiali  da  lui  con  gran  cura  raccolti,  ad  illustrare  la  storia 
intellettuale,  morale  e  politica  de*  nostri  maggiori,  come  pei  pensamenti 
e  giudizi  deirautore  suU*  indole  e  sulle  tendenze  della  mente  italiana 
a  que' giorni,  e  sulle  cagioni  delle  nostre  sciagure  nazionali.  L'indirizzo,' 
che  sì  fatte  pubblicazioni  danno  agli  studi  patri,  promette  di  levare  Tltalia 
al  grado  a  cui  deve  intendere  neir  arringo  della  coltura  europea.  Ed  io 


•_Uhi£ 


236  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Col  ricadere  dell' Italia  sotto  il  giogo  degli  stranieri,  parve 
infrangersi  ogni  vincolo  di  diritto  e  di  umanità  nelle  rela- 
zioni degli  Stati  europei.  Il  pubblico  giure  del  medio-evo, 
fondato  sulla  comunione  religiosa  e  feudale  de' Regni  cri- 
stiani, era  —  come  abbiam  visto  —  ridotto  a  nome  senza 
soggetto  fra  Stati  indipendenti  di  fatto  e  non  sottoposti  a 
giudice  alcuno  de' loro  litigi.  A  Principi  e  Popoli  era  legge 
l'arbitrio.  Onde,  all'anarchia  nella  quale  si  rimescolarono  a 
que' giorni,  insidiandosi  a  gara,  i  monarchi  d'Europa,  può 
con  ragione  —  malgrado  la  progredita  coltura  —  applicarsi, 
con  Romagnosi,  il  titolo  di  decorata  barbarie. 

Il  principio  dell'eredità  dinastica,  incarnato  in  un  picciol 
numero  di  Case  regnanti  —  imparentate  fra  loro,  —  e  i  ti- 
toli che  risultavano  dai  testamenti  de'  Principi  e  dalle  vicende 
delle  successioni,  divennero  principale  fondamento  al  Diritto 
Pubblico  de'  tempi,  e  obbietto  agli  studi  ed  ai  raggiri  della 
Diplomazia  :  i  Popoli,  materia  alle  ragioni  patrimoniali  de'  Si- 
gnori, come  la  gleba  sulla  quale  vegetavano.  Le  liti  che  di 
tanto  in  tanto  insorgevano  fra  i  sovrani  —  non  più  ministri 
ma  padroni  dei  sudditi  —  erano  risolte,  ne'  più  dei  casi,  ad 
arbitrio  de'  contendenti  ;  o  commesse  talora,  prò  forma^  alle 
consultazioni  dei  giureperiti  più  riputati  e  de' Collegi  legali 
delle  Università,  come  se  si  trattasse  di  cause  private.  E  se 
vi  move  curiosità  di  vedere  questa  disposizione  di  cose  in  un 
esempio  che  tutta  la  illustra,  leggete  —  nel  Libro  XXXIV 
delle  Storie  di  Napoli,  di  Pietro  Giannone  —  i  procedimenti 
seguiti,  alla  morte  del  re  Sebastiano  di  Portogallo,  dai  pre- 
tendenti alla  successione  di  quella  Corona  ;  cioè  da  Filippo  II 
di  Spagna,  dal  re  di  Francia,  dal  Duca  di  Savoia  e  dagli 
altri,  dinasti  che,  per  relazioni  più  o  meno  dirette  di  paren- 
tado, aspiravano  alla  proprietà  di  quel  Regno.  Né  le  eccelse 
prosapie  de'  litiganti  regi  o  ducali  si  curavano  menomamente, 
nelle  lor  gare,  del  voto  de' Popoli  ;  i  quali  —  se  resistevano  alle 
sentenze  de'  barbassori  togati  convertite  in  titoli  di  sovra- 
nità, e  all'armi  dell'occupante  più  fortunato  —  venivano  trat- 
tati come  ribelli  ;  se  vi  si  acquetavano,  erano  tutt'al  più  chia- 
mati a  suggellare,  per  mezzo  di  loro  Ordini  e  Stati  Generali, 

qui  ne  parlo,  perchè  i  giovani  s'invoglino  di  dedurre  dalle  fonti  native, 
più  che  da  commenti  stranieri  non  sempre  fedeli  al  vero,  la  schietta  co- 
noscenza delle  cose  nostre.  Vedi  anche  i  Discorsi  di  Fttippo  Perfetti, 
sulla  Storia  d'Italia,  Prato,  1868.  —  {Nota  delV Autore,) 


LETTURA  SECONDA.  237 

la  fortuna  del  vincitore,  sinché  ai  monarchi  non  piacque  di 
disimpacciarsi  affatto  anche  da  quegli  importuni  avanzi  delle 
antiche  libertà.  Le  quali  poi  —  ricuperate  in  parte,  fra  le  ri- 
voluzioni de' giorni  nostri,  da  paura  o  consiglio  degli  eredi 
delle  vecchie  signorie  —  parvero,  ed  ancor  paiono  a  questa 
età  che  tardi  e  a  fatica  si  risveglia  dall'alto  sonno  de' secoli, 
non  diritto  inalienabile  dell'uomo  civile,  su  cui  non  corre 
prescrizione  a  favore  d'occupanti  sempre  ingiusti,  ma  con- 
cessione e  grazia  di  benigni  padroni. 

Ma  non  ci  sgomenti  l'apparente  trionfo  della  Forza  sul 
Diritto,  ne'  grandi  rivolgimenti  politici  del  secolo  XVI.  Que- 
gli stessi  rivolgimenti  erano  effetto  dello  espandersi  delle 
forze  sociali' sotto  la  violenta  vicenda  delle  ambizioni  e  delle 
guerre  del  tempo.  La  civiltà  prosegue  l'opera  sua:  gli  studi 
risorti  schiudono  all'umano  pensiero  le  fonti  dell'antica  col- 
tura; le  idee  e  le  operosità  de' Popoli  aiutate  dalla  stampa, 
dalle  esplorazioni  marittime  e  dalle  imprese  commerciali  e 
coloniali,  si  allargano  a  compiti  ognor  più  vasti  :  i  vari  ele- 
menti del  sociale  consorzio,  mentre  perdono  da  un  lato  i  loro 
privilegi  sovrani,  acquistano  dall'altro  coscienza  più  definita 
della  loro  inviolabilità  giuridica,  nelle  relazioni  del  Diritto 
privato  ;  e  aspirano  a  parità  di  vantaggi,  di  carichi  e  di  tu- 
tela, nell'ordine  dello  Stato.  Al  vincolo  esteriore  dell'unità 
teocratica,  succede  il  vincolo  spontaneo  e  civile  della  reci- 
procità degli  utili  e  degli  uffici  fra  classe  e  classe,  e  fra  una 
gente  e  l'altra.  Cessano  a  poco  a  poco  le  lotte  intestine.  In 
Fra,ncia,  i  grandi  feudatari  cedono  alla  unità  del  poter  re- 
gio —  cooperanti,  con  questo,  il  Popolo  e  la  Magistratura.  In 
Inghilterra,  nobiltà  territoriale  e  Comuni,  conquistatori  e  con- 
quistati, si  riconcilian  tra  loro  nella  comune  custodia  della 
nativa  libertà;  e  vegliano,  equilibrati  e  concordi,  alla  difesa 
di  lor  privilegi  contro  l'arbitrio  della  Corona.  In  Ispagna, 
cacciati  i  Mori,  i  liberi  ordini  antichi  della  Nazione  avreb- 
bero tenuto  somigliante  cammino,  se  la  potenza  soverchiante 
della  monarchia  —  coadiuvata  dalla  Inquisizione  —  non  li 
sopraffaceva.  Io  potrei  additarvi  in  altre  regioni,  sotto  forme 
diverse,  i  lineamenti  di  uno  stesso  fatto  generale.  Piacemi, 
conchiudendo,  richiamare  la  vostra  attenzione  alle  sorti  della 
Patria  nostra. 

In  Italia,  la  nobiltà  feudale  — •  vinta,  sin  dal  secolo  XIII, 
dalle  città  affrancate  —  cede  il  campo  al  patriziato  munici- 


238  SU  ALBERIGO  GENTILL 

pale.  Gl'interni  dissidi  fra  Grandi  e  popolani  grassi  (com'erano 
chiamati),  fra  questi  ultimi  e  popolo  minuto,  si  risolvono  neUa 
comunanza  civile  di  cittadinanze  industriali  e  commerciali 
che,  per  assicurarsi  dai  turbamenti  delle  sètte,  si  pongono 
in  potestà  di  qualche  capitano  o  cittadino  di  grande  auto- 
rità, il  quale  ottiene  titoli  di  Signoria  dall' Imperatore  o  dal 
Papa,  e  divien  Principe.  Così,  da  Napoli  e  dal  Piemonte  in 
fuori  —  dove  il  principato  ebbe  altre  origini,  —  si  forma  il 
sistema  degli  Stati  italiani,  nominalmente  soggetti  all'alto 
dominio  della  Chiesa  o  dell'Impero,  ma  in  realtà  indipen- 
denti. Per  cagioni  poc'anzi  accennate,  le  particolari  autono- 
mie non  cercano,  non  trovano  un  nesso  comune,  non  fanno 
Nazione.  Ma  nelle  rispettive  cerchie,  i  ceti  —  già  separati  e 
in  lotta  fra  loro  —  si  accostano,  si  pacificano  nella  civile  affi- 
nità del  Comune  ;  provvedono  alla  sicurezza  sociale  contro  le 
fazioni  e  la  violenza  privata;  riformano  i  municipali  statuti 
con  norme  più  regolari,  più  eque  di  quelle  che  esistevano  al 
tempo  di  lor  libertà.  Ciò  segnatamente  in  quelle  parti  d'Italia 
dove  non  si  stese  la  dominazione  straniera;  dove  i  Governi 
indigeni  non  avevano  ancora  appresa  l'arte  di  far  tutto,  d'in- 
vader tutto,  d'intisichire  la  vita  delle  membra  per  impin- 
guarne lo  Stato.  E,  di  mano  in  mano  che  le  vecchie  premi- 
nenze vanno  riducendosi  sotto  una  comune  autorità,  voi  vedete 
operarsi,  con  lento  ma  assiduo  progresso,  quella  assimilazione 
delle  condizioni  generali  della  società  che,  col  concorso  della 
lingua,  delle  lettere  e  delle  arti,  alimentò,  fra  le  divisioni 
fortuite  degli  Stati,  il  senso  della  nazionale  parentela.*  Così 

*  Intorno  a  questo  processo  di  assimilazione  sociale  della  vita  italiana, 
operatosi  in  que' secoli  sotto  il  contrasto  delle  forze  politiche  parteggianti 
e  divise,  vedi  Rokaoitosi,  DelVIndoU  e  d^ Fattori  deW Incivilimento,  parte  II, 
capo  VI.  «  La  storia  di  questi  secoli  —  egli  dice  —  pieni  di  guerre,  di 
contrasti  e  di  rivolgimenti,  sembra  allo  sguardo  presentare  un  periodo 
miserando  di  eccidio  della  italiana  civiltà,  nel  mentre  pure  altro  non  è 
che  un  fermento  delle  forze  visibili  disgiunte,  le  quali  tendono  ad  asso- 
ciare i  territori  e  le  genti  in  più  vaste  aggregazioni.  Sotto  a  questo  ri- 
bollimento, simile  a  quello  delle  chimiche  composizioni,  si  dilatano  i  tes- 
suti civili  bene  ordinati,  e  al  di  sopra  si  vanno  attenuando,  stritolando 
ed  attemperando  gli  elementi  politici  contrastanti.  Gli  urti,  gli  scoppi, 
i  contrasti  dell'Italia  in  questa  età  non  somigliano  alle  eruzioni  di  una 
cieca  forza  dei  Popoli  e  degli  Emiri  dell'Asia,  dai  quali  non  esce  pro- 
gresso alcuno,  e  ne*  quali  non  vedi  che  schiavi  flagellati  o  ammutinati. 
In  Italia  rassomigliano  ad  una  lotta  fra  il  genio  della  civiltà  e  queUo  della 
politica  barbarie,  nella  quale  un  popolo  vigoroso,  atteggiato  economica- 
mente e  moralmente  a  civiltà,  viene  da  una  potente  necessità  condotto 
ad  un  forte  politico  ordinamento.  Se  l'Italia  fosse  giunta  ad  effettuarlo, 
«ssa  avrebbe  compiuto  di  nuovo  il  corso  del  suo  incivilimento,  ed  avrebbe 


LETTURA  SECONDA.  239 

nella  vita  del  Comune  italiano  è  da  cercare  l!inizio  di  quella 
medesimezza  di  sentimenti  e  costumi  che,  nonostante  le  dif- 
ferenze de' particolari  caratteri  de' luoghi,  ci  raccolse  tutti 
nel  seno  di  una  sola  Patria.  La  tendenza  storica  della  vita 
italiana  non  si  manifesta,  come  altrove  avvenne,  per  corpo- 
razioni in  sé  chiuse  e  tenaci  de'lor  privilegi;  né  per  ragioni 
ben  definite  e  intese  a  guarentirsi  federalmente  lor  mutui 
diritti;  sibbene  per  moti  popolari  di  equazione  interna  di 
ceti,  un  dì  cozzanti  fra  loro,  e  sottoposti  dal  tempo  alla  co- 
mune idea  del  buono  stato,  cioè  del  regime  della  Legge  eguale 
per  tutti.  Il  che  spiega  il  favore  dei  borghesi  e  del  popolo 
minuto  in  generale,  per  le  dittature  e  per  le  Signorie  de'  se- 
coli XV  e  XVI;  la  ragione  delle  riforme,  promosse  nel  pas- 
sato secolo,  mediante  l'autorità  dello  Stato,  contro  i  resti 
de'  vecchi  privilegi  feudali,  ecclesiastici  e  municipali,  dalle 
menti  più  eulte  del  tempo,  in  Lombardia,  in  Toscana  e  a 
Napoli;  la  facile  accoglienza  ch'ebbe  nelle  nostre  contrade  il 
Codice  Napoleone,  malgrado  gli  abiti  inveterati  delle  con- 
trarie consuetudini;  e  finalmente,  l'unanime  consentimento 
di  tutte  le  terre  d' Italia  nel  voto  della  nazionale  unità,  non 
appena  rimossi  gli  ostacoli  materiali  che  l' aveano  per  lo  in- 
nanzi impedita.  Questa  legge  che  guida  con  moto  costante 
la  società  italiana  dalla  unità  amministrativa  del  Comune 
alla  unità  politica  della  Nazione,  sulla  base  della  eguaglianza 
civile,  é  —  se  non  m' inganno  —  il  vero  e  fondamentale  carat- 
tere della  nostra  storia,  dai  tempi  antichi  ai  moderni;  dai 
trionfi  dell'  età  plebea  sul  diritto  patrizio  e  dalla  aspirazione 
dei  soci  italici  alla  comune  cittadinanza  di  Eoma,  sino  a 
popolari  plebisciti  della  nostra  generazione  e  ai  postulati  del- 
l'odierna democrazia.  Ma  essa  involge,  ad  un  tempo,  un  grave 
pericolo  e  un  arduo  problema:  il  pericolo,  cioè,  della  pre- 
ponderanza dello  Stato  sulle  funzioni  proprie  della  vita  del 
Paese,  della  pedanteria  cancelleresca  sulla  feconda  azione 
delle  energie  private  e  pubbliche  de' cittadini  ;  e,  di  fronte  a 
tal  pericolo,  il  problema  del  come  assicurare  senza  scherm 
federali,  nella  unità  del  governo  nazionale,  la  libertà  dei- 


offerto  l'esempio  di  tutta  la  vita  intera  di  una  Nazione  guidata  da  una 
singolare  provvidenza.»  Ivi,  §3.  —  Così  il  grande  pubblicista  lombardo, 
cinquantanni  or  sono:  ed  oggi  T Italia,  ripreso  il  moto  spontaneo  della 
sua  vita  storica,  fuor  delle  strette  di  una  forza  predominante  straniera, 
proseguirà  gì*  interrotti  destini.  —  {Kota  deìV Autore.) 


h        IH.  VJ9il> 


240  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

l'uomo  e  la  libertà  del  Comune,  armonizzandole  con  l'ordi- 
namento collettivo  di. una  Patria  saldamente  costituita.  Pro- 
blema vitale  per  lo  svolgimento  del  Diritto  pubblico  interno 
ed  esterno  del  nostro  Paese,  e  ch'io  qui  non  esamino  ma 
propongo,  0  Giovani,  al  vostro  studio  e  al  vostro  amor  pa- 
trio. Questo  solamente  osserverò  :  che,  dove  lo  Stato  unitario 
non  rispetti  e  mantenga  inviolata  la  comune  giustizia  «  li- 
bertà; non  sia  il  misuratore  imparziale  della  eguaglianza 
de'  diritti  e  della  reciprocità  de'  doveri  tra  i  figli  tutti  di  una 
stessa  terra,  ma  concentri  invece  in  sé  i  vizi,  gli  arbitri,  gli 
eccezionali  reggimenti  che  erano  usati  da  quelle  sètte  e  da 
que'  Governi  partigiani  da'  quali  il  Comune  popolare,  la  uni- 
versalità de'  cittadini  si  sottrasse  —  rifuggendo  ad  esso  come 
a  strumento  di  eguale  amministrazione  e  difesa  per  tutti  — 
lo  Stato  unitario,  in  tal  caso,  tradisce  il  suo  ufficio,  si  tra- 
smuta di  rappresentante  e  ministro  della  vita  civile  in  pub- 
blico nemico;  ed  ha,  per  necessaria  riazione  della  società 
contro  ciò  che  è  contrario  alla  sua  natura^  vita  mal  ferma 
e  caduca. 

A  voi,  0  Giovani,  —  se,  come  io  avviso,  lo  Stato  moderno 
tende  in  generale  a  seguire  sì  falsa  via  —  tt  voi  spetta  il  chie- 
dere alla  scienza  vera  i  rimedi  e  i  metodi  onde  restituirlo, 
almeno  tra  noi,  al  suo  intento  normale  :  sì  che,  insieme  con 
esso,  non  si  dissolva  e  divenga  un'  altra  volta  ludibrio  alle 
fazioni  e  agli  stranieri  la  Patria  nostra. 

Né  al  grave  tema  fanno  difetto,  o  Giovani,  gli  ammae- 
stramenti degli  avi.  Il  bisogno  del  buono  staio  fu  la  preoccu- 
pazione de' più  virtuosi  fra  gli  uomini  popolari  delle  nostre 
Repubbliche;  né  altro  significa  il  grido  di  popolo^  popolo^ 
col  quale  il  Comune  de'  cittadini  combatteva  la  prepotenza 
de'  Grandi  e  l' imperversar  delle  sètte  che  sé  e  la  parte  pre- 
ponevano alla  legge.  Chi  ben  guardi,  la  storia  de' nostri  Co- 
muni fu  un  conato  continuo  della  popolare  virtù,  chiedente 
sicurtà  e  pace  contro  il  maggioreggiare  delle  consorterie  che, 
lacerandosi  a  vicenda,  perturbavano  ogni  ordine  di  giustizia 
e  di  riposata  socialità.  E,  come  avviene  che  i  documenti  della 
esperienza,  raccolti  dalla  mente  de'  pensatori,  ricevano  forma 
di  dottrina  civile,  i.casi  delle  città  italiane  in  que' secoli  eb- 
bero —  per  tacer  d' altri  —  splendido  commento  ne'  libri  di 
Nicolò  Machiavelli,  di  Matteo  Palmieri  e  di  Donato  Gian- 
notti;  i  quali,  se  dettarono  i  loro  avvertimenti  quando  la 


LETTURA  SECONDA,  241 

cura  delle  nostre  infermità  era,  per  la  servitù  della  Patria, 
oramai  divenuta  impossibile,  non  sono  per  questo  i  rimedi 
da  essi  proposti  men  degni  dell'attenzione  anche  di  noi  mo- 
derni :  tanto  più  che,  dimenticato  il  buono  degl'istituti  de'no- 
stri  maggiori,  abbiamo  preferito  di  prendere  a  prestito  da- 
gli stranieri  ordini  di  governo  alieni,  in  molti  rispetti,  nonché 
dall'indole  nostra,  dalla  razionale  idea  del  pubblico  reggi- 
mento. 

Ora,  sa  fate  mente  alle  dottrine  politiche  dei  pubblicisti 
italiani  del  secolo  XVI,  e  in  particolare  a  quelle  de' fioren- 
tini, voi  troverete  che  le  medesime  —  conforme  al  fatto  ge- 
nerale dello  accostarsi  de'  vari  ceti  ad  una  comune  norma 
civile, -con  prevalenza,  per  numero  e  sociali  operosità,  dei 
cittadini  mezzani  e  de'  popolari  — -  intendono,  sotto  nome  di 
Governo  mistOy  non  a  bilanciare  fra  loro  —  come  potrebbe 
inferirsi  dal  nome —  le  diverse  classi  della  società  nella  co- 
stituzione dello  Stato,  mantenendole  però  separate  e  distinte 
con  privilegi  ed  arbitrarie  preminenze  delle  une  sulle  altre; 
ma  ad  aprire  a  tutti  —  vuoi  nobili  e  ricchi,  vuoi  mediocri  e 
plebei  —  il  concorso  ne'  pubblici  diritti  e  doveri,  ponendo,  in 
luogo  de'  reggimenti  personali  e  di  parte,  la  regola  delle  leggi 
e  la  forma  viva  e  spontanea  dello  Stato  popolare.  Ciò  che, 
per  condizioni  particolari  e  storiche,  diede  vita  e  caratteri 
propri,  col  processo  de' secoli,  alla  costituzione  inglese;  e  fu 
poi,  con  imitazioni  più  o  meno  insipienti,  trasferito  ftai  con- 
traffattori del  Continente  a  Popoli  diversi  d'indole  e  di  stato 
sociale,  mal  si  acconcia  alla  natura  e  alle  tradizioni  nostre 
ih  ispecie;  e,  in  generale,  sì  fatti  istituti  —  raccattati  di  fuori 
e,  per  così  dirCj  posticci,  i  q,uali  con  mentito  nome  di  libertà 
servono  all'utile  de'pochi,  illudendo  alla  buona  fede  del  mag- 
gior numero  —  sono  condannati  presto  o  tardi  o  a  trasfor- 
marsi 0  a  perire.*  Tale  non  era  l'ideale  del  Governo  misto 

^  Del  contrasto,  al  quale  per  incidenza  ho  accennato  nella  presente 
Lettura,  fra  la  vera  idea  dello  Stato  e  le  costituzioni  adottate  in  questo 
secolo,  in  varie  contrade  del  Continente,  va  facendosi  —  specialmente  in 
Italia  —  sempre  più  viva  la  percezione  nella  mente  del  Paese,  al  saggio 
della  quotidiana  esperienza;  e  non  tarderà  a  pronunciarne  giudizio  la 
ragione  scientifica,  contrapponendo  air  empirismo  dominante  1  criteri  di 
quella  vera  sapienza  civile  che  mira  a  contemperare  gli  ordini  della  cosa 
pubblica  alle  native  disposizioni  e  all'organismo  vivente  della  società.  La 
scienza  dello  Stato  —  ne'  suoi  rapporti  con  le  attitudini,  con  le  necessità 
e  con  le  forme  indigene  della  vita  nazionale,  determinate  dal  processo 
storico  della  natia  civiltà  —  richiede  in  Italia  una  vera  restaurazione  ab 
imie  fundamentia.  La  dottrina  costituzionale  che  ripete  indebitamente  i  suoi 


I  mi  ■  ■  iPWiB 


242  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

pe'  nostri  Statuali  dell'  età  di  cui  parlo.  Così  lasciando  stare 
Machiavelli  che,  nelle  Storie  e  ne' Discorsi  sulle  Deche,  fa 
continuo  riscontro  fra  i  parziali  e  violenti  modi  delle  sètte 
fiorentine  e  il  buon  temperamento  della  Romana  Repubblica 
ne' suoi  tempi  migliori;  Donato  Giannotti  e  Matteo  Palmieri 
incarnano  —  il  primo  ne' suoi  Libri  della  Bepuhblica  Fioren- 
tina, il  secondo  ne' suoi  Dialoghi  della  Vita  Civile— tsle  una 
idea  del  buon  Governo  popolare  che  sovrasta,  per  giustizia 
distributiva,  all'ideale  antico;  e.  s'accosterebbe  alle  più  eque 
e  meglio  fondate  idee  della  moderna  democrazia,  se  que' no- 
bilissimi cittadini  della  italica  Atene  si  fossero  occupati  non 
di  una  città  particolare  ma  della  vita  comune  della  Nazione. 
Così,  Donato  Giannotti  pone  la  base  dello  Stato  nella  uni- 
versalità de'  cittadini,^  fondando  in  essa  il  Gran  Consiglio,  o 
Consiglio  del  Popolo;  il  quale,  per  Comizi  regolarmente  or- 
dinati a'  debiti  tempi,  è  come  la  fonte  di  tutta  la  vita  della 
Repubblica,  mediante  la  elezione  de' magistrati,  la  espres- 
sione de'  pubblici  bisogni  e  l' approvazione  finale  delle  leggi. 
Senonchè,  seguendo  egli  —  nel  suo  concetto  del  buono  Stato  — 
non  l'ordine  artificiale  de' privilegi  di  parte  ma  l'ordine  della 
natura,  la  quale  non  dà  agli  uni  più  che  agli  altri  facoltà 
di  far  tutto,  anzi  vuole  distribuiti  gli  uffici  e  i  carichi  se- 
condo la  capacità  de' cittadini;  così,  dai  suffragi  del  Gran 
Consi^Jio,  non  dalla  sorte  e  dall'  arbitrio,  fa  egli  uscire  per 
gradi  ascendenti  il  Senato  •—  o  supremo  Consiglio  —  e  il  Prìn- 
cipe 0  Capo  della  Città;  ordinando  intorno  ad  essi  i  magi- 
titoli  dalle  istituzioni  anglo -sassoni  —  e  non  è  che  ima  perversione  di  que- 
ste ultime  acconciata  alle  esigenze  dell'arbitrio  governativo,  in  Francia 
e  negli  altri  Stati  continentali  che  ne  imitarono  l'esempio,  ingerendovi 
il  sistema  di  accentramento  amministrativo  e  di  polizia  inquisitoria f  iniziato 
dalla  Rivoluzione  e  dal  regime  del  Terrore,  perfezionato  dal  dispotismo 
Napoleonico,  continuato  e  peggiorato  dalla  Ristorazione,  dalla  regalità 
borghese  di  Luigi  Filippo  e  dall'avventura  del  secondo  Impero  —  è  dot- 
trina bugiarda  e  caduca,  cui  nessuna  virtù  d'ingegno  può  elevare  a  di- 
gnità di  scienza  (vedi  nel  libro  di  Pietro  Ellero  sulla  Questione  Sociale,  la 
critica  dello  Stato  moderno).  E  la  reazione  razionale  contro  tale  dottrina 
si  fa  sempre  più  viva  e  più  scolpita  fra  noi,  anche  nel  campo  de'  partiti 
legali,  come  attestano  le  voci  che  sorgono  dalle  cattedre  delle  Università, 
ne'  corsi  dell'  insegnamento  scientifico,  e  la  maggior  parte  delle  discussioni 
e  degli  scritti  contemporanei,  intorno  alle  riforme  amministrative,  tribu- 
tarie, militari  ;  alla  libertà  de'  Comuni  e  delle  Provincie  ;  agli  ordini  della 
sicurezza  pubblica  e  somiglianti.  Ond'  è  manifesto  che,  nel  seno  della  Na- 
zione e  nelle  regioni  del  pensiero,  si  vanno  elaborando  gì*  inizi  di  un  vasto 
rinnovamento  del  Diritto  Pubblico  interno,  a  seconda  de*  principi  ideali 
della  comune  giustizia,  da  un  lato,  e  della  realità  sociale  e  storica  che  deve 
riceverli  e  farli  fruttificare,  dall'altro.  Al  che  siano  propizi,  col  patrio  senno, 
i  destini  dell'  Italia  nostra  !  —  {Nota  dell* Autore,) 


■    LETTURA  SECONDA.  243 

strati  che  devono,  con  distinte  attribuzioni,  amministrare  la 
cosa  pubblica,  presiedere  all'imparziale  magistero  della  giu- 
stizia; e,  agli  appelli  o  provocazioni  dalle  ingiuste  sentenze, 
apparecchiare  con  mature  deliberazioni  le  leggi;  le  quali, 
esposte  prima  all'esame  del  pubblico,  devono  dal  comune 
de'  cittadini,  nel  Gran  Consiglio,  approvarsi.  —  <  Perchè  — 
dice  con  pratico  senno  il  6i annotti  —il  consiglio  dev'essere 
ne' savi,  li  quali  sono  sempre  pochi  ;  la  deliberazione  dev'es- 
sere nei  molti:  perchè,  se  i  pochi  avessino  la  deliberazione 
in  potestà  loro,  si  correria  pericolo  che  alcuna  volta,  per  am- 
bizione, non  deliberassimo  il  contrario  di  quello  che  ricerca 
l' utile  della  repubblica.  E  però  i  Consigli  che  sono  composti 
di  gran  numero  sono  quelli  che  devono  deliberare;  le  delibera- 
zioni de'  quali  poi  debbono  essere  eseguite  dai  magistrati.  >  * 
Il  che,  come  vedete,  equivale  a  riconoscere  la  virtualità 
di  quel  naturale  e  pratico  buon  senso  della  moltitudine  onde 
avviene  che  i  Popoli,  costituiti  in  libero  Stato,  di  rado  s' in- 
gannino nel  giudicare  di  ciò  che  si  conformi  o  contrasti  alla 
comune  giustizia  e  utilità  ;  e  nell'eleggere  i  legislatori  e  gli 
amministratori  più  atti  a  fare  onesto  governo  della  cosa  pub- 
blica :  buon  senso  che  i  fautori  dei  privilegi  della  nascita  e 
del  censo  mal  volentieri  ammettono,  ma  che  la  esperienza 

*  GiAWNOTTi,  Opere,  voi.  I  :  Discorso  sopra  il  formare  il  Governo  di  Fi- 
renze, pag.  6.  Sugr  intendimenti  civili  delle  dottrine  del  Giannotti,  leggi 
Teccellente  Discorso  di  Atto  Vanhucci,  Intorno  alla  vita  e  alle  opere  dello 
stesso,  nel  primo  volume  della  edizione  Le  Mounier.  «  Proponeva  —  dice 
il  Vannucci  —  un  reggimento  misto  di  popolarità,  di  aristocrazia  e  di  prin- 
cipato ;  ove  il  popolo  fosse  signore  principale  di  tutto,  e  stesse  in  lui  l'auto- 
rità di  fare  le  leggi,  di  creare  i  magistrati  e  di  deliberare  sopra  ogni 
grande  faccenda.  Gli  ottimati,  eletti  nel  Gran  Consiglio  —  che  era  la  base 
e  il  fondamento  di  tutto  lo  Stato,  —  avevano  a  formare  il  Senato.  Questo 
doveva  consultare,  e  le  sue  deliberazioni  dovevano  ricevere  perfezione  nel 
Gran  Consiglio.  Il  Gonfaloniere  farebbe  le  parti  del  Principe  :  rappresen- 
terebbe tutto  il  dominio;  ma  senza  alcuna  autorità  separata  dagli  altri 
magistrati,  e  solamente  col  carico  di  sopravvedere  alle  faccende,  di  pro- 
porre, di  sollecitare.  Insomma,  secondo  lui,  i  pochi  e  i  savi  dovean  con- 
sigliare, i  molti  deliberare;  e  i  magistrati,  eletti  popolarmente,  eseguire 
le  deliberazioni  dei  molti.  Con  molta  premura  raccomandava  che  nelle 
«lezioni  si  cercasse  sempre  il  voto  dei  più,  e  si  desse  bando  ai  capricci 
della  sorte,  che  è  nemica  capitalissima  dei  Governi  prudenti.  Voleva  che 
le  leggi  fossero  figlie  del  libero  volere  dei  più;  chiedeva  che  lo  Stato  si 
fondasse  sopra  basi  più  larghe  e  sopra  principi  più  giusti  ;  e  che  si  togliesse 
di  mezzo  tutto  ciò  che  faceva  ostacolo  alla  universale  libertà.  Figlio  del 
popolo,  domandava  la  libertà  del  popolo,  ma  rifuggiva  dalle  ingiuste  esclu- 
sioni e  dalle  violenze  di  qualunque  maniera.  »  Ivi,  pag.  x-xi.  Vedi,  di 
OiAKNOTTT,  oltre  il  citato  Discorso  sul  Governo  di  Firenze,  i  libri  Della  Re- 
puhhlica  Fiorentina,  lib.  I,  cap.  III,  IV,  V;  lib.  II,  cap.  III,  IV  e  seg.;  lib.  IV, 
cap.  VII.  —  (Nota  delP Autore,) 


244  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

delle  Nazioni  civili,  investite  dal  reggimento  di  sé  medesime, 
va  sempre  più  chiaramente  attestando:  esempi,  in  Europa 
—  per  non  toccare  delle  speciali  condizioni  degli  Stati  Uniti 
d'America  —  V  Inghilterra,  la  Svizzera  e  la  Francia  contem- 
poranea; in  ognuna  delle  quali  contrade  gli  allargamenti 
del  suffragio  e  i  presidi  della  confermata  libertà  allentarono 
r  impeto  delle  passioni  incivili  e  promossero  l'equa  tempe- 
ranza degl'  interessi  e  degli  uffici  sociali,  contro  ogni  previ- 
sione e  paura  de'  conservatori  dei  vecchi  ordini,  e  degl'  in- 
creduli nella  popolare  virtù.  La  quale,  se  non  è  impedita 
dall'arbitrio  o  travolta  da  insidie  ed  arti  malvagie  di  avver- 
sari del  comune  diritto,  opera  d'ordinario  secondo  natura  e 
con  modi  civili:  onde  è  verissimo  quel  detto  di  un  savio 
inglese  :  che  i  nemici  della  libertà  sono  i  primi  e  più  grandi 
artefici  di  rivoluzione  e  d'anarchia. 

Ed  è  notevole  che,  alla  dottrina  poc'anzi  esposta  ed  uscita 
dal  senno  italiano  del  secolo  XVI,  corrispondono  oggi  giorno 
con  mirabile  successo  gì'  istituti  popolari  della  riformata  Co- 
stituzione Elvetica;  la  quale  conferisce  appunto  ai  generali 
Comizi  del  Popolo  il  diritto  di  approvazione  e  di  veto  sulle 
leggi  elaborate  dai  Supremi  Consigli  della  Repubblica,  Tale 
era  l' idea  del  Governo  misto  per  que'  nostri  antichi  :  di  un 
Governo,  cioè,  nel  quale  i  diversi  ingegni,  interessi  e  studi 
dei  cittadini  trovassero  spontaneamente  il  proprio  posto  nella 
forma  dello  Stato  ;  e  questa  rispondesse,  come  piramide,  ai 
gradi  della  loro  capacità  civile;  e  ricevesse  in  sé,  come  pianta, 
i  succhi  vitali  di  tutto  l'organismo  sociale.* 

Onde,  come  si  vede*  lo  Stato  —  nel  concetto  di  quegli 
antichi  —  non  dovea  costituirsi  quale  strumento  materiale 
estraneo  —  per  così  dire  —  alla  vita  del  Paese  e  sovrapposto 
ad  essa,  quasi  a  schiacciarla;  ma  sorgere  da  questa,  come 
ministerio  animato  della  civile  moltitudine  ;  *  che  così  chia- 


1 


*  GiANNOTTi,  loc.  cit.,  pag.  6.  «  Tanto  che  il  corpo  di  questa  repubblica 
è  piramidato.... 

>  Il  Consiglio  è  la  base  di  tutto  il  corpo  e  il  fondamento,  ed  ha  si- 
militudine d' una  pianta  :  perchè  il  Consiglio  rassembra  le  radici  che  danno 
virtù  a  tutta  la  pianta:  gli  altri  tre  membri  somigliano  11  tronco  che  si 
regge  sulle  radici,  come  quelli  sul  Gran  Consiglio,  avendo  dependenzìa 
da  lui:  gli  altri  magistrati  sono  i  rami,  de' quali  esce  il  frutto  che  pro- 
duce la  pianta;  siccome  ancora  da  quelli  nasce  l'esecuzione  delle  delibe- 
razioni della  repubblica,  le  quali  sono  come  il  frutto  di  quella.  •  —  {Nota 
dell'Autore.) 

'  Matteo  Palmieri,  DeUa  Vita  Civile,  Edizione  Eredi  Giunta,  lib.  Ili, 
pag.  79  e  seg.  «  Ogni  buono  cittadino  che  è  posto  in  magistrato  dove  rap- 


LETTURA  SECONDA.  245  , 

mavano  que'  nostri  padri  la  universalità  de'  cittadini,  con 
maggiore  coscienza,  che  non  sia  in  noi  moderni,  della  dignità 
della  umana  natura  in  ogni  condizione  d'uomini.  <  Percioc- 
ché —  sono  memorabili  parole  di  Donato  —  siccome  il  corpo 
prende  vita  dall'anima,  così  la  città  dalla  forma  della  repub- 
blica: talché,  se  non  é  convenienza  tra  loro,  é  ragionevole 
che  l'una  e  l'altra  si  corrompa  e  guasti  :  siccome  avverrebbe 
se  un'anima  d'uomo  fusse  con  un  corpo  di  bestia  congiunta, 
o  un'anima  di  bestia  con  un  corpo  umano;  perché  l'uno  da- 
rebbe impedimento  all'altro,  di  che  seguirebbe  la  corru- 
zione. >  ^  La  quale  sentenza,  assai  vera  e  grave,  lascio  che  i 
savi  riferiscano  al  meccanismo  dello  Stato  moderno,  nella 
nostra  e  in  altre  contrade  d' Europa,  e  giudichino  da  qual 
parte  venga  l'impedimento. 

Donato  Giannotti  non  esce  con  le  sue  considerazioni  dalla 
cerchia  della  città  e  del  Diritto  Pubblico  interno  ;  e  non  di- 
scorre della  milizia  e  della  guerra,  se  non  rispetto  alla  con- 
venienza di  sostituire  le  armi  cittadine  in  luogo  delle  mer- 
cenarie; e  al  modo  di  ordinare  l'esercito,  come  fa  Machiavelli 
ne'  suoi  Discorsi  sull'arte  della  guerra.  Matteo  Palmieri,  in- 
vece, nel  terzo  libro  del  suo  Trattato  della  Vita  Civile^  dà 
nobilissimi  precetti  di  universale  giustizia,  non  solo  intorno 
al  governo  e  alla  economia  dello  Stato,  ma  eziandio  intorno 
alle  guerre,  allei  paci  e  alle  relazioni  de'  Popoli  fra  loro,  de- 
ducendoli dai  principi  della  ragion  naturale  e  degli  esempì 
ed  insegnamenti  degli  antichi,  massime  di  Cicerone.  Sì  che 
quest'Opera  —  uscita  alla  luce  la  prima  volta  in  Firenze,  pei 
tipi  degli  eredi  di  Filippo  Giunta,  nel  1529,  cioè  alla  vigilia 
della  caduta  della  Repubblica  —  é,  al  mio  sentire,  come  il 
saluto  augurale  dell'Italia  moderna  alla  futura  vita  delle 
Nazioni.  E  invero  l'autore  pensa,  scrivendo,  alla  Patria  ed 
ai  figliuoli  ed  alla  posterità,  essendo,  com'egli  dice  —  <  fermo 
negli  animi  nostri  un  desiderio  quasi  pronosticativo  dei  fu- 
turi secoli.  >  *  E  un  immenso  amore  lo  move  della  Umanità 
e  della  giustizia,  alle  quali,  come  a  primi  fondamenti,  devono 


presenti  alcuno  principale  membro  civile,  innanzi  a  ogni  altra  cosa  intenda 
non  essere  privata  persona,  ma  r&ppr&aentare  T universale  persona  di  tutta, 
la  Città,  ed  essere  fatta  animata  repubblica....  in  conservazione  della  ci- 
vile  moltitudine  ^.  —  {Nota  deW Autore,) 

*  Giannotti,  Della  Repubblica  Fiorentinay  ìih.l,  cap.II,  pag. 69^.  —  (.Wo^a 
deWÀutore,)  ^ 

«  Della  Vita  Civile,  Ub.  Ili,  pag.  62.  —  {Nota  deW Autore,) 


246  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

conformarsi  gì' istituti  e  gli  atti  del  vivere  civile.  Perchè: 
<  due  sono  le  leggi  —  egli  dice  —  alle  quali  è  sottoposta  la 
umana  generazione:  la  prima  è  quasi  divina  e  della  natura  ; 
l'altra,  a  similitudine  di  quella  scritta  e  approvata  dagli 
uomini.  Legge  naturale  è  perfetta  ragione,  nata  in  ciascuno, 
diffusa  in  tutti,  vera,  costante  e  sempiterna,  la  quale  in  ogni 
tempo,  in  ogni  luogo  e  appresso  qualunque  gente,  è  una  sola 
perpetua  immutabile  e  certa.  Da  questa  hanno  principio  e  a 
questa  si  riferiscono  tutte  le  buone  leggi  scritte....  Da  questa 
sono  gli  obblighi  della  Patria,  la  pietà  de'  parenti,  la  carità 
dei  figliuoli,  la  benevolenza  dei  congiunti  :  e  ultimamente, 
l'universale  legame  e  diffusa  dilezione  dell'umana  molti- 
tudine. >  * 

Da  tal  legge  non  è  lecito  scostarsi,  se  non  per  giusta  e 
necessaria  ricuperazione  e  difesa  delle  cose  <  che  ingiusta- 
mente fussino  state  occupate  dai  nostri  nemici  ;  o  p^r  respin- 
gere un'  ingiuria  che  violentemente  ci  fusse  stata  recata,  a 
ciò  che  la  pubblica  dignità  si  conservi.  Due  modi  sono  di 
questione:  l'uno  per  dìsputazione,  quando  legittimamente  si 
cerca  il  dovere  di  ciascuno  ;  il  secondo  per  forza.  Il  primo 
è  proprio  degli  uomini,  il  secondo  bestiale  >  se  la  detta  ne- 
cesiSìtà  non  lo  giustifichi.  E  alla  forza,  se  necessaria,  doversi 
solamente  ricorrere  <  a  ciò  che  senza  ingiuria  si  viva  in 
pace.  >  *  I  quali  principi  —  già  annunciati,  come  vedemmo, 
da  Cicerone  —  furono  assunti  di  poi  per  norma  alla  ragioa 
della  guerra,  come  vedremo,  da  Pierino  Belli  e  da  Alberigo 
Gentili. 

<  Diligente  esamina  —  continua  a  dire  il  Palmieri  —  ri- 
chiede ogni  principio  di  guerra  ;  e  per  qualunque  cagione  si 
elegga,  debbe  prima  essere  significata  che  presa:  acciocché, 
volendo  la  parte  che  ha  offeso  debitamente  emendarsi,  si 
elegga  sempre  la  tranquilla  pace  innanzi .  alla  tribolante 
guerra;  e  per  ogni  tempo  si  consigli  ed  elegga  quella  pace 
che  manca  di  fraude,  e  le  guerre  in  tal  modo  si  comincino 
che  niun'  altra  cosa  che  pace  paia  cerca  per  quelle.  >  E  qui 
Matteo  ricorda  le  umane  osservanze  degli  antichi  nel  loro 
giure  feciale:  condanna,  come  crudelissime  sopra  tutte,  le 
guerre  civili;  e  adduce,  ad  esempio  di  patria  carità  nella 


*  Della  Vita  Civile,  lib.  Ili,  pag.  67  e  seg.  —  (^o<a  delV Autore.) 

*  Ivi,  i)ag.  69.  —  [Nota  dell'Autore). 


LETTUKA  SECONDA.  247 

vittoria,  il  fatto  di  Farinata  degli  liberti,  che  <  salvò  la  città 
al  futuro  Popolo.  >  '  Doversi  anche  coi  nemici  serbar  fede,  e 
non  incrudelire  con  i  vinti  :  i  quali  meritano  d'essere  tenuti 
in  onore,  se  <  con  animo  franco  e  gagliardo  si  sono  difesi.  > 
Al  punire  aspramente  si  vuole  esser  tardo:  e  lunga  ed  umana 
considerazione  richiede  il  disfacimento  e  la  ruina  altrui.  <  Gli 
uomini  virtuosi,  condotte  che  saranno  le  guerre  e  le  grandi 
cose  finite,  debbono  punire  chi  sarà  in  colpa,  ma  la  molti- 
tudine con  somma  diligenza  conservare.  >  Così,  seguendo  Ci- 
cerone, umanissimamente  discorre  del  Diritto  di  guerra,  prima 
di  Pierino  Belli  e  di  Alberigo  Gentili  —  e  in  buon  volgare  — 
quest'ottimo  cittadino  della  fiorentina  Repubblica. 

Cessate  le  ostilità  e  rivendicato  il  diritto,  l'Umanità  ri- 
prende il  suo  impero,  perchè  <  tutta  la  generazione  umana 
è  d'un  naturale  amore  insieme  collegata.  >^  Le  arti  della 
pace  essere  il  vero  fine  de'  civili  consorzi  ;  e  la  sapienza  dei 
conservatori  degli  Stati  dovere  esser  volta  ad  accrescere,  con 
le  scambievoli  industrie  e  mercature,  la  comupe  prosperità 
e  la  universale  amicizia  delle  genti.  Piacciavi  ascoltare  an- 
cora le  proprie  e  memorabili  parole  del  buon  Toscano:  <  Per 
stabilire  fermezza  e  comune  quiete  di  chi  si  esercita  e  fa 
frutto  agli  altri,  si  computano  infra  le  utilità  civili  le  com- 
pagnie e  benevolentie  e  congiunzioni  delle  Signorie  e  poten- 
tie  vicine  e  longinque,  le  quali  con  ogni  industria  si  debbono 
curare,  e  inviolate  mantenere.  >*  Linguaggio  antiquato  se  vo- 
lete: ma  non  vi  par  di  udire,  in  queste  parole  antiche,  la 
voce  viva  e  perenne  della  vocazione  de' Popoli  ai  benefici  della 
libertà  e  della  pace,  e  quasi  un  presagio  delle  sorti  preco- 
nizzate dalla  moderna  scienza  alle  Nazioni  civili? 

Or  quel  presagio  fu  raccolto  —  meutre  l'Italia  cadeva  — 
da  un  altro  suo  figlio,  al  quale  la  proscrizione  —  come  ad 

*  Della  Vita  Civile,  lib.  Ili,  pag.  72,  a  tergo.  —  {Nota  dell'Autore.) 

*  Ivi,  pag.  88,  a  tergo.  —  {Nota  deW Autore.) 

»  Ivi,  lib.  IV,  pag.  110,  a  tergo.  E  nello  stesso  libro,  a  pag.  93,  94, 
dice:  «  Con  le  industrie  s'è  ornato  e  pulito  il  nostro  vivere;  sensi  edifi- 
cate le  Città  e  da  molti  uomini  abitate  e  frequentate;  poi  in  quelle, 
scritte  le  leggi,  approvate  le  consuetudini  e  i  costumi  civili,  e  ordinate 
tutte  le  discipline  del  politico  vivere;  onde  è  seguita  la  mansuetudine, 
l'amore  e  l'unione  degli  animi  insieme  ragunati;  il  perchè  si  conosce 
essere  vera  la  sentenza  degli  stoici,  i  quali  dicevano  ciò  che  era  in  terra 
essere  stato  da  Dio  creato,  e  fatto  per  uso  e  comune  comodità  degli  huo- 
mini,  e  gli  huomini  per  utilità  e  snhaidio  degli  altri  huomini,  essere  stati 
ffener<Ui  a  ciò  che  potessimo  insieme  subvenirsi,  e  prestare  Vuno  alVaUro  fa' 
vore.9  —  {Nota  dell'Autore.) 


^ààit.-. 


248  SU  ALBEKIGO  GENTILI. 

altri  nostri  —  fé'  strada  ad  estendere  fra  le  genti  Europee 
i  benefici  dell'avita  coltura.  Vano  sarebbe  il  cercare,  ne'  te- 
nui rivi  dedotti  dalla  stessa  fonte  dai  contemporanei  di  Al- 
berigo, gli  elementi  della  umanità  del  suo  Diritto  di  Guerra. 
Egli  li  portava  seco  dalla  gran  vena  delle  tradizioni  native 
della  sua  terra,  e  ne  fece  dono  all'  Europa.  La  quale  ricorda 
e  riconosce  oggigiorno,  per  mezzo  dei  più  autorevoli  inter- 
preti della  scienza  del  Giure,  gl'incrementi  recati  dal  giu- 
reconsulto di  Sanginesio  a  questa  parte  della  internazionale 
giustizia. 

E  mentre  io  mi  appresto  —  non  senza  trepidazione,  come 
ultimo  per  sapere  fra  tanto  senno  —  ad  esporvi  nella  ven- 
tura Conferenza,  con  le  principali  dottrine  di  Alberigo,  i 
maggiori  e  più  certi  suoi  titoli  alla  riconoscenza  de' posteri, 
consentite  ch'io  cerchi  conforto  della  impresa,  salutando  al 
termine  del  presente  discorso  —  come  feci  al  principio  del 
primo  —  que'  nobili  intelletti  stranieri  e  nostrani  che,  in  que- 
sto omaggio  al  nome  di  uno  de'  nostri  Grandi  —  per  virtù 
di  mente  data  al  bene  dell'umana  famiglia,  —  ci  sono  com- 
pagni. Fra' quali  mi  è  grato  memorare  dinanzi  a  voi,  da 
questa  nobilissima  sede  di  studi  —  oltre  i  già  ricordati  -—  il 
venerando  Professore  Asser  di  Amsterdam,  Preside  del  Co- 
mitato Olandese  per  le  onoranze  al  Gentili,  al  quale  assai 
devono  la  scienza  del  Diritto  e  la  fama. di  Alberigo,  di  cui 
assunse  ultimamente  la  difesa  in  alcuni  eccellenti  suoi  scritti  : 
il  Rolin-Jacquemyns,  Direttore  della  Rivista  di  Legislazione 
Comparata,  a  Gand,  e  tanto  benemerito  degli  odierni  pro- 
gressi delle  dottrine  giuridiche:  l'illustre  Lucas,  dell'Istituto 
di  Francia,  cultore  anch'egli  della  memoria  del  Ginesino,  ed 
uno  de'  più  caldi  amici  dell'  Italia  nostra,  fra  i  dotti  d'oltre 
Alpe.  Né  lascerò,  senza  una  parola  di  gratitudine  e. di  af- 
fetto, Emilio  Castelar  che,  quasi  fratello  di  Patria,  congiunge 
nell'animo  suo,  in  un  solo  amore,  l'Italia  e  la  Spagna,  e  fa 
del  nome  di  Alberigo,  fra'  suoi  compatrioti,  il  simbolo  del- 
l'antica parentela  fra  le  due  Nazioni.  —  E  s'abbiano  da  noi  — 
qui  accolti  a  sciogliere  un  debito  di  nazionale  riverenza  alla 
virtù  dei  nostri  maggiori  —  grato  segno  di  fraterna  stima 
quegl' italiani  che  del  nostro  giureconsulto  s'apparecchiano 
di  dare  sentenza  —  e  lo  potranno  assai  meglio  di  me  —  nei 
recinti  d'altre  Università  italiane  :  gli  egregi  Professori  Pie- 
rantoni  e  Fiore  —  il  primo  a  Napoli,  il  secondo  a  Torino  ;  e 


LETTUKA  SECONDA,  .  249 

il  De  Giovannis-Gianquinto,  di  cui  fu  di  recente  annunciata 
un'opera  SuUa  vita,  sulle  dottrine  e  sui  tempi  iélV Autore  del 
Diritto  di  Cruerra:  e  il  Combi  ed  altri  che  si  vanno  aggiun- 
gendo alla  eletta  schiera. 

In  questa  legk  degl'  intelletti  e  de'  cuori  più  generosi  in- 
tomo al  nome  di  uno  de' più  insigni  fra  i  ristauratori  ita- 
liani della  Ragion  delle  Genti  è  riposto,  o  Giovani,  il  germe 
della  futura  Alleanza  de'  Popoli  nella  libertà  e  nella  pace. 
E  il  riconoscimento  europeo  di  questa  gloria  nostra  ricorda 
alla  gioventù  studiosa  de'  nostri  Atenei  l'obbligo  di  non  ve- 
nir meno,  con  la  bontà  degli  studi  e  delle  opere,  all'avito 
retaggio  e  alla  parte  che  l'Italia  deve  alle  speranze  de' tempi 
nuovi. 


xn.  17 


.^-»^«».  JLT.il 


250  SU  ALBERIGO  GENTILI. 


Lettura  Terza. 

I  Gentili  e  la  Riforma  religiosa  in  Italia.  -—  Loro  esilio  in  Germania,  indi 
in  Inghilterra.  —  Alberigo  e  gli  uomini  di  Stato  del  regno  di  Elisa- 
betta.—  La  politica  inglese  contro  Spagna^  e  l'intervento  nelle  Fiandre 
per  la  libertà  religiosa  e  civile  del  Continente.  —  Alberigo  Gentili  e 
Filippo  Sidney.  —  La  guerra  nel  secolo  XVI.  —  Voci  della  civile  giu- 
risprudenza contro  la  rinnovata  barbarie  delle  usanze  belliche.  —  I*ie- 
rino  Belli  ed  altri.  —  Il  libro  del  Diritto  di  Guerra^  —  Cenni  sulle 
dottrine  liberali  in  esso  esposte,  contradette  poi  dairautore,  sotto  il 
regno  di  Giacomo  X,  nelle  Dissertazioni  De  potestate  regia  ahaoluta.  De 
vi  civium  in  regem  aemper  iniusta.  —  I  oasi  del  tempo  non  ginstifìcano 
i  mutati  principi:  ma  l'opera  alla  quale  è  principalmente  raccoman- 
data la  fama  di  Alberigo  resta  nobile  documento  di  scienza  tentata, 
se  non  compiuta.  —  Doveri  della  gioventù  italiana,  addetta  allo  stu- 
dio del  Diritto  Pubblico,  dinanzi  ai  monumenti  della  sapienza  civile 
de' suoi  maggiori. 

Signore  e  Signori,  miei  cari  Giovani, 

Il  6  novembre  1546  fu  giorno  di  gran  moto  fra  gli  stu- 
denti della  Università  di  Pisa.  Saliva  in  quel  giorno,  la  prima 
volta,  in  cattedra,  il  Porzio,*  seguace  delle  dottrine  di  Pom- 
ponazzo  —  che,  come  sapete,  fu  uno  de'  più  valenti  precur- 
sori del  razionalismo  moderno  ;  e  avea  messo  in  forse,  in  un 
suo  libro,  la  immortalità  dell'anima.  <  Al  suo  apparire  —  dice  . 
lo  Speranza  —  gli  scolari,  sapendolo  discepolo  di  Pomponazzo, 
cominciarono  subito  a  gridare  —  anima^  anima  —  come  ave- 
vano a  questo  gridato  gli  scolari  di  Padova:  sì  che  dell'anima 
dovette  il  Porzio  dissertare.  >^  Ed  aggiunge:  <  Ciò  dimostra 

^  Simone  Porzio,  napoletano,  padre  del  celebre  storico  di  tal  nome. 
Fu,  secondo  alcuni,  discepolo  di  Pietro  Pomponazzo,  ma  più  verosimil- 
mente —  essendo  egli  ancora  fanciullo  quando  questi  insegnava  a  Padova 
—  non  altro  che  seguace  delle  sue  dottrine,  che  furono  da  lui  continuate 
nel  libro  che  intitolò  Della  mente  umana.  Il  Porzio  lesse  filosofia  a  Pisa, 
dal  1520  al  1525,  e  vi  ritornò  nel  1546,  quando  Matteo  Gentili  era  scolare 
in  queirAteneo.  —  {Nota  delV Autore.) 

*  Il  fatto  è  raccontato  da  Francesco  Spina  in  una  lettera  a  Pier  Vet- 
tori, nella  quale  è  detto  che  il  Porzio,  cominciando  le  sue  lezioni,  s'era 
proposto  di  chiosare  i  libri  meteorologici  di  Aristotile;  ma  che,  posto 
ch'ebbe  fine  al  suo  dire,  moltissimi  scolari  ad  una  voce  gridarono,  parlasse 
dell'anima.  Intorno  a  che  osserva  il  Fiorentino:  e  Chi  ricorda  ciò  che 
abbiamo  narrato  essere  il  Pomponazzo  intervenuto  a  Padova  (dove,  più 
che  delle  cose  metafisiche,  gli  studenti  di  medicina  in  particolare  si  cu- 
ravano delle  naturali)  si  accorgerà  come  fossero  mutate  le  inclinazioni 
degli  scolari;  i  quali  prima  richiedevano  a  preferenza  le  interpretazioni 
dei  libri  fisici,  ed  ora  invocavano  le  lezioni  sull'anima.  »*  Infatti,  il  libro 
di  Pomponazzo  De  immortalitate,  rompendo  la  tradizione  delle  interpre- 
tazioni scolastiche  ed  ortodosse  della  dottrina  di  Aristotile  intorno  al- 
l'anima, concludeva  secondo  i  dati  della  ragione  per  la  mortalità,  e  rimet- 


'ìl^«,  ' 


LETTUEA  TERZA.  251 

come,  anche  nell'Università  di  Pisa  fosse  già  molto  innanzi 
la  libertà  de'  concetti  e  della  discussione.  >  *  Fra  que'  scolari 

teva  il  dogma  della  immortalità  alla  rivelazione  e  alla  fede.  <  Ragguagliata 
ogni  cosa  -—  dice  il  Fiorentino  —  il  Pomponazzo  conchiude  essere  la  immor^ 
talità  dell'anima  un  nodo  della  ragione  irresolubile  — problema  neutrum;^  » 
e  cita  le  parole  stesse  del  Filosofo  in  altra  sua  opera  De  Intellectu,  che 
suonano  così  :  <  Fuerunt  quidam  praBstantissimi  viri  ex  latinorum  secta^ 
acutissimi  ingenii,  qui  Aristotilem  in  hoc  problemate  aiiintnihil  certi 
habuisse....  addunt  et  rursus  problema  de  immortalltate  animse  esse  neu- 
trum....  Propter  inquiunt  ratione  naturali  animse  rationalis  immortalìtatem 
sciri  non  posse:  sed  etiam  esse  seternam,  esse  tantum  fide  creditum,  et  ex 
revelatione  prophetica  nobis  traditum,  »  (Opera  citata,  cap.IV,  pag.  186-87  )► 
Però  ho  detto  nel  testo  che  il  Pomponazzo  mise  in  forse  l'immortalità: 
e  fu  per  questo  forse  subordinato  all'autorità  della  rivelazione  —  e  più 
per  l'aura  civile  che  spirava  ancora  in  Italia  per  virtù  del  rinascimento 
e  della  coltura  classica,  sotto  il  Pontificato  di  Leone  X,  — -  ch'egli  potè 
vivere  in  pace  a  Bologna,  pur  rasentando  l'eresìa.  Gaspare  Contarini^ 
stato  suo  discepolo  a  Padova,  imprese  a  contradire  la  sua  dottrina  della 
mortalità  con  modi  cortesi  e  benevoli,  com'era  sua  natura;  pigliò  a  con- 
futarla presuntuosamente  —  da  cerretano  qual  era  —  il  Nifo;  Tassalsero 
con  invettive  ribalde  e  feroci  i  frati  di  Padova  e  di  Venezia,  dando  alle 
fiamme  il  libro  e  invocando  il  rogo  all'autore.  I  Riformatori  dello  Studio 
di  Bologna  lo  protessero  ;  lo  protesse  il  Cardinal  Bembo,  già  suo  scolare 
e  rimasto  poi  suo  ammiratore:  onde  il  nostro  filosofo  potè  difendere,  in- 
segnare, mantener  fermi  i  suoi  convincimenti,  e  morire  nel  suo  letto,  il 
18  maggio  1525,  fra  le  pietose  cure  de' congiunti  e  degli  amici,  credente 

—  come  Kant  —  nell'impero  della  virtù  e  del  dovere,  malgrado  i  dubbi 
della  ragione. 

Questa  tendenza  a  separare  i  criteri  dell'indagine  filosofica  dai  dogmi 
della  Teologia,  affermando  le  conclusioni  dedotte  dai  primi,  senza  negare. 

—  per  fede  o  prudente  riguardo  —  i  secondi,  prelude,  sin  dai  primi  lustri 
del  secolo  XVI  con  Pomponazzo,  alla  critica  della  ragione  nelle  cose  me- 
tafisiche: con  Telesio  alla  osservazione  sperimentale  e  alla  scienza  delle 
cose  fisiche;  e  si  manifesta,  in  Alberigo  e  in  altri  suoi  coetanei,  nelle  di- 
scipline giuridiche.  Essa  penetra,  invero,  ed  informa,  come  carattere  ge- 
nerale, la  mente  di  quel  secolo,  non  ancor  sciolta  in  tutto  dai  freni  del- 
l'autorità, ma  già  sospinta  dalla  influenza  della  coltura  antica  e  dal  gran 
moto  .italico  del  Bìnascimento  sulle  vie  del  libero  esame.  £  già  —  prima 
che  il  secolo  si  compia  —  il  pensiero  umano  rivendica  intera  la  sua  auto- 
nomia, in  alcuni  de' più  forti  intelletti  del  tempo  :  in  Fausto  e  in  Lelio 
Socino,  dinanzi  al  dogma  fondamentale  della  Teologia  cristiana,  la  Trinità; 
in  Giordano  Bruno,  nelle  speculazioni  metafisiche,  naturali  ed  astrono-. 
miche,  contro  l'autorità  di  Aristotile,  di  Tolomeo  e  della  Bibbia;  in  Althu- 
sius,  nel  Diritto  Pubblico,  ch'egli  fondò  fra  i  primi  sulla  ragion  naturale 
e  sulla  sovranità  popolare,  precorrendo  col  suo  patto  sociale  —  espresso 
o  tacito  —  alla  teorica  di  Locke  e  di  Rousseau. 

Gli  accennati  rapporti  fra  i  diversi  elementi  che  si  contrastavano  il 
dominio  del  pensiero,  nel  secolo  XIV,  ne  spiegano  le  frequenti  perples- 
sità e  contradizioni  ;  e  di  ciò  è  da  tener  conto  nel  giudicare  le  dottrine 
di  Alberigo  Gentili;  tanto  più  che  il  padre  di  lui  avea  recato  seco  dallo 
studio  di  Pisa  —  insieme  alla  fede  sincera  nelle  credenze  cristiane  rifor- 
mate —  una  larga  suppellettile  di  cognizioni  scientifiche,  secondo  i  tempi, 
e  uno  spirito  speculativo  di  cui  sono  indizio  i  ricordi  che  di  lui  abbiamo 
nelle  Opere  dei  figli)  e  ch'egli  dovette  naturalmente  trasfondere,  coni  la 
educazione  e  con  la  conversazione,  nell'abito  delle  loro  menti  —  segna- 
tamente in  Alberigo,  col  quale  visse  più  costantemente  che  con  Scipione. 

—  {Nota  dell'Autore.) 

*  Merigo  Gentili,  Studi  dell'avvocato  Giuseppe  Speranza,  cap.  IV 
pag.  48.  —  (Nota  dell'Autore,)  , 


252  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

trovavasi  allora,  nelP Ateneo  Pisano,  a  studiare  medicina,  il 
giovane  Matteo  Gentili  di  Sanginesio,  che  fu  poi  padre  di 
Alberigo. 

Nello  stesso  tempo,  in  quella  colta  città  --  come  in  molte 
altre  d' Italia  —  erano  invalse,  non  solo  fra  laici  ma  nel  seno 
stesso  della  Chiesa,  opinioni  affini  a  quelle  de'  protestanti  di 
Germania  e  di  Svizzera,  sebbene  coperte  dal  velo  de'  riti 
cattolici  :  però  che  i  più  credenti  sentissero  il  bisogno  di  rivo- 
care  il  sentimento  religioso  dalla  materialità  delle  pratiche 
esterne  del  culto  a  un  più  puro  concetto  del  vincolo  morale 
fra  l'uomo  e  Dio.  E  a  questo  intendevano  Gaetano  da  Thiene, 
Giberti,  Sadoleto  ed  altri,  in  Roma  ;  Gaspare  Contarini  e  gli 
amici  suoi,  con  Reginaldo  Polo,  in  Venezia:  ed  è  noto  come 
Giovanni  Valdez  avesse,  in  Napoli,  con  l'austerità  della  dot- 
trina e  con  la   santità  della  vita,  attratta  a.  sé  le  anime 
eh'  erano  quivi  più  innamorate  del  Bene  ;  fra  le  quali  basti 
il  ricordare  una  nobilissima  fra  le  donne  di  cui  l'Italia  si 
onori,  Vittoria  Colonna.  In  Firenze  e  in  Toscana  tutta  poi 
lo  spirito  di  Savonarola  parlava  ancora  —  a  così  dire  —  dal 
sepolcro  a'  suoi  devoti  :  e  gli  esuli  fiorentini  n'  aveano  por- 
tato seco  in  Venezia  le  vive  rimembranze.  Da  ciò  l'accostarsi 
de'  riformatori  cattolici  a'  riformatori  protestanti,  segnata- 
mente rispetto  alla  dottrina  della  giustificazione  per  la  fede 
in  Cristo  contro  la  dottrina  del  libero  arbitrio  e  del  merito 
delle  opere  :  in  altri  termini,  della  salute  dell'anima  per  in- 
timo rinnovamento,  anziché  per  virtù  d'atti  esterni  non  san- 
tificati dallo  spirito.  Ora,  le  fondamenta  dell'edificio  Papale 
—  la  efficacia,  cioè,  de'  sacramenti  e  delle  forme  del  culto, 
la  mediazione  fra  l'uomo  e  Dio  e  la  conseguente  autorità 
della  gerarchia  —  posavano,  in  gran  parte,  su  questa  seconda 
dottrina,  che  filosoficamente  è  la  vera  ma  che,  travolta  dal 
sacerdozio  a  fini  mondani,  avea  ridotto  tutta  la  virtù  della 
religione  alla  mera  osservanza  de'  segni  e  degli  atti  esteriori 
del  suo  ministerio,  facendo  dipendere  la  salvezza  de'  fedeli, 
più  che  da  propria  bontà,  dai  perdoni  e  dalle  indulgenze 
della  Chiesa.  Di  fronte  a  tal  sommessione  e  servitù  della  co- 
scienza, il  ricorso  alla  fede  in  Cristo  e  l'aspirare  dell'anima 
all'  ideale  dell'  amore  e  del  sacrificio,  come  a  via  di  salute, 
erano  al  paragone  libertà,  vita,  riscatto.  E  a  questo  aspetto 
della  Riforma  propendevano  gli  spiriti  più  devoti,  eziandio 
fra  i  cattolici  ;  quanti  aveano  a  schifo  le  corruttele,  le  impo- 


LETTURA  TERZA.  253 

sture,  le  venalità  ond'era  contaminata  la  Chiesa;   quanti 
anelavano  a  rigenerare  moralmente  la  cristianità  mantenen- 
dola unita,  da  Contarini  ad  Ochino.  Erano  Calvinisti  o  Zuin- 
gliani,  quanto  al  principio  informatore  della  fede;  rimanevano 
cattolici,  rispetto  alla  costituzione  della  Chiesa,  che  volevano 
purificata  dagli  abusi  ma  intatta  nell'  insieme.  Or,  tutta  Ita- 
lia era  seminata  di  sodalizi  rivolti  a  tali  tendenze.*  Così  ad 
esempio,  in  Pisa,  in  Lucca,  a  Napoli,  Pietro  Martire  Vermi- 
gli —  canonico  fiesolano,  indi  esule  in  Isvizzera  e  più  tardi 
Professore  di  Divinità  in  Oxford  —  avea  fondato  congrega- 
zioni di  tal  maniera  di  riformati  ;  ed  è  assai  probabile  che 
il  giovane  Matteo  Gentili  attingesse  a  questa  fonte  i  principi 
della  nuova  credenza  :  della  quale  poi,  ritornato  nella  regione 
nativa,  fecesi  propagatore  fra  gli  amici,  procacciandosi  in 
pari  tempo  riputazione  di  sapere  e  virtù,  come  medico  e  come 
cittadino.  Sposò  nel  1549  Lucrezia  Petrelli,  gentildonna  di 
non  comune  ingegno  e  bontà,  e  n'  ebbe  più  figli,  fra'  quali 
Alberigo  e  Scipione,  partecipi  de'  convincimenti  e  de'  casi 
paterni.  Primi  educatori  della  numerosa  prole  furono  il  padre 
e  la  madre.  E,  vissuto  Alberigo,  sino  all'età  di  19  anni,  nel 
santuario  della  famiglia,  passò  quindi  a  studiar  leggi  in  Pe- 
rugia, ancor  rigida  custode  —  a  que'  giorni  —  della  vecchia 
scuola  di  Bartolo  e  di  Baldo:  onde  la  grande  osservanza  del 
Gentili  per  que'  restitutori  del  Romano  Diritto  ne'  primi  se- 
coli degli  studi  risorti.  Conseguì  egli,  nel  1572,  grado  di  Dot- 
tore nell'Ateneo  Perugino;  dopodiché,  recatosi  presso  il  padre 
in  Ascoli  —  dove  questi  s'era  allogato  in  qualità  di  medico 
del  Comune  —  fu  da  que'  cittadini,  per  la  fama  che  già  di 
lui  correva,  eletto  pretore  o  podestà,  sebbene  giovanissimo. 
Passati  tre  anni  e  restituitosi  con  i  parenti  al  suo  natio  San- 
ginesio,  vi  ebbe  liete  accoglienze,  onori,  ufficio  di  avvocato 
della  città  e  di  riformatore  de'  municipali  Statuti  ;  e  alla 
pubblica  fiducia  corrispose  solertissimo,  con  la  dottrina,  col 
senno,  con  la  civile  onestà.  Ed  ivi  rimase  dal  1575  al  1579, 
nel  quale  anno  —  ventottesimo  dell'età  sua  —  la  fortuna  si 
volse  fieramente  nemica  a  lui  e  a'  suoi.  Trasvolo  sui  parti- 


*  Vedi  intorno  ai  caratteri  e  ai  tentativi  della  Riforma  religiosa  in 
Italia,  la  classica  opera  dì  Leopoldo  Ranke,  Storia  dei  Papi,  ne*  secoli  XVI 
e  XVII,  ec,  voi.  I,  lib.  II,  cap.  I.  —  Mac  Crie,  Reformation  in  Itahj,  —  Ger- 
DOSio,  Specimen  Italice  reformatce,  —  Giannone,  Storia  Civile  del  Regno  di 
Napoli.  —  Speranza,  op.  cit.,  cap.  Ili  e  IV,  ec.  —  {Nota  delV Autore.) 


254  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

colari.  Toccherò  delle  generali  cagioni  della  rovina  de'  Gen- 
tili :  sorte  comune  di  un  gran  numero  di  case  italiane  in 
quella  terribile  età.* 

Ne'  primi  anni  del  Pontificato  di  Paolo  III,  la  parte  rifor- 
matrice, capitanata  dal  Cardinale  Gaspare  Contarini  —  alto 
intelletto  e  nobil  cuore,  —  avea  tentato  riconciliare  cattolici 
6  protestanti,  sul  fondamento  de'  principi  poc'anzi  accennati. 
Carlo  V,  propenso  allora  a  tolleranza  per  le  cose  di  Germa- 
nia, favoriva  il  disegno.  E  per  poco  il  Cpntarini  non  riuscì, 
nella  Dieta  di  Ratisbona,  a  felice  risultamento.*  Quel  con- 
cetto di  restaurazione  morale  dell'unità  cristiana,  ideata  da 
un  grande  Italiano,  traeva  a  sé  gli  animi  più  generosi.  Bucero 
e  Melantone,  fra  i  protestanti,  vi  si  accostavano  volentieri. 
La  rigidità  di  Lutero  da  un  lato;  le  mene  di  Francesco  I 
dall'altro;  le  perplessità  del  Pontefice;  e,  in  fondo,  l'intrin- 
seca contradizione  fra  i  due  sistemi  chiamati  a  contempe- 
rarsi insieme,  prevennero  l'efifetto.  I  più  stretti  conservatori 
in  Roma,  i  luterani  più  bigotti  in  Germania,  agitati  con  dop- 
pie arti  dalla  diplomazia  francese  —  sospettosa  della  potenza 
ohe  la  pacificazione  religiosa  avrebbe  arrecato  all'Impero  — 
resero  vane  le  speranze  de'  più  temperati.  La  parte  selvaggia 
prevalse.  Il  consiglio  dato  anni  innanzi  dal  Cardinale  Cam- 
peggi a  Carlo  V  —  intorno  al  modo  di  trattar  con  gli  ere- 
tici: <  tentarne  la  conversione  con  promesse  o  minaccie;  reni- 
tenti, estirparli  col  ferro  e  col  fuoco,  >'  —  avea  ormai  secondi 
i  destini. 

*  Per  più  ampie  e  particolareggiate  notizie  intorno  alla  famiglia  Gen- 
tili, alla  vita  di  Matteo  e  d'Alberigo,  alla  loro  fuga  dall'Italia,  al  processo 
in  contumacia  intentato  contro  di  loro  dalla  Inquisizione,  alla  confìsca 
de'  beni  e  alla  cancellazione  del  loro  nome  dall'Albo  del  Comune  di  San- 
ginesio,  rimando  i  lettori  alla  lodata  opera  dell'Avv.  Speranza,  il  quale 
ha  trattato  di  tutto  ciò  con  molto  studio  e  diligenza.  —  (Nota  dell* Atitore.) 

*  Intorno  alle  idee  di  riforma  della  Chiesa  cattolica  e  ai  propositi  di 
«onciliazione  coi  protestanti  di  Germania,  per  parte  del  Contarini  e  degli 
amici  suoi,  sono  da  consultare,  fra  gli  altri  documenti  del  tempo,  il  Con- 
silium  delectorum  cardinalium  et  aliorum  prcelatorum  de  emendando  ecclesìa, 
firmato  da  Contarini,  Caraffa,  Sadoleto,  Polo,  Fregoso,  Giberti,  Cortese  e 
Aleandro:  la  Memoria  del  Contarini  stesso  a  Papa  Paolo  III,  Gasp.  Contar. 
Cardinaliaad  Paulum  III  de  poteatate  Pontificia  in  compoaitionibua  :  la  Inatructio 
data  (da  Paolo  III)  Bev.  Card.  Cantareno  in  Germania  legato,  d,  28  mensiét 
Januarii,  1541:  le  vite  e  gli  epistolari  di  Contarini,  Reginaldo  Polo,  Sa- 
•doleto,  ec.  Vedi  particolarmente  la  vita  del  Contarini,  scritta  in  latino  da 
Mons.  Giovanni  Della  Casa,  e  l'altra  in  volgare  del  BeocateUi.  —  {Nota 
dell'Autore.) 

^  Memoriale  presentato  a  Carlo  V  dal  Card.  Campeggi,  Legato  ponti- 

"^io  alla  Dieta  d'Augusta,  nel  1530,  pendenti  gli  accorai  tra  Clemente  VII 

Imperatore,  per  l' estinzione  dell'  eresia  in  Germania  e  il  sacrifìoio  della 


^^W'^'K  ^  '    ' 


LETTURA  TERZA.  255 

A  breve  andare,  mescolandosi  agli  odi  religiosi  le  rivalità 
de'  Principi,  la  Germania  fu  piena  di  stragi  :  le  Fiandre,  re- 
clamanti la  integrità  di  loro  antiche  franchigie,  furono  visi- 
tate dai  primi  rigori  dell'Inquisizione;  la  Francia,  morto 
Francesco  I,  divenne,  durante  i  regni  de'  suoi  deboli  succes- 
sori e  sotto  la  Reggenza  di  Caterina  de'  Medici,  teatro  di 
feroci  fazioni;  e,  in  mezzo  alle  rovine  della  civile  società,  il 
Concilio  di  Trento  e  la  Compagnia  di  Gesù  diedero  mano  a 
consolidare  gli  avanzi  della  disfatta  unità  cattolica,  ristau- 
rando  l'assoluta  supremazia  del  Pontefice  e  commettendo  la 
custodia  della  inanime  forma  di  una  fede  da  cui  s'era  par- 
tito lo  spirito  della  carità  e  dell'amore,  alle  pie  eure  del 
Sant'Ufficio.  I  limiti  del  presente  discorso  non  mi  consentono 
di  riandare  i  fasti  de'  pontificati  di  Paolo  IV,  di  Pio  V,  di 
Gregorio  XIII,  né  i  particolari  della  persecuzione  che  spense 
o  cacciò  dalla  Patria  nostra  la  miglior  parte  di  ciò  che  v'era 
di  colto,  di  animoso  e  gentile,  nella  generazione  alla  quale 
il  mondo  deve  le  glorie  del  rinascimento  delle  lettere  e  delle 
scienze.  Non  v'ha  terra  d'Italia  che,  ne' ricordi  domestici  di 
quella  sinistra  età,  non  abbia  da  consegnare  alla  storia  nomi 
di  martiri  e  d'esuli  per  la  libertà  del  pensiero  e  della  co- 
scienza.^ La  Svizzera,  la  Germania,  la  Polonia,  l'Inghilterra, 
le  Fiandre  furono  testimoni  ed  ospiti  delle  sventure  e  delle 
virtù  de' colpiti  dalla  proscrizione  italiana.  Lungo  lo  anno- 
verare anche  solo  i  più  illustri,  da  Ochino  a  Vermigli,  pro- 
fughi per  causa  di  religione,  a  Vannini  e  a  Bruno  che,  pei 
diritti  dell'umana  ragione,  sostennero  invitta  battaglia  con- 
tro i  seguad  dell'autorità;  e  finirono  col  perire  sul  rogo.  E 
già  Carnesecchi,  Paleario  ed  altri  —  chi  per  cristiani  con- 
vincimenti, chi  per  filosofiche  speculazioni  —  aveano  patito 
tortura  e  morte.  Sola  via  di  salvezza  il  mentire  alla  propria 
coscienza  o  cercare  libertà  nell'esilio.  Ma  i  più  preferirono 
alla  ipocrisia,  di  una  fede  non  sentita  l'abbandono  delle  cose 
più  caramente  dilette.  Ì)a  talune  città  emigrarono  congre- 
gazioni intere.  Innumerevole  la  schiera  de'men  noti.  Donne 
egregie  per  altezza  di  mente  —  come  Olimpia  Morata*  —  fu- 

libertà  fiorentina,  in  compenso  dell'appoggio  papale  alla  preponderanza 
spagnuola.  Instructio  data  Ccesari  a  reverend.  Campeggio  in  dieta  Augu- 
stana,  1^0.  —  Banke,  op.  cit.,  lib.  I,  cap.  III.  —  {Nota  deW Autore.) 

*  Ravke,  op.  cit. — Mac  Obib,  Reformation  in  Ttaly.—  {Nota  deW Autore.) 

*  Gentildonna  ferrarese,  iniziata,  alle  nuove  credenze  sotto  gli  auspici 
di  Kenata  d'Angiò  —  seguace,  coni'  è  noto  delle  dottrine  di  Calvino.  —  Co- 


256  SU  ALBERIGO  GENTILL 

rono  ne'  travagli  dell'esilio  esempio  di  costanza  e  di  fede  ai 
lor  cari.  Le  furie  dell'Inquisizione  sterminavano  dalla  Patria 
nostra  le  dovizie  superstiti  dell'ingegno  e  della  virtù  onde 
l'aveano  arricchita  i  forti  secoli  della  civiltà  de'  suoi  Comuni  ; 
mentre  le  scuole  de'  seguaci  di  Loiola  corrompevano  la  natia 
virilità  deé:li  animi  nel  rimanente.  La  vena  non  mai  dissec- 
cata della  cristiana  pietà  nell'anime  più  mansuete  ed  amanti^ 
anche  fra  il  clero,  si  espandeva,  è  vero,  in  opere  di  benefi- 
cenza a  sollievo  della  spaventevole  miseria  delle  plebi,  in 
mezzo  alle  guerre,  alle  carestie,  alle  pestilenze  che  desola- 
vano Ja  nostra  terra  infelice.  E  sorgevano  allora  quegli  Or- 
dini religiosi  d'origine  e  d'indole  affine  —  da  principio  —  alle 
antiche  tendenze  riformatrici,  che  col  nome  di  Teatini,  di 
Somaschi,  di  Barnabiti,  pur  ritraendo  l'animo  dalla  indagine 
pericolosa  dell'intime  sorgenti  della  religione,  si  consacra- 
vano devoti  alle  sociali  carità  sotto  l'imposta  forma.  Ma, 
come  accade,  la  fede  prescritta  dalla  forza  diveniva  in  molti 
velame  di  segreta  incredulità  e  d'opere  malvagie;  la  schietta 
moralità  dell'antica  vita  italiana  decadeva,  in  gran  parte, 
sotto  la  duplice  schiavitù  de'  corpi  «.dell'anime  ;  e  a'  più  vol- 
gari la  religione  non  era  che  scampo  esterno  e  miracoloso 
ai  rimproveri  della  mala  coscienza.  Onde,  soppressa  ogni 
virtù  propria  di  riparazione  interiore,  vedevansi  ne'  cattivi  i 
misfatti  più  turpi  e  crudeli  andar  compagni  alle  più  bigotte 
osservanze  ;  come  oggi  ancora  vediamo  —  infima  specie  del 
genere  —  il  brigante  che  uccide  e  prega. 

Per  la  fallita  conciliazione  fra  cattolici  e  protestanti,  l'opera 
dell'umano  progresso  fu  sottoposta  a  maggior  prova,  ma  non 
si  arrestò  nel  suo  corso;  e,  come  vuole  natura,  trasse  dagli 
ostacoli  nuovo  impulso  e  vigore. 

Nelle  contrade  che  adottarono  la  Riforma,  la  ragione 
— -  sciolta  dai  legami  della  Chiesa  di  Roma  —  rimase  in  gran 
parte  avvinta  all'autorità  della  Bibbia.  La  libertà  di  coscienza, 
parzialmente  rivendicata,  era  una  libertà  relativa,  circoscritta 
nei  limiti  ad  essa  segnati  dalla  tradizione  ebraica  e  dalla 
tradizione  evangelica.  E  nelle  diverse  sètte  l' interpretazione 
de'  Libri  Sacri  determinava,  secondo  le  varie  disposizioni  de- 


stretta ad  esulare  in  Germania  col  marito  e  coi  figli,  lasciò  in  parecchie 
lettere,  da  lei  dettate  dall' esilio,  un  nobile  documento  ai  posteri  di  do- 
mestiche virtù,  d'ingegno  colto  e  gentile  e  di  fede  serena  in  mezzo  ai 
dolori  e  agli  stenti  dell'errante  sua  vita.  —  {Noia  dell'Autore.) 


LETTURA  TERZA.  257 

gli  animi,  modalità  speciali  di  dogmi  e  di  riti,  ch'erano  fonte 
d'intolleranze  non  meno  feroci  delle  cattoliche.  Nei  paesi 
invece  che  si  mantennero  in  podestà  di  Roma  papale,  il  moto 
degli  ingegni,  escluso  dalle  cose  della  religione,  si  volse  ai 
quesiti  della  filosofia  e  dèlia  scienza:  la  ragione  vi  spaziò 
più  indipendente  dalle  preoccupazioni  della  fede:  la  civiltà 
laica  vi  prese  forme  meno  teologiche,  meno  austere:  e  in 
breve,  i  discepoli  ribelli  della  Chiesa  cattolica  sorpassarono 
i  timorati  eredi  di  Lutero  e  di  Calvino  nelle  conquiste  della 
libertà  del  pensiero. 

E  questa  tendenza  si  fece  manifesta  sin  da  principio,  mas- 
''sime  fra  gl'italiani:  i  più  prestanti  de' quali  non  rassegna- 
rono mai  tutta  intera  la  signoria  del  loro  intelletto  ai  dogmi 
dei  riformatori;  né  s'acconciarono  alla  solitaria  e  repulsiva 
natura  àeW  individtmlismo  protestante.^  Onde  anche  quelli 
che  la  reazione  papale  fece  uscire  dai  confini  dell'unità  cat- 
tolica serbarono  tuttavia,  dinanzi  alle  straniere  credenze, 
grande  libertà  di  giudizio:  e  nell'indole  della  lor  mente  ap- 
parve pur  sempre  viva  e  operosa  la  civile  virtù  della  natia 
coltura. 

Io  vi  chiedo  venia  di  queste  escursioni  nella  storia  del 
pensiero  italiano  all'età  di  Alberigo,  le  quali  però  ci  servi- 
ranno a  definire  più  esattamente  i  caratteri  della  sua  mente; 
e  ritorno  alle  vicende  della  sua  vita. 

Esisteva  in  Sanginesio  una  Confraternita  denominata 
de'  Santi  Tommaso  e  Barnaba,  cattolica  in  apparenza,  ad- 
detta—in ispirito  —  alle  nuove  dottrine.  Matteo  n'era  prin- 
cipale ispiratore  ;  *  caldo  seguace  della  sua  fede,  il  figlio  Al- 
berigo. Ma  i  tempi  si  facevano  grossi;  vigile  dapertutto  il 
Sant'Ufficio;  i  sospetti  religiosi  inveleniti  dalle  fazioni  civili. 
Gregorio  XIII,  grande  patrocinatore  de' Gesuiti  e  di  loro 
scuole,  cospirante  con  Filippo  II  di  Spagna  contro  Inghil- 
terra, contro  gl'insorti  Fiamminghi,  contro  gli  Ugonotti;  in- 
teso ad  apparecchiar  difese  contro  i  Turchi:  profondeva  in 
questi  molteplici  intenti  i  tesori  della  Chiesa.  A  rifare  l'esausto 
erario  ricorse  ad  un  espediente  tribunizio.  Sottopose  a  revi- 
sione legale  i  titoli  di  possesso  de'  feudi  dello  Stato  :  e  quanti 
Signori  vennero  giudicati  possessori  illegittimi  espropriò  dei 
beni,  da  essi  o  dai  loro  maggiori  indebitamente  occupati  od 


*  Speranza,  op.  eit.,  cap.  IV.  —  {Nota  dell'Autore,) 


258  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

abusivamente  ritenuti/  Da  ciò,  sollevazioni  di  feudatari  spo- 
destati, bande  di  paesani,  conflitti  di  sètte  ostili  in  ogm  terra 
sotto  vieti  e  falsi  nomi  di  guelfi  e  ghibellini,  oltraggi  a  chiese 
è  a  persone  ecclesiastiche  per  fatto  dei  malcontenti;  l'accusa 
di  eresia  usata  sovente  dai  partigiani  del  Governo,  a  sfogo 
di  private  vendette.  Del  quale  disordine  le  Marche  erano  tutte 
piene,  e  Sanginesio  non  ne  andò  esente  :  di  che  accadde  die 
parecchi  de'  fratelli  dell'  Oratorio  vennero,  per  odi  partico- 
lari, denunziati  alla  Inquisizione  :  onde,  arresti  e  fughe.  Mat- 
teo potè,  con  r  aiuto  di  fidati  amici,  provvedere  in  tempo  al 
proprio  scampo  ;  e,  in  compagnia  di  Alberigo  —  traendo  seco 
anche  il  giovinetto  Scipione,  allora  sedicenne  —  si  condusse 
a  salvamento  in  Carniòla.  Quivi  fece  dimora  —  con  ufficio  di 
Archiatro  presso  que'  Duchi  —  sino  al  1581  ;  e,  mandati  nel 
frattempo  il  minore  de'  figli  a  studiar  leggi  in  Germania,  il 
maggiore  a  procacciarsi  stato  in  Inghilterra,  colà  si  ridusse 
anch' egli  in  sul  cadere  di  quell'anno,  per  più  sicuro  rifugio. 
Che  l'Inghilterra  era  a  que' giorni  —  come  poi  sempre  —  in- 
violato ricetto  d'onorati  esili.  E,  sebbene  sotto  lo  splendido 
regno  di  Elisabetta  —  tutrice  delle  sorti  del  protestantesimo 
e  della  indipendenza  de'  Popoli  contro  Roma  e  la  Spagna  — 
la  cura  delle  interne  franchigie  avesse  ceduto  il  campo  a 
quelle  grandi  e  generali  preoccupazioni;  i  progressi  del  pen- 
siero e  il  sollevamento  degli  animi  alle  minaccio  di  fuori  ap- 
parecchiavano non  pertanto  i  germi  di  quella  invitta  gene- 
razione, salvatrice  della  libertà,  ch'ebbe  nel  seguente  secolo 
per  interpreti  e  campioni  della  sua  grande  opera,  Hamden, 
Cromwell  e  Milton. 

L' esule  giureconsulto  italiano,  eh'  era  già  in  fama  di  dot- 
trina e  d'integrità,  s' ebbe  —  ivi  giunto  —  benevoli  i  più  illu- 
stri fra  gli  ottimati  :  e  Binatamente  il  Conte  di  Leicester, 
potente  allora  in  Corte,  e  Filippo  Sidney,  insigne  per  colfeara, 
per  costumi  cavallereschi  e  più  per  nobiltà  d'  animo,  inteso 
a  proteggere  gli  studi  e  gì'  ingegni,  e  devoto  alla  patria  e 
all'altrui  libertà.  Di  che  diede  prova  solenne  promovendo  la 
difesa  dell'insurrezione  fiamminga  contro  il  dispotismo  spa- 
gnuolo;  e  consacrando,  in  quella  gran  lotta,  l'eroica  virtù  e 
la  vita  alla  Causa  della  comune  sicurtà  e  civiltà  delle  genti. 
Per  tali  aderenze,  ottenne  Alberigo  —  onesto  premio  al  me- 

*  Vedi  Ranke,  op.  cit.,  lib.  IV,  §  III.  —  Maffei,  Annali  di  Gregorio  XHF^ 
e  i  Dispacci  di  Antonio  Tiepolo,  citati  dal  Ranke.  —  (^o^a  deW Autore.) 


LETTURA  TERZA.  259 

rito  —  onori  ed  uffici;  posto  di  socio,  e  facoltà  di  professare 
pubblicamente  il  Diritto,  nel  Collegio  di  San  Giovanni  in 
Oxford,  sin  dal  1581  ;  indi,  nel  1587,  cattedra  di  Diritto  Ci- 
vile in  quella  Università/  Ed  ammogliatosi  ad  Ester  de  Peigny 
francese,  n'ebbe  più  figli;  fra'  quali,  Roberto  il  maggiore,  del 
quale  dirò  più  avanti. 

A  que' tempi,  gli  esuli  per  causa  di  religione  trovavano 
fraterne  accoglienze  e  liberali  compensi  alle  loro  afflitte  for- 
tune fra  i  protestanti  di  Svizzera,  di  Germania,  d' Inghil- 
terra; segnatamente  quelli  — com'è  naturale  —  che  abbrac- 
-ciavano  gli  articoli  di  fede  delle  chiese  dominanti,  fra  le 
riformate.  I  Gentili  non  dovettero  —  s' io  ben  giudico  —  sco- 
starsi gran  fatto  dalle  credenze  alle  quali  accennai  poc'anzi; 
•ed  usciti  fuor  della  Patria  e  della  Chiesa  papale  ad  un  tempo, 
aderirono  alla  Chiesa  anglicana,  come  a  quella  che  meno  si 
allontanava  dagli  ordini  antichi.  Onde,  né  Matteo  né  i  figli 
«uoi  sono  da  collocare  fra  i  novatori  de'  dogmi  del  cristia- 
nesimo, come  Socino  ed  altrettali;  né  fra  gli  oppugnatori 
della  Teologia  in  nome  della  ragion  filosofica,  come  Giordano 
Bruno;  ma  più  veramente  fra  que' nostri  moralisti  cristiani 
■che,  seguendo  le  tradizioni  de'  loro  precursori  --  da  Arnaldo 
a  Savonarola  —  e  le  dottrine  de'  Riformatori  or  ora  menzio- 
nati, intendevano  a  spiritualizzare  il  culto,  spogliandolo  di 
ciò  eh'  essi  giudicavano  falso  ed  intruso,  e  ad  emancipare  la 
società  civile  dalla  soggezione  al  primato  papale.  E  invero 
Alberigo  non  si  preoccupò  più  che  tanto  di  polemiche  dogma- 
tiche, né  fu  amico  al  razionalismo  dell'  età  sua,  in  quanto  si 
facesse  a  scrutare  ciò  eh'  era,  al  veder  suo,  di  pertinenza 
della  fede;  come  appare  da  vari  luoghi  del  Diritto  di  Guerra, 
nonché  dalle  allusioni  con  che  Giordano  Bruno  —  parlando, 
ne'  suoi  Dialoghi,  delle  dispute  da  lui  sostenute  in  Oxford  e 
in  Londra  coi  dottori  del  tempo  —  tocca  evidentemente,  fra 
gli  altri,  il  Gentili.*  Non  é  quindi  per  tale  rispetto  che  que- 

*  T.  E.  HoLLAKD,  J>i8corao  aopra  Alberigo  Gentili,  letto  aW  Università  di 
Oa^ordf  nel  novembre  1874.  —  Speranza,  Studi  ec,  cap.  VII.  —  {Nota  del- 
l'Autore,) 

*  Il  concetto  di  Alberigo,  circa  ai  confini  ne*  quali  parevagli  doversi 
circoscrivere  la  competenza  della  ragione,  risulta  chiaramente  dal  passo 
che  segue  del  cap.  XX,  lib.  II  del  Diritto  di  Guerra  :  «  Et  non  sunt  ulla 
aut  Aristotelis  aut  cujusdam  alterius  documenta,  quae  non  cedant  reli- 
gioni. Etiam  sensus  concedunt.  Opinio  verisimilitudini,  inteUectua  rationi, 
fidea  auetoritati  innititur.  Fides  rationem  non  qucerit^aed  ante  rationem  credit: 
quia  nec  quidquid  ait  magia  contra  rationem  quam  per  rationem  illuc  canari, 


260  SU  ALBERIGO  GENTILI.    ' 

sti  ha  lasciato  traccia  di  sé  nella  storia  dell'umano  pensiero  ; 
sebbene,  come  propugnatore,  nel  suo  Diritto  di  Guerra,  della 

quod  8upra  omnem  est  rationem,  Qu8b  Bernard us.  Et  quae  apta  omni  reli- 
gioni, ac  fidei.  »  —  Il  qual  passo  è  così  tradotto  dal  Fiorini:  «  Non  trovi 
precetto  in  Aristotile  e  in  altri  che  non  ceda  al  principio  religioso  ;  anche 
la  ragione  gli  cede.  L' opinione  alla  verosimiglianza,  Y  intelletto  alla  ra- 
gione,  la  fede  si  appoggia  all'autorità.  Fede  lion  cura  di  ragione  né  do- 
manda ad  essa  che  cosa  abbia  da  credere:  che  non  v'ha  nulla  di  più  con- 
trario a  ragione  che  tentare  quelle  cose  che  a  ragione  sovrastano.  Così  ^ 
Bernardo:  e  così  può  dirsi  dì  eie  che  attiene  a  qualunque  religione  e  fede.  »  * 
Ma,  stabilito  questo  confine,  se  Alberigo  nega  da  una  parte  alla  ragione 
la  facoltà  di  varcarlo,  entrando  nel  dominio  della  teologia,  egli  esclude 
dall'altra,  non  meno  risolutamente,  quest'ultima  dal  campo  delle  questioni 
che  sottostanno  ai  criteri  civili  ed  umani,  e  che  possono  con  questi  risol- 
versi conforme  alla  Legge  di  Natura,  che  è  pur  essa  —  egli  dice  —  Legge 
divina.  E  se  accada  di  trovare  ne' Libri  Sacri  qualche  comando  speciale 
che  contradica  ai  principi  della  naturale  giustizia  —  come  nel  caso  degli 
ordini  dati  da  Mosè,  in  nome  di  Dio,  al  Popolo  Ebreo  per  lo  sterminio 
de'  suoi  nemici,  non  risparmiando  donne  e  fanciulli  —  il  credente  non  in- 
dagherà la  ragione  di  si  fatto  comando,  la  quale  è  mistero  che  spetta  alla 
fede  e  alla  teologia  ;  ma  dovrà  considerare  quel  comando  come  eccezione 
alla  legge,  e  osservare  la  regola  generale,  non  l'eccezione.  Tale  è  l'argo- 
mento di  Alberigo  in  proposito,  al  cap.  XXI  del  lib.  II,  De  Jure  Belli.  Nè^ 
basta  :  ma  più  recisamente  ancora  egli  respinge  le  pretese  de*  teologi,, 
quante  volte  facciano  contrasto  alle  ragioni  della  giustizia  e  dell'umanità,, 
non  per  autorità  di  comandi  divini  nella  Bibbia,  ma  per  arbitrio  di  opi- 
nioni lor  proprie,  come  vo  notando  in  vari  luoghi  più  avanti:  e  vuole 
libera  e  sciolta  la  competenza  della  ragione  in  tutto  ciò  che  di  sua  natura 
è  soggetto  al  giudizio  della  medesima,  nelle  cose  naturali  come  nelle  civili. 
Di  che  fa  testimonianza,  fra  l'altre  sue  sentenze,  quella  con  cui  —  com- 
battendo, fra  gli  spedienti  di  guerra  da  non  approvarsi,  le  arti  magicbe 
e  le  fattucchierie  —  si  mostra  evidentemente  inclinato  a  non  prestar  fede 
ai  pregiudizi,  che  ancora  prevalevano  a'  suoi  giorni,  sulle  influenze  demo- 
niache (lib.  II,  cap.  VI).  Diresti  ch'egli  non  fosse  al  tutto  estraneo  a  quella 
tendenza  razionale  che  andava  occupando  il  luogo  del  maraviglioso  nella 
spiegazione  de'  fenomeni  della  Natura,  e  di  cui  Pomponazzo,  fra  i  primi, 
uvea  dato  saggio  nel  suo  libro  De  ine antat ione.  E  l'avere  Matteo  Gentili 
studiato  in  Pisa  sotto  gli  auspici  di  Porzio,  e  partecipato  al  movimento 
intellettuale  che  apparecchiava  la  via  al  metodo  sperimentale  nelle  scienze 
fisiche,  rende  verosimile  che  Alberigo  tenesse  dal  padre  somiglianti  dispo- 
sizioni di  mente.  Che,  anzi,  la  sua  amicizia  per  Giordano  Bruno  e  il  pregio 
in  che  lo  aveva  —  comechè  alieno  dalle  sue  speculazioni  *e  dato  a  studi 
di  natura  più  positiva  —  sembrano  confermare  il  supposto  ;  non  essendo 
probabile  che,  s'egli  fosse  stato  —  come  taluni  lo  dipingono  —  uno  stretto 
e  intollerante  seguace  dell'autorità  in  materia  di  religione  e  di  filosofia, 
si  fosse  poi,  come  fece,  sì  amorevolmente  prestato  in  Vittenberga  a  pro- 
cacciare al  Nolano  una  cattedra,'perchè  vi  leggesse  VOrganum  di  Aristo- 
tile, mentr'egli  conosceva  in  Bruno  il  più  audace  degli  oppugnatori  d'ogni 
maniera  d'autorità.  Aggiungi  che  Alberigo,  nell'opera  De  nascendi  tempore 
e  in  altri  suoi  scritti,  si  mostra  peritissimo  delle  discipline  mediche  e  na- 
turali (Speranza,  cap.  X,  pag.  145-46).  Stimo  pertanto  che  il  più  probabile 
giudizio  che,  negli  accennati  aspetti,  possa  farsi  di  lui,  sia  di  considerarlo 
sinceramente  addetto  alle  credenze  cristiane  riformate,  per  indole  d'animo 
religioso  ;  ma  non  bigotto,  non  fanatico,  non  avverso  per  esse  al  legittimo 
esercìzio  dell'umana  ragione,  vuoi  nelle  cose  civili  e  politiche,  vuoi  nelle 
metafisiche  e  nelle  fisiche;  rappresentando  egli  cosi  in  sé  stesso  il  tem- 
peramento del  suo  secolo,  spartito  —  per  così  dire  —  fra  il  libero  esame 
e  la  fede.  E  se  —  come  par  certo  —  1  Albertino,  introdotto  da  Giordano 
Bruno  nel  quinto  Dialogo  deir//i/ì«iVo  universo  e  mondi,  è  il  nostro  giure- 


LETTURA  TERZA.  261 

Ragion  delle  Genti,  dica  cose  vere  e  notevoli  sul  principio 
della  libertà  religiosa,  di  che  discorrerò  fra  breve.  Ma  l'uf- 
ficio eh'  egli  si  assunse,  nel  suo  esilio  britannico,  fu  di  resti- 
tuire in  onore  lo  studio  delle  Leggi  civili  fra  genti  che,  per 
Podio  giustamente  concepito  contro  la  parte  servile  del  Giure 
imperiale,  avevano  ingiustamente  in  dispetto  tutto  ciò  che 
portava  nome  di  antico  e  di  romano.  E  Alberigo  riuscì  ap- 
punto a  ravvivarne  la  coltura  presso  gli  ospiti  suoi  :  *  e  fu 
suo  maggior  merito  l' avere,  più  che  altri,  contribuito,  nel- 
r  aprirsi  de'  tempi  moderni,  ad  estendere  i  lumi  della  ragion 
naturale  e  della  civile  equità  al  giudizio  delle  liti  che  insor- 
gono per  causa  pubblica  fra  Popoli  e  Stati  diversi.  Perocché, 
nel  magistero  dell'insegnamento  come  nelle  familiari  con- 
versazioni co'  suoi  patroni  —  e  in  particolare  col  Sidney, 
eh'  egli  singolarmente  amava  ed  ammirava  —  gli  accadesse 
sovente  di  conferire  intorno  alle  grandi  questioni  di  Diritto 
Pubblico  che,  in  quel  vasto  agitarsi  delle  nuove  sorti  de' Po- 
poli in  secolo  riformatore  e  trasformatore,  s' imponevano  al 
pensiero  de' giureperiti  e  degli  uomini  di  Stato.  E  de' suoi 
pensamenti  su  tale  soggetto,  egli  avea  già  abbozzato  le  prime 
linee  in  una  Prolusione  che  lesse  in  Oxford,  presenti  il  Leice- 
ster e  il  Sidney,  nel  1585;  svolgendoli  poi,  in  quello  stesso 
anno,  con  maggiore  ampiezza,  nella  sua  opera  De  LegcUio- 
nibuSy  da  lui  dedicata  al  Sidney  come  a  modello  del  perfetto 
ambasciatore.*  Or  la  dottrina  di  Alberigo  in  ogni  ramo,  non 
solo  dell'antica  ma  della  comune  e  statutaria  giurisprudenza, 
davagli  grande   autorità,  sì  ne'  cìrcoli  degli  studiosi  come 

consulto,  il  ritratto  che  11  Nolano  ce  ne  fa  risponde  appunto  a  questa  no- 
stra idea  dell'autore  del  De  Jure  Belli,  <  Nel  principio  del  quinto  Dialogo 
—  dice  Bruno  nella  Epistola  Proemiale  al  Mauvissier,  ambasciatore  di 
Francia  a  Londra  —  si  presenta  uno  dotato  di  più  felice  ingegno  ;  il  quale, 
quantunque  nodrito  in  contraria  dottrina,  per  aver  potenza  di  giudica r 
sopra  quello  eh'  have  udito  e  visto,  può  far  differenza  tra  una  e  un'altra 
discipUna,  e  facilmente  si  rimette  e  corregge.  »  —  Nel  che  vedi  i  segni, 
nel  nostro  italiano,  di  una  mente  istrutta  a  civile  coltura  e  aperta  alla 
ricerca  del  vero,  in  contrapposto  all'accigliata  e  rustica  presunzione  dog- 
matica che  il  Nolano  attribuisce  —  segnatamente  nel  quarto  Dialogo  della 
Cena  delle  Ceneri  —  ai  teologi  di  Oxford  e  agli  altri  barbassori,  a'  quali  fa 
intendere  le  sue  nuove  dottrine.  {Opere  di  Siobdano  Bruno  Nolano,  rac- 
colte e  pubblicate  da  Adolfo  Wagner.  Voi.  I,  pag.  179  ;  voi.  II,  pag.  11  «  — 
iNota  delC Autore,) 

*  T.  £..HoLLAND,  Discorso  cit.  —  {Nota  delV Autore.) 

'  Vedi,  intorno  alle  prime  idee  di  Alberigo  sul  Diritto  delle  Genti  e  agli 
scritti  in  cui  le  venne  abbozzando,  prima  di  dar  mano,  nella  sua  ultima  a 
più  compiuta  forma,  all'opera  De  Jure  Belli,g,ìi  Studi  dell'avv.  Speranza, 
cap.  X.  —  {Nota  dell'Autore,) 


262  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

ne'  consigli  de'  reggitori  dello  Stato  :  onde,  venuta  in  campo 
la  grave  questione  della  complicità  del  Legato  di  Spagna, 
Mendoza,  nella  congiura  ordita  a  liberare  Maria  Stuarda  e 
porla,  spacciata  Elisabetta,  sul  trono,  i  consiglieri  della  Co- 
rona ricorsero  —  com'  era  ed  è  consuetudine  del  Governo  in- 
glese ne'  casi  di  diritto  intemazionale  —  al  parere  de'  giure- 
consulti, affidando  il  solenne  incarico  ad  Alberigo  Gentili  e 
a  Giovanni  Ottomanno,  figlio  del  celebre  Francesco  ed  esule 
anch' egli  per  cagion  religiosa.  Ed  avendo  essi  opinato:  che 
gli  ambasciatori  dovessero  considerarsi  inviolabili,  anche  se 
colpevoli  di  tradimento  contro  lo  Stato  nel  quale  erano  ac- 
creditati, quando  la  cospirazione  degli  animi  non  avesse  avuto 
compimento  ne'  fatti  ;  e  che  unico  rimedio  legittimo  fosse,  in 
tal  caso,  salva  la  vita,  il  cacciarli  ~  il  civile  consulto  de'  due 
amici  e  colleghi  fu  volentieri  accolto  e  seguito.  Esempio  no- 
tevole della  osservanza  in  che  le  Nazioni  che  vivono  in  li- 
bertà, o  che  non  ne  hanno  perduto  al  tutto  la  memoria  e  il 
costume,  sogliono  tenere  la  ragion  deUe  leggi  e  l'autorità 
de'  periti  nelle  medesime,  a  differenza  di  quelle  i  cui  destini 
sono  governati  dall'arbitrio  di  un  solo  o  di  pochi. 

Intanto,  le  guerre  devastatrici  di  quella  età  davano  grave 
materia  di  riflessione  agli  intelletti  più  umani.  La  prima 
metà  del  secolo  era  stata  occupata  dalle  contese  dinastiche 
tra  Casa  d'Austria  e  Casa  di  Valois  ;  il  rimanente,  dalle  am- 
bizioni di  Spagna  e  dalle  guerre  di  religione  fra  protestanti 
e  cattolici.  La  cupa  politica  di  Filippo  U,  succeduto  a  Carlo  V 
ne' vasti  domini  spagnuoli,  spandeva  un'ombra  funesta  sa 
mezza  Europa.  Erangli  strumento  di  regno  il  fanatismo  re- 
ligioso, ministra  di  Stato  l' Inquisizione,  sussidio  all'  armi  ì 
roghi;  e  lo  sterminio  degli  eretici  mezzo  alla  soppressione 
delle  franchigie  de'  Popoli.  Incontro  al  supremo  pericolo  della 
indipendenza  europea,  stettero  a  que'  giorni  la  virtù  fiam- 
minga e  la  liberalità  inglese.  Alle  immanità  del  Duca  d'Alba 
tennero  fronte,  con  Guglielmo  d' Grange,  gl'indomiti  litorani 
del  Mare  del  Nord,  i  nipoti  degli  antichi  Bàtavi;^  alle  tene- 
brose congiure  de'  gesuiti,  i  vigili  consigli  dei  ministri  d'Eli- 
sabetta ;  ai  torreggianti  vascelli  della  invincibile  Armada,  il 

*  Sull'insurrezione  fiamminga  e  sullo  stabilimento  della  Bepnbblica 
de'  Paesi  Bassi,  vedi  la  stupenda  storia  dell'americano  Giovaiwi  Lothboi» 
MoTLET,  The  Rise  of  the  Dutch  Bepublic.  London,  Gr.  RouUedge  and  Co.,  1858. 
—  {Nota  deir Autore,) 


LETTURA  TERZA.  263 

patrìotismo  del  Popolo  inglese  e  de'  suoi  marinai,  con  lor 
navi  piccole  e  snelle,  con  la  loro  destrezza  e  col  loro  corag- 
gio. Il  senno  di  Leicester  e  di  Walsingham  —  segretario  di 
Stato  dell'accorta  regina  —  e  la  eroica  mente  di  Sidney  com- 
presero che  dalla  indipendenza  delle  Fiandre  dipendeva  la 
salvezza  delle  Nazioni  :  che  ivi  —  come  dice  Alberigo  nel  suo 
Diritto  di  Guerra  —  era  l'antemurale  della  libertà  dell'  Eu- 
ropa.* E  quella  magnanima  politica  —  esempio  non  inutile 
anche  alla  nostra  età  -—  facendo  propria  la  Causa  degli  op- 
pressi, aiutando  da  un  lato  i  Fiamminghi,  dall'altro  gli  Ugo- 
notti e  la  parte  nazionale  fra  i  cattolici  di  Francia  a  rintuz- 
zare, con  la  mano  e  col  senno  di  Enrico  IV,  le  armi  e  le 
insidie  di  Spagna,  gettò  le  prime  fondamenta  di  quel  nuovo 
ordine  degli  Stati  europei  che,  mercè  il  contrasto  delle  forze, 
apparecchiò  il  moto  vitale  delle  moderne  Nazioni. 

Intanto,  scaduti  in  que'  secoli  —  come  accennai  nella  pre- 
cedente Lettura  —  i  costumi  del  medio-evo,  ai  riti  religiosi 
e  guerrieri  delle  milizie  cittadine,  pugnanti  intorno  al  Car- 
roccio con  la  Patria  nel  core,  e  alla  virtù  della  nobiltà  ca- 
.  stellana  che,  cinta  da'  suoi  fedeli,  contende  di  valore  e  di 
cortesia  col  nemico,  iva  succedendo  da  per  tutto  una  nuova 
barbarie.  I  prodi  cavalieri  del  buon  tempo  antico  aveano 
fatte  —  fra  i  nostri  —  le  ultime  prove  all'Arbia  e  a  Campal- 
dino  ;  e  di  là  dall'Alpi,  a  Crécy  e  ad  Agincourt.  La  magna- 
nimità- di  Farinata  che  tempera  nella  vittoria  l' ire  de'  suoi, 
e  <  conserva  —  come  dice  Palmieri  —  la  città  al  futuro  Po- 
polo >,  non  trova  più  luogo  fra  capitani  di  ventura  che, 
vendendo  il  braccio  a  Principi  e  borghesi  imbelli,  scorrono 
con  lor  compagnie,  predando  e  devastando,  la  Francia  e 
l' Italia.  Ma,  allorché  ai  parziali  conflitti  del  secolo  XV  suc- 
cessero le  grandi  contese  del  secolo  XVI  ;  e  Tedeschi  lurchi,- 
Spagnuoli  avari  e  crudeli,  mercenari  svizzeri  e  avventurieri 

*  «  Sic,  sic  Beigmin  apparebatur,  ut  viri  videre  sapientea,  et  ut  heros 
magnus  Lecestrius  sapientissime  defensionem  Belgarum  saluberrimam 
reipublicsB,  ac  necessariam  prsevidit,  suscipiendamque  suasit.  Ne  si  illud 
vaUum  Europee..,,  Hispani  perrumperent,  nihil  amodo  superesset  objcis 
violentias  ipsorum.  »  Alberigo  Gentili,  De  Jure  Belli  (Neapoli,  ex  Inip. 
Joan.  Gravier,  1780),  lib.  I,  cap.  XVI,  pag.  67.  —  {Nota  deW Autore,) 

*  .  «  E  come  là  tra  U  Tedeschi  lurchi  » 

Dante,  Inf.,  canto  XVII. 

Lurchif  divoratori  immondi,  lureones;  parola  che  bene  si  appropriava  a 
mercenari  stranieri,  rotti  ad  ogni  licenza.  —  {Nota  delV Autore.) 


264  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

francesi  si  vennero  accozzando  in  selvaggia  mescolanza  sotto 
le  bandiere  di  sovrani  mendichi,  la  guerra  non  ebbe  più 
legge.  Agli  armamenti,  alle  vettovaglie,  ai  premi  della  vit- 
toria provvedevan  le  prede  sulle  popolazioni  invase  e  i  ri- 
scatti dei  prigionieri.  Non  più  senso  d'onore  né  di  Patria  né 
di  umanità  anima  o  frena  i  combattenti.  E  quando  il  mer- 
cenario, venuto  a  cercar  fortuna  sotto  i  Gigli  di  Francia  o 
l'Aquile  d'Asburgo,  perde  col  sangue  l' ira  e  l'ebbrezza  della 
battaglia,  e  il  senso  della  vanità  del  suo  sacrificio  gli  tocca 
l'anima  stanca  e  tardi  rivolta  alla  pietà  del  luogo  natio,  la 
sua  parola  estrema  finisce  nella  imprecazione  che  Shakespeare 
pone  in  bocca  del  partigiano  Mercuzio,  nel  dramma  de'  Ca- 
puleti  e  Montecchi  :  <  Maledizione  alle  vostre  Case  !  Esse 
hanno  fatto  di  me  pasto  da  vermi.  >  ^ 

Lascio  stare  le  nequizie  che  la  tenacità  delle  tradizioni 
guerresche  ha  perpetrato  sino  a'  di»  nostri  :  la  violazione  del 
diritto  di  proprietà  privata  sui  mari  ;  le  navali  ostilità  contro 
r  industria  e  il  commercio  ;  i  bombardamenti  e  il  divieto  agli 
abitanti  pacifici  di  uscire  dalle  mura  delle  città  assediate. 
La  civiltà  e  la  scienza  finiranno  con  l'abolire  questi  tristi  ve- 
stigi della  vecchia  massima  :  che  la  guerra  non  ha  legge  — 
Jus  Belli  infinitum.  ■—  Ma,  a'  tempi  di  Alberigo,  si  fatte 
usanze  erano  pallide  forme  di  nequizia,  al  paragone  delle 
immanità  che  segnalavano  le  invasioni,  gli  assedi,  i  saccheg- 
giamenti  delle  città  e  le  vendette  dei  belligeranti.  Gentili 
stesso,  toccando  delle  severità  solite  a  usarsi  contro  coloro 
che  tentavano  fare  entrar  vettovaglie  nelle  città  assediate, 
ricorda  con  orrore  il  fatto  del  Marignano  nella  guerra  Sa- 
nese  —  <  il  quale,  per  tal  ragione,  fece  impiccare  più  di  cin- 
quemila contadini,  intantochè  fu  detto  che  non  rimase  albero, 
in  quel  contado,  che  scellerato  non  fosse  dall'omicidio.  >* 

<  Quando  Enrico  II  di  Francia  —  dice  un  illustre  maestro 
del  Diritto  delle  Genti,  che  ebbe  nobil  parte  nell'arbitrato 
di  Ginevra,  Montagne  Bernard  —  quando  Enrico  II  di  Fran- 
cia —  che  si  dava  vantò  di  non  lasciare  dietro  sé,  dovunque 

*  «  A  plague  o*  both  your  houses  ! 

They  hav«  made  worm's  ;  meat  of  me.  ^ 

Bomeo  and  JuUet,  act.  Ili,  scene  I. 
{Nota  delVÀutore.) 

*  «  Nec  ulla  arbor  homicidil  nescia  in  eo  agro  superfuerit.  >  De  Jure 
Sem,  lib.  II,  cap.  XVIII.  —  {Nota  dell'Autore,) 


LETTURA  TERZA.  -     265 

passasse  con  le  armi,  che  fuoco,  fiamme,  fumo  e  desolazione 
—  feu,  flammss,  fumèe  et  toute  calamite  —  entrò  ne'  Paesi 
Bassi,  ogni  città  che  non  gli  si  arrendeva,  prima  ch'egli 
aprisse  il  fuoco,  era  data  alla  distruzione,  i  soldati  del  pre- 
sidio impiccati,  gli  abitanti  passati  a  fil  di  spada.  Gli  abili 
generali  che  servirono  l'imperatore  Carlo  V  e  il  re  Filippo  II 
erano  uomini  senza  pietà;  e  sembra  di  nuotare  nel  sangue, 
riandando  gli  orrori  delle  guerre  del  Duca  d'Alba  nelle  Fian- 
dre, della  Lega  in  Francia  e  delle  due  religioni  in  Alema- 
gna.  >  *  Spuntarono  più  miti  tendenze,  verso  la  fine  di  quel 
secolo,  segnatamente  fra  gl'Inglesi,  ospiti  di  Alberigo:  e  parve 
atto  di  singolare  umanità  nel  Conte  di  Essex  —  al  quale  ap- 
punto il  Gentili  intitolò  la  sua  opera  De  Jure  Belli  —  il  per- 
mettere, in  occasione  della  presa  di  Cadice  nel  1596,  a  quei 
cittadini  di  riscattarsi  in  solido  e  ridursi  a  salvamento  su 
vascelli  inglesi,  prima  del  sacco.  Non  altro  portaron  seco 
que'  miseri  se  non  i  panni  ond'  erano  coperti  ;  sebbene  la 
eroica  liberalità  —  come  allora  fu  chiamata  —  di  Essex  conce- 
desse ad  alcune  vecchie  matrone  d' indossare  due  o  tre  delle 
loro  vesti  più  care,  per  risparmiar  loro  la  pena  della  scelta.* 
Non  è  però  da  credere  che,  innanzi  all'arbitrio  feroce 
delle  guerre  di  quella  età  —  mentre,  di  rincontro,  la  crescente 
coltura  ingentiliva  le  menti  —  il  senso  umano  avesse  abban- 
donato del  tutto  il  sociale  consorzio  ;  che  dal  soperchio  stesso 
de'  mali  la  civile  natura  dell'Uomo  riceve  impulso  a  cose 
migliori.  Onde  apparivano  di  tanto  in  tanto,  qua  e  là,  segni 
forieri  di  più  miti  costumi  ;  e  la  gentile  pietà  di  Baiardo,  fra 
gli  orrori  del  sacco  di  Brescia,  verso  la  famiglia  di  cui  era 
ospite  e,  per  diritto  di  guerra,  signore  ;  la  carità  di  Filippo 
Sidney  che,  nell'assedio  di  Zutphen,  fa  porgere  al  soldato 
che  gli  periva  assetato  d'accanto  il  bicchier  d'acqua  recatogli 
per  suo  refrigerio  dal  servo  ;  ^  e  la  insigne  umanità  del  Can- 

*  The  Growth  of  Laws  and  Usages  of  War,  by  Montague  Bebnabd,  già 
Professore  di  Diritto  InternazioDale  in  Oxford  :  articolo  pubblicato  nel  1^6, 
in  una  raccolta  di  saggi  di  vario  argomento,  di  Professori  e  Dottori  di 
quella  Università,  col  titolo  di  Oxford  Esaays.  Il  Bernard  traccia  compen- 
diosamente nel  suo  scritto,  con  molta  dottrina,  la  storia  e  il  progresso  delle 
leggi  e  delle  usanze  della  guerra,  dall' anticl\ità  ai  nostri  giorni.  —  {Nota 
delVAutore.) 

'  Marbeck,  citato  da  Southey,  Naval  History  of  England,  IV,  61.  ~ 
MoifTAGUE  Behnabd,  Ioc.  cit.  —  {Npta  dell* Autoì-e.) 

'  Di  questo  martire  della  Causa  della  libertà  nel  secolo  XVI,  uno 
•de*  suoi  biografi  (Francis  Espinasse,  nelY Imperiai  Dictionary  of  Universal 
Biography). dioe:  «  Nella  sua  gioventù,  Filippo  Sidney  visitò  la  Francia, 

XIL         '  18 


>'-3?^.^ 


266  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

celliere  L'Hopital  in  mezzo  alle  immani  lotte  delle  fazioni  di 
Francia;  appaiono  come  raggi  di  sole  fra  la  tempesta.  Né 
mancarono  giureconsulti  e  teologi  i  quali  all'abuso  della  forza 
si  studiavano  di  contrapporre  avvertimenti  di  moderazione 
e  di  giustizia,  traendoli,  secondo  il  vario  istituto  de'  loro  studi, 
dalle  norme  del  Diritto  Romano  o  dalla  autorità  della  Bibbia 
e  de' Padri  della  Chiesa.  E  fra  quelli  che  più  particolarmente 
trattarono  delle  cose  della  guerra  —  lasciando  stare  Giovanni 
da  Lignano,  che  Alberico  ricorda,  non  a  torto,  con  poca  sodi- 
sfazione  —  l'Ayala,  il  Vittoria  ed  altri  di  minor  conto  ;  ma, 
sopra  tutti,  il  nostro  italiano  Pierino  Belli,  non  sono  da  pas- 
sare sotto  silenzio,  come  primi  dirozzatori  del  campo  ch'egli 
poi  venne  spianando  e  arricchendo  di  più  copiosa  mèsse. 

Ma  le  menti  di  que'  primi  artefici  di  una  dottrina  ancora 
informe  —  avviluppate,  come  i  tempi  portavano,  nelle  fasce 
della  Teologia  e  della  Giurisprudenza  storica  —  guardano  al 
Diritto  costituito  più  che  al  Diritto  da  costituire,  al  consenso 
dei  maggiori  più  che  alla  natura  delle  cose;  e  se  di  tratto 
in  tratto  vanno  rischiarando  il  terreno  con  qualche  lume  di 
ragion  propria,  non  procedono  in  ciò  con  ordine  di  principi 
generali  e  di  ben  connesso  discorso,  ma  per  esempi  e  per 
dettati  istintivi  di  senso  comune.  E  può  ad  essi  pure  appi^o- 
priarsi  ciò  che  il  Gentili  dice  di  Fabro  e  di  Bodino  :  che, 
cioè,  <  portarono  innanzi  il  nudo  racconto  storico  dal  quale, 
per  la  varietà  e  contradizione  de'  fatti,  nonché  per  la  debo- 
lezza propria  di  questo  modo  di  argomentare,  che  si  fonda 
in  gran  parte  sugli  esempi,  non  può  costituirsi  diritto  al- 
cuno. >  *  Da  queste  parole  di  Alberigo  non  segue  però    che 

la  Germania,  Tltalia.  Nudrì  la  mente  di  classici  studi,  vide  e  conobbe  il 
mondo,  e  vegliò  attentissimo  1  casi  e  la  politica  del  Continente.  Le  sue 
osservazioni  lo  fecero  accorto  de'  pericoli  ond'era  minacciata  l'Europa,  per 
la  potenza  crescente  della  Spagna  e  per  l'apatia  de' suoi  Principi;  e  ciò 
lo  condusse  a  pensare  della  gran  parte  che  aver  poteva  l'Inghilterra  nelle 
cose  europee,  come  protettrice  della  Riforma....  »  Egli  era  a  Parigi  nella 
notte  di  San  Bartolomeo,  e  scampò  dalla  strage  sotto  U  tetto  dell' Ajnba- 
sciatore  inglese,  Sir  Francis  Walsingham  (che  fu  poi  Segretario  di  Stato 
di  Elisabetta).  «Quell'orribile  spettacolo  fortificò  naturalmente  nell' animo 
suo  il  sentimento  protestante....  Prode,  avventuroso,  di  gran  cuore,  cor- 
tese —  poeta,  erudito,  patriota  e  soldato  —  Sir  Filippo  Sidney  univa  nella 
sua  persona  tutte  le  più  elette  doti  di  cui  era  capace,  al  suo  tempo,  la 
società  della  sua  terra  nativa  ;  e  le  circostanze  della  sua  morte  diedero 
maggior  rilievo  alla  nobiltà  del  suo  carattere  e  della  sua  vita.  >  —  {Nota 
delV  Autore,) 

^  «  Sane  enim,  si  peccar unt  antiquiores  interpretes,  quod  solam,  ssBpe 
alienam,  civilis  juris  disceptationem  huc  induxerunt;  peccarunt  et  isti 
recentiores,  qui  nudam  historiarum   i-ecitationem   attulere:  de    q^uibus 


LETTURA  TERZA.  267 

nei  qui  mentovati  e  segnatamente  in  Vittoria,  in  Pierino 
Belli,  in  Fabro,  in  Bodino,  non  si  trovino  già  concetti  di 
buona  giustizia  e  risolvimenti  di  quesiti  di  cui  V  autore  del 
Diritto  di  Gicerra  fece  suo  prò.  Né  vuoisi,  per  esse,  scemar 
merito  a  que'  giureconsulti  della  scuola  colta,  poco  accetti  al 
nostro  ammiratore  di  Bartolo  e  di  Baldo:  a  que' giurecon- 
sulti, dico,  i  quali  ravvivarono,  dietro  l'esempio  d'Alciato,  gli 
studi  della  classica  Giurisprudenza  e,  insieme  con  questa,  lo 
spirito  dell'antica  Filosofia  civile.  Perchè,  se  è  vero  ciò  che 
di  essi  sentenziò  Alberigo,  non  è  men  vero  che  i  medesimi, 
rivocando  lo  studio  delle  Leggi  alle  schiette  fonti  dell'anti- 
chità e  purgandole  dalle  scorie  del  medio-evo,  prepararono 
con  la  storia  la  via  alla  ragion  del  Diritto.  E  in  Alciato,  in 
Cuiacio,  in  Pietro  Fabro,  in  Giovanni  Bodino  e  somiglianti, 
odi  voci  annunziatrici  di  più  umana  giustizia,  che  Alberigo 
talora  raccoglie  e  segue,  talora  contradice;  e,  in  alcuni  casi 
—  come  nella  questione  se  sia  lecito  far  servi  i  prigionieri 
di  guerra  —  con  sentenza  men  giusta  di  quelle  de' suoi  av- 
versari.* E,  rispetto  a  Bodino  in  particolare,  non  è  da  met- 
tere in  dimenticanza  ch'egli,  per  la  sua  Repubblica,  fece  pel 
Diritto  interno  dello  Stato  ciò  che  il  Gentili  pel  Diritto  delle 
Genti,  tentando  di  ridurre  a  principi  generali  la  esperienza 
de'  secoli  ;  e  ideando,  a  somiglianza  di  Machiavelli  e  di  Do- 
nato Giannotti,  una  forma  di  reggimento  nella  quale  i  vari 
ordini  della  società,  contemperandosi  con  ben  distribuita  giu- 
stizia gli  uni  con  gli  altri  —  sotto  1'  eguale  governo  di  una 
temperata  e  civile  monarchia  (dacché  Bodino,  come  francese 
del  secolo  XVI,  vedeva  nella  monarchia  l'usbergo  della  egua- 
glianza) —  contribuissero,  mercè  i  benefici  della  reciproca 
equità,  all'armonia  dell'insieme. 

Ma  Gentili,  sebbene  si  smarrisca  talora,  per  difetto  di 
ben  definiti  criteri,  in  argomentazioni  sofistiche,  ebbe  pur 
tuttavia,  più  ch'altri  a' suoi  giorni,  vivo  e  distinto  il  senso 
di  un  naturale  diritto,  superiore  ad  ogni  regola  di  costume 

propter  varìetatem)  et  contrarietatem  exemplorura,  item  et  propter  infir- 
mitatem  ejus  argumenti,  quae  plurìinum  ab  exemplo  esse  videtur,jtion  jus 
aliud  facile,  non  consti tues  ullo  modo  istud,  quod  naturale,  ac  certum 
censetur.  »  De  Jure  Belli,  lib.  I,  cap.  I,  pag.  3. 

Ne'  passi  del  Diritto  di  Guerra  da  me  riportati  nella  Lettura,  mi  sono 
valso  della  eccellente  traduzione  di  Antonio  Fiorini;  e  verrò  di  mano  in 
mano  riferendo,  in  nota,  i  testi  latini,  perchè  il  lettore  vegga  il  pensiero 
di  Alberigo  nella  sua  forma  originale.  —  {Nota  dell'Autore.) 

*  De  Jure  Belli,  lib.  Ili,  cap.  IV,  De  servis,  —  {Xota  dell'Autore.) 


268  SU  ALBERIGO.  GENTILI. 

o  legge  scritta  :  e  lo  deduceva  —  con  Cicerone  —  dalle  intime 
disposizioni  dell'umana  natura;  servendosi  poi,  nel  metodo 
dell'argomentare,  de'documenti  della  tradizione  e  della  auto- 
rità, quasi  a  sussidio  delle  proprie  conclusioni.  Cercando,  nel 
primo  Capitolo  dell'Opera,  le  origini  di  quel  Diritto  delle 
Genti  eh'  egli  invocava  a  rimedio  de'  mali  della  sua  età,  de- 
plora che  —  perduti  i  libri  degli  antichi  sopra  il  giure  feciale, 
e  rimasta  questa  parte  della  universale  giustizia  sopraffatta 
dalla  malvagità  degli  uomini  —  torni  assai  difficile  il  ristau- 
rarla.  Pure  <  ingiustizia  di  molti  —  egli  dice  —  non  fa  che  il 
diritto  non  sia.*  Particella  del  divino  diritto  è  il  gius  delle 
Genti,  la  quale  Iddio  ci  volle  lasciata  dopo  il  peccato:  non- 
dimeno, com'  è  detto  di  filosofi,  noi  lo  scorgiamo  tra  mezzo 
a  molta  tenebra,  quando  non  ce  la  velino  al  tutto  l'errore, 
il  vizio,  la  pertinacia  od  altra  passione.  >  E  si  conforta  pen- 
sando che  <  vive  la  verità  per  quanto  se  ne  stia  nascosa;  e^ 
ricercata  con  amore  e  con  fede,  può  bene  scoprirsi,  e  fu  sco- 
perta più  volte.  >•*  —  Vi  hanno  <  leggi  universali,  non  poste 
dagli  uomini,  che  né  tutti  poterono  insieme  raccogliersi  né 
parlare  la  stessa  lingua;  sì  bene  da  Dio:...  Queste  leggi  —  ri- 
pete con  Cicerone  —  non  sono  scritte  ma  nate  :  non  le  impa- 
rammo per  ammaestramento  o  lettura;  ma  dalla  natura 
stessa  —  a  dir  così  —  le  distaccammo,  da  essa  le  attingemmo 
e  deducemmo;  e  a  conoscer  le  quali  basta  aver  sortita  na- 
tura d'uomo....  >  '  E  leggi  sì  fatte,  che  ne' sentimenti  intimi 
e  naturali  dell'animo  hanno  radice,  né  anche  i  malvagi  osano 
contradire  :  <  sono  cose  tanto  manifeste  —  egli  prosegue  — 
che  volendo  dimostrarle  le  oscuri.  >  Onde  <  abbastanza  è  pro- 
vato che  esiste  un  diritto  di  natura  al  quale  contrastando 

*  «  Quod  centra  jus  fiat  a  multis,  non  propterea  jus  non  «st.  »  De  Jure 
Belli,  lib.  I,  cap.  I,  pag.  5.  —  {Nota  dell'Autore,) 

^  «  Et  quamquam  jus  gentium  particula  est  divini  juris,  quam  Deus 
nobis  post  peccatum  reliquam  fecit  ;  eam  tamen  lucem  conspicimus  ìnter 
tenebras  multas;  et  errore  itaque,  prava  consuetudine,  pertinacia,  alio 
afifectu  tenebrarum  ssepe  non  valemus  agnoscere....  Sed  -non  propterea 
quod  latet  in  profundo,  veritas  nulla  est  :  aut  quaesita  diligenter  et  fide- 
liter,  non  educi  potest,  et  non  educta  ssepissime  est.  »  Ibià.,  pag.  6.  —  {Nota 
dell'Autore.) 

'  e  At  alia  definitio  juris  gentium  et  elegantior  est,  et  id  significata 
quod  tradidit  Xenophon,  leges  esse  quasdam  non  scriptas  uhivis  locorum, 
non  ab  hominibus  l^tas,  qui  in  unum  convenire  omnes  non  potuerint,  nec 
fuerint  unius  linguse  omnes,  sed  datas  a  Deo....  Has  leges  non  scriptas, 
sed  natas  :  quas  non  didicimus,  accepimus,  legimus  :  verum  ex  natura  ipsa 
arripuimus,  hausimus,  expressimus  :  ad  quas  non  docti,  sed  facti  :  non  insti- 
tuti,  sed  imbuti  sumus.  »  Ibid.,  pag.  8.  —  {Nota  dell'Autore.) 


LETTURA  TERZA.  269 

seguita  vergogna  e  dolore;  e  chi  fosse  tanto  impudente  da 
voler  pure  difendere  un'azione  a  quel  diritto  contraria,  si  ac- 
corgerebbe di  avere  a  fare  contro  ad  una  di  quelle  sentenze 
che  si  domandano  assiomi.  >  ^  . 

Questo  il  fondamento  primo  deil  Diritto,  secondo  Albe- 
rigo. Propone  poi,  quasi  a  sostegno  di  congetture  probabili 
ne'  casi  dubbi,  le  sentenze  de'  savi  e  <  gli  esempì  di  coloro 
che  meritarono  fama  di  bontà;  gli  argomenti  della  ragione; 
non  poche  cose  del  Diritto  Giustinianeo;  >  infine,  le  cose 
scritte  ne'libri  sacri,  in  ciò  che  in  esse  <  consuona  —  com'egli 
si  esprime  —  con  la  natura  vera,  cioè  innocente  e  giusta;  >  * 
perchè,  come  vedremo,  Alberigo  non  piegò  sì  la  fronte  al- 
l'autorità della  Bibbia  da  rinunziare  ciecamente  per  essa  ai 
criteri  della  ragione,  come  facevano  sovente  i  &uoi  fratelli  di 
fede.  E  con  questi  aiuti  il  nostro  giureconsulto,  così  equili- 
brato fra  la  ragion  delle  cose  e  la  scorta  d'una  vastissima 
erudizione,  entra  nel  grave  arringo. 

Comincia  dal  definire  la  guerra  :  <  giusta  contesa  d'armi 
pubbliche  >  —  puhUcorum  armorum  justa  contentio.  E  questa 
definizione  è  come  il  germe  dal  quale  si  svolgono  tutte  lo 
parti  dell'  Opera.  Deggiono  le  armi  esser  pubbliche,  perchè 
indegne  del  nome  di  buona  guerra  sono  le  private  nimistà 
e  le  zuffe  che  di  privato  arbitrio  s' imprendono.  Giusta  poi 
dev'  essere  la  guerra  nelle  cagioni,  nel  modo,  e  nel  termine 
o  fine  suo  proprio,  che  è  la  pace.'  E  questa  triplice  relazione 
della  giustizia  di  guerra  dà  argomento  ai  tre  libri  di  cui  si 
compone  il  Trattato.  Non  è  mio  assunto  di  darvi  una  parti- 
colareggiata notizia  delle  materie  in  esso  contenute;  che  il 
tempo  non  lo  consentirebbe,  e  il  lavoro  è  già  stato  fatto  da 
altri  —  come  dal  Reiger  fra  gli  stranieri,  dal  Fiorini  fra  i 
nostri  *  —  con  assai  buoni  .compendi,  che  vi  agevoleranno  la 

*  «  Satis  probatum  est,  jus  esse  naturale,  quod  si  quid  faeias  adversus 
iUud,  tu  vel  pudore  correptus  factum  suppressum  velis  :  aut  si  eo  proces- 
seris  impudentìae,  ut  fatearis,  defendasque,  sentias  tamen  idem^  quod  tra- 
ditur  de  his  senteutiis,  quse  axìomata  nominantur,  defendi  factum  non 
posse.  »  Ibìd.,  pag.  8.  —  {Nota  dell* Autore.) 

'  Qusa  scripta  sunt  in  libris  sacris  Dei,  summam  merito  auctoritatem 
obtinebunt  :  potftquam  apparuerit,  non  Hébrceis  tantum  acvipta  esse,  sed 
omnibus  hominibus,  ubique  gentium  et  temporibus  omnibus  :  hcec  enim 
esse  verce  naturce,  id  est,  innocentis  acjustoPf  certissimum  est.  »  Ibid.,  pag.  9. 
~  {Nota  deW Autore.) 

'  Gap.  II,  Belìi  definitio.  —  {Nota  dell' Autore.) 

*  Il  Reiger,  nella  citata  Dissertazione,  il  Fiorini  nel  Discorso  che  pre- 
cede la  sua  traduzione,  hanno  fedelmente  esposte  col  testo  alla  mano  le 


7^=5?-: 


270  f^U  ALBERIGO  GENTILI. 

via  allo  studio  del  libro.  Basterà  quindi  eh'  io  qui  vi  additi 
i  tratti  più  notevoli  del  i)ensiero  dell'autore,  quasi  ad  abboz- 
zarne la  generale  impronta. 

Fine  della  guerra  è  la  pace.  L'uomo  non  è  nemico  al- 
r  uomo  da  natura,  ma  da  perversità  di  costume.  Insano  er- 
rore, oggi  dimenticato,  la  partizione  del  mondo  antico  fra 
(  rreci  e  Barbari^  Giudei  e  Gentili.  Né  con  questa  falsa  dot- 
trina della  naturale  ostilità  fra  gli  uomini,  né  col  pretesto 
religioso  potersi  legittimare  l'uso  della  forza,  sia  pure  con- 
tro gente  selvaggia,  come  gl'Indiani.  Né  anche  tra  Cristiani 
e  Turchi  naturalmente  esser  guerra;  e  solo  perché  questi  si 
diportano  da  predoni  e  invasori  essere  necessario  combatterli 
e  cacciarli.  E  rispondendo  a  que' teologi  che  dicevano  la  con- 
quista ottomana  essere  un  flagello  inflitto  dal  volere  di  Dio 
ai  Popoli  cristiani  in  pena  de' loro  peccati,  gridava  indegnato: 
€  Teologi,  in  cose  che  non  vi  riguardano,  fate  silenzio.  > 
Sileie  Theologi  in  munei^e  alieno^ 

Ma  se  la  guerra  non  è  da  natura,  é  da  natura  però  il  di- 
fendersi dall'  altrui  violenza.  Senonchè,  essendo  costretti  ad 
adoperare  come  estremo  rimedio  la  forza,  devesi  avere  sommo 
riguardo  alla  giustizia  delle  cagioni  che  a  ciò  ne  inducono; 
le  quali,  secondo  1'  obbietto  loro,  sono  o  divine  o  naturali  ed 
umane:  quelle  inerenti  alle  credenze  de' Popoli,  queste  fon- 
date sulle  necessità  della  vita  civile.  E  quanto  alle  prime, 
giustificati  Ebrei  e  Gentili  per  le  guerre  eh'  essi  imprende- 
vano come  convinti  di  obbedire  ai  comandi  de' loro  Iddii, 
s'  affretta  a  sciogliersi  da  ogni  vincolo  di  autorità  teologica, 
rispetto  alle  guerre  imprese,  a'  suoi  giorni,  sotto  colore  di 
religione;*  e  appoggia  i  suoi  argomenti  sopra  principi  che 
la  moderna  scienza  accoglie  e  conferma  per  suoi.'  —  Ingiusta 

dottrine  del  G(^tiiili^  méttendoti  e  in  evidenza  le  parti  buone,  senza  coprirne 
-^  dove  era  giusto  —  i  dìitìtti.  E  il  Reiger,  sebbene  fiammingo,  mostra  con 
lodevole*  impflrzialitàj  neH^ultimo  capo  del  suo  lavoro,  di  quanto  n  Grozio 
^ja  debitore  ad  Alberigo^  hi  rispetto  alla  trattazione  dottrinale  delle  ma- 
terie^  come  rispetto  ai  fatti^  «gli  esempì,  alle  autorità  che  la  erudizione 
di  quest'ultimo  aveva  accumulati,  e  di  cui  il  giureconsulto  olandese  lar- 
gamente sì  vahe  ;  sino  a  l'ipetere  in  alcuni  casi  le  citazioni  del  nostro, 
sonzA  iÌH contrarle  coi  testi  a'  quali  erano  riferite,  e  quindi  con  gli  errori 
in  cui  il  suo  predeccìfsorej  in  alcuni  luoghi,  era  incorso.-^  [Nota  dell'Autore,) 

*  I>€  Jttr^  Belìi:  cap.  XII,  Vtrum  sìnt  causce  naturalea  belli  faciendi.  — 
{Nota  dàlVAutm'eJj 

*  Cap.  Vili,  De  causi»  dlvinia  belli  faciendi,  —  {Nota  delV Autore.) 

*  Cftp»  TX,  jfw  hdlum  Jasium  ait  prò  religione:  cap.  X,  Si  prineeps  réli- 
gionem  hello  apud  suos  Ju^U  iuMur  :  cap.  XI,  An  sttbditi  béllent  contra  prin- 
eipem  ex  cama  rdigiùnU.  —  {Nota  dell* Autore.) 


LETTURA  TERZA.  271 

sempre  —  egli  dice  —  la  guerra  per  causa  di  religione  ;  che 
la  religione  è  di  tale  natura  da  non  tollerare  òh'altri  le  sia 
aggregato  con  mezzi  violenti.  Udite  parole  d'  oro,  tolte  da 
Tertulliano  e  ripetute  da  questo  nostro  cittadino,  tre  se- 
coli or  sono  :  <  Spogliare  di  libertà  la  fede,  vietare  che  altri 
pensi  come  vuole  della  divinità,  di  non  essere  più  padroni  di 
adorare  chi  ci  piace  e,  al  contrario,  essere  costretti  ad  ado- 
rare chi  non  vorremmo,  questo  è  distruggere  la  religione,  è 
voler  tornare  ai  costumi  degli  Egiziani,  adoratori  di  uccelli 
e  d'altri  animali;  i  quali  chi  avesse  ucciso  uno  di  così  fatti 
Iddii  dannavano  nel  capo.  >  *  Così,  posto  il  principio,  lo  av-. 
valorava  di  conformi  sentenze  de' Padri  della  Chiesa  e  de'savt 
antichi  e  moderni,  com'  è  suo  stile  nelle  questioni  che  va 
trattando,  e  come  richiedeva  la  dialettica  de'  tempi  suoi,  su- 
bordinata ancora  in  gran  parte  nella  mente  de'  più  al  pre- 
stigio dell'  autorità  ;  indi  rincalza  l'argomento  con  le  proprie 
ragioni,  e  prosegue  dicendo  :  <  Ciò  che  è  contrario  alla  na- 
tura di  una  cosa,  le  sta  piuttosto  a  carico  che  a  vantaggio.... 
ciò  che  si  sostiene  per  forza  propria  puntellare  con  giura- 
menti accattati,  è  da  stolti....  Per  fermo  la  religione  è  dal- 
l' animo  e  dalla  volontà,  la  quale  non  va  mai  scompagnata 
da  libertà....  L'animo  nostro  e  quanto  all'animo  attiene,  non 
è  mosso  da  forza  esteriore  morale  o  tirannica....  La  religione 
dev'essere  libera.  Religione  è  un  connubio  di  Dio  con  l'uomo; 
e,  come  ogni  altro,  vuoisi  anche  questo,  che  si  fa  con  lo  spi- 
rito,  circondare  dì  libertà.  >  *   Così  Alberigo.   Pur  troppo. 


^  «  Et  quidem  si  religio  est  naturse,  ut  compelU  ad  eam  invitus  nuUus 
debeaty  atque  nova  illa  dicitur,  et  inaudita  prsedicatio,  quse  verberibus 
exigit  fidem  :  sequitur,  vim  istam  justam  non  esse.  Hoc  ad  irréligioaitatia 
elogium  concurrit,  adimere  Uhertatem  religioniSf  et  interdicere  optionem  divù 
nitatis:  ut  non  llceat  mihi  colere  quem  velim,  sed  cogar  colere  quem  nolim, 
atque  adeo  et  JEgyptiis  permissa  est  tam  vance  superstitionis  potestas,  avihua 
et  bestiis  conaecrandis,  et  capite  damnandi,  qui  aliquem  hujusmodi  Deum  oc» 
ciderU..»  »  Gap.  IX,  pag.  32.  —  {Nota  dell' Autore.) 

*  «  Quod  contra  naturam  est  rei,  id  non  fieri  prò  re  constituenda,  sed 
esse  magis  prò  destruenda.  Quod  effici  nequit  per  vim,  id  per  vim  aggredì, 
fariosum.  Quod  est  facultatis,  id  non  trahi  ad  necessitatem.  Quod  suo  stat 
pendere,  id  sustentare  adscititiis  juramentis,  ineptum.  Quod  regulam  babet 
suaiUy  id  non  tractandum  aliena....  Religio  ab  animo  est,  et  voluntate  : 
qaae  semper  habet  libertatem  secum,  ut  est  praeclare  et  a  Philosopbis  et 
ab  aliis,  et  a  Bernardo  explanatum  in  libro,  De  libero  arbitrio,  Animus- 
que  noster,  et  quicquid  est  animo  a  principio,  aut  principe  non  movetur, 
externo....  Libertas  religioni  debetur.  Oonjugium  quoddam  Dei  et  hominis 
est  religio  :  si  igitur  conjugio  alteri  carnis  libertas  defenditur  obstinate, 
etiam  huic  conjugio  spiritus  tribuatur  libertas.  »  Ibid.,  pag.  38.  —  {Kota 
dell'Autore,) 


272  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

r  umana  nequizia  disconosce  questi  eterni  veri  ;  e  le  Storie 
son  piene  di  stragi  per  fanatismo  o  pretesto  di  religione. 
<  Ma  —  protesta  il  nostro  —  non  può  darsi  religione  tanto  ne- 
fanda la  quale  faccia  precetto  di  assassinare  la  gente  di  fede 
diversa....*  A  chi  è  fuori  del  vero,  bisogna  maestro  non  boia: 
se  vuoi  far  cosa  che  duri,  raccomandati  al  consiglio,  non  alla 
forza....  Tacciano  que' politici  i  quali  vanno  dicendo  i  mezzi 
violenti  essere  una  necessità  per  torre  via  le  divisioni  nello 
Stato,  e  per  istorpidire  la  fede.  Errore  grossolano  !  Queste 
lotte,  queste  guerre  io  le  vedo  là  dove  non  si  dà  luogo  ad 
alcuna  religione  (diversa  dalla  dominante)  :  non  le  vedo  in 
que*  paesi  ov*  è  fatto  posto  a  più  d*  una.  E  lo  dico  —  ed  è 
verissimo,  e  so  che  lo  dice  ancora  il  Cuiacio  — che  non  è 
religione  quella  che  delle  stragi  cittadine  e  della  volontà  della 
Patria  ha  bisogno  per  istorpidirsi.  >  * 

*■  e  Nec  uUam  esse  religionem  tam  nefariam,  qnse  jubeat  in  homìnes 
diversae  religionis  grassarì.  >  Ma  qui  prevede  una  obiezione,  e  la  previene. 
Che  dovrà  dirsi  delle  guerre  di  Giustiniano  contro  i  Persani  che,  per 
diversità  di  religione,  maltrattavano  i  suoi  sudditi;  che  delle  guerre 
de*  Franchi  e  d'  altri  europei  contro  i  Saraceni  ed  i  Turchi  ?  Al  che  ri- 
sponde :  Qui  il  caso  è  d'altra  natura.  In  codeste  guerre  è  da  considerare 
un  aspetto  che  le  giustifica  :  quello,  cioè,  della  difesa,  di  cui  parleremo 
a  suo  luogo.  <  La  questione  che  ora  ci  occupa  è  questa  :  se,  cioè,  sia  lecito 
mover  guerra  per  solo  scopo  religioso  ?  Dico  che  non  è  lecito,  e  ne  assegno 
le  ragioni  ;  perchè  le  varie  attinenze  cui  dà  vita  la  religione  non  sono 
propriamente  fra  uomo  e  uomo;  dimodoché  per  diversità  di  fede  non  è 
offeso  il  diritto  di  alcuno  :  quindi  né  pure  la  guerra  per  causa  di  fede  può 
essere  ammessa.  La  religione  è  verso  Dio  :  è  ragion  divina,  non  è  ragione 
umana,  cioè  legame  dell'uomo  con  l'uomo  :  ninno  adunque  potrebbe  sen- 
tirsi offeso  del  seguitare  che  altri  faccia  religione  diversa  dalla  sua.  »  Non 
eatjua  humanum,  id  est,  inUr  hominem  et  hominem  ;  nihil  igitur  quceritat  homo 
violatum  8ibi  oh  aliam  religionem,  Ibid.,  pag.  36.  —  {Nota  deìV Autore,) 

*  Vedi  lib.  I,  cap.  X,  pag.  38,  39,  40,  dove  disputa  contro  que*  polìtici 
che,  secondando  la  intolleranza  de'  teologi  per  ragioni  di  Stato,  afferma- 
vano necessaria  l'unità  della  fede  per  la  sicurezza  e  stabilità  de'  Governi. 
Addotte  le  loro  sentenze,  Alberigo  imprende  a  confutale  con  esempi  sto* 
rici  e  con  argomenti  razionali,  sostenendo  con  Bodino  la  tesi  :  «  ut  vi  non 
sit  utendum  centra  subditos,  qui  aliam  amplexentur  religionem  »  (io  però 
sono  col  Bodino  nel  condannare  i  mezzi  violenti  contro  a'  sudditi  che  ab- 
biano abbracciata  un'altra  religione),  e  non  ammette  eccezione  alla  mas- 
sima, se  non  nel  caso  che  la  diversità  delle  credenze  trascorra  a  parteg- 
giamenti  civili,  e  turbi  la  pace  pubblica  ;  <  sed  semper  sub  hac  exceptione, 
ni8i  quid  detrimenti  illinc  respublica  eapiat:  >  dottrina  perfettamente  con- 
forme ai  criteri  civili  dell'età  nostra,  in  fatto  di  libertà  religiosa.  E,  addn- 
cendo  la  esperienza  de'  fatti  storici  in  favore  del  suo  argomento,  contro 
a*  fautori  della  coazione  per  la  uniformità  del  culto,  cita  esempi  di  Paesi 
ne'  quali  coesistono  religioni  varie  e  molteplici  senza  danno  della  quiete 
dello  Stato;  loda  la  tolleranza  di  parecchi  imperatori,  tanto  pagani  che 
cristiani,  indi  soggiunge,  quasi  a  suggello  del  suo  assunto  :  <  Sileat  noster 
Politicus,  qui  dixit  necesse  armis  interdum  decertare  :  dum  suam  religio- 
nem singuli  aliis  anteferre  conantur  :  aut  religio  non  sit  religio,  quse  sic 
frigeret.  Quid  ais  ?  Ego  prselia  et  bella  audio  illic,  ubi  religioni  alieni  non 


'"TTS?^" 


LETTURA  TERZA.  273 

Così,  in  una  età  nella  quale  cattolici  e  protestanti  gareg- 
giavano di  barbarie;  e  ai  roghi  dell'Inquisizione  facevano 
riscontro  i  roghi  di  Ginevra  e  di  Berna  —  e  Calvino  emulava 
Torquemada^  e  un  Papa  benediceva  alla  notturna  carneficina 
di  S.  Bartolomeo,  come  ad  opera  santa  e  grata  al  suo  Dio  — 
un  esule  dell'Italia  schiava,  levandosi  di  tanto  con  l'animo 
civile  sul  patricidio  cristiano  de'  suoi  giorni,  di  quanto  T Uma- 
nità si  leva  con  la  miglior  parte  della  sua  coscienza  morale 
sulle  sètte  intolleranti  e  bugiarde  che,  sotto  colore  di  edifi- 
carla, la  straziano,  predicava  solo  o  con  pochi  —  prevenendo 
i  tempi  —  il  Verbo  dell'avvenire.  E  correvano  dopo  lui  cin- 
quant'anni,  prima  che  Milton  propugnasse  —  nella  sua  fa- 
mosa orazione  Areopagitica  —  la  inviolabilità  della  stampa;* 
e  il  cattolico  Lord  Baltimore  e  il  protestante  Williams  san- 
cissero, in  America,  negli  Statuti  delle  rispettive  Colonie,  la 
libertà  religiosa  fra  le  diverse  sètte  cristiane;^  ed  occor- 
sero ben  altri  cento  anni,  avanti  che  i  Deisti  inglesi  inizias- 
sero la  Francia  di  Voltaire  al  principio  della  piena  libertà 
del  pensiero  e  della  coscienza,  e  che  Jefl'erson  lo  suggellasse 
nella  Costituzione  degli  Stati- Uniti  ;  e  la  Rivoluzione  francese 
se  ne  facesse  da  ultimo  banditrice  al  Continente  europeo,  che 
ancor  tarda  a  comprenderlo  e  a  riconoscerlo  in  tutta  la  sua 
pienezza.  Tanta  fu  la  parte  di  umanità  che  si  rivelò  all'anima 
del  nostro  giureconsulto,  quando  pochissimi  ancora  ne  senti- 
vano i  naturali  ammonimenti,  fra  gli  odi  teologici  e  le  passioni 
di  parte.  Chiedo  scusa  della  digressione,  e  torno  al  soggetto. 

Sempre  ingiusta  la  guerra  per  causa  di  religione  ;  ma  giu- 
sta la  resistenza  contro  chi  tenti  imporla  con  la  forza.  <  II 
perchè,  non  si  vuole  stare  in  questa  parte  al  giure  Canonico, 
ov'è  detto,  con  Agostino,  —  patto  comune  dell'umano  con- 
sorzio obbedire  ai  monarchi:  —  ma  piuttosto  ov'è  insegnato, 

datar  locus  ;  illic  non  audio,  ubi  diversis  est  locus  religionibus.  Immo  re- 
ligio non  est  (quod  scio  Cujacium  scribere,  et  est  verissimum)  quae  calet 
in  cdBdes  civiuni,  et  perniciem  patrise.  »  Con  tutto  ciò,  v'ha  chi  giudica 
Alberigo  intollerante  e  fautore  d'unità  religiosa ,  da  imporsi  con  la  forzai 

—  {Nota  deir Autore.) 

*  Discorso  al  Parlamento  inglese  per  la  libertà  della  stampa  (an.  1644). 

—  {Nota  delV Autore,) 

*  Roger  Williams,  fondatore  deUa  Colonia  di  Rhode-Island  ;  Lord  Bal- 
timore, fondatore  della  Colonia  di  Maryland.  Vedi  Laboulate,  Sisto  ire 
politique  des  États  Unis,  livre  I-VIII  et  XII  Le9ons.  —  Bawckoft,  History 
of  the  United  States,  —  Éohùssi,  Storia  compendiata  degli  Stati  Uniti  d'Ame- 
rica, pag.  24  :  buon  libro,  e  pieno  d'utili  insegnamenti,  nella  sua  brevità. 

—  {Nota  dell'Autore,) 


274  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

con  Gregorio,  doversi  avvertire  i  sudditi  di  non  essere,  oltre 
il  ragionevole,  sottomessi,  >*  Legittimo  il  resistere,  sopratutto 
dove  i  sudditi  hanno  franchigie  stabilite  su  mutui  patti  coi 
loro  sovrani,  e  questi  faccian  loro  contro  que'  patti  violenza. 
E  se,  in  virtù  della  sua  definizione  della  guerra  —  <  giusta 
contesa  d'armi  pubbliche  >  —  sembra  ad  Alberigo  che  a  pri- 
vati cittadini  non  sia  lecito  levarsi  in  armi,  e  loro  non  resti 
che  cercare  libertà  nell'esilio;  egli  non  nega  però  neanche 
a  questi  il  diritto  della .  resistenza  e  la  legalità  della  lotta, 
allorché  per  numero  e  per  forza  diventino  parte  pubìMca,^ 
costituendosi,  con  propri  magistrati,  difensori  della  libertà 
delle  loro  credenze  contro  l'arbitrio  del  Principe.  Né  solo  per 
cagion  religiosa,  ma  eziandio  per  civile  necessità  può  un  Po- 
polo provvedere  di  suo  diritto  al  governo  di  sé  medesimo  e 
alla  propria  conservazione,  se  chi  esercita  autorità  sovr'esso 
non  lo  difenda  dai  nemici  o  crudelmente  lo  tratti:  <  perchè 
—  così  egli  —  termini  correlativi  sono  Signore  e  vassallo, 
Principe  e  sudditi;  ed  è  scambievole  obbligazione  fra  loro:  > 
ed  <  anche  ai  servi  é  lecito  sottrarsi-  da  padroni  crudeli.  >' 
E  altrove  ripete  la  vera  sentenza  —  com'egli  la  chiama  — 
che  vedemmo  proclamata  da  Dante  nella  sua  Monarchia^ 
<  i  regni  non  essere  fatti  pei  re,  sì  questi  pei  regni.  >* 

E,  allargando  l' intento  di  questa  dottrina,  soggiunge  che, 
se  la  guerra  non  è  da  natura,  da  natura  é  il  difendere  e  il 


*  «  Et  Oanonicum  jus  igitur  non  valet  hic,  quod  de  Augustino  dicit. 
Factum  societatis  humancB  generale,  regihua  obedire  :  sed  magìa  quod  affert 
de  Gregorio,  admonendos  subditos,  ne  plus  quam  expedit,  sint  subjedù  »  De 
Jure  Bèlli,  lib.  I,  cap.  XI,  pag.  44.  -—  {Nota  delV Autore.) 

*  €  Et  ita  igitur  censeo,  ut  qui  subditus,  privatusque  non  est,  is  se 
defendere  contra  principem  in  ista  causa  religionis  etiam  per  beUum 
possit.  Qui  subditus  simul  et  privntus  non  est,  is  ultimo  loco,  et  prò  re- 
medio ultimo  potest  se  et  in  aliis  causis  bello  tueri  :  ut,  quem  non  juvat 
ratio  propter  potentiam  domini,  arma  eum  defendant....  Defeusio  justa  contra 
omnes  est,  nec  debet  ullum  patrono  honorem.  Privatus  qui  homo  est,  nihil 
istorum  potest....  Et  tamen  videndum  hic  quoque  est,  si  ex  privato  in  pu- 
blicum  itum  sit  :  quod  quando  possit  videri,  erit  alicubi  adnotatum.  >  Ibid., 
pag.  45.  E  più  avanti,  al  cap.  XVI,  pag.  64,  spiega  il  suo  concetto  con  queste 
parole  :  <  Publieam  vero  dico  rem,  quando  subditorum  tanta  ac  taUs  mo* 
vetur  pars,  ut  jam  bello  opus  contra  eos  sit,  qui  se  tuentur  bello.  Quasi 
venerint  isti  in  partem  principatus,  et  publici,  et  pares  Principi  sint,  qui 
tantum  possunt....  ^  -—  (Nota  dell'Autore.) 

'  <  Correlativa  sunt  dominus  et  vassallus  ;  princeps  et  subditi  :  ut  sicut 
isti  sunt  obligati  bene  obedire,  ita  dominus  bene  imperare....  Itaque  domino 
fìdem  non  servanti  fidem  juste  non  servatur.f..  Certe,  fugere  ssevientem  do- 
minum,  servisque  licet.  »  Lib.  I,  cap.  XXIII,  pag.  97, 98.  —  [Nota  deW Autore,) 

*  Cap.  XVI,  De  subditis  alienis  contra  Dominum  defendendis,  pag.  66.  — 
{Nota  dell'Autore,) 


.-«4U^A£ 


LETTURA  TERZA.  275 

rivendicare  ciò  che  ingiustamente  altri  ci  toglie  o  nega:  <  Nel 
qual  caso  —  son  sue  parole  —  la  violazione  da  noi  patita 
del  diritto  naturale  fa  che  la  guerra,  che  per  questa  cagione 
si  prende,  sia  naturale.  >*  Voi  scorgerete  di  leggieri  in  que- 
sto importante  dettato  tutta  la  ragion  del  diritto,  oggi  vir- 
tualmente riconosciuto  nelle  Nazioni,  di  riscattare  da  mala 
signoria  o  da  conquista  i  loro  titoli  alla  esistenza  civile.  <  Di 
tutti  quanti  i  diritti  —  afferma  Alberigo  —  questo  della  di-^ 
fesa  è  il  più  certo:  e  questa  legge  non  è  scritta,  ma  nata 
con  tutti.  >  Né  è  giusto  solo  il  difendersi  dal  pericolo  pre- 
sente, ma  assicurarsi  eziandio  dal  pericolo  futuro.  E  qui  l'au- 
tore del  Diritto  di  Guerra  inizia  l'Europa,  con  l'esempio  del 
senno  politico  degl'Italiani,  alla  teorica  dell'equilibrio  degli 
Stati,  che  fu  poi  guida  alla  Diplomazia,  dalla  pace  di  Vest- 
falia in  poi;  e  che,  vero  in  sé  stesso  —  dove  si  riferisca  a 
parti  saldamente  fondate  sull'ordine  della  natura,  in  altri 
termini,  sulla  base  della  nazionalità  —  riusciva  fallace  e  so- 
vente arbitrario,  nelle  sue  applicazioni  a  un  insieme  di  Stati 
artificialmente  costituiti,  e  quindi  soggetti  a-  continue  tl:a- 
sformazioni.  Ma  Gentili  parve  presentir  quasi  la  vera  legge 
di  questo  naturale  equilibrio,  ed  annunciarla  con  la  seguente 
sentenza:  —  <  Gli  elementi  in  tanto  sono  fra  loro  stabilmente 
concordi,  in  quanto  sono  equamente  partiti,  e  l'uno  non  su- 
pera né  piglia  vantaggio  sull'altro.  >* 

E  avverte  i  suoi  coetanei  del  grande  pericolo  di  que' tempi: 
quello,  cioè,  della  preponderanza  spagnuola.  <  Badiamo  ■— 
egli  insiste  —  che  tutta  quanta  Europa  non  finisca  col  ve- 

'  «  Quamquam  autem  dico,  causam  a  natura  nullam  belli  existere  : 
sunt  causse  tamen,  propter  quas  natura  duce  bella  suscipimus,  ut  est  causa 
defensionis  :  et  quum  bellum  suscipitur,  quia  aliquid  negatur  dari,  quod 
ipsa  tribuit  natura  ;  et  itaque,  quia  jus  naturae  violatur,  bellum  suscipi- 
tur....  Hoc  super  omnia  jura  est  probatissimum  ;  vim  vi  repellere,  omnes 
leges  et  omnia  jura  permittunt.  Lex  una  et  perpetua,  salutem  omni  ra- 
tione  defendere..>.  Et  hcBc  non  scripta,  sed  nata  lex,  »  Cap.  XIII,  pag.  49,  50. 
—  (Nota  deW Autore,) 

^  €  Etìam  perseverantia  concordise  Inter  elementa  sic  ab  sequa  parti- 
tlone  est,  et  dum  in  nullo  aliud  ab  alio  vincitur.  £t  id  illud  est,  quod 
sapientissimus  et  pacis  studiosissimus,  ac  pacis  pater,  Laurentius  ille  Me- 
dices  procuravit  semper,  ut  res  Italorum  principum  paribus  libratsB  pon- 
derìbus  forent,  unde  et  ItalisB  foret  pax,  quae  et  fùit  eo  vivo,  et  custode 
hujusce  temperationis.  »  Cap.  XIV,  pag.  66,  66. 

Sugli  erronei  concetti  della  politica  europea  intorno  airequilibrio  degli 
Stati,  e  sopra  un  assetto  delle  relazioni  loro,  fondato  nella  autonomia  e 
inviolabilità  dell'essere  proprio  di  ciascun  popolo  e  nella  costituzione 
delle  patrie  nazionali,  vedi  l'eccellènte  opera  di  Terenzio  Mamiani,  jyun 
nuovo  Diritto  Europeo,  cap.  X.  —  {Nota  dell'Autore,) 


276  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

nire  a  mano  di  un  solo  ;  e  questo  avverrà  se  non  si  levi  qual- 
cuno che  possa  contrastare  allo  gpagnuolo.  >  ^ 

Lecito  quindi  —  e  per  questa  cagione  e  per  debito  di  umani- 
tà, anche  senza  pericolo  che  a  noi  sovrasti  —  il  pigliare  la  difesa 
degli  oppressi  dall'altrui  violenza.  Perchè,  egli  dice,  <  gli  uomini 
essendo  per  natura  fratelli,  sono  reciprocamente  uniti  in  vincolo 
di  carità,  e  nella  universale  compagnia  del  genere  umano  è  ri- 
posta la  ragion  di  natura,  la  quale  pertanto  è  anche  detta  da 
Cicerone,  ragion  civile....  >  £,  <  questo  mondo  che  noi  vediamo, 
nel  quale  tutto  s'accoglie  quanto  è  divino  e  umano,  è  una 
grande  unità;  e  di  questo  gran  corpo,  ch'è  esso  il  mondo,  noi 
siamo  le  membra.  £  siamo  per  natura  parenti  gli  uni  degli  al- 
tri, comune  avendo  il  principio,  comune  la  sede;  quindi  il  reci- 
proco affetto  e  l'indole  nostra  sociabile.  >'  Delle  quali  sentenze 
voi  potete  facilmente  rintracciare  le  fonti,  dietro  quello  ch'io 
ne  toccai  nella  mia  prima  Lettura,  del  connubio  fra  la  civile 
sapienza  degli  antichi  e  la  cristiana  carità.  Da  tal  vena  attin- 
geva il  suo  più.  vitale  alimento  la  coscienza  di  Alberigo,  da  sì 
fatti  ammaestramenti  discendevano  le  sue  migliori  dottrine  ; 
come  appare  dai  luoghi  che  va  citando,  de'  Greci,  de'  Romani 
e  dei  padri  della  Chiesa,  a  conforto  de' suoi  dettati. 

*  <  Non  hoc  agit  etiamnum,  ne  unus  possit  omnia,  et  Europa  universa 
in  unius  nutum  deveniat  ?  Nìsi,  ait,  quod  obstare  Hispano  possit,  cadet 
sane  Europa.  »  Cap.  XIV,  pag.  66.  —  {Nota  dell* Autore.) 

'  «  Superest  de  honesta  defensione,  qu»  citra  metum  ullum  periculi 
nostri,  nulla  indigentia  nostra,  nulla  utilitate  quaesita,  tantum  in  gratiam 
aliorum  suscipitur  :  et  fnndamento  illi  innititur,  quod  cognationem  et 
amórem  atque  benevolentiam,  et  benevolentisB  vinctionem  (ait  M.  Tullius) 
inter  homines  natura  constitnerit  :  et  quod  gentium  jus  situm  est  in  ge- 
neris humani  societate  :  quod  propterea  etiam  appellatur  civile  a  Cice- 
rone. Sic  scilicet  stoici  voluere,  civitatem  totius  mundi  unam  esse....  Omne 
hoc,  quod  vides,  quo  divina  atque  humana  conclusa  sunt,  unum  est,  mem- 
bra sumus  corporis  magni,  et  mundus  unum  est  corpus  scilicet.  Natura 
autem  nos  cognatos  edidit:  cum  ex  iisdem,  et  in  eadem  gigneret.  Haec 
nobis  mutuum  indidit  amorem,  et  sociabiles  fecit....  Societati  Jiomo  natus, 
et  ejus  ofiicium  juvare  alios,  non  sibi  soli  vivere.  »  Cap.  XV,  pag.  67,  68.  — 
Così  Gentili,  con  Cicerone,  con  Plutarco,  con  Seneca,  con  Filone,  con  Lat- 
tanzio ed  altri  antichi  di  cui  ripete  i  detti  :  e  dal  vincolo  della  umana  so- 
cialità e  solidarietà  —  sul  quale  insiste  sentitamente  in  questa  e  in  altre 
parti  deir  Opera  —  deduce  il  dovere  della  difesa  de'  deboli  e  degli  oppressi, 
allargandolo  dalle  private  alle  relazioni  pubbliche  e  internazionali.  «  Jure 
naturali  tenemur  (sic  interpretes  juris)  ultro,  citroque  commodi  esse  :  et 
iidem  tradunt,  sequiparatam  defensionem  suorum  et  extraneorum,  ma- 
xime sociorum,  a  quibus  propulsanda  injuria  est....  Plato  puniendum 
censet  eum  qui  vim  alteri  illatam  non  propulsai.  Quod  autem  Plato,  et 
illi  interpretes  in  privatis  civibus  aiunt,  id  nos  ad  principes  poptUosque 
ducimus  probe,  quoniam  quse  ratio  privati  civis  in  privata  civitate  est, 
eadem  in  publica,  et  universa  hac  orbis  civitate  publici  civis,  hoc  est  prin- 
cipis,  et  populi  principis  est.  »  Ibid-,  pag.  60.  —  {Nota  dell'Autore.) 


} 


LETTURA   TERZA.  277 

Né  solo,  al  veder  suo,  è  onesto  il  difendere  uno  Stato 
amico  contro  l'ingiusta  aggressione  di  un  altro  Stato,  e  spe- 
cialmente il  debole  contro  il  forte;  ma  ancora  il  soccorrere 
i  sudditi  altrui  contro  il  loro  sovrano,  quando  da  giusta  causa 
sieno  mossi  ad  insorgere  ;  non  dovendosi  i  sudditi  di  un  altro 
Stato  <  considerare  come  affatto  stranieri  a  noi  e  come  ta- 
gliati fuori  dell'umano  consorzio,  tolto  il  quale  spezzerai 
anche  la  unità  del  genere  umano....  >  *  —  <  E .  se  i  Principi 
anch'  essi  hanno  da  obbedire  alle  leggi,  né  tolleriamo  che 
vivano  senz'  alcun  freno  né  di  leggi  né  di  costumi,  ragion 
vuole  che  vi  sia  anche  per  loro  un'autorità  che  li  avverta  e 
li  tenga  a  dovere....  >*    ' 

Nel  che  giovi  notare  come  il  Gentili  ponesse,  sin  da  quei 
giorni,  sul  suo  legittimo  fondamento  l'azione  di  uno  Stato, 
nelle  cose  interne  d'un  altro  Stato,  riferendola  a  principi  di 
umana  solidarietà  e  di  giustizia  internazionale,  in  difesa  dei 
deboli  e  degli  oppressi  :  dottrina  vera,  ed  aliena  del  pari  dal- 
l'arbitrio degl'  interventi  ostili  alla  libertà  e  dall'egoismo  che 
s'asconde  sotto  la  formola  —  in  apparenza  liberale  ma  in 
fondo  sterile  e  negativa  —  del  non-intervento,  se  tal  regola 
s'intenda  in  senso  assoluto,  senza  temperamento  di  giuste 
eccezioni.' 

E  Alberigo  va  tanto  innanzi  con  questa  sua  concezione 
della  giusta  difesa  de'  sudditi  altrui,  da  stimarla  lecita  anche 
se  i  sudditi  sieno  dalla  parte  del  torto.  E  dice  :  <  Posto  che 
nella  guerra  ciascuna  delle  parti  vuole  giudicare  del  fatto 
proprio...,  un  Principe  di  fuori  potrebbe  da  ciò  prendere  oc- 
casione d'intervenire,  a  fin  di  comporre  la  differenza  più 
civilmente  che  con  l'armi.  Jl  che  è  lecito  ed  onesto,  come  è 
lecito  ed  onesto  il  difendere  dallo  infierire  del  padre  i  figliuoli, 
ancorché  ingiusti  :  e  dall'  infierire  de'  padroni  i  servi,  senza 
incorrere,  per  quest'atto  di  misericordia  e  d'umanità,  nelle 
pene  stabilite  dall'  editto  de  servo  corrupto.^  —  Gnd'  ebbero 
diritta  cagione  gì'  Inglesi  di  prendere  la  difesa  del  Belgio  ; 

*  Cap.  XVI,  De  subditis  altenis  cantra  Dominum  defendendis,  in  princì- 
pio. —  {Nota  deW Autore.) 

»  €  Atque  si  illeges  nec  facimus  Principes,  nullis  legibus,  nullis  mo- 
ribus  devinctos  :  necesse  est,  ut  sint  quoque,  qui  eosdem  moneant  officii, 
«t  constrìctos  retineant.  ^  Ibid.  —  {Noia  deW Autore,) 

'  Vedi,  su  questa  materia  del  non-intervento,  la  citata  opera  del  Ma- 
xniani,  cap.  IX,  XI,  XII,  XIII,  dov*è  trattata  con  liberali  principi  e  assai 
•consideratamente  ne'  suoi  molteplici  aspetti.  —  {Nota  délV Autore.) 

*  De  Jure  BeUi,  lib.  I,  cap.  XVI,  pag.  64,  65.  —  {Nota  delV Autore.) 


278  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

perchè  congiunti  per  più  rispetti  con  quel  Popolo,  e  perchè 
il  trionfo  di  Spagna  sarebbe  stato  un  pericolo,  non  che  pei 
vicini,  per  tutta  Europa.  —  <  Vinti  i  Fiamminghi  —  egli  dice 

—  non  più  libertà  :  piene  le  loro  terre  di  soldatesche  stra- 
niere :  costretti  ad  obbedire  ai  cènni  del  vincitore-  Or  questo 
i  vicini  hanno  ragione  di  non  volere:  imperocché  a  niuno 

—  dice  la  legge  —  dee  farsi  divieto  di  proteggere  la  libertà. 
E  che?  Se  il  mio  vicino  metta  in  ordine  in  casa  sua  tor- 
menti guerreschi,  ed  altri  ne  appunti  verso  la  mia,  potrò  io 
vivermene  sicuro  e  starmene  a  bada?  Così,  così  accadeva 
delle  Fiandre  ;  e  se  ne  accorsero  uomini  di  gran  prudenza, 
e  primo  di  tutti  il  Leicester  ;  il  quale  sapientemente  ebbe 
dimostrato  la  difesa  de'  Belgi  essere  d' importanza  suprema 
e  assolutamente  necessaria  alla  repubblica.  Perchè,  se  gli 
Spagnuoli  facevan  tanto  da' abbattere  quello  schermo  d'Eu- 
ropa (così  tu  pure,  o  giusto  Lipsio,  sapientemente),  niun  freno 
più  rimaneva  alla  loro  violenza.  >* 

*  De^Jure  BeUiy  lib.  I,  Gap.  XVI,  pag.  66,  67.  In  tutta  questa  parte  del 
Gius  delle  Genti,  che  concerne  i  limiti  della  potestà  sovrana,  il  diritto  di  re- 
sistenza de'  sudditi,  per  difesa  della  loro  libertà  religiosa  e  delle  loro  franchi- 
gie civili  e,  come  vedremo  più  avanti,  la  inalienabilità  de'  territori  di  una 
Nazione  ad  arbitrio  del  Principe,  e  la  imprescrittibile  validità  de'  diritti  na- 
tivi  di  un  Popolo  contro  ogni  ingiusta  e  violenta  occupazione,  Alberigo  Gen- 
tili, nel  suo  Difitto  di  Guerra,  è  —  come  bene  osserva  il  Mancini  (Discorso 
cit.)  —  più  liberale  di  Grozio.  E  la  ragione  parmi  esser  questa  :  che  il  giure- 
consulto italiano,  ispirandosi  ai  dettati  della  civile  filosofia  degli  anticM  e  di 
Cicerone  in  particolare,  deduce  le  migliori  sue  teoriche  dal  principio  della 
umana  socialità,  come  fondata  sulle  native  e  inviolabili  facoltà  della  na- 
tura stessa  deiruomo,  più  che  dalla  opinione  e  dal  consenso  arbitrario 
de*  congregati  ;  mentre  il  giureconsulto  olaQdese,  dopo  avere  ottimamente 
definito  il  diritto  naturale:  e  dictatum  rectse  rationis,  indicans  actuialicui, 
ex  ejus  convenientia  aut  disconvenientia  cum  ipsa  natura  rationali  »  {De 
Jure  Belli  ae  Pacis,  lib.  I,  cap.  I,  §  X),  abbandona  poi,  nella  maggior  parte 
delle  questioni  che  tratta,  questo  buon  principio,  sostituendovi  —  come 
nota  il  Mancini  —  «  altro  erroneo  criterio,  che  fa  ritenere  al  Grozio,  come 
prova  unica  e  sufficiente  della  giustizia  o  ingiustizia  delle  azioni,  le  usanze 
invalse  tra  i  popoli,  che  egli  suppone  effetto  di  una  causa  generale,  le  sen- 
tenze de'  romani  giureconsulti,  e  l'opinione  de'  filosofi,  de'  poeti  e  dei  dotti. 
Bel  qual  metodo  sono  palesi  i  difetti  ;  imperocché,  per  esso,  il  fatto  si  con- 
fonde col  diritto,  la  giustizia  si  scambia  con  V opinione,  quando  sin  da' suoi 
tempi  Cicerone  aveva  avvertito  :  Non  opinione  sed  natura  constiiutum  esse 
jus,  il  dovere  giuridico  si  fa  riposare  soltanto  sopra  un  fondamento  subiet- 
tivo, e  la  legge  naturale  vien  condannata  ad  inevitabili  contradizioni  ed 
a  perenne  mutabilità.  » 

Presupponendo  il  Grozio  «  cosa  reale  la  chimera  di  uno  stato  di  na- 
tura od  extra  sociale,  ogni  obbligazione,  nel  suo  sistema,  deriva  ex  con- 
sensu,  ed  anche  lo  Stato  ottiene  la  sua  autorità  dal  contratto,  >  D'onde  il 
suo  disconoscere  —  come  la  disconobbe  più  tardi  Rousseau  —  e  l'esistenza 
di  diritti  essenziali  inerenti  alla  personalità  umana  ed  a  quella  delle  Nazioni, 
che  le  convenzioni  ed  il  consenso  non  possono  né  creare  né  distruggere.  > 

«  Da  codesti  erronei  principi  —  continua  il  Mancini  —  si  deducono 
false  ed  illiberali  conseguenze*  È  legittima  la  schiavitù,  perchè  riconosciuta 


LETTURA  TERZA.  279 

Sia  concesso  a  noi  Italiani  moderni,  riconquistata  la  Pa- 
tria, rammentare  con  giusto  orgoglio  la  difesa  assunta  da  un 
nostro  concittadino  —  tre  secoli  addietro  —  delia  indipendenza 
e  della  libertà  delle  Nazioni  europee,  contro  quella  sinistra 
lega  del  pastorale  e  della  spada,  che  le  tenne  per  tanto  tempo 
disfatte. 

Ma  affrettiamoci  al  termine  della  via. 

dagli  usi  e  dal  consenso  de'  Popoli.  »  (Alberigo  sostiene  la  schiavitù  per- 
sonale de'  prigionieri  di  guerra  —  dove  ne  esista  ancora  il  costume  — 
come  semplice  fatto,  sancito  dal  diritto  delle  genti  storicamente  inteso;  e 
come  cosa  meno  inumana  della  strage  dei  prigionieri  stessi,  sottratti,  per 
tale  temperamento,  all'immane  arbitrio  di  un  preteso  diritto  illimitato 
di  guerra  de'  vincitori  sui  vinti)  —  ce  Grozio  trascorre  fino  a  concedere  il 
diritto  di  vita  e  di  morte  sullo  schiavo.  Discorrendo  della  natura  ed  ori- 
gine della  sovranità,  ammette  ch'essa  risieda  nella  Nazione,  allorché  esi- 
stono leggi  fondamentali  che  limitano  la  potestà  del  Principe:  ma  dove 
tali  garanzie  non  esistono  —  o  il  Popolo  si  è  sottomesso  senza  condizioni, 
o  il  Paese  fu  assoggettato  dalla  conquista,  —  il  regno  è  patrimoniale,  e 
quindi  il  territorio  e  la  Nazione  stessa  sono  patrimonio  del  Sovrano..^.  Il 
Grozio  non  dubita,  applicando  il  Diritto  Romano,  della  legittimità  della 
Conquista  de'  territori  de'  Popoli  vinti,  pareggiandola  ad  una  dedizione 
senza  patti.  »  Approva  Valienazione  e  cessione  volontaria  di  territori  per 
fatto  del  solo  Principe,  senza  il  consenso  dei  popoli;  e  nega  alle  Nazioni, 
soggette  a  dominazione  straniera  p^r  conquista  o  trattati,  il  diritto  di  far 
guerra  per  rivendicarsi  in  libertà,  e  per  ricuperare  la  nazionale  indipen- 
denza: —  così  —  soggiunge  Mancini  —  «  i  generosi  sforzi  delle  Fiandre  per 
sottrarsi  all'odiato  giogo  di  Filippo  II,  ed  11  sorgere  dei  nuovi  Stati  del- 
TAmerica  del  Nord,  della  Grecia,  del  Belgio,  dell'Italia,  sarebbero  per  lui 
altrettante  violazioni  del  Diritto  delle  Genti.  »  —  In  tutto  ciò  il  Gentili 
è  indubitatamente  —  parlo  del  suo  Diritto  di  Guerra,  —  quanto  a  larghezza 
e  razionalità  di  principi,  superiore  ad  Tigone  Grozio,  le  cui  illiberali  dot- 
trine furono,  con  giuste  censure,  sindacate  da  Gronovio,  da  Puffendorfio 
e  da  altri  chiosatori  e  continuatori  dell'opera  sua;  e  sono  notevoli  e  degni 
di  studio,  come  generosa  protesta  di  libero  sentire  e  come  saggio  di  dotta 
critica,  i  commenti  del  Gronovio  in  particolare,  il  quale  confuta  con  grande 
potenza  di  logica  gli  errori,  di  cui  è  fatto  cenno  di  sopra;  rivendicando 
ai  Popoli  —  fra  gli  altri  diritti  disconosciuti  dall'autore  del  De  Jure  Belli 
ac  Pacis  —  quello  di  riscattarsi  dall'assoluta  potestà  del  Principe,  quale 
che  ne  sia  l'origine;  e  quello  d'insorgere  contro  la  dominazione  straniera: 
diritto  in  virtù  del  quale  la  patria  stessa  di  Grozio  avea  ricuperata  la  sua 
indipendenza,  ed  era  divenuta  sicuro  albergo  della  libertà  di  coscienza. 
Intorno  a  che  il  Gronovio  osserva  giustamente:  «  Auctor  quaestionem,  an 
liceat  christianis  prò  religione  adversus  superiores  in  ultimo  discrimine 
bollare,  ita  tractet  ut  negantem  partem  probare,  atque  ita  tot  heroum, 
quorum  armis  a  Deo  prosperatis  libertatem  conscientise  in  Belgio,  Ger- 
mania, Gallia,  debemus  causam  damnare  videatur.  Cui  sententiae  subscri- 
berb  non  pòssumus,  nec  quae  prò  ea  proferuntur,  tanti  putamus,  ut  iis  nos 
induci  patiemur.  »  £  prova  il  suo  assunto,  contrapponendo  assai  buone 
ragioni  di  diritto  naturale  e  di  senso  comune  agli  argomenti  pescati  da 
Grozio  ne'  precetti  del  Vangelo  ad  uso  delle  autorità  costituite.  Io  non  so 
se  questa  ortodossia  politica  del  giuspubblicista  olandese  non  poss^  — 
salvo  il  giusto  giudizio  de' meriti  incontestabili  del  suo  Trattato  —  darci 
in  parte  la  spiegazione  del  favore  grandissimo  che  questo  trovò  presso  i 
Principi  e  i  diplomatici  d'Europa,  mentre  i  libri  di  Alberigo  furono  quasi 
dimenticati.  Vedi  ad  ogni  modo  —  per  quello  che  ho  detto  della  poca  li- 
beralità di  Grozio  —  le  Note  di  Gronovio  ai  capi  III  e  IV  del  lib.  I,  De 
Jure  Bèlli  ac  Pacis,  —  {Nota  dell* Autore,) 


280  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Cagioni  antiche  di  guerra  non  s' hanno  da  ripescare  a 
libito  ;  *  la  regola  della  prescrizione  valere  anche  pel  Diritto 
delle  Genti  :  che,  se  ciò  non  si  ammettesse,  non  vi  sarebbe 
mai  fine  alle  fazioni  guerresche.  Ed  essere  ovvio  questo  prin- 
cipio, massime  contro  le  pretese  dell'  Impero  su  quegli  Stati 
che,  .soggetti  un  tempo  alla  sua  autorità,  se  ne  vennero  di 
mano  in  mano  emancipando.  <  Nessuno  vorrà  andare  a  cer- 
care, fra'  Turchi  o  fra'  SaTaceni^  il  Romano  Impero.  Né  vor- 
remo cercarlo  in  Francia,  ove  da  lungo  tempo  non  sono 
nemmen  più  imperatori,  e  Franchi  vollero  sempre  chiamarsi 
i  Francesi,  dal  nome  della  loro  Nazione  :  e  neppure  lo  cer- 
cheremo fra  gli  Spagnuoli  e  gl'Inglesi;  i  quali  Popoli,  ab- 
bandonati dagl'imperatori  romani  o  non  stati  mai  soggetti 
a  Roma,  rapiti  all'  Impero  o  ai  rapitori  di  esso  que'  loro 
regni,  da  molti  secoli  se  li  godono.  >  '  —  Di  tal  modo  ragio- 
nava con  pratico  buon  senso  Alberigo,  dissipando,  alla  soglia 
de'  tempi  moderni,  la  larva  del  vecchio  giure  imperiale  ;  e 
introducendo  fra  i  Popoli  il  nuovo  diritto  degli  Stati  di 
Europa. 

Ma,  se  corre  prescrizione  contro  titoli  di  dominio  resi  vani 
dal  tempo  e  dai  nuovi  elementi  della  vita  delle  Nazioni,  non 
corre  mai  prescrizione  contro  il  vero  e  buon  diritto,  fondato 
sulla  natura  :  e  <  contra  la  prescrizione  è  soccorso  a  chi  non 
ebbe  comodità  di  esercitare  l'azione....  >  —  <  Per  lunghezza 
di  tempo  ninno  dee  credersi  di  aversi  acquistata  ragione 
sulle  altrui  cose,  quante  volte  a'  legittimi  proprietari  era  fatto 
impedimento  di  rivendicarle....  né  ad  impedire  il  possesso 
vale  il  solo  fatto  materiale,  non  accompagnato  dal  diritto.  >  ' 

Né  fatto  0  forza  di  prepotenti  avversari  può  contendere  al- 
trui il  diritto  di  riacquistare  ciò  che  ci  viene  dalla  natura,  e  che 
dagli  uomini  ci  è  negato.*  Giusto  quindi,  per  naturali  cagioni, 

*  Cap.  XXII,  De  vetuatis  cauais  non  «xcitandis,  —  {Nota  deW Autore,) 

*  Vedi  l'intero  cap.  XXIII  De  Jure  Belli,  nel  quale  l'autore,  pure  am- 
mettendo la  continuità  della  tradizione  romana  del  titolo  imperiale,  ne 
restringe  in  sostanza  l'efficacia  giuridica  alle  regioni  effettivamente  sog- 
gette all'imperatore  —  e  cio|,  alla  Germania  e  ad  alcune  Provincie  d'Italia; 
ed  esclude  qualsisia  pretesa  d'alto  dominio  Cesareo  dalle  contrade  che  se 
ne  resero  indipendenti  di  fatto.  —  (Nota  dell'Autore,) 

'  Gap.  XIX,  in  principio.  «  Atque  hic  a  natura  bellum  dìcetur,  si  propter 
id  suscipitur  quod  a  natura  tribuitur,  et  ab  hominihua  denegatur,  ^  ec.  — 
{Nota  dell'Autore,) 

*  Ibìd.,  pag.  76  e  seg.  dove  pone  in  generale  il  principio  deUa  libertà 
de'  traffici,  non  ammettendo  limitazioni  alla  regola,  che  in  casi  speciali  ; 
e  ne  deduce,  come  corollario,  la  libertà  del  mare  e  delle  acque  fluenti. 


^.-. 


LETTURA  TERZA.  281 


il  ricorrere  airarmi,  dove  altro  rimedio  non  giovi,  <  se,  per 
esempio,  altri  e'  impedisca  il  passo  o  l'entrata  ne'  porti  o  il 
far  provviste,  o  la  mercatura  e  il  commercio.  >  Questa,  ri- 
spetto alla  libertà  delle  navigazioni,  la  teoria  che  Alberigo 
—  precorrendo  anche  in  ciò  il  pubblicista  olandese  —  fonda 
sulla  natura,  ed  annunzia  alla  sci^iza  nascente.  Né  vale  che 
egli  poi  sottilizzi  contr'  essa  come  politico  in  altri  luoghi  ; 
estendendo  oltre  il  giusto  la  dottrina  della  giurisdizione  degli 
Stati  marittimi  sulle  acque  circostanti,  e  conceda  agl'Inglesi, 
per  ragioni  speciose  di  pubblica  necessità,  un  indebito  arbi- 
trio sugli  altrui  commerci.* 

Seguono  per  ultimo,  fra  le  naturali  ed  umane,  altre  ca- 
gioni di  guerra,  ch'egli  chiama  oneste,  contro  chi  per  im- 
probità di  selvaggio  costume  offenda  natura  ed  umanità.  Ma 
soggiunge:  <  quello  ch'io  non  approvo,  sebbene  lo  approvino 
altri,  si  è  che  gli  spagnuoli  facciano  guerra  agi'  indiani,  oltre 
alle  altre  cagioni  dette  di  sopra,  per  questa:  che  essi  non 
vogliano  dare  ascolto  alla  predicazione  del  Vangelo,  essendo 
che  qui  la  religione  è  un  mero  pretesto.  Che,  sebbene  sia 
detto:  andate  e  predicate  il  Vangelo  ad  ogni  creatura;  non 
ne  seguita  che  la  creatura  che  non  voglia  udirlo  debba  es- 
servi costretta  con  l'armi.  Stolidi  sofismi  son  questi.  Non  In- 

«  Extra  hos  casus  aut  alìos  singulares,  si  commercium  impeditur,  benum 
suscipì«tur  juste.  Etiam  Bononienses  susceperunt  con  tra  Venetos  beUum 
ex  hac  causa....  Nunc  de  mare.  Hoc  natura  omnibus  patet,  et  oommunis 
ejus  usus  omnibus  est,  ut  a6ris.  Non  igitur  prohiberi  a  quoquam  potest. 
Litora  item  a  natura  omnibus  yacant:  item  ripse,  item  flumina,  hoc  est, 
dqusB  fluentes.  »  —  {Nota  delF Autore,) 

*  Ciò  nel  cap.  XXI,  come  vedremo  più  avanti.  Qui  dice  :  <  Quamquam 

vero  usum  horum  omnium  dicimus  communem  omnibus,  tamen  eaque 

<licitur  epinio  adprobata,  ut  qussri  illorum  possit  possessio,  et  possint  pos- 

fiidentes  prohibere  alios  iUis  uti  :  et  ita  Venetos  posse  prohibere  alios  in- 

gredi  mare  illud  :  non  quia  facti  sint  Veneti  domini  maris,  quod  in  dominio 

esse  nequit,  sed  quia  sic  sint  possessores.  Verum  mihi  opinio  non  placet  : 

qtice  loeditper  inanea  logos  jus  naturce  :  ut  sì  marepatet  per  naturam  omnibus f 

id  quidem  Claudi  nemini  debeai»,.  Est  autem  et  in  mari  jurisdictio  :  aut  nullus 

ulciscetur  magistratus  admissa  in  mari.  Sed  est  et  magistratus  in  mari, 

et  magistratus  juris  gentium  :  itaque  etiam  jurisdictio  :  et  itaque  sint  ista 

ubique  necesse  est.  »  Pag.  78,  79.  E,  nello  stesso  capitolo,  condanna  —  con- 

foroie  a  natura  e  giustizia  —  il  preteso  diritto  di  appropriazione  delle  cose 

de'  naufraghi,  di  cui  abusavano,  a  que'-  tempi,  inglesi,  francesi  ed  altre 

genti  marittime.  <  Quod  est,  tutos  hospites  habere  apud  se  naturali  instin* 

«tuy  non  lata  lege,  sed  nata  :  ut  sponte  est,  quod  naturale  est....  Sed  officia 

haBc  humanitatis  non  statuo  leges  hostibus.  De  non  hostibus  nunc  dico. 

Noster  legislator  {Inst,  de  re,  di,  2. 1)  supradictas  res  omnes,  et  usum  por- 

tuum  eadem  defini  tiene  notat.  De  quibus  intelligimus,  quod  illud  jus  sit, 

«quo  Galli,  Angli,  forte  et  alii  utuntur  circa  nau&agia.  Et  enim  Jus  inj'U' 

rtunt  ;  ut  suis  dominis  eripiantur,  quae  ejecta  in  illorum  portus  aut  litora 

4sunt  per  naufragium.  ^  Ibid.,  pag.  78.  -—  {Nota  delV Autore,) 

XIL  19 


282  SII  ALBERIGO  GENTIU. 

noc^izo  posso  io  approvare,  non  Paolo  dì  Castro  —  seguace 
d'Innocenzo,  i  quali  dicono  giusta  cagione  di  guerra  contro 
agl'infedeli  la  carità.  >* 

E  dopo  avere  deprecato  ad  una  ad  una  le  cagioni  ingiu- 
ste di  guerra,  stabiliti  i  prìncipi  che  rendono  necessario,  giu- 
sto ed  onesto  —  dove  ogni  umano  rimedio  sia  tolto  via  —  il 
ricorrere  alla  forza,  l'anima  d'Alberigo  aspira  pur  sempre 
alla  pace,  alla  buona  ydontà,  alla  fraternità  fra  gli  uomini: 
e  <  Tu,  o  Dìo  --  esclama  pregando  —  Tu,  padre  dì  giustizia, 
rimovi  da  noi  anche  queste  cagioni:  rimovi  ogni  sorta  di 
guerra,  o  Signore;  danne  pace.  Pace,  anima  e  vita  di  tutto, 
deh!  vieni!  >* 

Nella  parte  sin  qui  discorsa,  che  dà  materia  al  primo  Li- 
bro dell'Opera,  io  vi  ho  esposto  per  sommi  capi  le  più  im- 
portanti fra  le  sue  dottrine,  riguardo  alle  cagioni  del  guer- 
reggiare. 

Nel  secondo  Libro  egli  tratta  della  giustizia  della  guerra, 
rispetto  ai  modi  dell'iniziarla  e  del  condurla. 

Toccai  nelle  precedenti  Letture  de' principi  posti  da  Ci- 
cerone e  ripetuti  da  Matteo  Palmieri,  intomo  a  tale  materia. 
La  seconda  parte  del  Trattato  di  Alberigo  può  considerarsi 
come  uno  svolgimento  ed  una  applicazione  pratica  di  quei 
principi  alle  varie  specie  degli  accidenti  itUennedi  della  guerra, 
conforme  alla  definizione  della  medesima:   Crùerra  è  giusta 


^  Lib.  I,  cap.  XXV,  pag.  105.  Più  ardito  assunto  di  fronte  ai  pregiadizi 
de'  suoi  tempi  e  de'  suoi  correligionari  il  dichiarare  ingiusto  motivo  di 
guerra  l'ateismo.  Però,  pure  ammettendo  —  dato  il  supposto  —  la  giustizia 
di  tal  guerra,  egli  dubita  tuttavia  deUa  pos»bilità  della  causa  ;  e,  cioè,  che 
possa  esservi  un  popolo  di  atei,  nel  senso  di  gente  afEatto  spoglia  d'ogni 
umana  qualità  ;  che  «  una  qualunque  religione  è  da  natura  ;  laonde,  am- 
messo che  vi  abbiano  atei,  privi  di  ogni  religione,  buona  o  cattiva,  la 
guerra  contr'essi  potrebbe  apparire  giusta,  non  altrimenti  che  guerra  a 
fiere  selvagge  ;  non  meritando  Acme  di  uomini  coloro  che  non  osservano 
le  leggi  della  natura  umana,  e  sdegnano  d'essere  chiamati  uomini.  >  Ibid.^ 
pag.  107.  Ma  nel  cap.  IX,  pag.  35,  aveva  detto  :  «  Senonchè,  esiste  vera- 
mente una  tal  fatta  ai  gente  che  non  crede  a  nulla,  che  non  osserva  nuUa  ? 
Io  dico  di  no  ;  e  chi  dice  il  contrario,  vorrei  me  l' indicasse.  Non  si  creda 
già  che  sia  fuori  del  diritto  chi  per  fragilità  umana  versa  in  errore;  e  con 
tutto  il  desiderio  che  può  avere  del  bene,  segue  una  religione  falsa.  Co- 
storo —  come  degli  Alemanni  idolatri  ebbe  a  dire  Agatìa  —  sono  meritevoli 
di  compassione,  e  però  voglionsi  ammaestrare  e  tollerare,  non  costringere 
e  sterminare.  Itaque  docendi  sunt,  at  ferendif  non  eogendi  uut  exterminandi.  > 
"Badino  quelli  che  accusano  d' intolleranza  Alberigo  Gentili,  di  non  essere 
ad  osni  tratto  smentiti  dai  testi  delle  sue  vere  sentenze!  —  {Nota  deW Autore.) 

*  Ibid.,  pag.  109.  «  Tu  pater  justiti».  Deus,  etiam  has  toUe  causas 
nobis,  tolle  bellum  omne  :  da,  Domine,  pacem  in  diebus  nostris,  da  paeem- 
At  nohis  pax  alma  veni.  »  —  {Nota  d,ell* Autore.) 


LETTURA  TERZA.  283 

contesa  charmi  pubbliche.  E  perchè  sia  tale,  vuol  essere  inti- 
mata nelle  debite  forme  acciocché  possa  costituirsi  in  legit- 
tima difesa:  anzi  <  è  necessario  —  dice—  che*  alla  dichia- 
razione di  guerra  vada  innanzi  un  avvertimento  —  o  vuoi 
domanda —  alla  quale  non  sodisfacendosi,  allora  soltanto  sia 
guerra:  >  a  cui,  come  a  partito  estremo  s'ha  da  ricorrere, 
dopo  tentata  ogni  pratica  di  razionale  composizione.  Con  che 
Alberigo,  qui  e  in  altri  passi,  prelude  alla  moderna  dottrina 
degli  arbitrati  pacifici.*  <  Guerra  non  dichiarata  —  egli  pro- 

.    *  <  Quid  autem  est,  ut  renuncies  amìcitiae,  denuncies  inimicitìam  et 
beUum,  nee  tentes  jus  cequius  primum  ?  Extrema  nemo  primo  tentavU  loco, 
Atqui  belli  jus  necessìtatis  est  ;  itaque  omnium  postremum  est....  Bellui- 
uam  est^  arma  statim  movere....  Omnia  prius  experiri  verbis,  quam  armis, 
sapientem  decet.  Qui  scis  an,  quce  jubeam,  sine  vi  faciat?  Sic  Baldus,  tentanda 
prius  civilia  remedia  omniOj  quam  repraesaliae  concedantur  :  quse  proìbitse 
per  suam  naturam:  et  bellum  tamen  sit  mìnus  justum,  et  minus  licitum, 
quam   repraesalise.  »  De  Jure  Belli,  lib.  II,  cap.  I,  pag.  114.  E  più  ampia- 
mente nel  lib.  I,  cap.  III,  dove,  riferendo,  con  Cicerone,  alla  natura  razio- 
nale deiruomo  il  principio  delle  composizioni  pacifiche,  cita  esempi  antichi 
e  moderni  di  pacifici  arbitrati,  e  tenta  di  rivestire  di  carattere  giuridico 
questa  naturale  aspirazione  della  coscienza  umana,  argomentando,  dalle 
norme  del  Diritto  Civile  ne' giudizi  privati,  alla  istituzione  di  analoghi 
procedimenti  nelle  questioni  pubbliche  degli  Stati  ;  e  invocando  all'uopo 
—  dacché  era  venuta  meno  l'autorità  morale  che  avea  governato  il  mondo 
nel  medio-evo  —  l'autorità  legale  di  una  giurisprudenza  di  ragion  comune, 
i  cui  decreti  venissero  avvalorati  dalla  forza  della  pubblica  opinione.  Di- 
resti che  un  senso  presago  dell'avvenire  gì'  ispirasse  quella  fiducia  nell'ef- 
,  fìcacìa  dell'azione  giudiziaria  sulle   liti  internazionali.  <  At  cur  memoro 
adeo  multa?...  Scilicet  ut  intelligant  qui  defugiunt  genus  hoc  decertandi 
per  disceptationem,  et  ad  alterum,  quod  est  per  vim,  currunt  illieo,  eos  a 
justitia,  ab  humanitate,  a  probis  exemplis  refugere:  et  ruere  in  arma  ve- 
lentes,  qui  subire  judicium  nuUius  velint.  I^am  cur  privatorum  causse 
majores  ssepe  his  publicis,  obscuriores  certe  plurimum,  tenentur  judiciis, 
Prlncìpum  non  tenentur  ?  Melius  et  civilius  est  fait  lex),  non  manu  cogere. 
Judices  eligi  peritiores  incorruptiores,  in  causis  Principum  possunt:  quce 
teste  quasi,  ac  spectatore  orbe  terrarum  et  audiantur^et  definiantur.  »  pag.  14. 
Non  si  dissimula  Alberigo  le  difficoltà  pratiche  dell^  esecuzione  di  tali 
giudìzi.  <  Quando  gli  arbitri  avranno  ben  ben  pronunziato,  come  potremo 
essere  sicuri  che  la  loro  sentenza  verrà  eseguita?  »  Ibid.,  pag.  17.  —  Ma  non 
desiste  per  questo  dall'  inculcare  gli  esperimenti  pacifici,  dicendo  che  la 
incertezza  della  riuscita  non  è  ragione  per  non  tentarli,  promoverli,  farli 
passare  in  costume.  «  Et  hsec  tamen  causa  non  potens  est  sola,  ut  Intel- 
liges  de  his,  quae  in  tertio  libro  scribam  de  pace  futura  constituenda.  » 
Ibid.y  pag»  17.  —  Ho  detto  dottrina  moderna  quella  degli  arbitrati.  Il  prin- 
cipio, come  abbiam  visto,  è  antico  quanto  è  antica  la  coscienza  civile  del- 
l' Uomo,  e  non  è  certamente  merito  d'alcun  moderno  lo  averlo  inventato. 
Pierino  Belli  e  Gentili  —  e,  prima  di  loro,  Baldo  ed  altri  giureconsulti  — 
seguirono  in  ciò  i  precetti  di  Cicerone  e  de'  Padri  della  Chiesa,  gli  esempì 
romani  e  gli  esempì  cristiani.  Ma  è  tentativo  della  scienza  moderna  il  cer- 
care modi  efficaci  di  sanzione  giuridica  al  sistema  degli  arbitrati  Inter- 
naziontdi,  mercè  stabili  istituti  e  legami  di  comune  utilità  e  di  reciproca 
obbligazione  fra  ì  Popoli;  ed  è  problema  che  si  connette  col  progresso 
della  universale  civiltà.  Alberigo  ebbe  il  merito  di  avere  scorta  la  neces- 
sità, della  incarnazione  giuridica  di  tale  principio  in  un  magistrato  che 
ricevesse  autorità  dalla  opinione  e  dal  consenso  delle  Nazioni.  —  {Nota 
dell'Autore.) 


284  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

testa  — è  guerra  proditoria,  ingiusta,  detestabile.  >'  Di  che 
(fra  parentesi)  diede  a  noi  viventi  nella  piena  luce  di  questo 
secolo,  sciagurato  spettacolo  il  Governo  retrivo  che  preparò 
in  Francia  la  via  al  secondo  Impero  col  fratricidio  della  Ro- 
mana Repubblica;  invadendo  —  senza  dichiarazione  di  guerra, 
senza  prenunzio  alcuno  —  uno  Stato  che  il  popolare  sufiFra- 
gio  avea  costituito  in  forma  ordinata  e  legale,  su  quegli  stessi 
principi  che  la  Costituzione  francese  del  '48  portava,  men- 
tendo, scritti  in  fronte  per  norma  al  Diritto  comune  delle 
Nazioni. 

E  giusta  dev'essere  la  guerra  nef  modi  od  atti  suoi.  Essa 
non  scioglie  i  combattenti  da  ogni  vincolo  umano,  né  dal 
debito  di  servare  la  buona  fede;  peroc^chè  sia  contesa  d'uo- 
mini, non  di  belve;  contesa  aperta,  contesa  armata,  ma  d'armi 
oneste  e  pubbliche.  Onde  vuol  essere  bandito  da  essa  ogni 
dolo  malo,  in  fatti  e  in  parole.  Le  soppiatto  insidie  alla  vita 
de'  capitani  nemici  ;  il  corrompere  con  veleni  le  acque,  l'aiz- 
zare contro  a'  nemici  animali  feroci,  <  questi  modi  —  esclama 
Alberigo  -—  sono  indegni  degli  uomini,  strumenti  vergognosi 
di  guerra  son  questi.  Sono,  in  guerra,  leggi  da  osservare 
—  per  tacer  d'altro  —  coi  fanciulli,  le  donne,  i  supplicanti  : 
commetteremo  noi  ai  bruti  l'osservanza  di  queste  leggi?  > 
Empia  sentenza  il  dire  che  la  necessità  rende  lecita  ogni 
scelleratezza.  Conformi  a  buona  guerra  però  gli  stratagemmi, 
le  imboscate,  lo  spiare  le  forze  e  i  movimenti  del  nemico, 
dacché  l'una  parte  e  l'altra  è  parata  a  sì  fatti  espedienti. 
Ma  riprovevole,  non  meno  che  ne' fatti,  il  dolo  nelle  parole. 
Onde  convenzioni,  tregue,  salvacondotti,  patti  per  iscambì  di 
prigionieri  e  promesse  di  riscatti,  d'ostaggi  e  simiglianti, 
s' hanno  da  osservare  secondo  la  buona  fede,  non  secondo  i 
cavilli  de' legulei.* 

Né  meno  onesti  ed  umani  sono  gli  avvertimenti  di  Albe- 
rigo rispetto  alle  persone  e  alle  cose  de'  nemici.  La  guerra 
é  contesa  armata,  e  però  solo  durante  il  conflitto  sono  per 
essa  sospese  le  leggi  della  scambievole  umanità  :  comechè, 
anche  nella  zuflfa,  debbano  i  combattenti,  conforme  alla  sen- 

*  <  Sed  si  beUnm  non  indìcitur,  cum  indici  oportet,.  tum  proditorie 
agi  dicitur  ;  et  injustum,  et  detestabile,  et  internecinum  bellum  est  :  id  est, 
quod  nulla  lege  belli,  sed  prò  libidine  geritur  ;  et  in  quo  omnia  jura  belli 
merito  cessare  videntur.  »  Lib.  II,  cap.  II,  pag.  120.  —  {Nota  deWAutweJ^ 

*  Lib.  II,  cap.  Ili,  De  dòlo,  et  stratagematis ;  cap.  IV,  De  dolo  verharutn.  / 
cap.  V,  De  mendaciia  ;  cap.  VI,  De  venefìciiSf  ec.  —  {Nota  deW Autore,) 


LETTURA  TERZA.  285 

tenza  di  Cicerone,  comportarsi  da  uomini,  non  da  fiere.  Ces- 
sata la  necessità  della  lotta,  quelle  leggi  ripigliano  la  loro 
virtù.  Però,  i^iqua  la  violenza  contro  i  prigionieri,  contro  i 
feriti,  contro  chi  si  arrende,*  contro  i  supplicanti  :  iniquo  l'in- 
fierire con  le  donne,  <  coi  fanciulli,  con  gì'  inferrai  e  coi  vec- 
chi. Non  si  dee  nuocere  a  chi  non  può  nuocere:  e  donne  e 
fanciulli  rende  inviolabili  la  natura  stessa,  dalle  cui  leggi  lo 
stato  di  guerra  non  franca  nessuno.  >*  Né  vale  in  contrario 

*  Cap.  XXI,  D»  captivis  et  non  neeandis;  cap.  XVII,  De  his,  qui  se  hoatl 
dedunt,  —  Quanto  ai  resi  e  ai  prigionieri  di  guerra,  Alberigo,  ne'  due  ca- 
pitoli  qui   citati,  mantiene  con  ogni  studio  d'umanità  e  di  giustizia  la 
massima  che  debba  loro  perdonarsi  la  vita;  e  maledice  all'empio  costume 
di  uccidere  chi  più  non  può  nuocerti,  e  si  affida,  deposte  le  armi,  alla 
tua  discrezione.  £  confutando,  con  retta  e  morale  dottrina,  il  barbaro 
concetto  dell'assoluto  arbitrio  del  vincitore,  dice  che,  per  quanto  libero 
e  pieno  yoglia  intendersi  l'arbitrio  umano,  esso  non  dee  mai  scompa- 
gnarsi —  appunto  perchè  arbitrio  di  creatura  ragionevole  —  dalla  equità.  ■— 
<  Libero  è  detto  l'arbitrio,  perchè  tale  in  effetto  è  quello  dell'Uomo;  il 
quale,  non  per  impulso  di  natura  come  le  cose  inanimate,  non  per  istinto 
come  i  fanciulli  —  la  libertà  de'  quali,  detta  così,   avrebbe  piuttosto  a 
chiamarsi  licenza;  —  ma  per  volontà  propria  si  conduce  a  un'azione  deter- 
minata, e  alcune  cose  vuole,  altre  no...:  onde  quanto  più  di  lato  può  ima- 
ginarsì  nell'arbitrio  deve  ridursi  nei  confini  per  entro  i  quali  si  aggira 
l'arbitrio  della  persona  da  bene.  »  (Cap.  XVII,  pag.  192, 198.)  Così  una  ma- 
teria della  più  grande  importanza  per  la  Umanità,  e  che  —  ai  tempi  del 
Gentili  —  era  ancora  soggetta  al  feroce  governo  delle  passioni  e  della 
forza^  è  da  lui  posta  sotto  gli  auspici  di  un  grande  principio  razionale; 
né  naònta  ch'egli  poi  vada  traviando  qua  e  là  —  in  questo  e  nel  seguente 
capitolo  —  dalle  norme  della  naturale  giustizia,  rispetto  ad  alcune  fatti- 
specie, sottoponendole  a  criteri  di  diritto  storico  e  di  costume  arbitrario 
ne' giudizi  guerreschi:  non  sì  però  che  non  appaia  qua  e  là,  nelle  ecce- 
zioni  ch'egli  enumera   alla  regola  da  lui  posta,  il  dissenso  della  sua  co- 
scienza dall'impero  de'  fatti.  E  precisamente,  nel  capitolo  in  cui  espone 
sì  fatte  eccezioni  (XVIII,  In  deditos  et  captos  sceviri)  insiste  sull'aurea  sen- 
tenza: «  Tu  però  non  andar  cercando  —  che  non  è  bello  —  ciò  che  altri 
fece,  sì  ciò  che  ottimamente  sia  stato  fatto.  Imperocché  la  sana  ragione 
vuoisi  anteporre  agli  esempi.  —  At  pulchrum  est,  non  quaerere  quid  alii 
agerint,  sed  qui  optime  actum  sit.  Sana  enim  ratio  exemplis  anteponitur.  » 
(Ivi,  pag.  200.)  Al  quale  proposito,  vuoisi  osservare  che,  per  desumere  dal 
fascio  —  spesso  intricato  —  delle  dottrine  di  Alberigo,  nel  suo  Diritto  di 
Guerra,  il  vero  spirito  della  parte  razionale  delle  medesime,  non  bisogna 
confondere,  come  taluni  fanno,  ciò  che  ivi  ha  relazione  al  Diritto  storico 
o  alla   consuetudine,  con  ciò  eh'  è  genuino  e  proprio  dettato  dalla  ragione 
e  dalla  coscienza  dell'autore,  il  quale  —  colpa  della  imperfezione  del  suo 
mètodo  e  di  certa  perplessità  di  criteri,  da  me  altrove  avvertita  —  non 
distingue  sempre  chiaramente  quella  sana  ragione,  a  cui  pure  si  appella, 
da   altre  norme  di  giudizio  tratte  da  fonti  fattizie  e  dalla  medesima  di- 
scordi. —  {Nota  delV Autore.) 

*  «  Digni,  quibus  semper  parcatur,  pueri,  et  dignse  feminaB  sunt.  Fé- 
mina  nomen  hostis  non  capit,  inquit  Seneca....  Arma  hahemus  (Inquìt  Ca- 
millus)  non  adversus  eam  cetatem  cui,  etiam  captis  urbibus,  parcitur,  sed 
adversus  armatos.  Nota  est  historìa  impii  paedagogi  Faleriorum  puerorum.... 
Ij^sa  porro  videri  poterant  jura  belli,  si  pueros  illos  accepisset  Camillus  : 
quoniam  ut  nocere  illa  <etas  non  solet,  nec  potuit,  ita  neque  noceri  eidem 
debet.  Xiaesa  et  naturae  societas  foret,  qu»  omnino  illi  monet  tetati,  quse 
in  nullo  eam  violavit.  £t  sicut,  ad  jus  publicum  quod  attinet,  nihil  est 


28G  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

autorità  d'esempi  tratti  dalla  Bibbia;  perchè  i  comandamenti 
dati  da  Dio  a  Mosè  in  alcuni  casi  speciali  —  argomenta  l'au- 
tore —  sono  da  considerare  come  eccezione  che  non  inferma 
la  legge  di  natura,  che  viene  parimente  da  Dio.  E  qui,  stretto 
—  come  in  altri  luoghi  consimili  —  fra  la  ragion  teologica 
e  la  ragion  naturale,  si  scioglie,  secondo  suo  stile,  con  sot- 
tili argomenti,  dall'  impaccio,  dandola  vinta  a  quest'ultima; 
e  dice  :  <  Quando  chi  pose  una  legge  comandò  cosa  che  da 
quella  si  vieti,  il  comando  sta  per  là  legge,  perchè  move  dal- 
l'autor della  legge,...  >  —  <  Di  questi  comandi  straordinari  di 
Dìo,  filosofi  e  teologi  sanno  la  ragione  ;  la  quale  nondimeno 
è  tutta  divina,  e  non  ha  che  far  nulla  con  i  negozi  umani.  > 
Così  —  continua  a  dire  —  <  contrariamente  a  tutti  gli  empi, 
i  quali  non  ammettono  se  non  ciò  che  la  ragione  umana  può 
approvare,  adoreremo  come  giustissimi  que'  singolari  decreti 
di  Dio;  né  però  li  proporremo  ad  esempio,  come  farebbero 
i  temerari  e  i  leggieri.  Ma,  invece,  fra  le  leggi  di  Dio,  se- 
guiteremo quelle  che  sono  poste  per  tutti.  E  la  legge  da  os- 
servarsi al  proposito  di  cui  ragioniamo  è  che  fanciulli  e  donne 
vogliono  risparmiarsi.  >*  Cito  il  passo  come  caratteristico  del 
modo  di  raziocinare  dell'autore  dinanzi  all'autorità  della  Bib- 
bia. Scrivendo  egli  fra  gente  che  credeva  nell'infallibilità 
de'  Libri  Sacri,  e  alla  quale  il  trascendere  della  critica  ra- 
zionale oltre  certi  limiti  pareva  empietà,  s' intende  come  do- 
vesse ingegnarsi  di  far  passare  per  sì  fatte  filiere  gli  argo- 
menti che  gli  erano  suggeriti  dal  suo  buon  senso  naturale 
e  civile. 

E  non  solo  la  vita  ma,  più  della  vita,  è  da  rispettare 
nelle  donne  de'  vinti  —  anche  se  fatte  prigioniere  e  serve  — 

jus  paternum:  ita  nec  ad  jus  naturae  filiis  disperdendum,  quod  a  patre 
iiec  est,  faciat  quidquam  paternum  jus,  et  factum  paternum.  Liberi,  qwf 
non  a  patre,  aed  a  genere,  a  civitate,  a  rerum  natura  tribuerentur,  ea  manere 
ineolumiaj  non  eripi  propter  crimen  paternum,  dicit  Alphenus,  dictat  ratio. 
Quo  igìtur  in  facto  naturalis  ratio  Iseditur  admisso,  id  admittit  nec  debet. 
Hostilitas  cum  nullo  tollit  obligationem  naturalem,  tanto  minus  cum  his.  > 
(Oap.  XXI,  De  pueris  et  feminis,  pag.  215,  216).  Così  discorre  Alberigo,  ele- 
vando il  precetto  alla  ragion  pura  e  immutabile  de'  principi.  —  (Noia  del- 
l'Autore.) 

^  «  Nos  jus  hominum  tractamus,  vias  hominum  hic  insistimus.  Immo 
viam  illam  ostendimus,  quam  inire  nos,  et  insistere  nos  voluit  Deus.  Ula 
extraordinaria  Moysis  facta,  Dei  jussa,  non  sunt  nobis  rapienda  in  conse- 
quentias....  Cum  juhet  iUe  qui  legem  eonstituit,  aliquid  fieri  quod  in  Uge 
prohibuit,  jussio  illa  prò  lege  habetur,  quoniam  auetoris  est  legis,,,,  Sequemur 
antem  eiusdem  leges,  posita  omnibus.  Hcec  lex  hic  est,  ut  pueris  et  feminis 
parcamus,  »  Ibid.,  pag.  218,  219.  --  {Nota  dell* Autore,) 


LETTURA  TERZA.  287 

la  onestà  :  <  che,  se  non  è  lecito  dar  morte  a  fanciulli  e  a 
femmine,  meno  sarà  lecito  oltraggiarne  il  pudgre,  però  c^e 
questo  è  danno  più  amaro  che  morte.  >  *  E  avvalora  queste 
sue  nobiK  parole  con  numerosi  esempì  di  conformi  virtù: 
<  perchè  —  soggiunge  -—  non  sono  troppi,  no,  gli  esempì  che 
ho  addotto,  e  ne  occorrerebbero  mille  altri  a  frenare  la  li- 
cenza della  guerra,  la  libidine  soldatesca  ;  la  quale  da  certi 
scrittori  fomentasi,  dicendola  non  contraria  alle  leggi  mi- 
litari. >  * 

E  umana,  e  nuova  quasi,  rispetto  alla  pratica  de'  tempi 
suoi  —  senonchè  Pierino  Belli  nella  pratica  lo  prevenne  '  — 
è  la  sua  dottrina  del  trattamento  degli  agricoltori,  dei  mer- 
canti, dei  forestieri,  dei  religiosi  e  somiglianti,  dove  si  dipor- 
tino pacificamente;  ì  quali  tutti  egli  vuole  esenti  da  molestie, 
da  prede  e  da  taglie  di  guerra,  per  ragion  di  natura  e  di 
citile  utilità  fra  le  genti/  E  se  non  si  dee  nuocere  senza 
necessità  alle  persone  inermi  in  territorio  nemico,  tanto  meno 
è  da  recar  danno  ai  neutrali.  <  Le  cose  di  questi  ultimi  non 

*  «  Honestatem  porro  mulierum  attaminare,  injustum  faerit  semper.... 
Et  ubi  jus  est  servitutis,  veDutidari  hostes  jure  belli  una  cum  lìberis  atque 
qxoribus  lioeat,  Bon  tamen  infami  contumelia  quemquam  captivorum 
afficere  jus  est.  Ineptus  qui  trahit  ad  justitiam  bellicam  hsec  usurpata  in 
bellis  injuste.  Neque  hic  do  talloni  locum.  »  Ibid./  pag.  220,  221.  —  {Nota 
delF  Autore,) 

*  <  Immo  enim  non  sunt  hsBe  multa  ad  frenandum  beUi  licentiam,  mi- 
li  tum  libidinem:  cui  et  scriptòres  nonnulli  favent,  quasi  nec  existenti  centra 
jure  armorum.  »  Ibid.,  pag.  222.  —  {Nota  deW Autore,) 

'  Non  Pierino  Belli  soltanto,  ma  ed  altri  parecchi  prima  di  lui,  e  n'  è 
precetto  ne' Canoni;  perchè,  infine,  sì  fatte  regole  sono  suggerite  dalla 
natura,  e  non  se  ne  aeve  attribuir  merito  d'invenzione  e  di  precedenza 
ad  alcuno  in  particolare.  Che,  se  fra  i  trattatisti  che  precedettero  di  pochi 
o  di  molti  anni  Alberigo,  o  che  gli  furono  contemporanei,  si  riscontrano 
pronunciati  conformi  ai  suoi  in  certe  materie,  la  ragione  è  che  tutti  attin- 
gevano a  fonti  comuni  e  più  antiche,  come  venni  accennando  in  queste 
letture.  Se  s' ha  da  far  gara  di  precursori  in  sì  fatti  dettati  di  naturale  giu- 
stizia ed  umanità,  dovremo  per  esser  giusti  risalire  a  dirittura  all'antichità 
pagana  e  mosaiea,  aUa  Bibbia,  al  Deuteronomio  stesso  che,  fra  molte  cose 
crudeli,  ne  comanda  eziandio  di  umane  —  come  del  chiamare  a  pace  il 
nemico  prima  di  combatterlo;  del  risparmiare  il  popolo  delle  città  che 
si  arrendono  ;  del  perdonare  la  vita  alle  donne  e  ai  lanciulli,  anche  nelle 
città  prese  d'assalto  ;  del  non  guastare  le  messi  e  gli  alberi  fruttiferi  ;  del 
rispettare  l'onestà  delle  donne  de'  vinti,  fatte  prigioniere,  e  non  farne  traf- 
fico ec.  {Deut,,  cap.  XX  e  XXI).  Il  merito  di  Pierino  Belli  e  di  Gentili,  e 
d'altri  del  loro  secolo,  fu  di  revocare  alla  memoria  e  aUa  coscienza  degli 
uomini  precetti  ed  obblighi  di  umanità,  che  una  nuova  barbarie  avea  so- 
praffatti e  posti  in  oblio  :  e  fu  pregio  di  Alberigo  in  particolare  —  pregio 
che  Grozio  stesso  gli  riconosce  —  il  ridurre  il  nudo  precetto  alla  ragion 
de'  principi,  vestendo  di  una  prima  forma  di  dimostrazione  scientifica  la 
materia  del  Diritto  delle  Genti.  —  {Nota  delT Autore.) 

*  Cap.  XXII,  De  agricolis,  mereatoribus,  peregrinis,  aliia  aimilibus,  — 
{Nota  dell'Autore.) 


288  gU  ALBERIGO  GENTILI. 

sono  ben  prese  in  alcun  caso  o  luogo.  Chi  non  ci  è  nemico 
non  è  lecito  uccidere  dove  che  sia.  >'  Di  questa  importan- 
tissima parte  della  ragion  di  guerra,  che  concerne  il  diritto 
de'  neutri,  Alberigo,  a  dir  vero,  tocca  solo  incidentalmente,  e 
non  ne  spiega  i  particolari  e  le  relazioni  molteplici;'  ma  i 
principi  generali  da  lui  posti  lasciano  scorgere  a  sufficienza 
a  che  egli  intenda,  anche  in  tale  soggetto;  ed  è  agevole  il 
dedurre  dalle  sue  premesse  le  conseguenze  che  ne  discendono. 

£,  continuando  l'argomento  delle  persone  e  delle  cose  da 
risparmiarsi  in  guerra,  vuole  esenti  da  cattura  o  sequestro 
gli  agricoltori,  i  domestici,  gli  animali  addetti  al  lavoro 
de'  campi  e  gli  strumenti  aratori  ;  perchè  la  guerra  è  cozzo 
d'armati,  e  guerra  pertanto  non  è  dove  armati  non  siano. 
Né  vogliono  devastarsi  le  terre,  le  città,  le  case,  le  biade,  le 
navi  de'  nemici.  <  Distruggere  senza  prò,  e  solo  per  fare 
dispetto  al  nemico,  è  matto  furore  ;  non  essendo  lecito  al- 
l'uomo dabbene  combattere  coi  nemici  fino  a  totale  stermi- 
nio, ma  solo  per  punire  i  falli  che  abbiano  commessi,  e  per 
correggerli....  Questa  specie  di  guerra  che  si  fa  alle  pareti, 
alle  case,  alle  colonne,  alle  porte,  orribile  guerra  è  detta  da 
Cicerone,  e  scellerata  e  colma  d'ogni  tristizia.  Anche  i  bar- 
bari hanno  per  uso  di  riconoscere,  come  conseguenza  della 
vittoria,  la  preda  :  ma  disertare  le  mèssi,  dar  fuoco  alle  case, 
e  commettere  altri  simili  eccessi,  è  indizio  anche  per  loro 
di  odio  mortale  ;  è  rabbia  insana,  più  che  vendetta.  >  ' 

Finalmente,  sacra  ai  vincitori  esser  deve  la  religione  dei 
sepolcri.  Cosa  da  barbari  il  negar  sepoltura  e  fare  ingiuria 
ai  defunti.  Cessò  d'essere  nemico  chi  cessò  d'esser  uomo  ;  e 
con  la  morte  cessa  la  guerra.  Or  pace  de'  morti  è  la  sepol- 
tura. E  rompe  ogni  legame  d'umanità  chi  fa  ad  essi  oltrag- 
gio. Non  è  il  morto  che  è  offeso,  ma  offesa  nel  morto  è  la 
città  e  la  natura  comune.  <  E  anche  contro  i  cadaveri  degli 


*  «  Res  non  hostium  non  bene  capitur  nljibi.  Non  hostis  non  bene 
interficitur  uUibi.  »  Ibid.,  pag.  229.  —  {Xota  delt Autore.) 

*  Vedi  la  ragione  che  ne  dà  il  Reiger,  al  cap.  IV,  pag.  53, 54,  del  suo 
Saggio  sopra  Alberigo  Gentili  :  e,  cioè,  che,  ai  tempi  delrantore  del  Diritto 
di  Guerra,  questa  materia  de'  diritti  de'  neutri,  de'  peregrini,  de'.forastieri, 
avviluppata  ancora  dai  pregiudizi  e  dagli  usi  di  una  lunga  consuetudine, 
prestava  appena  argomento  di  discussione  ai  giuristi,  preoccupati  da  più 
urgenti  questioni.  Nondimeno,  Alberigo  —  nel  citato  capitolo  —  mette  in 
sodo  i  principi  di  umanità,  di  giustizia  e  di  utilità  sociale  che  devcHio 
governarla  ;  ed  è  già  un  gran  passo  per  l'età  sua.  —  (NtOa  délV Autore.) 

^  Cap.  XXIII,  De  vasi  Hate  et  incendiis.  —  {Nota  dell*  Autore,) 


I 


LETTURA  TERZA.  289 

eretici,  de'  barbari,  de'  selvaggi,  non  vuoisi  infierire,  ma  uma- 
namente seppellirli  ;  come  non  esclusi,  per  differenza  di  reli- 
gione e  di  razza,  dal  vincolo  umano.  E,  morto  l'uomo,  so- 
pravvive sulla  sua  salma  la  Umanità.  >  * 

E  di  questo  spirito  d'umanità  tutto  pieno,  così  piamente 
conchiude  la  seconda  parte  della  sua  fatica  :  <  Tu,  sommo 
Iddio,  rimovi  da  noi  la  barbarie,  la  ferità,  la  insaziabile  ni- 
micizia  :  tu  buono.  Il  bove  e  il  leone  cibino  ormai  l'erba  dei 
campi,  né  mai  il  bove  impari  la  ferità,  bensì  il  leone  ap- 
prenda mansuetudine.  Né  mai  imparino  dai  barbari  i  cri- 
stiani tuoi  i  modi  del  guerreggiare  ;  ma  bene  dal  popol  tuo 
imparino  i  barbari  questi  modi  più  umani.  >* 

Nel  terzo  Libro,  l'autore  compie  il  concetto  dell'opera  ri- 
ferendola al  suo  fine  civile,  la  pace:^  che  egli  definisce:  com- 
posisiione  ordinata  di  guerra  :  *  e  può  essere  imposta  dal  vin- 
citore, 0  conchiusa  di  comune  accordo  fra  i  belligeranti. 
Nell'un  caso  e  nell'altro,  importa  che  le  condizioni  sian  tali 
da  perpetuare  la  pace.  Al  che  non  si  provvederà  se  non  so- 
disfacendo con  equi  temperamenti  all'utile  comune:  trutinanda 
omnia.  Guerra  è  contesa  giusta,  in  quanto  é  diretta  a  giusta 


*  «  Res  hostium  an  sunt  cadavera  caesorum.  Hostes  esse  desierunt,  qui 
homìnes  esse  desierunt.  In  ea  autem  saevire^  aut  illa  prohibere  sepultura, 
sine  dubio  res  est  improba  et  impia.  Nam  defuncti  non  bella  gerunt„„  Illud 
tempus  pacis  :  et  morituòrum  pax  est  sepultura....  Naturce  communi  dedecus 
fit,  dum  fit  mortuis,^.  Et  mortuus  ipse  non  offendìtur  vere:  sed  civitas 
offenditur  in  mortuo,  et  natura  communis.,..  Haeretici  humaniter  et  pie 
sepeliuntur....  Etiam  quod  Plato  admittit  fere  cum  barbaris  ssevire  mor- 
tuis,  non  mihi  placet.  Non  admitto  aut  cum  barbarissimis  feritatem  hanc... 
Aliud  homini,  aliud  humanitati  conventi;  ut  erat  apud  Yarronem.  Hic  de 
humanitate^  res  est,  nam  homo  abiit....  Vincere  bonum  est  :  supervincere 
odiosum.  »  Gap.  XXIV,  De  ccesia  sepeliendis.  —  {Nota  dell'Autore.) 

*  Ibid.,  in  fine.  «  Nequaquam  discant  a  barbaris  Ohristìani  tui  barba- 
ras  bellandi  rationes,  sed  istas  humaniores  a  tuis  barbari  doceantur.  » 
Pag.  246.  -—  {Nota  dell'Autore.) 

'  «  Et  quidem  belli  finis  pax  est,  ad  quam  contendere  omnes  oportet. 
Ita  beUum  (ait  Cicero)  suscipiatur,  ut  nihil  aliud  quam  pax  quceaita  videa- 
tur,  >  Lib.  III,  cap.  I,  De  Belli  fine  et  pace,  pag.  247.  —  {Nota  dell'Autore.) 

*  «.Verum  definitur  ab  Angustino  pax  generaliter,  ut  sit  concordia 
ordinata.  Et  ordo  recta  rerum  distributio.  Quse  justitise  natura  est  et  aliis, 
et  jurisconsultis  nostris.  Nos  igitur  hic  pacem  definiemus  compositionem 
belli  ordinatam,  Baldus  plenam  sedationem  discordiarum  dixit:  nam  pacem 
non  posse  fieri  remanente  bello:  quod  verum  est,  et  postea  late  dicetur 
a  nobis.  Sed  et  hoc  habet  definitio  nostra  :  et  hoc  amplius  explicat  de 
justitia,  quam^  quserimus  in  ista  hic  sedatione,  et  ordinem  et  tributionem 
cuique  sui.  »  Cito  tutto  il  luogo,  perchè  compendia  il  concetto  fondamen- 
tale^  dal  quale  discendono  i  consìgli  e  le  regole  che  Alberigo  va  svolgendo 
in  quest'ultima  parte  del  suo  Diritto  di  Guerra,  là  quale  può  considerarsi, 
ne'  suoi  migliori  elementi,  un  trattato  di  equità  civile,  inteso  a  definire 
J©  basi  della  stabilità  della  pace  fra  i  Popoli.  —  {Nota  dell'Autore,) 


'^r 


290  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

difesa,  e  tende  a  ristabilire  —  secondo  natura  —  il  diritto. 
La  pace  è  composizione  ordinata,  in  quanto  restituisce  e  con- 
ferma la  giustizia  fra  le  parti,  per  modo  che  l'una  e  l'altra 
possano  stabilmente  acquetarvisi.  Norma  quindi,  al  tratta- 
mento de'  vinti  e  alle  condizioni  dell'accordo,  questo  supremo 
intento.  E  però  la  punirione  delle  ingiurie  che  provocarono 
la  guerra  non  deve  eccedere  la  giusta  misura.*  Lecito  ripe- 
tere la  rìfazione  delle  spese  e  dei  danni  :  potere  il  vincitore, 
a  rigor  di  diritto,  imporre  tributi  ai  vinti,  spogliarli  dei  loro 
ornamenti,  smantellare  le  città  prese  d'assalto;  ma  più  giova, 
in  tutto,  servare  equità  e  umanità.'  E  se  accada  di  dovere 
per  loro  .eccessi  prender  vendetta  de'  vinti,  si  puniscano  i 
capi,  si  risparmi  la  moltitudine.'  Ammessa  per  diritto  delle 
genti  —  inteso  qui  dall'autore,  non  in  relazione  ai  principi 
della  ragion  naturale,  ma  al  fatto  storico  —  la  servitù  dei 
prigionieri  di  guerra.*  Potersi  mutare  dal  vincitore  il  reggi- 
mento, non  la  religione  de'  vinti.*  Illecito  il  guastare  i  porti, 
attraversare  i  commerci,  chiudere  ai  naviganti  i  loro  rifugi 
nelle  fortune  di  mare  ;  far  cosa  qualsiasi  che  tomi  contraria 
a  natura  e  a  civiltà;  e  nel  conflitto  dell'utile  con  l'onesto, 
doversi  sempre  preferir  questo  a  quello.  Si  tolgano  ai  nemici 
i  mezzi  e  le  forze  di  nuocerti,  si  prevenga  con  opportune 
cautele  il  ricorso  a  novelle  ingiurie  ;  ma  con  razionale  arbi- 
trio, ne'  limiti  della  necessaria  tutela,  e  a  fine  di  rendere  la 
pace  salda  e  durevole  contro  ogni  mal  talento.^  E  i  giusti 

*  Misura  alle  ammende  da  imporre  al  nemico  vinto,  la  necessità  di  assi- 
curarsi da  nuove  ingiurie  e  aggressioni,  contemperata  a  giustizia  ed  uma- 
nità^ Trista  la  vittoria  che,  offendendo  oltre  il  giusto  i  tuoi  avversari,  lascia 
materia  a  nuova  guerra.  L'arbitrio  del  vincitore  dev'essere  moderato  dalla 
ragione  dell'onesto  e  dell'utile.  È  ingiustizia  vendicarsi  degli  ingiusti,  imi- 
tandoli. <  Pertanto  in  questa  parte  si  vuole  considerare,  non  che  possa 
il  vincitore  né  che  desideri  la  vittoria,  ma  piti  che  cosa  convenga  aU'ona 
e  all'altra  persona  del  vincitore  e  del  vinto....  »  guardando  «  al  fine  della 
vittoria  che  ò  l'utilità  della  pace.  >  La  pena  non  deve  eccedere  la  gravità 
del  misfatto,  non  deve  colpire  se  non  gli  autori  del  maleficio  ;  non  deve, 
con  la  sua  ferità,  oltraggiare  la  natura.  Empio  quindi  il  costume  della  mu- 
tilazione delle  mani  o  dei  piedi,  dell'abbacinare  ec;  riprovevole  la  pena 
del  marchio  e  somiglianti.  <  Nihil  quod  crudele  utile;  et  certe  justum  non 
est  quod  crudele  est.  »  Vedi  cap.  II,  De  uUione  Victor is.  —  {Ifoia  delTAuiore.) 

'  Gap.  Ili,  De  sumptibue,  et  damnia  belli  :  cap.  IV,  Tributis,  et  tigris 
muletari  victoa,  —  [Nota  dell'Autore,) 

*  Cap.  VIII,  De  dueibus  hostium  captis.  —  {Nota  deW Autore.) 

*  Cap.  IX,  De  servia,  —  {Nota  deW Autore,) 

^  Cap.  X,  De  atatu  mutando  :  cap.  XI,  De  rèligionie,  cUiarumque  rerum 
mutatione,  —  {Nota  dell'Autore,) 

*  Cap.  XII,  Si  utile  cum  honeato  pugnet:  cap.  XIII,  De  pace  futura  con- 
stituenda,  —  {Nota  deW Autore,) 


\*!WW,'¥^J  '■ 


LETTUBA  TERZA.  291 

patti  siano  con  fede  servati/  Nelle  paci  stabilite  per  mutuo 
consenso,  non  è  in  facoltà  del  principe  lo  smembrar  parte 
dello  stato  alla  sua  custodia  commesso.  <  Non  ha  diritto  un 
re  di  alienare  il  popol  suo,  né  di  dargli  altro  re  ;  dacché  il 
popolo  é  libero,  anco  quando  sotto  regia  potestà:...  Tuomo 
libero  é  inalienabile,  perchè  derrata  che  non  entra  in  com- 
mercio.... Non  potest  rex  alienare  populum^  nec  illi  alium 
dare  regem:  quia  popvHus  est  ìiher,  licet  sU  sub  rege:...  libe- 
rarum  auteni  nulla  est  cHienatio,  quia  nec  est  commercium.  >  — 
~<  Ciò  del  resto  —  prosegue  —  appartiene  alla  ragion  natu- 
rale :  come'  quasi  tutte  le  cose  che  si  attingono  dai  libri  del 
Digesto....  E  in  ciò  troverai  neppur  discordare  i  filosofi.  >  * 

*■  Gap.  XIVy  De  Jure  conveniendi,  «  Sed  pax  est  non  in  armis  posiiis,  at 
in  ahjecto  omni  artnorum  metu  (Cic).  Et  igitur  incumbendum  est,  ut  pax 
perpetua  eerta  constituatur.  'Nobis  autem  nunc  videndum  de  hujus  con- 
ventione  natura.  Strìcti  autem  juris  contractum  ut  transactìonis,  dicit 
Baldus.  At  ego  contrarium  docui,  perque  fundamenta  de  ipso  Baldo  ac-- 
«epta....  Nam  quid  si  sit  transactio  ?'  Est  tamen  nominatus  contraotus,  at 
•quidem  principum  :  quoriim  contractus  omnes  sunt  bonse  fìdei.  Est  omnis 
principalìs  transactio  ex  bono  ti  ceguo  :  omnis  consuetudinum  et  instituto- 
rum  gentium:  ut  recepta  interpretum  est  sententia  »  (pag.310).  E  a  questo 
proposito,  riprende  severamente  la  mala  fede  de'  principi  di  quell'epoca  : 
«li  Ferdinando  e  Isabella  di  Spagna,  in  particolare  :  de'  quali  <  si  può  dire 
—  egli  nota  —  che  avevano  due  penne  e  due  lingue  ;  e  —  ciò  oh'  è  men  per- 
<ionabile  —  avevano  una  penna  con  la  quale  scrivevano  l' istruzione,  e  una 
lingua  per  ingannare  il  nemico  :  Horum  autem  catholicorum  duo  calami, 
duse  linguse.  Et,  quod  est  intolerabilius,  calamus  ille  instructionem,  et 
lingua  illa  hosti  ignara  »  (pag.  311).  —  {Nota  delV Autore,) 

*  Gap.  XV,  De  quibus  cavetur  in  fosderibus  ec.  Nel  quale  capitolo  è  no- 
tevole, fra  gli  altri,  il  passo  seguente,  dove  Gentili  confuta  la  teorica  del 
potere  assoluto,  negandolo  non  solo  ai  re  e  principi  minori  ma  anche  al- 
l' imperatore,  contro  la  sentenza  ch'egli  poi  sostenne  più  tardi  nelle  due 
note  Dissertazioni  a  Giacomo  I.  e  Non  regno  legem  imponit  (princeps), 
zìisi  populus  ei,  et  in  eum  dederit  istam  potestatem....  interest  subditorum, 
non  mutare  dominium  :  itaque  requiretur  in  alienatone  consensus  eorum. 
£t  ut  subditi  ipsi  nequeunt  contrahere  in  prsejudicium  superioris,  ita  nec 
superior  in  praejudicium  subditorum  :  in  hoc  videlicet  sequiparantur,  et 
-vice  sibi  reddere  tenentur....  Quamquam  de  Imperatore  Romano  diversum 
<|^uis  dixisset  :  cum  lege  regia,  qu€e  de  ejua  imperio  lata  est,  populus  ei  et  in 
^um  omnes  imperium  auum  et  potestatem  concesserit  (Inst.).  Sed  hoc  tamen 
ziìhil  facit  ad  alienationem.  Nam  et  si  tribuerit  principi  populus  illam 
«tiam  in  populum,  et  in  quemlibet  de  populo  (quod  centra  libertatem  et 
oontra  leges  erat  Portias)  potestatem  :  non  tamen  et  quamlibet  tribuit, 
ot  istam  alienandi.  Omne  dedit  populus  imperium  et  potestatem  sane  : 
£^d  ad  regendum  quasi  homines,  non  ad  alienandum  quasi  pecudes.  Ut  sic 
ratio  dictat,  et  sic  verba  sonant.  Audi  :  Imperia,  potestas,  cum  senatus  ere' 
t^erit,  populusve  jussit,  ex  urbe  exeunto  (Gic,  De  legJ).  Imperia   exercitum, 

ftotestates  urbem  speetant.  Hsbc  duplex  jurisdictio  data,  propria  facta 
mperatori.  Aut  num  plus  dederit  populus  quam  ipse  habuit?  Ipsa  populus 
non  id  poterat.  Hallucinantur  theologi,  adulantur  jurisconsuUi  qui  persuadent 
^mnia  prineipibus  licere,  summamque  eorum  et  liberam  esse  potestatem  (Al- 
oiAt.  S  de  F.  8, 1.  25,  C.  de  paet.).  Ridiculum  est  affìrmare,  Pontificibus  abso- 
lutam  in  subditos  potestatem  competere  :  quce  nec  ipsi  Imperatori  in  Italos 
competit  :  a  quo  isti  c^usam  habent.  Ut  hsec  Alciatus  scribit  omnia.  Finge 


292  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Non  forse  i  filosofi,  Alberigo  nostro:  ma  ignorarono  per  lunga 
età  —  e  ignorano  ancora  in  gran  parte  —  la  tua  sana  dot- 
trina i  diplomatici  :  e  se  tu  fossi  ritornato  in  vita  in  questo 
secolo,  avresti  veduto  nel  Congresso  di  Vienna,  e  in  altri 
anche  più  recenti,  numerarsi,  spartirsi,  barattarsi  gli  uomini 
per  teste,  come  bestiame,  a  grado  di  pochi  dinasti.  Tanta  e 
si  lenta  a  riparare  è  la  sproporzione  che  intercede  fra  l'in- 
telletto del  Giusto  nella  mente  de'  savi  e  la  cieca  opera  del- 
l'arbitrio volgare  nel  corso  delle  cose  umane! 

Basti  l'aver  toccato  queste  dottrine  del  terzo  Libro  del 
Trattato  di  Guerra,  a  documento  della  liberalità  di  Alberigo. 
E,  come  in  queste,  così  nell'altre  norme  eh'  egli  propone  ad 
agevolare  gli  accordi,  a  mantener  le  amicizie,  le  federazioni, 
le  scambievoli  utilità  fra  gli  Stati,  scorre  tal  vena  d'equità, 
di  umanità,  di  onestà,  e  tale  un  desiderio  di  perenne  armonia 
fra  le  Nazioni,  che  a  lui  forse  più  che  a  Grozio  stesso  ben 
si  conviene  il  titolo  d'iniziatore  de'  riti  della  giustizia  e  della 
pace  fra  le  genti  europee. 

E  questo  suo  merito  sta,  quando  anche  voglia  farsi  severo 
giudizio  degli  errori  in  cui  talora  si  avvolge  :  .errori  che  ap- 
partengono non  a  lui  soltanto,  ma  all'età  sua. 

Certo  non  è  da  cercare,  in  questo  primo  saggio  di  scienza, 
quella  precisione  ne'  principi  e  nel  metodo,  alla  quale  lo 
scrittore  e  i  tempi  non  erano  ancora  maturi.  Dinanzi  all'iso- 
lamento degli  Stati  e  alla  mancanza  di  un  nesso  giuridico 
fra  i  medesimi,  il  quesito  che  si  ofi'eriva  naturalmente  alle 
menti  de'  giureconsulti,  era  questo  :  se,  cioè,  le  regole  del 
Diritto  Civile  ne'  giudizi  di  ragion  privata  e  i  dettati  de'  ro- 
mani giureconsulti,  sul  diritto  di  natura  e  delle  genti,  non 
potessero  convenientemente  applicarsi  alle  liti  di  ragion  pub- 
blica. E  di  quelle  regole  e  di  que'  dettati  s' erano  valsi  ap- 
punto i  giureperiti  ne'  casi  emergenti,  da  Bartolo  a  Gentili; 
il  quale  però,  levandosi  a  un  più  vasto  concetto  di  tale  Di- 
ritto, avanzò  notevolmente  l'opera  da  altri  incominciata.  Come 
accade  a  chi  è  de'  primi  a  sbrogliare  una  materia  intricata, 

igitur  potestatem  quantumvis  liberam  Imperatori  ea  est  tamen  non  domina- 
tioniSj  sed  administrationis.  Et  qui  liberam  adminìstrationem  habet,  ìs  non 
habet  potestatem  donandi  »  (pag.  319). 

E,  malgrado  la  dottrina  qui  esposta  tanto  razionalmente,  il  nostro 
autore  potè,  pochi  anni  dopo,  sostenere  il  contrario,  sul  falso  fondamento 
di  quella  stessa  legge  regia,  della  quale  contesta  e  limita  gli  effetti  nel 
presente  discorso.  —  {Nota  del? Autore,) 


.W\"   •  •'• 


LETTURA  TERZA.  293 

la  mente  di  Alberigo  non  seppe  ognora  sceverarne  i  vari  e 
confusi  elementi  :  sì  che,  in  più  luoghi  dell'opera,  ti  riesce 
oscuro,  quando  per  Diritto  delle  Genti  egli  intenda  ciò  che 
da  natura  e  ragione  prende  virtù  giuridica,  quando  ciò  che 
fu  introdotto  da  credenze  e  costumi. di  popoli  diversi,©  dai 
precetti  della  romana  giurisprudenza.  Onde  vien  meno  tal- 
volta, in  questioni  gravissime,  all'eccellente  principio,  posto 
da  lui  medesimo  :  che  <  non  si  debba  guardare  a  quello  che 
è  àtato  fatto  ;  né  dai  fatti  argomentare  il  Diritto  ;  bensì  i 
fatti  giudicare  secondo  il  Diritto,  e  secondo  il  Diritto  dettar 
norme.  >  E,  pur  mostrandosi  alieno  dal  sottomettere  la  ra- 
gione all'autorità,  il  giusto  all'espediente,  l'onesto  all'utile, 
gli  avviene  qua  e  là  di  non  mantenere  ben  ferma  questa 
distinzione,  applicando  al  risolvimento  di  taluni  quesiti,  an- 
ziché i  criteri  della  buona  giustizia,  i  consigli  dell'opportu- 
nità e  la  ragion  del  più  forte.* 

Di  che  bastino  a  commento  due  o  tre  esempi.  —  Gl'In- 
glesi invadono,  per  ragioni  di  guerra  e  ad  incremento  della 
loro  potenza  navale,  la  libertà  dei  mari  ;  e  vietano  agli  Olan- 
desi il  commercio  con  la  Spagna  e  con  le  sue  Colonie.  Albe- 
rigo traveste  l'utile  in  equo,  il  fatto  arbitrario  in  necessità 
di  natura;  e  con  questa  perversione  di  termini  si  fa  strada 
a  sostenere  la  legittimità  del  divieto.*  Per  simil  causa,  Eli- 
sabetta revoca  i  privilegi  accordati  alle  città  anseatiche,  e 


*  Vedi,  in  proposito,  le  osservazioni  del  Reiger,  Commentano  de  Albe- 
rico Gentili  ec.  :  caput  II,  Jua  Gentium  quid  sii  ;  et  caput  IV,  De  modo,  quo 
GenUlis  argumentum  auum  exposuerit,  sive  de  ejus  methodo.  —  {Nota  del- 
l'Autore,) 

^  Un  editto  del  Conte  di  Leicester,  del  1586,  proibiva  agli  Olandesi 
il  commercio  con  gli  Spagnuoli,  con  gran  danno  de'  primi.  Un  anno  dopo, 
il  decreto  fu  revocato  ;  ma  il  Governo  inglese  mal  sopportava  la  licenza 
data  ai  traffici  marittimi  de'  suoi  federati  e,  malgrado  la  revoca,  cercava 
pur  tuttavia  d'impedirli  con  la  forza.  Ora  ecco  in  proposito  il  ragiona- 
mento di  Alberigo:  e  ....petunt  (foederati)  ne  rem  istam  rogentur:  quas 
centra  jus  gentium,  et  commercìorum  libertatem  est.  Magna  quaestio: 
hinc  jure  stricto  prò  bis,  illinc  stante  prò  Anglis  seguitate.  Sed  quis  tamen 
nescity  in  omnibus  rebus  prcBcipuam  esse  justitice  cequUatisque,  quam  stridi 
juris  rationem  ?  legem  sequitatis  juri  antestare  stricto  ?  sententiam  scrinto  ? 
bonum  et  sequum  esse  jus  ?  £sse  autem  sequo  sequius,  et  favorabili  lavo- 
rabilius,  et  utili  utiUus?  Lucrum  illi  commercìorum  sibi  perire  nolunt. 
Angli  nolunt  quid  fieri,  quod  contra  salutem  suam  est.  Jus  commercio- 
rum  sequum  est,  at  hoc  sequius  tuendse  salutis  :  est  illud  gentium  jus,  hoc 
naturae  est:  est  illud  privatorum,  est  hoc  regnorum.  Oedat  igitur  regno 
mercatura,  homo  naturse,  pecunia  vitse.  Istse  sunt  rationes  solvendi  legum 
pugnas  Ut  digniori,utiliori,  sequiori  cede  tur  legi  »  (lib.  I,cap.  XXI,  pag.  86, 87). 
La  dottrina  era  comoda  per  uno  Stato  marittimo,  che  aspirava  al  mono- 
polio mercantile  ;  e  fu,  come  tutti  sanno,  abusata.  —  {Nota  dell* Autore,) 


294  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

impone  restrizioni  a'  lor  traflSci.  Alberigo,  con  un  sofisma  pe- 
scato nel  Diritto  Civile  sostiene  la  legittimità  della  revoca.' 
Non  dirò  dell'  argomento  col  quale  pretende  provare  che 
Carlo  d'Angiò  fece  a  buon  diritto  vittima  di  Corradino,  mal- 
grado il  principio  che  par  in  parem  non  hcAet  impèriumy -ger- 
nhè  la  condizione  di  vinto  scioglieva,  al  veder  suo,  il  vinci- 
tore da  questa  legge.*  Né  delle  frequenti  antinomie  alle  quali 
è  condotto  dalla  indebita  estensione  della  Ragion  privata  a 
casi  di  ragion  pubblica  non  riducibili  a  tal  norma,  come  nella 
materia  degli  obblighi  de'  successori  rispetto  ai  patti  conve- 
nuti fra  gli  Stati  dai  loro  autori,  contradicendo  talora  a' suoi 
propri  avvertimenti  sulla  violabilità  della  fede  pubblica  e 
sulle  cautele  da  osservarsi  per  non  ridestare  cagioni  di  guerra/^ 
Noterò,  come  riprovevole  sopra  tutte,  la  sua  teorica  del  ta- 
lione,  con  la  quale  giustifica  la  manomessione  e  il  guasto 

*■  Intorno  a  che  il  Reiger  giustamente  osserva  :  <  Neque  jnsto  modo 
Anglos  privilegia  nonnulla  Hanseaticis  concessa  revocare  posse  defendit. 
Postquam  monuit  privilegia,  si  causa  aliqua  adsit  posse  revocari  et  quod 
concessum  sit  sub  onere  aliquo  non  proinde  esse  concessum  titulo  one- 
rosO;  intelligit  Hanseaticos  mox  objecturos.  Becte  data  non  adimi,  dictuin 
vetus  et  in  ore  etiam  puerorum.  Sed  Anglos  respondere  posse  contendit, 
privilegia  Illa  esse  in  successiva  datione,  et  quamvis  olim  recto  fuerint 
data,  negar!  posse  etiam  nunc  recto  dari  {De  Jure  BeUi,  lib.  Ili,  cap.  XVII). 
Gujus  generis  argumenta  non  sunt  ejus,  qui  rejicere  solet  cavillationes 
et  apices  juris  civilis.  »  Op.  cit,  pag.  69.  —  {Nota  dell'Autore,) 

*  Lib.  Ili,  cap.  Vili,  pag.  277.  Nel  qual  luogo,  come  in  altri,  esage- 
rando il  principio  che  :  e  Securitati  pacis  et  suse  habet  Victor  consulere, 
et  in  eam  totus  incumbere,  »  dimentica  la  regola,  professata  sovente  da 
lui  stesso,  di  voler  parlare  delle  cose  della  guerra  secondo  le  norme  della 
naturale  equità,  non  secondo  gli  espediènti  di  una  politica  non  curante 
dell'onesto  e  del  giusto;  ed  entra  invece  ad  occhi  bendati  nella  ragione 
dell'utile  e  della  forza.  Di  somigliante  errore  occorre  un  altro  esempio 
non  meno  grave  al  cap.  X  dello  stesso  libro  De  Statu  mutando:  dove,  dopo 
aver  detto  ottimamente  da  principio  che  «  porro  autem  non  modo  vita 
et  incolumitas  reliquenda  victis  est,  sed  aliquando  ipsa  quoque  libertas,  » 
finisce  con  l'attribuire  al  vincitore  il  diritto  di  ridurre  in  soggezione  i  vinti, 
di  mutare  la  forma  del  loro  governo,  di  spartire  il  loro  territorio.;  e  final- 
mente di  annientarli,  se  non  sappiano  acquetarsi  alla  sorte  loro  e  minac- 
cino, impazienti  di  freno,  la  sicurezza  dello  Stato  che  li  superò.  Nel  che, 
seguendo  da  politico  gli  esempi  della  Storia,  contradice  senz' avvedersene 
a  que'  principi  di  giustizia  e  di  diritto  naturale  ch'egli  riconosce  altrove 
come  inviolabili,  e  eh'  io  venni  citando  in  prova  della  liberalità  deUe  sue 
dottrine.  Le  quali  invero  formano  come  il  fermento  di  tutta  l'opera  del 
Diritto  di  Guerra;  ma  non  riescono  a  penetrarne  l'intero  organismo, 
assimilandone  armonicamente  le  parti  in  un  tutto  omogeneo.  Restano  qua 
e  là,  sovraposti  agli  elementi  della  nuova  creazione  del  pensiero  giuridico 
e  civile,  i  frammenti  delle  vecchie  forme  del  Diritto,  e  principalmente 
del  Diritto  Romano:  argomento  importante  di  studio  psicologico  e  storico, 
per  chi  guardi  al  De  Jure  Belli  sotto  questo  duplice  aspetto,  in  relazione 
al  tempo  in  cui  vide  la  luce.  —  {Nota  dell'Autore.) 

'  Ibid.,  cap.  XXII,  Si  successores  fcederatorum  tenentur.  —  {Nota  del- 
VAutore.) 


-  yf'T^rV.  ■*^*;. .  V 


LETTURA  TERZA.  295 

delle  cose  de'  nemici,  per  vendetta  dì  simili  eccessi  da  questi 
commessi,  durante  la  guerra,  a  danno  del  vincitore  ;  *  e,  come 
non  meno  degna  di  biasimo,  la  strana  e  vieta  argomenta- 
zione con  cui  s'ingegna  di  menar. buona,  contro  Bodino  ed 
altri  —  in  ciò  più  liberali  di  lui  —  l'usanza  di  far  servi  i  pri- 
gionieri di  guerra,  disseppellendo  le  ragioni  di  un  diritto  sto- 
rico già  passato  in  desuetudine  —  com'egli  stesso  confessa  — 
fra  le  genti  cristiane.' 

Ma  se,  ne' Libri  della  Guerra,  l'autore  va,  ne' casi  dispu- 
tati, oscillando  nella  scelta  dei  criteri  e  confondendo  il  di- 
ritto còl  fatto  :  rinega  poi  addirittura  e  contradice  sé  stesso 
nelle  due  famigerate  Dissertazioni:  DéB/ assoluta  potestà  re- 
gia e  DélVuso  della  for^a,  sempre  ingiusto  nei  sitMiti,  con- 
tro il  Principe.  Sono  due  povere  dicerie,  infarcite  di  mal- 
digesta  erudizione,  che  il  Gentili  dettò,  mancata  ai  vivi 
Elisabetta,  spenti  i  suoi  grandi  patròni  —  Sidney,  Leic'ester 
ed  Essex  —  e  salito  al  trono  quel  teologastro  di  Giacomo  I 
della  funesta  Casa  degli  Stuardi,  tutto  invasato  di  autorità 
biblica  e  di  pedanteria  bisantina.'  E  permise  che  il  figliuol 
suo,  Roberto  -—  letteratuzzo  di  poca  levatura  e  di  portamenti 
spiacevoli  al  padre  —  le  dedicasse  al  nuovo  re  con  questa 
ampollosa  intestatura:  Domino  nostro  Begi,  Jacobo  Begi  Ma- 
gnce  Britanniee,  Frc^ndcey  Hibernice  etc,  Fidei  Defensori^  Prin- 
cipi Nohilissimct^  Sapientissimo,  Fortissimo,  Optimo,  Augu- 
stissimo," 

^  Lib.  II,  cap.  XXIII.  Non  vuole  estesa  però  la  legge  del  tallone  alla 
^ita,  e  ne  esclude,  in  particolar  modo,  le  donne  e  i  fanciulli.  (Ibid., 
cap.  XXI.)  —  {Nota  dell'Autore,) 

*  Lib.  Hi,  cap.  IX,  De  set-vis,  —  {Nota  dell'Autore,) 

'  <  Giacomo  I,  la  cui  educazione  letteraria  era  stata  diretta  dal  famoso 
Oiorgio  Buchanan,  era  fornito  di  considerevole  dose  di  erudizione,  ma, 
nello  stesso  tempo,  di  una  smisurata  presunzione  della  propria  sapienza. 
JBgli  coglieva  volentieri  quante  occasioni  gli  si  offerissero  per  far  mostra 
pedantesca  delle  sue  doti,  conversando  o  scrivendo  ;  perchè  egli  era  autore, 
e  avea  pubblicato,  per  uso  del  figliuol  suo,  un  libro  col  titolo  di  Baailikon 
I>oron  (BaaiXixòv  dcòpov),  o  Bono  Segale,  ed  altre  opere  sulla  demonologia, 
e  sopr'altri  soggetti.  Per  queste  qualità,  il  Buca  di  Sully  soleva  chiamarlo 
il  pazzo  più  erudito  della  Cristianità  ;  mentre  i  suoi  cortigiani  ed  adula- 
tori gli  davano  il  nome  di  Salomone  della  Gran  Bretagna.  »  (A  History 
of  Engìand  ec.  :  hctsed  on  the  History  of  David  Hume.  London,  John  Mur- 
ray ec,  1870,  pag.  862-63.)  —  {Nota  deW Autore,) 

*  Le  due  Dissertazioni  furono  scritte  in  principio  del  regno  di  Gia- 
como I,  tra  il  1504  e  il  1505,  e  pubblicate  —  nunc  primum  in  lucem  editw  — 
xn.  questo  secondo  anno,  in  Londra,  apud  Thomam  VautroUeriuntf  insieme 
s^éL  una  terza,  sulla  unione  dei  regni  di  Scozia  e  d'Inghilterra  —  De  unione 
Ji^egnorum  Britannice  —  prima  della  nuova  sessione  del  Parlamento  —  se- 
oonda  sotto  Giacomo  —  la  quale  occorse  nel  novembre  di  detto  anno.  La 


296  SU  ALBEKIGO  GENTILI. 

Nella  prima  l'autore,  prendendo  le  mosse  dalla  defini- 
zione giustinianea:  Quod  principi placuit  Legis  habet  vigorem, 
predica  intera,  incondizionata,  assoluta  V  autorità  iuTestita 
nel  Pi'incipe  dalla  pretesa  Legge  JRegia  del  Romano  Impero: 
respinge  dogmaticamente  le  eccezioni  fatte  a  tal  tradizione 
da  Alciato,  Ottomanno,  Cuiacio  ed  altri,  contrapponendo  ai 
loro  argomenti  il  senso  letterale  del  testo,  e  ne  estende  l'ap- 
plicazione dalla  imperiale  alla  regia  potestà,  contro  il  con- 
cetto giuridico,  da  lui  stesso  propugnato  altrove,  della  mo- 
narchia temperata.* 

scoperta  della  congiura  delle  polveri,  di  cui  nuUa  era  trapelato  sino  alla 
vigilia  della  riunione  delle  Camere,  non  entrò  Quindi  fra  i  motivi  che 
indussero  Alberigo  a  patrocinare  la  causa  dell'assolutismo  monarchico,  e 
a  combattere  la  violenza  de'  sudditi  contro  il  Principe.  Oltredichè,  quel- 
l'efferato tentativo  non  essendo  vòlto  soltanto  contro  il  monarca  ma  contro 
il  Parlamento  —  che  già  si  preparava  a  difendere  contro  il  primo  le  pro- 
prie franchigie  e  le  pubbliche  libertà  —  non  gli  avrebbe  dato  plausibile 
e  speciale  pretesto  al  suo  assunto.  £d  era,  in  ogni  caso,  uno  strano  ed 
illiberale  sofisma  lo  argomentare  dalle  teoriche  e  dagU  eccessi  del  fana- 
tismo cattolico,  esacerbato  dalla  persecuzione,  contro  il  legittimo  esercizio 
de'  diritti  popolari,  in  un  paese  protestante  tradizionalmente  costituito  a 
monarchia  temperata  e  civile.  —  (Nota  dell'Autore.) 

^  Ecco  alcuni  brani  del  suo  discorso  :  Quod  Principi  placuit,  legis  ha- 
buit  vigorem.  Ut  potè  cum  lege  regia  etc,  —  «  Inquit  lex,  Principi,  et  intellìgit 
de  Romano  ;  vel  propter  excellentiam,  vel  quia  civitatis  Romanae  jura  in 
libris  istis  tractantur,  etc...  Sic  igitur  «t  de  Romano  principe  intelUgimus 
illud  nostrorum  librorum,  Frinceps  legibus  aolutus  est,  Cseterum  interpretes 
absque  ulla  aptant  difficultate  hsec  principibus  omnibus  supremis  :  et  nos 
apta  censemus  sane.  Sed  hic  quaestio  incurrit  statim,  qui  isti  sint,  et  quales 
supremi  principes.  Nam  ridiculus  mihi  Baldus  hic  est,  et  alii  alibi  ridi- 
culi,  tradendo  communiter  duos  tantum  esse  supremos,  papam  et  impe- 
ratorem....  Et  illa  disputatio  est  vanissima  de  imperatore  domino  totius 
mundi,  et  de  principibus  reliquis,  qui  imperatori  per  Jua  subsint;,  etsl  de 
facto  non  subsint.  »  Questa  indipendenza  di  fatto  degli  Stati  che  si  affi-an- 
careno  dall'alto  dominio  del  Papa  e  dell'Imperatore  —  da  lui  già  sostenuta 
nel  Diritto  di  Guerra  —  scioglie  adunque  i  loro  Principi  dalla,  supreniazia 
dell'uno  e  dell'altro,  e  sta  bene.  Ma,  per  ciò  appunto,  pretende  l'autore, 
essi  rimangono  investiti  in  proprio  di  quella  pienezza  di  sovrano  arbi- 
trio, che  costituisce  l'essenza  della  sovranità,  secondo  la  legge  imperiale. 
«  nie  est  absolute  supremus,  qui  nihil  supra  se,  nisi  Deum,  agnoscit.... 
Et  hoc  igitur  supremitatis  est,  ut  nihil  supra  se  unquam  cernat  princi- 
patus,  ncque  hominem,  ncque  legem.  Ergo  et  absoluta  hsec  potestas  est, 
et  absque  limitibus.  Princeps  legibus  solutus  est,  ait  lex,  et  eadem,  quod 
lex  est,  quodcumque  placet  Principi.  Et  hsec  lex  non  barbara,  sed  Romana 
est,  id  est  prsBstantissima  in  legibus  hominum.  >  V  hanno  bene,  presso 
talune  genti,  franchigie  riservate  per  patto  ai  cittadini,  e  Governi  con 
magistrati  elettivi  e  responsabili;  ma  ciò  nulla  toglie  alla  virtuale  indi- 
pendenza della  sovrana  potestà,  dove  e  in  quanto  questa  possa  esercitarsi 
sopra  sudditi  propriamente  detti;  e  di  questa  potestà  è  parte,  nella  stessa 
Inghilterra,  ciò  che  quivi  è  significato  col  nome  di  regia  prerogativa,  <  Est 
arbitrii  plenitudo,  nulli  vel  necessitati,  vel  juris  publici  regulis  subjecta.... 
est  potestas  extraordinaria  et  libera,  est  illa  quam  in  Anglia  signìficamus 
nomine  regice  prerogativce,..,  Princeps  est  Deus  in  terris  ejus  potestas  major 
est,  quam  quae  olim  fuit  patris  in  filium,  domini  in  servum....  »  Posti 
questi  edificanti  principi,  il  nostro  panegirista  del  potere  assoluto  passa 


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LETTURA  TERZA.  297 

Nella  seconda,  mettendo  a  confronto  la  potestà  regia  con 
la  paterna,  e  facendo  la  prima  anche  più  inviolabile  della 
seconda  —  dottrina  posta  innanzi,  a  que'  giorni,  dai  fautori 
dell'assolutismo  monarchico,  e  che  diede  più  tardi  argomento 
alla  vittoriosa  polemica  di  Locke  contro  Filmer  —  sostiene 
non  esser  lecito  ai  sudditi,  in  nessun  caso,  di  opporre  la  forza 
all'arbitrio  sovrano;  comechè  possa  parer  lecito,  secondo  la 
opinione  di  alcuni,  che  i  figli  usino  violenza  contro  il  padre, 
se  la  salute  della  patria  richieda  questo  estremo  rimedio. 
Nel  che  egli  però  non  consente  :  e,  ad  ogni  modo,  nega  che 
una  somigliante  necessità  possa  mai  occorrere  in  un  Prin- 
cipe ;  dacché  non  può  concepirsi  tiranno  che  voglia  la  distru- 
zione del  proprio  Stato  —  ubi  enim  i$  est  princeps,  qui  ad 
ddendam patriam  venit?  (pag.  102).*  E  va  di  questo  tenore  so- 


a  discutere  le  eccezioni  di  Cuiacio,  di  Ottomanno,  di  Alcìato  e  d'altri. 
Bastino  per  saggio  de'  suoi  argomenti  i  passi  seguenti  :  «  Cujacius  tamen 
bis  omnibus,  et  Hotomanus  respondent.  Ad   legem  Justiniani,  quod  lo- 
quatur  in  fìscalibus  et  patrimonialibus  principis.  Et  hoc  post  videbimus. 
Nunc,  quod  non  bene  respondent  ad  Senecan^  et  Ambrosium.  Senecse,  de 
jure  civili  dicenti,  omnia  regis  esse,  etiam  quae  sibi  quisque  privatus  habet 
et  possidet^  respondent  de  eodem  Seneca,  itidem  dicente,  regem  imperio 
possidere  omnia,  singulos  autem   dominio.  Atque  addit  Cujacius,  itaque 
regeoì  non  esse  dominum  :  quia  dominium  esse  in  solidum  non   possit 
duorum.  Et  responsioni  ego  respondeo,  non  posse  idem  dominium  sane 
esse  apud  duos  in  solidum,  sed  diversum  posse  :  directum  et  utile,  impe- 
riale et  privatum,  universale  et  particulare....  ad  i*eges  pertinet  universa 
possessio  eorum,  quae  in  singulos  dominos  descripta  sunt  etc...  »  (pag.  18). 
E  a  pag.  15:  «  Verum  nunc  tandem  audiamus,  quid  nonnulli  centra  nostra 
supradicta  de  vi  potestatis  principis  absolutae  ferant.  Yasquius  centra 
disputat,  et  fatetur  tamen  illa  recepta  communiter.  Alciatus  maledicit  : 
et  quod  gesta  per  clausulam  supremae  potestatis,  non  per  viam  justitise, 
sed  quia  sic  placuit  principi,  et  nemo  potuit  dicere  illi  :  cur  ita  facis  ? 
Nihil  sit  aliud  quam  violentia,  quae  vocabulo  honestiore  a  doctorìbus  ap- 
pellatur  potestas  suprema....  Yasquius,  quod  omnes  omnino  principatus 
sint  ob  publicam  civium  utilitatem,  non  ipsorum  regnantìum.  De  quo  sibi 
fundamento  constituto  construit  plurima,  destruit  plurima,  quaestiones 
(quod  gloriatur)  conficit  quam  plurimas  hispanus.  Attamen  fundamentum 
falsum  est  in  principatibus,  qui  sunt  per  vim  parti,  et  neque  verum  in 
totum  est  in  aliis,  qui  per  populos  inducti  sunt....  Et  quid  si  tamen  sola 
subditorum  utilitate  sint  omnes  omnino  ordinati  principatus  ?  Ergo  pie- 
nitudo  potestatis  non  est?  Negatur  haec  negatio,  quoniam  ad  utilitatem 
subditorum  etiam  pertinet,  ut  ea  potestas  princìpi  sit.  »  —  Tale  è  la  dia- 
lettica del  nostro  autore  in  questo  infelice  omaggio  da  lui  reso  alle  ten- 
denze arbitrarie  del  nuovo  regno.  La  parte  più  importante  di  queste  dis- 
sertazioni consiste,  per  mio  avviso,  ne' cenni  in  esse  contenuti  delle  dottrine 
liberali  de'  più  celebri  giureconsulti  del  tempo,  suU'  idea  della  sovranità  : 
dottrine  che  Alberigo  cita  per  confutarle.  —  {ìHota  delT Autore,) 

*  «  ....  imo  Principi  amplius  debemus  quam  patri,  ut  exponit  ante 
omnes  Bartolus  :  qui  et  de  triplici  fidelitatis  specie  docet  ;  et  de  secunda, 
patri  debita;  de  tertia  eminentiore,  debita  Principi,  in  terris  Deo....  Est 
juris  divini  potestas  Principis,  non  a  solis  hominibus  constituta.  »  De  vi 
€ivluìn  in  Regem  aemper  injusta,  pag.  101.  —  {Nota  delV Autore,) 

XII.  20 


^ 


298  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

fistìcamente  inculcando  l'obbligo  della  soggezione  passiva 
alla  sovrana  autorità,  anche  se  questa  fosse  esercitata  coi 
modi  della  più  sfrenata  licenza,  come  ne' casi  di  Nerone  e 
somiglianti,  eh'  egli  cita  a  rincalzo  della  sua  trista  argomen- 
tazione.* Strano  pervertimento  del  civile  ingegno  ond'egli 
avea  dato  egregio  saggio  nella  miglior  parte  del  suo  Diritto 
di  Gruerra,  e  in  altri  suoi  scritti!  Pervertimento  del  quale 
—  suo  primo  castigo  —  appaiono  i  segni  infelici  nella  forma 
stessa  di  coteste  lucubrazioni  ad  tisum  Délphini,  stentate, 
goffe,  pedestri,  inconcludenti.  Di  che  la  critica  imparziale 
deve  tanto  più  riprenderlo  quanto  più  sincera  e  giusta  è  la 
lode  eh'  essa  tributa  alle  dottrine  vere  ed  oneste  da  lui  in- 
segnate altrove. 

Né  lo  scusano  —  come  io  stesso  amai  presumere,  prima 
che  quei  suoi  parti  mi  capitassero  alle  mani  —  le  condizioni 
e  le  congiure  de' tempi;  dacché  non  si  tratta  mica,  in  quelle 
diatribe  cortigiane,  di  condannare  soltanto  gli  attentati  del- 
l'arbitrio  privato  alla  vita  del  Principe,  e  le  teoriche  onde 
alcuni  pubblicisti,  tanto  protestanti  che  cattolici,*  li  giustifi- 
cavano; ma  di  affermare  puramente  e  semplicemente  il  dogma 
dell'  assoluta  signoria  del  monarca,  e  della  obbedienza  pas- 
siva de' sudditi;  posponendo  ad  esso  le"  natie  libertà  dei  Po- 
poli e  la  ragion  naturale  e  giuridica  de' limiti  del  potere  so- 
vrano :  e  ciò  mentre  fra'  suoi  stessi  ospiti  —  pendendo  il  nuovo 

*  «  Et  sane,  si  Ecclesiastes  non  docet,  non  adversandum  regi,  qaia 
ille  potentior  est,  hoc  docet,  non  adversandum,  quia  jus  non  sit.  Quee  a 
verbo  Dei  ratio  potentissima  hic  repetita  Paulo  in  Epistola  ad  Romanos.... 
Huc  addatur  vir  nobilissimus,  qui  tractat  quasstionem  hanc  late,  dominus- 
De  la  Nouej  et  sic  scribi t,  obtempèrandum  fuisse  Pharaoni,  qui  Ebraecrum 
bona  rapiebat,  qui  corpora  consumebat.  Scribit,  obtemperandum  fuisse 
Tiberio,  Oaligulae,  Neroni,  tyrannis  execrabilibus.  Soribit,  displicere  quideni 
Beo  immensum,  quod  libido  et  furor  hominum  facit  a  Diabolis  calefactus  : 
eseterum  aboleri  bine  nibil  de  ea  subjectione,  quae  superioritatibus  debe- 
tur  »  (ibid.,  pag.  130-81).  £  vedi  ivi  i  sofismi  onde  s' ingegna  di  conciliare, 
con  le  assurde  sentenze  ch'egli  va  sciorinando  in  queste  Dissertazioni,  le 
liberali  dottrine  da  lui  prima  esposte  nel  Diritto  di  Guerra.  {De  vi  ci- 
vium  ec,  pagg.  112, 113, 114).  —  (Nota  dell* Autore.) 

*  Buchanan,  fra  i  primi;  Mariana,  fra  i  secondi.  Il  Trattato  De  *Ture 
Regni  apud  Scotoa  di  Giorgio  Buchanan,  istitutore  di  Giaa<uno  I  —  pub- 
blicato nel  1579  in  Edimburgo  —  è  il  contrapposto  delle  dottrine  sostenute 
a  que'  giorni  dai  fautori  della  regalità  assoluta,  e  seguite  poi  da  A.lbe- 
rigo  nelle  due  Dissertazioni.  Il  celebre  latinista  ed  umanista  scozzese  del 
secolo  XVI  precorre,  in  quel  suo  libro,  alla  moderna  teoria  della  sovranità 
popolare,  svincolando  con  virile  eloquenza  i  diritti  comuni  della  Unciaiiìtà 
dai  legami  dell'autorità  biblica:  segno  notevole  del  progresso  delle  i<iee  di 


LETTURA  TERZA.  299 

regno  ^  tirannide  —  apparivano  già  gV  indizi  di  quella  fiera 
rivendicazione  delle  antiche  franchigie  britanniche  che  costò 
la  vita  al  successore  di  Giacomo  I,  e  finì  col  cacciare  gli 
Stuardi  dalla  non  violabile  patria  della  moderna  libertà.* 

Vero  è  che,  sino  dal  medio-evo,  le  nozioni  dei  giurecon- 
sulti sul  potere  sovrano  erravano  incerte  fra  il  concetto 
atdocratico  e  il  concetto  politico  del  Principato.  San  Tom- 
maso —  0  chi  che  si  fosse  V  autore  del  libro  De  Begimine 
Principum  —  attribuisce  all'Imperatore  l'assoluta  potestà  mo- 
narchica; ai  reggitori  degli  Stati  particolari,  delle  città,  delle 
Eepubbliche,  un'  autorità  ministeriale,  definita  per  legge  e 
limitata  nelle  sue  attribuzioni.  La  tradizione  del  potere  im- 
periale prevalse  generalmente  nelle  scuole  del  Diritto  roma- 
no, anche  fra  gì'  instauratori  della  Giurisprudenza  eulta  ;  e 
per  Alciato  stesso,  l'Impero  è  la  fonte  suprema  del  Diritto 
e  della  Legge;  primeggia  sulla  potestà  regia,  e  si  estende 
virtualmente  anche  dove  gli  Stati  si  resero  indipendenti  di 
fatto  dalla  sua  giurisdizione.  Ma  scendendo  dal  sommo  della 
scala  ai  gradi  inferiori,  il  fondatore  della  scuola  eulta  e  i 
suoi  continuatori  spogliano  di  cotesto  illimitato  arbitrio  il 
potere  sovrano,  subordinandolo  al  concetto  politico  e  misto 
che  s'inanella  alla  tradizione  filosofica  e  civile  dell'antichità. 
Questi  due  aspetti  del  concetto  della  sovranità,  che  ricorrono 
nelle  dottrine  di  Diritto  Pubblico  dal  XII  al  XVI  secolo, 
spiegano  le  contradizioni  dei  giureconsulti  :  assolutisti  i  più 
quando  parlano  dell'Imperatore,  sostenitori  delle  franchigie 


*  Le  discrepanze  fra  il  Parlamento  e  la  Corona  •—  compresse  sotto 
Enrico  Vili  per  la  prevalenza  del  poter  regio  fra  i  casi  dei  teiìipi,  sopite 
sotto  Elisabetta  per  le  gesta  nazionali  del  suo  governo  e  pel  favore  onde 
la  parte  protestante  secondava  la  politica  de'  suoi  ministri  —  ricomincia- 
rono ad  agitarsi  sin  dalla  prima  Sessione  legislativa  del  nuovo  regno,  e 
si  fecero  più  vive  nella  seconda.  (Vedi  Hallam,  The  ConstUuHonal  nistory 
of  England,  voi.  I,  oap.  VI  e,  per  più  originali  impressioni  dello  spirito 
de'  tempi,  la  Storia  d'Inghilterra  di  Bapin  de  Thoyras,  tradotta  dal  francese 
in  inglese  da  N.  Tindal,  Londra  1733,  voi.  II,  lib.  XVIII).  «  Il  malcontento 
del  re  — '  dice  Hallam  —  per  la  condotta  di  questa  sessione  —  espresso,  a 
c^xiel  che  sembra,  in  un  discorso  alla  Camera  dei  Coijauni,  del  quale  non 
fu  inserito  ricordo  negli  Atti  di  quest'ultima  —  diede  motivo  ad  una  no- 
tevole protesta  [vindication),  composta  da  una  Commissione  parlamentare 
per  ordine  della  Camera  stessa,  e  intitolata:  Forma  di  Apologia  e  di  Ri- 
jyarazione  {aatisf action)  da  leggersi  a  Sua  Maestà,  sebbene  questo  titolo  non 
pa^ia  convenirsi  alla  sostanza  dell'atto,  il  quale  contiene  una  piena  e  pro- 
pria giustificazione  di  tutti  que*  procedimenti  che  aveano  fatto  ombra  a 
GriAComo;  ed  afferma,  con  rispettosa  franchezza  e  in  modo  esplicito,  i  di- 
l'I^ti  e  le  libertà  costituzionali  del  Parlamento.  »  Loc.  cit.,  pag.  305,  ediz. 
Jllilrray:,  1855.  —  (Nota  deir Autore.) 


300  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

e  delle  ragioni  dei  sudditi  contro  il  poter  regio,  dove  questo 
trascenda  a  tirannide.  Gentili,  nel  Diritto  di  Guerra,  segue 
—  come  abbiamo  notato  —  questa  seconda  dottrina;  e,  quanto 
al  potere  imperiale,  lo  riconosce  investito  delle  sue  piene  pre- 
rogative nelle  contrade  ancora  soggette  al  suo  dominio;  ma 
rifiuta  r  opinione  di  Alciato,  che  tale  potere  possieda  ancora 
i  suoi  titoli  su  que' regni  o  repubbliche  che  le  vicende  dei 
tempi  sottrassero  alla  sua  signoria.  Se  nelle  Dissertazioni, 
delle  quali  è  discorso,  egli  avesse  distinto  la  sovranità  impe- 
riale dalla  sovranità  politica  dei  re  e  principi  minori,  la  sua 
teoria  dell'assoluta  potestà,  rispetto  alla  prima,  non  sarebbe 
stata  singolare  né  aliena  dalle  nozioni  giuridiche  de'  seguaci 
della  tradizione  giustinianea,  sebbene  meno  liberale  per  av- 
ventura di  quella  di  Dante  e  d'altri  su  questo  stesso  ter- 
reno. Fu  suo  torto  r  estendere  —  contradicendo  ad  Alciato, 
ad  Ottomanno  e  ad  altri  pubblicisti  dell'età  sua  — la  defi- 
nizione Imperiale  alla  regalità  di  ragion  politica,  soggetta  al 
mutuo  legame  degli  obblighi  convenuti  fra  Principe  e  sud- 
diti. E  fu  sua  colpa  il  farsi  di  tal  modo  fautore  di  quella 
nefasta  mutazione  del  poter  regio  in  potere  tirannico,  che 
s'  era  compiuta  a'  suoi  tempi,  sotto  gli  auspici  della  Inquisi- 
zione, in  Ispagna  ;  e  che  s'  andava  compiendo,  dopò  la  morte 
di  Enrico  IV,  in  Francia  :  e  ciò  dinanzi  al  pericolo  di  simile 
iattura  nella  terra  dov'egli  aveva  cercato,  sotto  l'ali  della 
libertà,  rifugio  alle  fortune  della  sua  vita. 

Io  so  che,  a  que'  giorni,  l' aure  degli  antichi  recìnti  della 
Università  dov'  egli  era  dottore  spiravano  poco  propizie  alle 
libere  istituzioni  ;  e  che,  fra  Corte  e  Teologi  della  Chiesa  An- 
glicana, si  veniva  stringendo  un  patto  di  mutua  difesa  di  lor 
privilegi  e  prerogative  contro  i  diritti  della  Nazione.*  Obbedì 

*  Osservai  in  altra  Nota  che,  spenti  Sidney  ed  Essex,  e  morta  Elìsa- 
betta,  Alberigo  dovette  sentire  come  una  specie  di  vuoto  intorno  a  sé. 
L'atmosfera  morale  era  mutata.  Difficile  per  lui  il  mantenersi  in  baone 
relazioni  coi  maggiorenti  dell'Università,  della  Chiesa  Anglicana  e  della 
Corte,  se  —  continuando  a  professare  le  sue  idee  di  libertà  religiosa,  di 
tolleranza,  di  legittima  resistenza  all'  arbitrio  de*  Principi  —  si  fosse  messo 
in  opposizione  alla  corrente  delle  dottrine  assolutiste,  personalmente  pro- 
pugnate dal  re;  e  avesse  fatto  parte  coi  puritani  della  Camera  contro  i 
privilegi  della  Chiesa  officiale,  e  contro  gli  abusi  della  regia  prerogativa. 
I  libri  del  Diritto  di  Guerra  rappresentano  un  periodo  politico  eh*  era 
tramontato  con  la  morte  de'  più  insigni  e  più  liberali  fra  gli  uomini  di 
Stato  che  aveano  contribuito  ad  illustrarlo.  La  dedica  del  Trattato  al 
Conte  di  Essex  ci  dà  la  chiave  dei  liberi  intendimenti  dell'autore  in  pa- 
recchie questioni  che  la  mutata  condizione  de'  t^mpT  rendeva  pericolose 
otto  la  nuova  dinastia:  pericolose  almeno  per  chi  amasse  tenerci  in  buòhi 


LETTURA  TERZA.  301 

Alberigo,  per  amore  di  sé  e  de'  suoi,  più  che  del  Vero,  ai 
tempi  mutati,  o  fu  condotto  da  onesto  errore  in  quella  ser- 
vile dottrina  ?  Noi  rispetteremo,  dinanzi  al  silenzio  della  tom- 
ba, il  segreto  della  sua  coscienza;  limitandoci  a  condannare 
il  fatto  in  sé  stesso,  qual  che  ne  fosse  il  movente. 

Ma  tutto  ciò  nulla  toglie  alla  bontà  dell'opera  da  lui  data 
all'incremento  della  internazionale  giustizia,  nel  suo  Diritto 
di  Guerra;  avendo  egli  in  ciò  superato  di  lunga  mano  quelli 
che  lo  precedettero  nel  generoso  assunto,  per  quanto  si  vò- 
glia esser  larghi  nel  valutare  il  merito  loro.  Perché  la  con- 
cordanza fra  talune  avvertenze  di  questi  e  le  sue,  si  riferi- 
sce principalmente  a  questioni  che  hanno  attinenza  con  gli 
accidenti  intermedi  della  guerra;  ed  anche  in  sì  fatta  mate- 
ria Alberigo  esplica  ed  inalza  sovente  a  norme  più  razionali 
e  comprensive  gli  sparsi  dettati  de' suoi  precursori;  men- 
tre, rispetto  alle  origini  e  alla  ragion  del  Diritto,  ispirandosi 

termini  con  la  Corte  e  con  gli  Episcopali,  potentissimi  in  Oxford.  «  li  Conte  - 
di  Essex  —  dice  Hallam  (voi.  I,  cap.  Ili,  pag.  167)  —  nobile  spirito,  dotato 
di  non  comune  altezza  di  mente,  e  così  poco  acconcio  alle  usanze  di  una 
Corte  servile  e  simulatrice  —  fu  sincero  e  costante  amico  della  libertà 
religiosa,  vuoi  pei  cattolici,  vuoi  pei  puritani.  »  Egli  apparteneva  alla 
schiera  de'  migliori  fra  que'  protestanti  che  miravano,  sotto  Elisabetta,  a 
temperare  il  rigore  delle  leggi  repressive,  votate  dal  Parlamento  per 
reazione  contro  le  cospirazioni  papiste;  mentr'era  ad  un  tempo  —  come 
Filippo  Sidney  —  caldo  fautore  della  indipendenza  religiosa  e  civile  de*  paesi 
che  avevano  adottato  la  riforma.  E  il  De  Juve  Belli  fa  composto  e  pub- 
blicato sotto  i  suoi  auspici. 

Con  Giacomo  I,  le  illiberali  tendenze  preponderarono  ed  ebbero  se- 
guito grande  fra  i  teologi  di  Oxford,  pei  legami  della  Università  con 
la  Chiesa.  Il  re  stesso  avea,  nelle  sue  opere,  sostenuto  il  principio  che 
Ja  Monarchia  è  V  impronta  della  Divinità  sopra  la  terra,  e  inculcato  il 
dovere  della  obbedienza  passiva.  Non  appena  assunto  al  trono  d' Inghil- 
terra, egli  fece  lega  col  partito  conservatore  e  coi  vescovi  contro  i  dissi- 
denti e  contro  la  parte  costituzionale  nel  Parlamento.  «  I  vescovi  —  dice 
HaUam  —  gli  avevano  promesso  un  ossequio,  che  egli  non  aveva  mai  ot- 
tenuto in  Iscozia  ;  e  s'erano  impegnati  ad  inalzare  il  concetto  della  regia 
potestà,  con  uno  zelo  del  quale  fecero  poi  larga  mostra  in  ogni  occasione.... 
Ne' racconti  che  si  leggono  della  famosa  Conferenza  di  Hampton  Court 
(fra  i  vescovi  e  Giacomo),  mette  maraviglia  e  disgusto  il  vedere  da  un 
Iato  i  modi  indecorosi  e  parziali  del  re,  dall'altro  l'abbiezione  de'  vescovi 
congiunta  —  come  accade  nelle  nature  servili  —  alla  più  grande  insolenza 
verso  i  loro  oppositori.  »  (Voi.  cit.,  cap.  VI,  pag.  297).  Tale  la  situazione  in 
cui  Alberigo  pensò  e  scrisse  gli  opuscoli  politici  de'  quali  il  figlio  Roberto 
fece  capitale,  dedicandoli  per  conto  proprio  al  nuovo  monarca.  E  il  ser- 
vigio fu  riconosciuto  e  premiato.  In  quello  stesso  anno,  1605,  avendo  il 
Gentili  fissata  in  Londra  la  sua  dimora  per  l'ufficio  al  quale  fu  assunto 
di  Avvocato  di  Spagna,  la  Corte  lo  ebbe  carissimo,  si  «  che  oramai  —  dice 
lo  Speranza  —  potea  volgerne  le  chiavi  tutte.  >  (Cap.  XVII,  pag.  247).  E  Ro- 
berto fu  dovuto  accettare  come  socio  nel  Collegio  d'Ognissanti  in  Oxford 
{^All  8oul8  CoUege)j  contro  gli  statuti  dì  quel  Convitto,  per  ingerenza  di- 
retta della  Corona.  Vedi  Holland,  Discorso  di, \  Speranza,  cap.  XVII. — 
il^oia  deW Autore,) 


302  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

—  come  ho  notato  più  volte  —  alla  civile  filosofia  degli  an- 
tichi, trae  dalle  intime  leggi  dell'umana  natura,  più  che  dalle 
mutabili  forme  de' fatti  storici,  i  veri  inizi  della  nuova  Ra- 
gion delle  Genti  :  sanctos  atisus  recludere  fontes.* 

E  restano  —  documento  di  scienza  tentata,  se  non  com- 
piuta —  i  seguenti  capi  del  suo  lavoro  :  i  criteri,  cioè,  della 
ragione  intorno  al  giusto  e  all'  ingiusto,  sciolti  in  gran  parte 
dalle  pastoie  della  Teologia*:  —  la  inviolabilità  della  coscienza, 
dedotta  dall'  intima  natura  della  libertà  dell'  animo  e  dalla 
autonomia  della  persona  umana  :  —  il  fatto  della  guerra,  spo- 
gliato del  carattere  fatale  attribuitogli  dai  più,  sino  a  quei 
giorni,'  e  recato  a  perversità  di  costume,  non  a  naturale  di- 
sposizione dell'uomo,  misurandone  la  giustizia  dalla  stretta 
necessità  della  legittima  difesa  :  —  le  pratiche  di  composi- 
zione pacifica,  inculcate  in  forma  che  si  accosta  alla  moderna 
dottrina  degli  arbitrati:  e  ciò,  non  per  mero  voto  d'indivi- 
duale pietà,  ma  in  virtù  del  grande  principio  della  unità  del- 
l'umana  famiglia  e  della  colleganza  delle  Nazioni  per  essa:  — 
il  diritto  di  resistenza  e  di  rivendicazione,  applicato  non  solo 
a  causa  religiosa  ma  a  causa  civile  e  politica,  per  la  ragione 


*  Il  prof.  Holland,  presentando  al  mondo  scientifico  la  nuova  edizione 
del  De  Jiire  Belli  —  uscita  alla  luce  in  Oxford  dalla  tipografia  Olarendo- 
niana,  e  da  lui  curata  con  gran  diligenza  e  fatica,  sì  per  la  correzione 
del  testo  come  pel  riscontro  degl'innumerevoli  luoghi  citati  da  Alberigo, 
con  gli  originali  a  cui  appartengono  ->  conchiude  la  sua  Prefazione  con 
questo  giusto  giudizio  sopra  Gentili  :  «  Opus  habes  non  suis  tantum,  ut 
ita  dicam,  virìbus  pollens,  verum  ob  hoc  quoque  insigne,  quod  ejus  ratio- 
nem  sibi,  sicut  archetypum,  in  simili  incepto  proposuisse,  ex  eo,  tamquam 
ex  fodine,  multa  in  suum  opus  transtulisse,  videtur  clarissimus  ille  inter 
Alberici  imitatores,  Hugo  Grotius.  Habes,  igitur,  Juris  Gentium  quod  hodie 
in  U8U  est  vera  incunahula;  quse  secundum  illud  e  melius  est  potere  fontes 
quam  sectari  rivulos,  »  operae  pretium  erit  accuratius  investigare.  > 

A  me  duole  grandemente  che  la  edizione  di  Oxford  —  della  quale  il 
signor  Holland  e  gli  amici  suoi  mi  fecero  cortese  invio  sin  da  quando  fu 
data  fuori  —  non  sia  pervenuta  alle  mie  mani  che  in  questi  ultimi  giorni 
soltanto,  per  involontario  indugio  di  chi  doveva  recapitarmela:  onde  ho 
dovuto  invece  valermi,  pei  testi  da  me  riportati,  della  edizione  Gravier. 
Ma  qui  mi  è  grato  rendere,  con  le  mie  grazie  pel  prezioso  dono,  pubblico 
omaggio  a  un'opera  della  quale  l'Italia  deve  saper  grado  agli  ammiratori 
inglesi  della  memoria  di  un  illustre  suo  figlio,  e  che  molto  giova  a  divul- 
gare lo  studio  e  la  conoscenza  delle  vere  dottrine  dell'Autore.  —  {Noia 
dell*  Autore.) 

^  Da  Pierino  Belli,  fra  gli  altri,  il  quale  pronuncia  questa  desolante 
sentenza:  «  Nihil  est  igitur,  quod  admiremur  omnibus  seculis  ab  ipso  orbis 
initio,  populos,  Reges,  ac  caeteros  Principes  bella  usque  in  hanc  nostrani 
setatem  produxisse,  quod  sacraB  Bibliae,  Graecorumque  ac  Latinorum  an- 
nalia  testantur.  Neque  esse  hoc  tnalum  desiturum^  donec  orbis  ipsa  defidat, 
monemur  sacro  eloquio, prout  hahetur  (Matt.,  XXIV,  et  Lue,  XIII).  »  —  (JToto 
dell'Autore.) 


I 


LETTURA  TERZA.  303 

che  le  cose  inalienabili  da  natura  possono  sempre  legittima- 
mente redimersi  :  —  il  concetto  infine  dell'  equilibrio  delle 
forze  e  della  osservanza  de' rispettivi  termini  e  diritti  degli 
Stati,  riferito  a'  suoi  naturali  elementi,  quasi  a  presagio  della 
moderna  dottrina  delle  nazionalità;  e,  in  ogni  modo,  a  base 
di  queir  assetto  degli  Stati  europei  eh'  ebbe  indi  poi  comin- 
ciamento  dalla  pace  di  Vestfalia,  e  frenò  1'  azione  fortuita 
della  eredità  e  della  conquista  sui  destini  de' Popoli,  se- 
guendo norme  più  razionali  di  comune  conservazione  e  utilità. 
Questi,  0  Giovani,  i  principali  elementi  del  patrimonio 
lasciato  da  Gentili  alla  scienza.  L'assunto  e  i  limiti  del  pre- 
sente discorso  non  mi  consentono  di  paragonare,  scendendo 
ai  particolari,  l'opera  sua  a  quella  di  chi  lo  precedette  e  di 
chi  lo  seguì  sulla  stessa  via.  Oltre  di  che,  v'ha  già  chi  in- 
tende, con  forze  più  valide  delle  mie,  a  questo  giudizio  com- 
parativo;* sì  che  sarebbe  superfluo  e  prosuntuoso  da  parte 

*  Gli  egregi  Giuseppe  Speranza  e  prof.  De  Giovannis-Gianquinto  —  se, 
con  grande  utile  di  questi  studi,  terranno  i  propositi  e  le  promesse  loro. 
La  presente  Lettura  era  già  dettata  in  gran  parte,  quando  ebbi  notizia 
del  Saggio  deU'avv.  Efisio  Mulas,  Pierino  Belli  da  Alba,  precursore  di  Grozio, 
del  quale  mi  è  grato  rallegrarmi  con  l'Autore,  sebbene  io  non  possa  con- 
venire in  vari  suoi  giudizi  sopra  Alberigo  GentilL  II  lavoro  del  Mulas  ha 
il  merito  d'aver  messo  in  rilievo  le  dottrine  più  importanti  del  Belli  sulle 
cose  della  guerra,  riscontrandole  con  quelle  di  Alberigo,  ed  offerendo  così 
materia  ad  uno  studio  comparativo  fra  i  due  scrittori,  e  alla  misura 
de' progressi  di  questa  parte  della  Eagion  delle  Genti,  nel  mezzo  del  se- 
colo XVI,  specialmente  in  Italia.  Fu  non  ultimo  pregio  del  Belli  l'aver 
promosso,  non  solo  nel  suo  libro  De  re  militarif  ma  con  l'opera  sua,  il 
principio  degli  arbitrati  civili;  facendosi  procuratore  di  pacifiche  compo- 
sizioni fra  italiani  e  italiani  in  lotta  gli  uni  con  gli  altri;  e  condannato 
—  egli  auditore  negli  eserciti  di  Carlo  V,  indi  Consigliere  di  guerra  sotto 
Filippo  II  —  la  insania  dei  Principi  del  suo  tempo,  involti  per  ingiuste 
o  lievi  ragioni  in  continue  contese,  con  inaudito  scempio  de'Popoli.  «  Uti- 
nam  secum  bene  cogitarent  —  egli  esclama  —  Reges  suas  curas,  populorum 
^rumnas  et  strages,  eventus  bellorum  varios,  cum  saepius,  quse  facilia  vi- 
debantur  initio,  difficillimos  exitus  inveniant....  Lentius  profecto,  si  sape- 
rent,  festinarent.  Ego  quidem,  prò  tenuitate  mei  ingenii,  cum  hsec  meoum 
reputo,  cernoque,  quam  facile,  quam  levi  ex  causa,  sit  verbo  venia,  quam 
inconsulto  ssepe  renoventur  bella  his  nostris  infelicibus  diebus;  facile 
adducor  ut  credam  ^  populorum  simul,  et  Principum  reatus,  mentem,  di- 
vina accedente  justitia,  eripere  Principibus  ipsis,  ut  snse  atque  alienae 
quietis  immemores,  in  tam  vastum  et  patens  pelagus  se  demittant,  unde 
vix  nisi  divina  ope  possint  eripi  et  reduci.  »  (Secunda  Pars  Operis. 
Tit.  Vili,  De  Belli  Denunciatione).  E  certo,  dove  si  guardi  alla  condizione 
dei  tempi,  all'  ufficio  che  il  Belli  rivestiva  e  alla  sua  devozione  al  Papato 
e  all'Impero  —  mentre  cresce  all'occhio  di  una  critica  imparziale  il -merito 
de' suoi  concetti  civili  — non  è  da  fargli  carico  se  non  esiste  traccia  nelle 
sue  pagine  di  quelle  dottrine  intoi*no  alla  libertà  religiosa,  alla  ingiustizia 
delle  guerre  di  religione,  al  diritto  di  resistenza  de'Popoli  e  al  fondamento 
civile  della  sovranità,  che  costituiscono  il  maggior  pregio  di  Alberigo  Gen- 
tili, quale  precursore  della  moderna  scienza  del  Diritto  Pubblico,  come 
io  venni  mostrando  nella  presente  Lettura.  E  per  la  stessa  ragione  s'in- 


304  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

mia  l'occuparmene.  Ben  voi  potete  con  me,  dopo  le  cose  dette, 
misurare  il  valore  attuale  delle  sue  dottrine,  paragonandole 

tende  com'egli  da  buon  cattolico,  seguendo  le  nozioni  giuridiche  della 
sua  parte  a  que' giorni,  dovesse  pel  contrario  considerare  ed  affermare 
esclusi  da  ogni  diritto  di  buona  guerra  quelli  che  il  Papa  e  l' Imperatore 
avessero  dichiarati  pubblici  nemici.  Tenuto  conto  di  ciò,  è  mirabile  dal- 
l'altro lato  la  civile  liberalità  mercè  la  quale  Pierino  Belli  s'inalza  sovente 
nel  suo  Trattato,  sopra  la  volgare  misura  delle  idee  e  delle  usanze  belliche 
del  suo  tempo,  prevenendo  in  parecchie  materie  —  come  in  quella  degli 
arbitrati  —  il  Gentili  ;  e  mostrandosi  in  altre  —  come  nella  questione  della 
servitù  e  del  trattamento  de' prigionieri  di  guerra  —  più  liberale  ed  umano 
che  poi  non  fosse,  dopo  lui,  l'autore  del  De  Jure  Belli.  Ma  il  Saggio  del  Mulas 
—  pur  facendo,  in  molti  rispetti,  giustizia  a  quest'ultimo  —  tende  però, 
se  io- non  m'inganno,  nel  parallelo  che  fa  tra  le  dottrine  dell'uno  e  del- 
l'altro, ad  inclinare  indebitamente  la  bilancia  in  favore  del  primo,  in  al- 
cuni punti  fondamentali;  disconoscendo  o  scemando  in  essi  la  importanza 
de' principi  propugnati  da  Alberigo  nel  Diritto  di  Guerra,  e  da  me  esposti 
in  queste  pagine,  con  le  sue  proprie  parole.  L' argomento  del  Mulas  è  que- 
sto: i  capi  della  Riforma  —  Lutero,  Calvino  ec.  —  erano  fautori  d'un  dogma- 
tismo altrettanto  inflessibile  e  feroce  quanto  quello  dei  cattolici.  Questa 
tendenza  dominava  tutto  il  campo  protestante;  era  il  vizio  generale  del 
secolo:  dunque  i  loro  seguaci  non  potevano  andarne  esenti;  dunque  Gen- 
tili non  poteva  intendere  libertà  di  coscienza;  e  non  l'intese  di  fatto, 
dacché  egli  plaudì  ad  Elisabetta  persecutrice  de'cattolìci,  ed  inculcò  ne'suoi 
libri  la  unità  della  religione.  [Saggio,  pag.  67,  68,  69  e  74).  In  primo  luogo, 
mi  conceda  il  Mulas  di  notare,  che  la  storia  della  Riforma,  sino  da'  suoi 
primi  inizi,  non  risponde  a  queste  proposizioni  troppo  assolute  e  generali. 
Sorgevano  naturalmente  con  essa,  malgrado  il  dogmatismo  de' capi,  dal 
GOZZO  delle  nuove  credenze  con  l'antica  fede,  e  dalla  conseguente  neces- 
sità della  discussione,  germi  e  tentamenti  di  libertà  di  giudizio  che,  dal 
terreno  della  teologia,  ivano  allargandosi  di  mano  in  mano  a  tutte  le  spe- 
culazioni del  pensiero  ;  e  che,  già  coltivati  sotto  ,altra  forma  dal  Rinasci- 
mento, riceveano  nuovo  impulso  dalla  Riforma.  E  quindi  una  verità,  sug- 
gellata dalla  Filosofìa  della  Storia,  che  la   protesta  religiosa  contro   la 
Chiesa  di  Roma  fu  il  prodromo  della  protesta  razionale  e  scientifica  contro 
l'autorità  delle  scuole;  o,  per  dir  meglio,  che  l'una  e  l'altra  furono   due 
modi  di  una  stessa  disposizione  dello  spirito  umano,  in  quel  periodo  del 
suo  processo  verso  la  conoscenza  e  la  libertà.  Basta  seguire  ~  con  Buckle. 
con  Leckye,  con  altri  storici  della  civiltà  europea  —  il  moto  delle  idee  e 
delle  polemiche  del  secolo  XVI;  basta  gettar  l'occhio  sul  quadro   che   il 
nostro  Francesco  Forti  —  con  mano  maestra  come  suole  —  fa  di  tal  moto 
nel  priipo  volume  delle  sue  Istituzioni  Civili,  per  intendere  come,  dall' in- 
dividuarsi del  pensiero  religioso  nella  coscienza  de' singoli,  prendesse  forma 
e  vigore  il  senso  della  inviolabilità  della  coscienza  stessa,  e  come  tal  senso 
facesse  strada  —  prima  ne' migliori  e  più  elevati  animi,  indi  nell'univer- 
sale —  al  bisogno  di  tolleranza  reciproca  fra  le  molteplici  e  discrepanti 
credenze.  In  secondo  luogo,  la  conseguenza  non  s'applica,  nonché  alla 
vita,  alle  dottrine  esplicite  del  Gentili;  che,  quanto  alla  vita,  non  vi   è 
segno  che  lo  dimostri  propugnatore  delle  severe  leggi  promulgate    dal 
Parlamento,  per  ragion  politica,  contro  i  cattolici,  durante  il  regno    di 
Elisabetta;  comechè,  per  altri  rispetti,  ammirasse  l'opera   di  lei  e  della 
Nazione  inglese  in  quel  tempo:  anzi,  i  suoi  legami  col  Conte  di  Essex  lo 
additerebbero  amico  di  moderazione  e  di  tolleranza  anche  verso  i  segnaci 
della  Chiesa  Papale,  se  contenti  all'innocuo  esercizio  del  loro   culto;    e 
quanto  alle  dottrine,  i  testi  parlano  chiaro,  né  hanno  d'uopo  di  com- 
mento. Ricorderò  solamente,  come  la  sentenza  imputata  al  Gentili  deli^ 
unità  religiosa,  non  é  sua  ma  di  que' politici  ai  quali  egli  la  pone  in  bocca, 
per  confutarli  con  argomenti  direttamente  contrari,  come  ho  notato  al 
debito  luogo.  (Vedi  nota  2  a  pag.  272).  E  qui  vuoisi  aggiungere,  che  il  Oen- 


I 


j 


LETTURA  TERZA.  305 

agli  ultimi  risultamenti  dello  spirito  civile  dell'età  nostra 
nelle  Convenzioni  di  Ginevra  e  di  Brusselle,  e  ne' Congressi 
delle  Leghe  per  la  Pace. 

tili  non  appartiene  a  quella  parte  del  secolo  XVI  sulla  quale  si  adden- 
savano le  cupe  ombre  del  dogmtitismo  di  Lutero  e  di  Calvino,  ma  a  quel- 
l'estremo perìodo  dello  stesso,  sul  quale  già  splendeva  la  luce  degl' intelletti 
di  Bacone  e  di  Galileo,  e  che  ormai  s'informava,  col  Cancelliere  De  l'Hopital 
e  con  altri  insigni  interpreti  della  risorgente  civiltà,  al  pensiero  dei  tempi 
moderni.  L'accusa  —  recata  innanzi  da  altri,  prima  del  Mulas  —  non  regge 
quindi  per  nessun  verso.  Né  sono  io  il  primo  a  contradirla,  ma  la  con- 
tradissero, prima  di  me,  giudici  assai  più  competenti  ch'io  non  mi  sia, 
come  il  Mancini  ed  altri;  e  la  dimostrò,  or  non  ha  molto,  al  tutto  insus- 
sistente il  Fiorini;  al  quale,  come  a  traduttore  diligentissimo  del  Diritto 
di  Guerra,  non  può  di  certo  apporsi  il  mancamento  di  giudicarne  il  con- 
tenuto senza  conoscerlo. 

Né  sembra  più  fondata  l'opinione  che  Alberigo  Gentili  fosse  indotto 
da  qualche  gran  concetto  di  profonda  ragion  politica  a  sostenere  l'asso- 
luta potestà  de' monarchi,  e  a  combattere  il  diritto  di  resistenza  de*  sud- 
diti,'dopo  avere,  pochi  anni  innanzi,  seguito  contraria  sentenza.  Le  dis- 
sertazioni che  di  ciò  trattano,  e  gli  altri  scritti  dello  stesso  genere,  non 
furono  dettati  vivente  Elisabetta,  a  difendere  la  sua  vita-  o  ad  addottri- 
narla nell'arte  del  reggimento  assoluto;  sì  bene  subito  dopo  l' assunzione 
dì  Giacomo  I  al  trono  d'Inghilterra;  e,  secondo  ogni  apparenza,  più  che 
per  ragion  pubblica,  per  meno  alti  e  meno  giustificabili  intendimenti.  La 
politica  di  Elisabetta  e  de'  suoi  Parlamenti  e  Ministri  —  severa  contro  i 
cattolici  per  necessità  di  difesa,  dinanzi  alla  cospirazione  interna  ed  esterna 
e  spesso  ingiusta  e  crudele,  com'era  natura  delle  passioni  di  quella  età  — 
fu,  nello  stesso  tempo,  fautrice  d'indipendenza  e  di  relativa  libertà  reli- 
giosa nella  sua  azione  sul  Continente,  come  ho  accennato  nella  Lettura  : 
e  Gentili,  nel  suo  Diritto  di  Guerra,  fu  aperto  fautore  di  tale  politica  e 
dichiarato  nemico  d'ogni  tirannide.  Non  può  quindi  attribuirsi  alle  due 
Dissertazioni,  delle  quali  è  discorso,  il  valore  d'un  sistema  coscienziosa- 
mente escogitato,  per  ragioni  di  universale  politica,  a  tutela  della  società 
e  del  poter  secolare,  in  compenso  della  scaduta  autorità  della  Chiesa  e 
dell'  Impero.  La  vera,  spontanea,  genuina  mente  di  Alberigo,  rispetto  alle 
necessità  del  suo  tempo,  non  è  riposta  in  queste  sue  misere  e  quasi  direi 
postume  produzioni,  figlie  dell'  opportunità;  ma  nella  parte  scientifica  del 
suo  pensiero,  cioè  ne' libri  del  Diritto  di  Guerra:  i  quali  sono  non  solo 
un  Trattato  di  Diritto  Pubblico,  ma  una  critica  morale  e  civile  de' fatti 
del  suo  tempo;  una  specie  di  etica  antimachiavellica  contro  l'arte  di  Stato 
del  suo  secolo. 

Ciò  posto,  e  distinti  i  tempi,  quelli  che  lodano  il  suo  liberalismo  e 
quelli  che  biasimano  la  sua  servilità  hanno  egualmente  ragione  :  ma  pren- 
dono errore  que'  critici  che,  confondendo  le  due  correnti  del  suo  pensiero, 
lo  vogliono  tutto  liberale  o  tutto  servile.  Quanto  a  Pierino  Belli,  egli  ha 
un  merito  incontestabile  sopra  il  Gentili  :  quello,  cioè,  di  averlo  preceduto 
dì  trent'anni  nel  concetto  generale  di  sottoporre  ad  esame  giuridico  la 
materia  della  guerra,  trattandone  alcune  parti  con  ai'gomenti  razionali 
ed  umani,  ripresi  e  svolti  —  salvo  pochi  casi  in  contrario  —  con  criteri 
più  comprensivi  e  più  vicini  a  forma  di  vera  scienza,  dall' autore  del  De 
tTure  Belli,  Ma  il  paragone  del  valore  scientifico  non  va  fondato,  in  questi 
casi,  sopra  tale  o  tal  altra  particolare  dottrina  od  avvertenza,  sì  bene  sul- 
l'insieme della  trattazione,  sul  metodo  più  o  meno  razionale  dell'argo- 
mentare, sui  principi  di  ragion  naturale  e  di  civile  filosofia,  a' quali  le 
dottrine  stesse  sono  riferite  e  congiunte.  Nelle  quali  cose  tutte  non  può 
neg^afsi  al  Gentili  —  e  non  gliela  nega  neanche  il  signor  Mulas  ~  una 
evidente  superiorità  sui  trattatisti  che  lo  precedettero.  Egli  tentò  —  ri- 
peto—  non -compì  vera  scienza;  ma  si  vede  attraverso  tutta  l'opera  una 
tiendenza^  nuova  per  quei  giorni  nelle  discipline  giuridiche,  a  ridurre  a 


?'»^V^* 


306  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Non  v'ha  nelle  prime,  o  Signori,  proposta  di  umani  prov- 
vedimenti intorno  alla  cura  dei  feriti,  al  seppellimento  dei 
morti,  al  trattamento  de'  prigionieri,  alla  onestà  delle  armi 
e  degli  espedienti  di  guerra,  ai  limiti  dell'offesa  contro  le 
città,  le  persone  e  le  cose  de'  nemici,  al  governo  de'  territori 
occupati  dal  vincitore,  al  riconoscimento  dei  militi  irregolari, 
ai  tributi  e  alle  indennità  di  guerra,  al  rispetto  degl'inermi, 
de' neutri  e  delle  loro  proprietà,  che  non  abbia  riscontro 
ne' precetti  o  rie' presentimenti  del  nostro  giureconsulto.*  E, 
quanto  all'opera  delle  Leghe  —  onore  ^dell'età  nostra  —  de- 
vote alla  causa  della  Pace  e  intese  a  diffondere  i  principi 
della  internazionale  giustizia,  io  ho  avuto  occasione  di  am- 
mirare, quest'oggi  stesso  con  voi,  l'affetto  e  i  voti  ond'egli 
precorse,  in  tempi  infelici,  alla  umanità  del  pensiero  moderno. 

Ed  ora,  o  Giovani,  dacché  delle  cose  passate  e  delle  loro 
attinenze  con  le  presenti  abbiamo  assai  discorso,  ci  giovi, 
terminando,  interrogar  brevemente  gl'intendimenti  di  queste 
ultime  rispetto  a  ciò  che  nel  futuro  esser  deve  —  e  sarà  — 
se  all'umano  ingegno  e  volere  sia  guida  e  ministra  —  non  la 
ignava  e,  per  fortuna  d'Italia,  non  nostra  sentenza,  che  ci  fa 
schiavi  di  cieche  forze  fatali  —  ma  la  coscienza  della  libertà 
e  del  dovere.  Io  venni  cercando  con  voi  i  progressi  della  Ra- 
gion delle  Genti  nel  corso  de'  secoli,  e  mi  studiai  di  mostrarvi 
quale  legato  di  civile  sapienza  e  virtù  sia  stato  trasmesso 
alla  vostra  custodia  dagli  Avi:  spetta  ora  a  voi  il  coltivare 
ed  accrescere  il  retaggio  del  patrio  senno,  associandolo  ai 
nuovi  elementi  del  pensiero  europeo  e  mondiale.  Voi,  Gio- 
vani, avete  in  mano  la  fiaccola  della  vita.  Fate  ch'essa  non 
impallidisca  fra  crassi  vapori  di  abbiette  passioni  e  di  fal- 
laci dottrine  ;  ma  splenda  incontaminata  sul  fecondo  connu- 
bio dell'intelletto  italiano  con  l'intelletto  delle  Nazioni  che 
procedono,  insieme  con  noi,  per  le  vie  della  civiltà.  L'opi- 
nione —  dominata  ormai  dalla  scienza  e  dalla  voce  de'  Po- 
poli che,  in  nome  della  comune  umanità  e  del  comune  di- 
principi generali  di  ragion  naturale  e  di  civile  equità  le  questioni  che 
gli  si  affacciano:  e  in  ciò  appunto  —  come  mostrò  imparzialmente  il  Reiger 
—  egli  aperse  la  via  a  Ugone  Grozio,  e  in  alcune  dottrine  —  come  notò  il 
Mancini  —  fu  più  liberale  del  giureconsulto  olandese.  —  {Nota  deir Autore,) 

*  Il  prof.  Holland  lesse,  due  anni  or  sono,  sugli  Atti  del  Congresso 
di  Brusselle^  un  importante  discorso  in  Oxford,  nel  quale  sono  riportati 
i  documenti  relativi  alle  due  Convenzioni.  A  Lecture  on  the  Brusaéls  Coti" 
ference  of  1874,  and  other  diplomai ic  attempts  eie,  Oxford,  1876.  —  {Nota  del- 
l'Autore), 


TìT:^ 


LETTURA  TERZA.  307 

ritto,  chiedono  giustizia  e  pace  —  s' impone,  dove  più  dove 
meno,  all'arbitrio  guerresco  de'  Governi  :  e  alla  guerra  stessa, 
quando  non  le  è  dato  impedirla,  va  recando  umani  tempe- 
ramenti. Non  mai,  come  a'  dì  nostri,  apparve  così  manifesto 
e  generale  il  bisogno  di  circoscriverne  l'azione,  di  moderarne 
la  barbarie,  di  promovere  per  mezzo  di  civili  arbitrati  le 
soluzioni  pacifiche  fra  i  contendenti.  Sotto  un  immane  e  ro- 
vinoso apparato  di  forze  distruttive,  l'Europa  intera  va  gri- 
dando con  insistenza  crescente:  Pace,  Pace,  Pace.  Questo 
contrasto  tra  il  fatto  esteriore  e  V  intimo  voto  della  vita  ci- 
vile che  si  solleva  contr'esso,  non  può  durare,  e  cesserà:  ma 
ad  una  condizione,  nella  quale  è  riposto  il  più  alto  obbietto 
e  il  maggior  compito  della  Ragion  delle  Genti,  nell'epoca 
che  ci  sorge  dinanzi;  e  cioè,  che  alle  ambizioni  d'impero  e 
agi'  incentivi  di  lotta  sia  chiusa  per  sempre  la  via,  mercè  la 
emancipazione  e  l'ordinamento  progressivo  di  quelle  Nazioni 
sulle  quali  pesa  ancora  l'arbitrio  della  conquista  ;  sì  che,  di 
materia  inerte  e  soggetta  all'altrui  prepotenza,  diventino  vivo 
elemento  di  sociale  operosità,  nel  coro  delle  genti  europee.* 
Ricordai,  nel  mio  secondo  discorso,  le  secolari  rivalità 
delle  vecchie  monarchie,  gareggianti  del  primato  sui  piccoli 
e  discordi  Stati  della  media  Europa,  la  impotenza  dei  quali 
dava  libero  campo  alle  lotte  e  alle  intromessioni  degli  Stati 
maggiori.  La  costituzione  dell'Italia  e  della  Germania  a  grandi 
unità  nazionali  riempì  quella  lacuna  e  pose  fine  alle  contese 
che  avevano  funestati,  per  tre  secoli,  le  più  belle  regioni  del 
Continente,  indugiandone  il  civile  progresso.- Gran  fondamento 
e  malleveria  di  stabilità,  di  pace  e  d'opere  civili  è,  per  le 
contrade  medie  e  occidentali  d'Europa,  l'alleanza  della  stirpe 
latina  con  la  teutonica  —  un  dì,  per  legge  di  lor  momenti 
storici,  disgiunte  e  lottanti  fra  loro,  oggi  collegate  dai  vin- 
coli del  pensiero  e  dalla  reciprocità  degli  utili  e  degli  uffici. 
E  dobbiamo  far  voto  che  la  provvida  mente  de'  tempi,  sot- 
tomettendo le  passioni  alla  ragione  ne'  liberi  consigli  de'  Po- 
poli, ripari  con  giuste  reintegrazioni  le  ingiurie  delle  recenti 
g-uerre;  e  sopprima  i  resti  dell'antico  arbitrio,  sì  che  i  con- 
fini delle  tre  grandi  Nazioni  che  hanno  virtualmente  in  mano 

*  Vedi,  in  proposito,  una  importante  lettera  scritta  da  Mazzini,  nel  1867, 
«,i  promotori  del  Congresso  per  la  Lega  internazionale  della  Face,  e  ripro- 
<ìotta  nel  n.  21  di  quest'anno  del  giornale  anconitano  //  Lucifero  (2  giu- 
gno 1878).  —  {Nota  dell'Autore,) 


-*  -^'^T*!?? 


308  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

le  sorti  dell'ordinamento  continentale  —  Francia,  Italia,  Ale- 
magna  —  diventino  termine  sacro  di  lor  naturali  consorzi,  e 
fraterna  catena  di  scambievoli  commerci  ed  amistà,  non  se- 
gno di  ostili  impedimenti  e  di  guerra.  Ma,  se  le  antiche  ri- 
valità interiori  del  Continente  europeo  sono  venute  meno  in 
gran  parte,  e  possono  per  nostra  virtù  dileguarsi  del  tutto, 
s'agitano  però  intorno  ad  esse  —  per  lo  estendersi  ed  ordi- 
narsi di  poderose  forze  di  Popoli,  ignorati  dai  nostri  o  non 
ancora  costituiti  al  loro  tempo  —  nuove  ed  assai  più  vaste 
rivalità,  gravide  di  pericoli  per  la  indipendenza  comune.  Sorge 
da  un  lato  e  si  protende,  dall'Oriente  d'Europa  agli  estremi 
confini  dell'Asia,  il  mondo  Slavo-Ruteno  ;  cresce  rapidamente 
dall'altro,  di  là  dall'ambito  marittimo  della  potenza  britan- 
nica, il  mondo  Americano.  Che  avverrebbe  della  intermedia 
Europa,  in  questo  processo  della  vita  storica  della  Umanità, 
ne'  grandi  suoi  gruppi  continentali,  se  alle  nostre  fortune  di- 
vise, sparse,  cozzanti,  non  sia  apprestato  opportuno  rimedio? 
E  come?  E  quale?  L'istinto  de' Popoli,  il  consiglio  de' savi, 
la  scienza  dell' internazionale  Diritto,  annunziano  ormai  con- 
cordi il  riparo.  E  perchè  in  voi,  o  Giovani,  si  confermi  il 
senso  di  ciò  che  la  Patria  nostra  deve  all'alto  proposito,  mi 
sia  qui  dato  di  rendere  a  un  Grande  —  il  cui  pensiero  du- 
rerà quanto  il  tempo  lontano  —  il  merito  di  avere  a'  dì  no- 
stri mostrato  il  cammino  della  giustizia  e  della  salvezza  co- 
mune, quando  a  nessuno  o  a  pochi  il  vitale  quesito  toccava 
ancora  la  mente.  Quarantacinque  anni  or  sono,  Giuseppe  Maz- 
zini, raccogliendo  dalle  tradizioni  del  passato  e  dalla  coscienza 
del  genere  umano  la  parola  fatidica  dell'avvenire,  alzò  primo 
di  fronte  alla  Santa  Alleanisa  dei  Despoti  il  grido  della  Santa 
Alleanza  dei  Popoli;  e  fece  del  suo  operoso  esilio,  fra 
genti  diverse,  scuola  e  apparecchio  al  compito  della  età  nuova; 
precorrendo  con  la  Lega   degli  animi  la  Lega  delle  Patrie 
indipendenti  e  libere  in  un  patto  di  scambievole  giustizia  e 
di  fraterno  lavoro.  E  dopo  lui  un  altro  illustre  italiano,  Carlo 
Cattaneo,  concretò  la  idea  nella  formola  degli  Stati-Uniti  di 
Europa;  che  Vittore  Hugo  bandì  poi  dalla  tribuna  francese 
alle  Nazioni  plaudenti,  e  che  la  Lega  della  Pa^e  e  della  Li- 
bertà iscrisse,  in  questi  ultimi  anni,  sulla  propria  bandiera.' 


I  Vedi  sugli  Atti  della  Lega  .internazionale  della  Pace  e  della  Libertà  — 
presieduta  da  Carlo  Lemonnier  con  la  fede  e  con  la  operosità  d'un  apo- 


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LETTURA  TERZA.  309 

E  il  Mancini,  introducendo  dalla  cattedra  il  principio  delle 
nazionalità  nelle  categorie  della  scienza  —  come  base  all'or- 
dinamento degli  Stati  moderni  —  ne  fece  soggetto  di  pub- 
blico insegnamento,  alla  vigilia  del  nostro  riscatto.*  Da  que- 
sta iniziazione  di  una  grande  idea  uscirono  —  come  atto  che 
scoppia  dal  pensiero  —  e  preser  posto  nel  campo  de'  fatti, 
che  hanno  per  sé  il  suggello  della  natura,  due  incrollabili 
realità:  la  Patria  italica  e  la  Patria  tedesca;  e  ne  usciranno 
quando  che  sia,  a  compimento  del  concerto  Europeo,  le  Pa- 
trie Slave  dal  Baltico  ai  Balcani,  distinte  e  confederate  fra 
loro,  come  le  preannunziò  l' Esule  Genovese,*  a  schermo  della 
rimanente  Europa,  e  senza  nocumento  alle  congeneri  stirpi 
della  Grande  Russia:^  e  n'uscirà  intera  quella  Patria  elle- 
nica che  fu  luce  all'intelletto  civile  di  cento  generazioni. 

Possa  l'Italia  nostra  apprestarsi  a  bene  adempiere  l'uf- 
ficio che  i  ricordi  della  sua  storia  e  le  condizioni  dell'età 

stolo,  e  con  ardore  d'animo  giovane  malgrado  la  sua  grave  età  —  il  Buh 
letin  Officiel  des  Conférences  et  Assemhléea  de  la  Ligue.  Genève,  1878.  — 
i^Nota  deW Autore,) 

*  È  debito  ricordare,  fra  i  primi  che  fecero  soggetto  d'insegnamento 
pubblico  in  Italia  il  principio  delle  nazionalità,  come  base  di  Diritto  in- 
ternazionale, l'egregio  prof.  Domenico  Mantovani-Orsetti,  che  regge  di 
presente  la  cattedra  di  Diritto  delle  Genti  nell'Ateneo  Bolognese  e  che, 
sino  dal  1859  —  trattando  in  Pavia,  in  due  dotte  Prolusioni,  della  Storia 
del  Diritto  Pubblico  —  disse  eloquenti  parole  sull'argomento,  mostrandone 
le  attinenze  con  la  ragion  politica  de' tempi.  {Introd,  allo  studio  del  Di- 
ritto Internazionale  moderno,  lezioni  due  ec.  Pavia,  186Òj.  Trattò  pure  scien- 
tificamente di  questo  soggetto,  nella  Universìtàdi  Bologna,  il  prof.  Cesare 
Albicini,  in  una  sua  Prelezione  al  Corso  del  1870-71.  —  {Nota  delV Autore,) 

*  Veggasi  lo  scritto  di  Mazzini,  La  Questione  d'Oriente,  inserito,  sino 
dal  1867,  nel  giornale  genovese  L'Italia  del  Popolo,  ristampato  lo  scorso 
anno  in  opuscolo  a  Roma,  e  tradotto  per  cura  dell'onor.  Giacomo  Stan- 
sfeld,  con  alcune  sue  parole  di  commento,  nella  Fortnightly  Beview,  al- 
lorché si  agitava  in  Inghilterra,  sotto  gli  auspici  di  Guglielmo  Gladstone, 
la  questione  del  riordinamento  nazionale  delle  razze  slave  soggette  alla 
Turchia.  Merita  attento  esame  —  a  riscontro  delle  idee  di  Mazzini  —  un 
altro  scritto  sullo  stesso  tema,  uscito  recentemente  alla  luce  in  Parigi,  col  ti- 
tolo :  La  Béorganisation  politique  de  VOrient  sur  la  base  de  Véquilihre  des  races, 
par  un  indigène  de  la  Péninsule.  Paris,  E.  Dentu,  1878.  —  {Nota  dell* Autore,) 

'  Ricordo  che  Alessandro  Herzen  —  la  cui  memoria  rimarrà  congiunta 
nella  Storia  della  Russia  con  l'evento  della  emancipazione  de' servi,  la 
quale  egli  promosse  dall'esilio  con  indomita  costanza,  sin  da  quando  era 
ancora  in  vita  Iticelo  —  solea  dirmi  che  la  vocazione  vera  della  Nazione 
russa,  come  propagatrioe  di  pacifiche  e  civili  operosità,  è  in  Asia  non  in 
Europa  ;  in  quelle  vaste  regioni,  cioè,  che  si  stendono  al  Sud  della  Siberia 
sino  ai  mari  del  Giappone,  sotto  mite  temperatura  di  cielo  e  che  la  in- 
•dustria  deU'uomo  potrà  elevare,  quando  che  sia,  a  condizioni  non  meno 
prospere  di  quelle  degli  Stati  Uniti  d'America,  compiendo  lungh'esse  il 
giro  della  civiltà  attorno  al  globo.  Dinanzi  a  tal  compito,  che  ottima- 
mente risponde  alle  attitudini  agricole  e  commerciali  della  razza  slava, 
la  tendenza  a  Costantinopoli  non  è  che  una  vana  ed  effìmera  ambizione 
<deUa  autocrazia  religiosa  degli  Tzar.  ~  {Nota  deir Autore.) 


310  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

presente  le  assegnano  nella  palestra  dell' incivilimento  eu- 
ropeo: che  i  più  alti  postulati  della  scienza  odierna  del  Giure 
delle  Genti  sono  -—  come  ho  tentato  mostrarvi  —  corollari' 
del  pensiero  civile  de' nostri  padri,  e  questo  nobile  retaggio 
impone  obblighi  eccelsi  agli  eredi.  Noi  dobbiamo  a  noi  me- 
desimi e  alle  Nazioni  sorelle  tal  parte  di  lavoro  che  degna- 
mente prosegua  la  tradizione  ideale  della  mente  italiana. 
Memori  del  genio  della  nostra  stirpe  —  il  quale,  speculativo 
e  pratico  insieme,  pensò  per  operare,  cercò  il  Vero  per  tra- 
durlo in  fatto  e  fece,  con  Vico,  del  vero  e  del  folto,  dell' tdéoZe 
e  del  reale,  due  termini  di  uno  stesso  principio  che  3i  vanno 
adeguando  nel  tempo  —  noi  dobbiamo  integrare  con  Vasdone 
il  pensiero;  con  l'azione  civile,  con  l'azione  che  edifica,  non 
con  la  violenza  che  dissolve  e  non  crea;  aiutare  infine,  per 
la  parte  nostra,  le  applicazioni  effettive  della  scienza  alla 
vita  dei  Popoli;  perchè  scienza  che  specula  e  non  produce 
frutto  non  è  sapienza,  e  i  nostri  antichi  la  dispregiavano. 
E  compito  umano  e  nostro  conoscere  per  volere  e  per  fare. 
Chi  sa  e  non  fa,  dimezza  e  tradisce,  con  la  inoperosa  super- 
bia dell'  intelletto,  il  suo  ufficio  d'uomo  e  di  cittadino. 

L' Italia  —  istitutrice  prima  della  umanità  dell'  Europa 
con  gli  ordini  civili  e  col  magistero  dell'arte  e  della  parola; 
centro  armonico  nella  triade  delle  Penisole  che  si  specchiano 
nel  Mediterraneo;  sorella  alla  Francia  nelle  origini,  nelle 
vicende,  nelle  vocazioni  della  civile  Democrazia  ;  sorella  alla 
Germania  nella  profondità  dell'  intelletto  scientifico  ed  este- 
tico, e  nella  custodia  del  giure  nazionale,  surto  con  le  due 
Patrie  contro  le  ostili  tradizioni  del  Papato  e  dell'  Impero  — 
ha  dinanzi  a  sé  un  insigne  arringo  da  proseguire. 

Roma  antica  congregò  gli  sparsi  imperi  e  diede  leggi  e 
umanità  di  eulta  favella  alle  genti  ancor  rozze,  con  lo  stru- 
mento della  conquista. 

Roma  cristiana  riconquistò  all'umano  consorzio  i  Popoli 
erranti  nella  barbarie,  con  la  virtù  dello  spirito. 

La  terza  Roma  deve  comporre  i  dissidi  che  dividono  le 
Nazioni  già  cresciute  a  civiltà,  e  promovere  i  riti  della  loro 
colleganza  civile,  con  gli  argomenti  della  ragione  e  dell'amore: 
Roma  -  Amor. 

L'Italia  è,  pel  suo  passato  e  per  la  situazione  presente, 
naturale  mediatrice  e  paciera  tra  Francia  e  Germania  ;  e 
Francia,  Italia  e  Germania  insieme   sono  mediatrici  nate 


^TOI^ 


LETTURA  TERZA.  311 

della  gran  lite  che  romoreggia  a'  confini  del  Continente  eu- 
ropeo, fra  la  razza  Anglo-Sassone  e  la  potenza  Kutena. 

E  tale  mediazione  dee  compiersi  e  suggellarsi  con  l'assetto 
nazionale  de'  Popoli  non  ancora  redenti. 

Questo  Tobbietto  ideale  e  pratico  ad  un  tempo  di  una 
politica  non  indegna  de' vanti  civili  dell'età  nostra:  e  questo 
il  voto  de'  nostri  Grandi  defunti,  proseguito  dalle  odierne 
Leghe  pacifiche  e  dai  più  generosi  intelletti  del  tempo,  da 
Vittore  Hugo  a  Guglielmo  Gladstone. 

Ma  tale  non  fu  e  non  è  l' intento  della  senile  Diplomazia 
che  ancora  regge,  per  comune  sventura,  le  sorti  d' Europa. 

Se  gli  uomini  di  Stato  dell'età  nostra  avessero,  pur  solo 
in  parte,  mirato  a  tal  fine,  le  due  ultime  guerre  d'Oriente 
o  non  sarebbero  surte  o  avrebbero  definita  la  questione,  ces- 
sando il  servaggio  di  una  nobij  parte  della  famiglia  europea. 

Grande  mancamento  di  previdenza  e  virtù,  che  lasciò  con- 
tristare con  orrori  senza  nome  e  senza  frutto  le  speranze  ci- 
vili del  secolo;  e  che  ha  radice  ne' difetti  interni  e  nelle  mutue 
diflBdenze,  figlie  delle  mutue  ingiurie,  degli  Stati  Europei. 

E  invero,  perchè  i  singoli  Popoli  abbiano  facoltà  di  gio- 
vare con  efficace  concorso  alla  Causa  comune,  bisogna  che 
sian  prima  bene  ordinati  e  vòlti  ad  alti  e  generosi  intendi- 
menti in  sé  stessi.    . 

A  carità  di  fuori  occorre  armonia  dentro  casa. 

Or,  quale  è  in  generale  la  condizione  della  vita  interna 
delle  Nazioni  a'  dì  nostri,  e  in  particolare  della  nostra  ? 

Guardiamoci  in  seno. 

Discordiamo  in  noi  medesimi,  nell'intimo  foco  delle  no- 
stre facoltà,  scindendo  la  scienza  dalla  coscienza,  l'uomo  ra- 
zionale dall'uomo  morale. 

Discordano,  per  conseguente,  ne'  loro  esterni  religione  e 
Patria,  famiglia  e  società,  economia  e  umanità,  diritto  e  do- 
vere, ordine  politico  e  ragion  comune. 

E  legge  storica  della  civiltà  l'ir  componendo,  di  grado 
in  grado,  le  sproporzioni  nate  dagli  egoismi  che,  serpeggiando 
intorno  ai  vari  elementi  dell'umano  consorzio,  li  torcono  dalla 
loro  natura  sociale. 

Ma,  a  secondare  e  promovere  fruttuosamente,  o  Giovani, 
l'opera  del  vero  progresso,  uopo  è  guardarsi  da  illusioni  e 
teorie  vane  senza  soggetto,  non  d'altro  capaci  che  di  annul- 
larne 0  pervertirne  l'azione. 


312  SU  ALBERIGO  GENTILI. 

Uno  sterile  fanatismo  da  un  lato,  una  cieca  tendenza  dal- 
Taltro  a  troncare  la  catena  de^  tempi  e  la  continuità  de'  civili 
incrementi,  a  distruggere  tutto  ciò  che  è,  dietro  erranti  con- 
cetti di  ciò  che  dev'  essere,  rendono  a'  dì  nostri  perplesso  e 
dubitoso  il  procedere  delle  genti  verso  la  mèta  dei  loro 
destini. 

Ricordiamoci,  di  fronte  al  primo  errore,  che  noi  discen- 
diamo dalle  stirpi  la  cui  storia  s'inizia  col  mito  di  Prome- 
teo. La  fatalità  delle  forze  organiche  e  delle  determinazioni 
passive  dell'essere  finisce  dove  cominciano  il  pensiero  e  la 
volontà.  Noi  siamo  liberi  e  responsabili,  perchè  da  noi  move 
la  virtù  che  e'  inalza  all'  intelletto  del  Vero  e  alla  coscienza 
del  Dovere  ;  e  ci  determina  a  seguirne  le  norme  con  l'animo 
die  vince  ogni  battaglia. 

Non  rassegnamo  alle  presuntuose  negazioni  di  una  scienza 
in  difetto  la  sacra,  immortale,  animatrice  fiamma  della  li- 
bertà :  vietiamo  i  classici  lidi,  benedetti  dall'Orfica  armonia 
delle  antiche  iniziazioni  civili,  al  materialismo  di  una  intel- 
ligenza che  non  sente  la  vita. 

E,  in  faccia  al  secondo  errore,  ci  sovvenga  che  noi  siamo 
agricoltori  e  figli  di  agricoltori. 

Ora,  il  buon  cultore  sterpa  dalla  pianta  le  crittogame  che 
ne  intristiscono  la  vegetazione,  e  i  rami  secchi  che  non  met- 
ton  più  fiore;  ma  ne  custodisce  e  cura  le  parti  vive,  e  nutre 
di  sostanze  fecondatrici  il  terreno  nel  quale  ha  radice. 

Tal  arte  richiedesi  alla  coltura  sociale.  Pretendere  di  de- 
molire i  fondamenti  che  natura  pose  al  vivere  civile,  perchè 
sovr'  essi  crebbero  ed  invecchiarono  istituzioni  men  giuste  ; 
ribellarsi  alle  leggi  intrinseche  del  sociale  convitto,  perchè  il 
pregiudizio  e  l'egoismo  ne  deformarono  i  naturali  accordi,  è 
cosa  da  stolti.  Personalità  dell'uomo  individuo,  proprietà, 
famiglia.  Comune,  Patria,  religione,  sono  altrettanti  anelli 
d'una  catena  della  quale  è  artefice  la  vita  stessa  delle  umane 
generazioni  ;  né  v'  ha  forza  al  mondo  che  possa  fare  contra- 
sto alla  natura  e  alla  vita.  È  ufiìcio  della  scienza  vera  rime- 
vere  dalla  vitale  compagine  dell'ordine  sociale  il  privilegio 
che  la  inceppa  e  l'arbitrio  che  la  infrange  ;  esplicarne  le  re- 
lazioni, contemperandole  sempre  più  largamente  alla  comnne 
equità;  fare  che  la  proprietà  si  trasformi  —  mercè  gl'influssi 
di  una  più  elevata  moralità  e  di  una  più  giusta  economia  — 
da  strumento  di  privato  egoismo  in  vincolo  socievole  di  mutue 


LETTURA  TERZA.  313 

utilità;  che  la  famiglia  diventi,  inalzandosi,  scuola  di  virtù 
cittadine;  la  libertà,  mezzo  ai  doveri  dell'equa  e  buona  as- 
sociazione; e  che  scienza,  religione  e  Patria,  armonizzando 
tra  loro,  diffondano,  come  raggi  insieme  contemperati  di  uno 
stesso  Vero,  una  medesima  luce  sopra  la  terra. 

È  vocazione  e  compito  dell'  Italia  —  oggi  rinata  alle  spon- 
tanee manifestazioni  del  suo  genio  nativo  —  riprendere  e 
continuare  i  procedimenti  dell'  antica  ragione  e  dell'  antico 
amor  patrio,  esplicando  con  virile  temperanza  le  parti  buone 
della  sua  vita  civile,  rimovendo  senza  rovine  dagli  ordini 
suoi  ciò  che  è  guasto,  arbitrario,  discorde  dall' esser  suo; 
trasformando  il  fatto  ingiusto  o  incompiuto  in  fatto  ognor 
più  conforme  agli  archetipi  dell'eterna  giustizia  e  verità.  E 
a  voi,  0  Giovani,  a  voi  araldi  della  storia  futura,  siano  di 
conforto  all'  impresa  gli  esempi  dei  padri  e  il  culto  dei  prin- 
cipi onde  si  fa-  nobile  e  bella  questa  vita  mortale.  E,  come 
le  Università  italiane  del  medio-evo  restituirono  —  precedente 
Bologna  —  la  coltura  del  Civile  Diritto  alla  ragion  privata, 
possano  quelle  del  secol  nostro,  ricongiunte  a  questa  antica 
lor  madre,  contribuire  degnamente,  coi  loro  studi  e  con  la 
loro  virtù,  a  quella  universale  coltura  del  nuovo  Diritto  delle 
Genti  che  dee  dar  legge  di  vita  alla  ragion  pubblica  delle 
Nazioni,  confederate  nell'opera  della  libertà  e  della  pace. 


XII.  21 


314 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

PRELEZIONE  LETTA  NELL'ATENEO  BOLOGNESE 
IL  19  NOVEMBRE  1879. 


Per  corrispondere  in  qualche  modo,  nella  misura  delle 
mie  forze,  alla  benevola  fiducia  della  Facoltà  di  Giurispru- 
denza in  questo  illustre  Ateneo,  la  quale  volle  farmene  cor- 
tese ed  onorevole  invito  ;  e  dietro  accordi  presi  in  proposito 
con  l'egregio  Professore  che  v'insegna  Storia  del  Diritto, 
assumo  il  compito  di  trattare,  o  Giovani,  dinanzi  a  voi  quelle 
parti  di  tale  disciplina  che  spettano  più  specialmente  alla 
Storia  del  Diritto  Pubblico  :  jus  quod  ad  statum  reipuUic<e 
—  e  per  Roma  in  particolare  —  ad  statum  rei  Romance  spectat 

Cominciando  dal  toccare  le  origini  de'  relativi  istituti  Del- 
l'antichità  italica,  perchè  l'Italia— ancor  più  che  la  Grecia  — 
fu  istitutrice  efficace  degli  ordini  dello  Stato,  e  maestra  delia 
ragion  del  Diritto  alle  genti,  indagherò  le  forme  elementari 
de'  primitivi  consorzi  delle  tribù  che  iniziarono  il  moto  della 
vita  civile  nella  patria  nostra,  e  il  successivo  incorporarsi  e 
svolgersi  di  quelle  forme  nella  costituzione  interna  delle  città. 
Accennerò  alle  norme  regolatrici  di  loro  esterne  relazioni; 
ai  riti  della  guerra  e  della  pace;  ai  patti,  alle  federazioni, 
ai  lumi  di  naturale  giustizia  ed  umanità,  di  che  gì' Itali  an- 
tichi illustrarono   le  consuetudini  del  loro  jus  gentium,  e  i 
loro  costumi.  Mi  studierò  di  mostrarvi  come,  surta  Roma,  il 
connubio  del  suo  valore  con  la  virtù  delle  tradizioni  indi- 
gene —  latine,  etrusche,  sabine  —  originasse  il  più  grande  e 
maraviglioso  evento  che  la  Storia  ricordi  :  quello  di  una  città 
la  quale,  ispiratasi  sino  dai  primi  inizi  della  sua  fortuna  a 
un  magnanimo  presentimento  delle  sue  sorti  future,  racco- 
glie di  mano  in  mano  in  sé  medesima,  a  traverso  le  lotte  e 
i  contatti  a  cui  si  avviene  con  le  circostanti  stirpi  italiche, 
le  forze,  il  senno  e  la  coltura  di  tutta  la  Penisola,  assimilan- 
dola al  tipo  del  suo  Diritto  ;  e  fa  della  conquista  strumento 
alla  difesa  della  natia  civiltà  contro  i  barbari;  per  indi  espan- 
dere la  sua  potenza  sulla  maggior  parte  del  mondo  cono- 


«ijpBM.ij^  r 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  315 

sciuto  dagli  antichi,  congiungendo  le  sparse  genti  nella  unità 
delle  leggi,  dell'  idioma  e  del  nome  romano  :  numine  Beum 
electa,  qwe.,..  sparsa  congregaret  imperia,  ritusque  moUiret,  et 
tot  populorum  discordes  ferasque  linguas,  sermonis  commercio 
contraheret:  colloquia  et  humanitatem  homini  daret:  hreviter- 
que,  una  cunctarum  gentium  in  toto  orbe  patria  fieret.^ 

Descrivendovi  gli  ordinamenti  politici  e  amministrativi 
dello  Stato  presso  i  nostri  antichi,  e  riandando  le  vicende 
della  loro  grandezza  e  della  loro  decadenza,  richiamerò  so- 
vente la  vostra  attenzione  alle  condizioni  intrinseche  della 
loro  vita  sociale,  ai  rapporti  della  proprietà  della  terra,  de'co- 
stumi  domestici  e  delle  credenze,  con  le  forme  e  con  le  mu- 
tazioni estrinseche  del  Diritto:  perchè  la  natura  delle  isti- 
tuzioni che  regolano  la  cosa  pubblica,  e  il  fiorire  e  lo  scadere 
delle  medesime,  hanno  stretta  attenenza  con  lo  stato  della 
famiglia  e  della  società,  coi  sentimenti  e  con  le  idee  a  cui 
s'informa  la  vita  interiore  di  un  Popolo.  Cercherò  nel  .dis- 
solversi dell'  organamento  economico  e  dell'  ordine  morale 
della  Komana  Repubblica  la  ragione  dell'  avvenimento  del- 
l' Impero  :  nel  progresso  di  tale  dissoluzione,  sotto  il  governo 
de'  Cesari,  la  sorgente  del  graduato  tramutarsi  di  questo,  da 
monarchia  temperata  —  quanto  alle  parvenze  giuridiche  della 
delegazione  popolare,  e  della  partecipazione  del  Senato  al  po- 
tere legislativo  e  amministrativo  ^  —  in  autocrazia  asiatica, 
sciolta  da  ogni  freno  di  leggi,  legibus  soluta  :  e,  nelle  corrut- 
tele di  moltitudini  prive  d'ideali  e  intorpidite  dall'ozio,  nella 
piaga  della  schiavitù  e  del  lavoro  servile,  nell'  anarchia  mi- 
litare e  nellp,  enorme  fiscalità  del  regime  bisantino,  le  cause 
di  quella  irreparabile  miseria  ed  abbiezione  onde  una  società, 
smunta  d' ogni  succo  vitale,  soggiacque  passivamente,  come 
cosa  esanime,  alla  violenza  dei  barbari.  Dirò  a  che  fossero 
ridotti^  alla  vigilia  della  gran  caduta,  gì'  istituti  dell'  antico 
giure  municipale  e  politico  de' Romani;  quali  germi  di  rior- 
dinamento sociale  rimanessero  deposti  sotto  le  rovine  della 
vecchia  civiltà  a  dare  inizio  alla  nuova;  quali  fossero  le  con- 
dizioni de' proprietari  e  de' lavoratori  della  terra  da  un  lato, 
de' collegi  delle  arti,  dell'industria  manifatturiera  e  del  com- 
mercio dall'altro,  allorché  gl'invasori  occuparono  di  mano  in 

*  PuN.,  Hiat.  Nat.,  I,  III,  cap.  6.  —  {Nota  deW Autore,) 

*  RoMAGNosij  Fattori  delV Incivilimento,  Parte  II,  cap.  I  e  seg.  —  (Nota 
{Bell'Autore.) 


316  SULLA.  STORIA  DEL  DIRITTO, 

mano  le  Provincie  dell'Impero  d'Occidente  e  l'Italia;  quali 
infine  le  relazioni  fra  lo  Stato  e  la  Chiesa,  da  poi  che  il 
Cristianesimo  fu  levato  agli  onori  di  religione  officiale. 

Passando  dall'  epoca  romana  al  periodo  delle  invasioni  e 
dello  stabilimento  de'  barbari  nelle  contrade  già  soggette  al- 
l'Impero,  procurerò  di  dedurre  dai  documenti  noti  e  dagli 
studi  della  critica  moderna  sovr'  essi  le  conclusioni  più  pro- 
babili intorno  alle  schiatte  e  allo  stato  de'  vinti,  intorno  alle 
origini  e  ai  costumi  delle  diverse  stirpi  degl'invasori,  po- 
nendo mente,  insieme  con  voi,  alle  tradizioni  superstiti  della 
civiltà  de' primi,  alle  consuetudini  native  de' secondi,  e  al 
vario  intrecciarsi  d' entrambe,  con  prevalenza  or  di  quelle  or 
di  queste,  secondo  i  luoghi,  nelle  capitanerie  e  ne'  regni  fon- 
dati dalla  cornista.  Né  ometterò  di  notare  qual  parte  ab- 
biano avuta,  nel  rinnovamento  civile  che  succedette  alla 
barbarie,  gl'influssi  del  Cristianesimo  e  l'azione  sociale  della 
Chiesa  latina,  erede  e  continuatrice  —  sotto  certi  aspetti  — 
delle  leggi  e  della  coltura  di  Roma  antica  :  quali  i  ricordi  e 
i  vestigi  delle  istituzioni  municipali  e  giudiziarie,  delle  let- 
tere e  delle  arti  della  romana  civiltà. 

Nella  Chiesa  e  nel  Comune  si  risvegliò  primamente,  so- 
pratutto in  Italia,  la  virtù  dell'  umano  intelletto  incontro  al 
cieco  arbitrio  della  forza;  e  dai  penetrali  de' chiostri —  mal- 
grado le  insanie  ascetiche  del  monachismo  —  e  dalle  corpo- 
razioni artigiane  delle  nostre  città — malgrado  la  duplice 
dominazione  della  feudalità  ecclesiastica  e  della  feudalità 
imperiale  — lo  spirito  della  vita,  del  pensiero  e  del  lavoro 
si  diffuse  su  tutta  la  compagine  della  società,  suscitando  e 
maturando  in  essa,  sótto  la  forma  teocratica  del  medio-evo, 
gli  elementi  dell'incivilimento  moderno. 

È  mio  proposito,  nel!' arringo  di  queste  lezioni,  seguire 
—  per  quanto  io  mi  sappia  e  possa  —  un  metodo  di  esposi- 
zione il  quale  risponda  al  procedimento  della  natura  e  della 
mente  umana  nella  Storia.  Esaminerò  quindi,  ne'  successivi 
periodi  delle  vicende  del  Diritto,  prima  i  fatti  naturali,  ele- 
mentari, spontanei  che  determinarono,  sin  dall'origine,  le 
relazioni  del  vivere  sociale  presso  le  genti  il  cui  Giure  for- 
merà il  soggetto  de'  nostri  studi  ;  poi  lo  svolgersi  e  il  trasfor- 
marsi di  tali  relazioni  nel  tempo,  e  le  sanzioni  giuridiche  a 
cui  le  medesime  diedero  argomento  ;  finalmente  i  dettati  della 
riflessione  de'  savi  che,  istrutti  dalla  esperienza  e  dalla  co- 


/ 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  317 

scienza,  si  fecero  interpreti,  d'epoca  in  epoca,  de'progressivi 
archetipi  dipana  ideale  giustizia  eterna:  divino  lume  della 
ragione  nellsi^selva  selvaggia  dell'arbitrio  umano,  e  guida  al 
moto  delle  cose  civili  verso  la  mèta  a  cui  tende  la  loro  na- 
tura nell'ordine  dell'Universo. 

Il  vario  atteggiarsi,  secondo  i  gradi  dell'umana  socialità, 
dei  rapporti  fra  l'azione  dell'uomo-individuo  e  l'autorità  dello 
Stato,  fra  la  libertà  de'  singoli  associate  e  il  potere  collettivo 
che  li  governa;  e  la  influenza  che  le  idee  religiose  esercita- 
rono, nei  diversi  tempi  e  Popoli,  sulle  forme  del  vincolo  so- 
ciale —  costituiscono  l'assunto  primo  della  storia  del  Diritto. 
L'esame  di  tali  rapporti  e  delle  disposizioni  che  li  creano 
ci  dà,  per  così  dire,  la  chiave  del  destino  delle  Nazioni;  ci 
apre  il  segreto  dei  diversi  momenti  e  modi  del  loro  concorso 
nell'  opera  della  civiltà,  del  loro  procedere  o  indietreggiare. 
Noi  dovremo  pertanto,  negli  studi  che  avrò  l' onore  di  fare 
con  voi,  tener  ferma  la  mira  a  questo  punto  di  massima  im- 
portanza, anche  per  la  sua  connessione  coi  più  gravi  pro- 
blemi dell'  età  nostra.  Infatti,  tutte  le  grandi  questioni  che 
agitano  il  secolo  —  la  questione  politica  e'  giudiziaria,  la  que- 
stione economica  e  sociale,  la  questione  religiosa  e  morale  — 
si  riferiscono  in  fondo  a  questo  precipuo  tema  de' rapporti 
fra  la  vita  individuale  e  il  nesso  che  la  stringe  alla  vita  del- 
l' universale,  fra  i  diritti  della  persona  umana  e  gli  obblighi 
che  le  sono  imposti  dalla  società  e  dallo  Stato.  Secondo  che, 
in  questa  o  in  quella  contrada,  l' uno  o  V  altro  dei  due  ter- 
mini necessari  della  colleganza  civile  tende  a  predominare, 
le  condizioni  dell'  equilibrio  sociale  ne  rimangono  alterate  e 
scomposte;  allo  svolgimento  armonico  e  fecondo  delle  umane 
facoltà  e  alla  confacenza  con  esse  delle  istituzioni  che  ser- 
vono di  mezzo  ai  loro  uffici  nel  comune  consorzio,  sottentra 
una  od  altra  forma  di  arbitrio;  alle  soluzioni  della  libertà 
—  che  è,  nella  sua  essenza,  armonia  ed  ordine  -—  succedono 
quelle  della  anarchia  o  del  dispotismo;  al  progresso,  la  de- 
cadenza. 

Il  sentimento  della  personalità  umana  e  di  un  diritto  ine- 
rente alla  medesima,  fondato  —  fuori  delle  forme  convenzio- 
nali delle  leggi  positive  —  sulla  natura  razionale  e  sociale 
dell'Uomo  in  sé  stesso,  fu  appena  compreso  dall'Antichità; 
se  non  forse  in  parte,  ma  pur  sempre  ne'  limiti  della  fran- 
chigia civica  —  del  jus  civitatis  —  da  quella  nobilissima  Plebe 


318  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

romana  che  lottò  civilmente,  per  l' ingenito  senso  della  sua 
dignità,  con  longanime  costanza  —  come  vedremo  —  contro  i 
privilegi  del  Patriziato  e  degli  Ottimati;  reclamando,  in  nome 
della  comune  umanità,  la  promiscuità  dei  connubi  fra  Y  un 
ceto  e  r  altro,  e  la  parità  de'  diritti  politici  e  della  compe- 
tenza agli  uffici  e  agli  onori  della  comune  cittadinanza;  e, 
per  natia  virtù  del  pensiero  italiano,  da  taluni  filosofi  e  giu- 
reconsulti nostrani,  fra' quali  primo  Marco  Tullio  Cicerone. 
Sentimento  sì  fatto  emerse  invece  vivissimo  e  distinto,  co-r 
mechè  in  forma  rozza  e  incomposta,  fra  le  genti  che  ripiglia- 
rono l'opera  della  Storia,  dopo  la  caduta  delPImpero  Romano; 
e  fu,  sin  da  que'  tempi,  il  motore  principale  degP  incrementi 
della  civiltà  Europea,  si  nell'  ordine  del  pensiero  e  della  co- 
noscenza, come  in  quello  della  vita  pratica  e  delle  istituzioni 
del  mondo  sociale.  Si  che,  fra  quelle  Nazioni  stesse  del  Con- 
tinente presso  le  quali  questa  sorgente  di  vita  e  di  energia 
operativa  fu  attraversata  da  tradizioni  e  da  forme  di  reggi- 
mento che  ne  soprafecero  o  ne  resero  meno  agevole  l' espli- 
cazione, la  gravezza  della  servitù  non  valse  a  spegnere  il 
vigore  della  cosciènza  individuale  :  e  questa  fonte  di  vitalità 
le  salvò  dalla  morte. 

Ma  in  Roma,  del  pari  che  in  Grecia,  la  capitale  civile 
délV  uomo  libero  era  inseparabile  dalla  sua  qualità  di  citta- 
dino. La  libertà,  il  diritto,  non  vi  esistevano  —  io  vi  diceva 
poc'anzi  —  come  principi  connaturati,  nell'intelletto  dei  tempi, 
all'essenza  stessa  delle  umane  facoltà,  come  retaggio  di  ra- 
gion comune  delle  genti  —  (biìih-right  of  the  peopk,  direb- 
bero gì'  Inglesi)  —  ma  come  privilegio  di  città  e  di  classe. 
Sfasciatosi  quell'  insieme  di  tradizioni  e  di  forme  rituali  e 
politiche  che  rivestivano  di  un  particolare  carattere  morale 
e  giuridico  la  persona  del  civis  romanus,  la  coscienza  del 
Diritto  parve  dileguarsi  con  esse.  Deposta  la  veste  del  cit- 
tadino e  spogliato  delle  funzioni  che  lo  legavano  alla  cosa 
pubblica,  l'uomo  antico  non  trovò  in  sé  virtù  di  reggersi 
sulla  propria  natura,  né  —  venuti  meno  gl'istituti  e  i  costumi 
della  città  sovrana  —  titolo  e  vigore  a  virili  resistenze.  Sog- 
giacque non  renitente  all'arbitrio,  come  a  necessità  di  destino; 
e  su  queir  immenso  annullamento  degli  animi  potè  adagiarsi 
a  sug.  posta  la  forma  immane  del  dispotismo  imperiale.  Né 
la  nuova  religione  uscita  dallo  spirito  dei  diseredati,  degli 
schiavi,  dei  tapini  di  un  mondo  senza  legge,  avea  in  sé  ten- 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  319 

denza  o  possibilità  di  ristaurare  le  forze  civili  di  una  società 
incadaverita.  L'apostolato  cristiano  sprigionò  il  vincolo  della 
comunanza  umana  dalla  stretta  cerchia  della  città  antica  e 
dai  particolari  consorzi  di  schiatte  divise  e  in  guerra  perpe- 
tua fra  loro,  sotto  gli  auspici  d' Iddii  locali  e  discordi,  allar- 
gandolo a  Gentili  e  a  Barbari,  a  liberi  e  a  servi,  nella  unità 
della  fede  in  un  solo  Iddio,  Padre  di  tutti  i  mortali.  Ma  la 
nuova  credenza,  disperando  della  ferra  contaminata  dal  sen- 
sualismo pagano  e  ritraendo  l'uomo  al  cielo,  fece  dogma  della 
separazione  delle  cose  divine  dalle  cose  umane  ;  ridestò  le 
facoltà  morali  dell'anima  alla  luce  del  suo  Ideale;  ma  le  alienò 
dai  loro  uffici  nella  patria  terrena  diètro  ai  premi  aspettati 
nella  patria  celeste:  d'onde  i  martiri  dello  spirito,  e  il  sa- 
crificio delle  cure  e  degli  affetti  sociali  ai  destini  d'oltre 
tomba;  della  vita  operativa  alla  vita  contemplativa;  del  tempo 
alla  eternità:  e  la  conseguente  inefficacia  civile  del  Cristia- 
nesimo, se  le  naturali  disposizioni  e  le  virili  energie  de'  Po- 
poli nuovi  —  che,  abbracciandolo,  ne  esplicarono  la  parte 
umana  e  pratica  —  non  lo  avessero  riaccostato  alla  terra. 

Invero,  perchè  l'Umanità  potesse  ritemprarsi  alle  attitu- 
dini del  suo  lavoro  nel  mondo,  era  necessario  lo  stimolo  di 
un  senso  vivo  e  operoso  della  signoria  dell'uomo  sopra  sé 
stesso  e  sopra  le  cose  eh'  egli  può  far  proprie  col  suo  valore 
e  con  la  sua  industria.  E  questo  senso  recarono  con  sé  da 
un  lato  i  barbari  invasori,  e  crebbe  prepotente  in  essi  fra  le 
gesta  della  conquista  ;  si  risvegliò  spontaneo  dall'altro  negli 
sparsi  avanzi  dei  vinti,  e  li  risospinse  all'azione  quando,  di- 
sfatta la  struttura  dell'antica  società,  e  sottentrata  alla  inerte 
unità  dell'  Impero  l'agitatricaf  vicenda  delle  invasioni  e  delle 
anarchie  barbariche,  ogni  gruppo  d'uomini  insieme  conviventi, 
ogni  consorteria  di  famiglie,  e  quasi  ogni  individuo  dovette 
sforzarsi  di  provvedere  da  sé  al  proprio  sostentamento  e  alla 
propria  difesa. 

Hanno  gran  voga,  nel  campo  degli  studi  storici,  talune 
generalità,  le  quali  poi,  riscontrate  coi  fatti,  non  si  confanilo 
a  questi  ;  ed  é  ufficio  di  giusta  critica  il  ridurle  a  più  esatta 
proporzione,  per  rispetto  non  solo  della  verità  storica  ma 
della  natura  umana,  di  cui  disconoscono  sovente  o  travisano 
le  comuni  proprietà  e  tendènze,  e  i  procedimenti  effettivi. 
Una  di  tali  generalità  è  quella  che  reca  esclusivamente  al- 
l' indole  e  al  costume  dei  barbari  —  e  in  particolare  dei  Ger- 


320  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

mani,  col  sentimento  della  libertà  individuale  —  il  rifiorire 
delle  attività  della  vita  fra  le  rovine  del  mondo  antico.  Ora, 
se  il  gagliardo  senso  della  propria  individualità,  e  la  forza 
del  volere  e  dell'imprendere,  e  gli  eroici  ardimenti  fossero 
stati  privilegio  speciale  de'  barbari,  il  risorgere,  sin  dai  primi 
secoli  del  medio-evo,  di  quelle  cittadinanze  nostrane  nelle 
quali  non  s' infuse  sangue  di  Longobardi,  di  Franchi  o  di 
Tedeschi,  sarebbe  inesplicabile.  Vuoisi  quindi  cercare  in  altro 
la  ragione  del  fatto  :  e  prima  nella  ingenita  e  universale  di- 
sposizione della  natura  dei  Popoli  alla  libertà  e  alle  utili 
operosità  della  vita,  sciolti  che  siano  dai  vincoli  di  un  ma- 
gistero servile  e  di  una  violenta  oppressione,  e  moralmente 
riabilitati  a  sentire  il  proprio  valore  ;  indi  nelle  condizioni  e 
circostanze  esteriori,  che  contribuiscono  a  rendere  la  libertà 
attiva  e  fruttuosa. 

Il  vero  è  che  il  sentimento  della  libertà,  dell'autonomia 
dell'  uomo-individuo,  della  sua  padronanza  suU'  opera  e  sul 
frutto  delle  proprie  facoltà,  sul  governo  del  proprio  destino  — 
compresso  dalla  onnipotenza  dello  Stato  ne'  secoli  della  de- 
cadenza pagana  —  ripullulò  dal  fondo  stesso  degli  animi  at- 
traverso i  casi  della  barbarie  :  né  fu  un  dono  particolare  del 
cielo  o  della  natura  agli  uomini  di  stirpe  germanica,  ma  si 
manifestò  altrettanto  gagliardo  ed  operoso  nei  nostri  antichi 
padri  di  discendenza  latina,  quanto  ne'  barbari  conquistatori, 
non  appena  la  condizione  del  viver  loro  ne  suscitò  e  secondò 
lo  sviluppo.  Prime  a  dar  mano  al  lavoro,  quasi  foriere  degli 
albori  del  nuovo  giorno,  furono  le  città  marinare  d' Italia  —- 
Amalfi,  Gaeta,  Napoli,  Venezia,  Genova,  Pisa  —  quelle,  cioè, 
dove  si  raccolsero  a  rifugio  la  disperse  reliquie  delle  stirpi 
italiche,  e  dove  queste  rimasero  esenti  appunto  o  appena 
tocche  da  mescolanza  straniera.  I  latini,  che  non  erano  ca- 
duti sotto  il  giogo  degl'  invasori,  <  mano  mano  che  vennero 
pigliando  la  libertà  —  dice  un  acuto  osservatore  de'  fatti  della 
nostra  storia,  mancato  per  morte,  due  anni  or  sono,  agli 
studi  '  —  mano  mano  che  ritornarono  ad  essere  marinai  e 
soldati,  si  rinfrancarono....  Nel  mare  si  ribattezzò  la  nostra 
virtù,  e  veleggiammo  a  commerci  insino  allora  intentati,  e 
penetrammo  in  terre  dove  non  aveva  messo  piede  il  legio- 


*  Filippo  Perfetti,  Spirito  della  Storia  d'Italia^  Discorso  II.  —  {Nota 
delVAutore.) 


SUIxLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  321 

nano.  Il  tipo  del  mercante,  nelle  fitte  tenebre  della  barbarie, 
non  fu  tra  noi  il  povero  israelita  taglieggiato  e  schernito,  ma 
il  Veneziano  e  l'Amalfitano  col  suo  berretto  rosso,  la  sua 
spada  aguzza,  il  suo  indomito  coraggio  e  il  suo  pronto  inge- 
gno.... Per  l'Adriatico  e  il  Mediterraneo  navigavano,  combat- 
tendo Saraceni  e  pirati;  nel  mare  ri  rinfrancavano,  si  rige- 
neravano, si  rinnovavano,  vera  prole  pelasgica.  La  più  gloriosa 
epoca  di  Napoli,  di  Gaeta,  di  Amalfi,  è  in  que'  tempi,  pur 
troppo  coperti  di  oscurità  :  ma  l' oscurità  della  Storia  non 
può  nasconderci  che  que'  cittadini  ebbero  il  vanto  di  un 
eroico  coraggio  e  di  una  imperterrita  fortezza.  L'oscurità 
della  Storia  non  può  nasconderci  che  quella  terra  molle,  lieta 
e  deliziosa,  può  educare  ed  ha  educato  animi  fieri  ed  invitti.... 
Mai  Venezia,  dall'altro  canto,  non  fu  più  grande  che  in  quella 
sua  primitiva  epoca  democratica  che  coronò  il  conquisto  di 
Bisanzio  e  della  Romania  ;  in  quella  sua  epoca  in  cui  i  se- 
natori diventavano  pescatori  e  mercatanti  di  sale.  > 

Posto  adunque,  come  fatto  incontestabilmente  provato 
dalla  testimonianza  della  Storia,  che  le  energie  della  libertà 
e  dell'  attività  individuale  apparvero,  dopo  il  disfacimento 
della  vecchia  società,  non  meno  vigorose  ne'  scompigliati 
avanzi  delle  cittadinanze  nostrane  che  nelle  tribù  di  razza 
teutonica,  stanziatesi  con  la  conquista  nelle  Provincie  impe- 
riali ;  e  che  i  primi  segni  delle  nuove  operosità,  i  primi  co- 
nati del  riforgimento  spuntarono  in  quelle  parti  d' Italia  se- 
gnatamente ch'erano  rimaste  romane;  ci  sia  lecito  attribuire, 
il  rinnovarsi  di  cotesta  attuosa  e  forte  coscienza  di  sé  negli 
uomini  del  medio-evo,  anziché  a  privilegio  di  razza,  ad  una 
comune  virtualità  dello  spirito  umano,  maturatasi  anzi  tratto, 
se  vuoisi,  in  quelle  stirpi  ariane  che,  discese  da  una  stessa 
origine,  vennero  ab  antico  per  diversi  rivi  in  diverse  età  pro- 
pagando dall'Asia  in  Europa  e  trasferendo,  negli  ultimi  quat- 
tro secoli,  di  là  dall'Atlantico  il  moto  e  l'opera  della  vita 
civile.  Or  tale  virtualità  non  è  da  ritenere  che  nelle  genti 
greche  e  latine  autrici  dell'antico  incivilimento  fosse,  ne'  tempi 
della  loro  decadenza,  al  tutto  spenta  ma  semplicemente  so- 
pita, né  d'altro  bisognosa,  per  risorgere  ed  operare,  che  di 
una  profonda  e  violenta  perturbazione,  la  quale  riscuotesse 
dall'alto  sonno  gli  animi  ottenebrati  e  giacenti.  E  questo  fece, 
in  quanto  all'  Italia,  l' invasione  de'  barbari,  tramutando  le 
condizioni  esteriori  de'  nativi,  più  che  innovandone  la  vita 


322  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

interiore  ;  alla  quale  furono  alito  e  guida  —  com'  io  spero 
mostrarvi  a  suo  luogo  —  tradizioni  ed  influssi  che  a  lei  non 
vennero  dalle  foreste  della  Germania.* 

Del  resto,  questo  progressivo  disvilupparsi  della  persona 
umana  dai  legami  patriarcali  e  ieratici  —  che  nelle  prime  forme 
indistinte  de' sociali  consorzi  la  fasciavano  e  tenevano  soggetta, 
siccome  inconscia  ed  inesperta  delle  proprie  facoltà  — e  dai 
privilegi  ed  imperi  imposti  dalla  religione  e  dalla  forza  alla 
fanciullezza  dei  Popoli,  è  la  legge  della  psicologia  nella  Sto- 
ria; legge  la  quale  si  estrinseca,  d'età  in  età  e  di  luogo  in 
luogo,  sotto  il  duplice  aspetto  dello  svolgimento  interiore 
delle  facoltà  stesse  e  delle  circostanze  esteriori,  che  ne  de- 
terminano e  secondano  l'attività  e  le  manifestazioni.  Nelle 
vastità  continentali  dell'Asia,  nelle  valli  dell'Indo  e  del  Gange, 
dinanzi  allo  spettacolo  di  una  natura  grandiosa  e  molle  ad 
un  tempo,  la  quale  provvede  prodigamente,  con  poco  sforzo 
della  mano  dell'uomo,  ai  bisogni  dell'esistenza,  l'individuo 
—  quasi  assorbito,  come  osserva  Max  Miiller,*  dalla  immen- 
sità delle  cose  che  lo  circondano,  e  senza  assidui  stimoli  alla 
necessità  del  lavoro  —  si  abbandona  passivamente  alla  iner- 
zia di  una  vita  uniforme  e  contemplativa,  vinto  dal  senso 
della  sua  debolezza  nel  <  gran  mare  dell'Essere;  >  e  rasse- 
gnato alla  immutabilità  del  suo  destino:  d'onde  le  religioni 
panteistiche,  le  caste  e  l'arte  confusamente  simbolica  del- 
l'antico Oriente.  Nella  Persia,  nella  Palestina,  in  Egitto,  nella 
Fenicia,  attraverso  le  vicende  delle  migrazioni,  delle  guerre, 
delle  conquiste  e  de' traffici,  s'inizia  il  moto  della  Storia. 
L'uomo  acquista  a  poco  a  poco  coscienza  di  sé,  com'ente  di- 
stinto dal  mondo  esteriore  e  da  Dio;  come  forza  che  possiede 
sé  stessa,  e  intende,  vuole  e  può;  onde  s'iniziano  nel  suo 
spirito  i  primi  moti  di  una  attività  che  lotta  con  le  cieche 
potenze  della  natura  e  coU'assoluto  impero  dei  Numi.  La 
tenzone  fra  il  Bene  e  il  Male  nel  Manicheismo  de' Persi;  il 
concetto  della  creazione  per  atto  di  un  Dio  —  supremo  in- 
telletto e  volontà  —  separato  dalla  sua  fattura,  e  non  più 
informatore  fatale  degli  umani  destini,  ma  istitutore  del- 
l' Uomo,  creato  ad  immagine  sua  — -  cioè,  intelligente  e  do- 
tato di  libero  arbitrio  ;  e  quindi  l' idea  ispiratrice  del  Popolo 

*  Vedi  P.  Ellero,  Riforma  Civile,  cap.  LXVII.  —  {Nota  deir Autore.) 

*  Nel  suo  saggio  sul  Veda  e  sul  Zend-Avesta,  e  in  altri  luoghi  de* suoi 
scritti  di  Filologia  comparata.  —  (Nota  dell* Autore.) 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  323 

Ebreo  di  un  ministerio  da  compiere,  di  una  Legge  da  pro- 
pagare per  comando  di  leova,  del  solo  Iddio  vero  pe'  figli 
d'Israele:  questi  e  somiglianti  atteggiamenti  dello  spirito 
umano  dinanzi  al  duplice  mistero  del  mondo  fisico  e  della 
Divinità  sono  i  prodromi  del  sentimento  della  libertà  e  della 
responsabilità  umana,  della  Legge  Morale  e  del  Diritto.  — 
Senonchò  nel  Mosaismo,  la  vita  de' singoli  non  ha  carattere 
indipendente  e  proprio  ;  i  suoi  atti  sono  prestabiliti  nelle  Ta- 
vole della  Legge,  legati  alla  missione  comune  del  Popolo 
eletto,  nell'ambito  sacro,  esclusivo,  intangibile  delle  sue  tra- 
dizioni, de'  suoi  riti,  della  sua  vocazione.  In  quell'ambito  non 
poteva  allignare  la  libertà,  individuarsi  la  ragione  e  la  co- 
scienza dell'Uomo,  costituirsi  la  sua  persona  civile.  Per  rag- 
giungere questi  frutti  delle  umane  facoltà,  ci  convien  proce- 
dere col  corso  del  sole  verso  le  prode  deU^Iediterraneo,  verso 
i  lidi  della  Fenicia  e  dell'Asia  Minore,  seguire  nelle  plaghe 
d'Occidente  gli  avventurosi  navigli  de'  coloni  Punici  e  Pe- 
lasgici  sulle  acque  dell'Egeo,  dell'Ionio  e  del  Tirreno,  lungo 
le  spiaggie  della  Grecia,  dell'Africa  e  delle  due  Esperie.  Quivi, 
nel  vario  agitarsi  delle  operosità  di  una  vita  mobile  e  for- 
tunosa, tra  le  piraterie,  le  peregrinazioni,  gli  scontri  ostili  e 
i  consorzi  spontanei  de' vetusti  emigranti,  l'umana  individua- 
lità—sciolta  dai  legami  delle  Teocrazie  e  degl'Imperi  asia- 
tici —  sente  sé  stessa.  L'intelletto  e  la  volontà  de' mortali  si 
ribellano  all'autorità  delle  caste  ;  scrutano  con  audace  inda- 
gine i  vietati  misteri  :  Atidax  omnia  perpeti  gens  humana 
ruit  per  vetitum  nefas.  L' Uomo,  nel  mito  di  Prometeo,  ra- 
pisce al  Cielo  il  fuoco  animatore  delle  arti,  e  sfida  imper- 
turbato l'ira  e  i  castighi  di  Giove.  I  padri  peregrini  delle 
tribù  greco-italiche,  e  i  primi  coloni  del  mondo  pelasgico  di- 
ventano fabbri  della  propria  fortuna  ;  popolano  di  leggiadre 
fantasie  le  loro  dimore  ;  creano,  idealizzando  la  forma  umana, 
a  propria  similitudine  i  loro  Iddii.  Il  politeismo  è  la  prima 
protesta  dello  spirito  della  individualità,  della  libertà  e  della 
Bellezza,  ne'  campi  della  immaginazione  religiosa  e  dell'arte, 
contro  le  unità  gerarchiche  e  i  mostri  simbolici  dell'antico 
Oriente.  La  fiamma  giapetica  —  la  lampada  del  pensiero  e 
della  vita—  passa,  confortatrice  e  guida  perenne  del  cammino 
dell'Umanità  verso  la  mèta  dei  suoi  destini,  dalle  mani  di 
una  generazione  in  quelle  della  generazione  che  le  succede. 
L'uomo-singolo  si  emancipa  —  in  Atene,  in  Roma,  nelle  re- 


324  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

pubbliche  del  mondo  antico  —  dai  patriarcati,  dai  patriziati, 
dalle  oligarchie  timocratiche,  che  occupavano  coi  loro  privi- 
legi parziali  il  pubblico  reggimento;  e  veste  persona  civile 
e  politica  fra  liberi  ed  eguali,  nel  privilegio  comune  della 
città  pareggiata;  creando,  sopratutto  ne' romani  istituti,  l'equo 
Giure  privato  e  pubblico.  La  sua  ragione  dissolve,  coi  primi 
tentamenti  della  filosofia  e  della  scienza,  i  veli  delle  vecchie 
Teogonie;  riflette  ne' suoi  Numi  il  proprio  ideale,  e  disegna 
l'Olimpo  degli  Dei  ad  immagine  della  città  terrena.  L'antica 
giustizia  e  libertà  soggiacciono,  per  interna  perversione,  alla 
forzata  tutela  dell'Impero;  l'Impero  cade  sotto  il  ferro  dei 
Barbari:  ma  l'opera  emancipatrice  continua.  L'individuo, 
spoglio  della  veste  pagana,  abbandonato  senza  schermi  di 
cittadine  difese  alla  violenza  invadente,  sottrae  moralmente 
la  sua  vita  interiore  alla  pristina  servitù  e  all'arbitrio  dei 
nuovi  dominatori,  mercè  la  virtù  del  Verbo  cristiano.  Spento 
il  cittadino,  risorge,  fra  iniziazioni  nuove  e  nuovi  stimoli, 
l'uomo  ;  il  quale  cerca  ed  interroga  —  prima  nella  comunione 
della  Chiesa  guardando  al  Cielo,  indi  nelle  fraterne  corpo- 
razioni delle  arti  e  nei  restaurati  Comuni  guardando  a'  suoi 
uffici  sopra  la  terra  —  l'arcano  del  suo  avvenire.  Sodalizi  ar- 
tigiani, città  e  contadi  si  affrancano  dalle  Signorie  feudali  ; 
conquistano  a  Legnano  e  suggellano  a  Costanza  il  patto  delle 
loro  franchigie.  11  pensiero  si  umanizza,  s'incivilisce,  s'-in- 
forma  a  vita  propria  ne'  linguaggi  nazionali.  La  filosofia  e 
l'arte  escono  dai  Conventi  e  apparecchiano,  inurbandosi,  le 
primizie  del  Rinascimento  e  della  Riforma.  L'opera  emanci- 
patrice procede.  La  individualità  umana  consegue  grado  a 
grado  le  guarentigie  legali  e  i  presidi  politici  delle  sue  fran- 
chigie —  da  prima  in  Inghilterra  con  la  Magna  Charta  *  nel 
secolo  XIII,  è  con  la  triplice  conferma  dei  Diritti,  Petition 
ofBight*  Declaration  of  Righi,  Bill  of  Righi,*  nel  secolo  XVII; 


'  Primo  patto  fondamentale  delle  natie  libertà  del  Popolo  inglese, 
imposto  dai  Baroni  al  re  Giovanni  senza  terra,  nei  campi  di  Runnymede 
(17  giugno  1215).  -  {Nota  delV Autore.) 

'^  Seconda  rivendicazione  d'esse  libertà,  dovuta  sancire  dal  re  Carlo  I, 
in  pieno  parlamiento,  con  la  formula  d'obbligo:  «  soit  droit  fait  comme  est 
désiré  »  (anno  1628),  e  integrata  à.9\VHahea8  Corpus  Ad,  sotto  Carlo  II 
(anno  1679).  —  {Nota  dell* Autore.) 

^  Atti  confermativi  dei  diritti  e  delle  libertà  della  Nazione  Britan- 
nica, votati  con  autorità  sovrana  dalla  Convenzione  Nazionale  che  destituì 
Giacomo  II  e  chiamò  al  trono  Guglielmo  d' Grange  (anno  1689).  —  (^o<a 
dell'Autore.) 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  325 

poi  in  America  e  in  Francia,  con  la  proclamazione  dell'  in- 
dipendenza e  dei  Diritti  dell' Uomo,  nel  secolo  XVIII;  coro- 
nando il  ristauro  del  Diritto  comune  contro  i  privilegi  della 
Madre-Patria  da  un  lato,  della  civiltà  contro  gli  abusi  in- 
veterati del  feudalismo  e  della  monarchia  di  diritto  divino 
dall'altro;  e  compiendo  nelle  regioni  dello,  spirito,  con  l'af- 
fermazione della  libertà  del  pensiero  e  della  coscienza,  l'opera 
lasciata  a  mezzo  dai  seguaci  di  Calvino  e  di  Lutero. 

Così  r  Umanità,  nel  corso  solenne  della  sua  Storia,  venne 
scoprendo  e  svincolando  dalle  forme  sociali  del  passato  uno 
dei  termini  dell'esser  suo,  una  delle  incognite  del  problema 
della  sua  vita:  l'autonomia,  cioè,  dtlla  persona  umana,  e  i 
titoli  fondamentali,  inviolabili  della  sua  libertà.  Ma  l'Uomo, 
sciogliendosi  d'epoca  in  epoca  dai  vincoli  dei  passati  orga- 
namenti religiosi  e  politici  della  società,  e  individuando  sem- 
pre più  la  sua  azione  nel  seno  della  medesima,  attuò  in  parte 
—  non  in  tutto  —  il  suo  destino  ;  affermò  sé  stesso,  ma  ri- 
mase solo  e  infelice  in  mezzo  alla  opulenza  da  un  lato,  in 
mezzo  alla  miseria  dall'altro,  dinanzi  ad  un'altra  incognita, 
adombrata  nell'antica  e  nella  moderna  età  dalla  immagina- 
zione e  dalla  utopia,  scòrta  appena  da  lunge  a' dì  nostri  nelle 
sue  linee  generali  della  Scienza.  Caddero,  infranti  dall'indi- 
vidualismo ellenico,  i  sacri  riti  anfizionici  e  i  patti  federali 
delle  leghe  greche  ;  caddero  le  prische  federazioni  italiche  e 
i  santi  istituti  del  Gius  Feciale,  connessi  con  quelle;  e  Roma 
perdette,  perla  privata  cupidità  de' suoi  maggiorenti,  il  nerbo 
dell'antica  virtù  e  il  rispetto  delle  sue  libere  leggi:  onde  la 
civile  associazione  dei  Popoli  intorno  alla  Città-Madre  della 
loro  coltura  fu  sacrificata  alle  rapine  della  conquista,  e  la 
interna  libertà  alla  forzata  unità  dell'  Impero.  E,  dal  medio- 
evo in  poi,  la  progressiva  emancipazione  della  persona  umana 
dagli  ordini  della  Teocrazia  e  della  Feudalità,  e  il  correlativo 
sottrarsi  degli  Stati  dal  Giure  imperiale  e  canonico,  che  ne 
informava  le  mutue  relazioni  e  li  subordinava  a  un  comun 
centro  di  autorità,  demolì  l'artifiziata  compagine  della  vec- 
chia società,  ma  allentò  il  freno,  ad  un  tempo,  all'anarchia 
delle  tendenze  individuali  ed  egoiste,  e  al  vario  errore  delle 
negazioni  e  delle  infermità  fra  le  quali  l'età  presente  non  sa 
trovar  posa  ed  assetto. 

*  Detto  da  Cicerone:  Sanctiseimum  Jus,  —  {Nota  dell* Autore.) 


326  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

Or,  che  resta? 

L'autonomia  dell' aomo-ìndividno  e  i  titoli  fondamentali 
inviolabili  della  sua  libertà,  l'autonomia  delle  Nazioni  e  i 
loro  titoli  alla  indipendenza  e  al  governo  di  sé  medesime, 
sono  acquisti  della  Ragione  e  del  Diritto,  connaturati  oggi- 
mai  alla  vita  stessa  dell'incivilimento  moderno,  e  staranno, 
come  vuole  natura:  né  la  necessità  di  tali  principi  cesserà, 
d'essere  riconosciuta  per  fallacia  di  sistemi  o  per  arbitrio  di 
autorità  che  faccia  ad  essi  contrasto  dai  recinti  dello  Stato 
o  del  Tempio.  —  Ma  l' individuo  è  impotente  per  sé  a  rag- 
giungere il  fine  della  civiltà;  a  recare  in  atto,  isolandosi, 
tutta  la  potenza  possibile  delle  umane  facoltà  :  totam  poten- 
tiam  intelledus  possìbilis  —  secondo  la  felice  espressione  di 
Dante.*  L'uomo,  chiuso  ne' confini  delle  sue  utilità  e  de' suoi 
godimenti  privati,  è  una  forza  che  dissolve  il  nesso  sociale, 
un  egoismo  che  consuma  sé  stesso.  Il  Diritto  non  approda 
a  buona  socialità  senza  il  Dovere;  ed  è  giusto  e  santo  sol 
quando  si  eserciti,  non  come  fine  a  sé  medesimo,  ma  con[ìe 
meiszo  al  fine  comune  della  umana  compagnia,  al  bene  e  al 
progresso  de' singoli  sulle  vie  del  bene  e  del  progresso  di  tutti. 
\j  uomo-individuo  dee  compiersi  pertanto  nell'uomo  sociale. 
L'anarchia  é  fenomeno  che  non  dura  nel  processo  delle  cose 
umane,  come  non  durano  la  negazione  dell'Essere  e  della 
Libertà,  della  Legge  Morale  e  del  Dovere.  L'Umanità  ha  sco- 
perto e  definito,  a  traverso  le  lotte  e  il  dolore  di  trenta  se- 
coli, una  delle  condizioni  della  sua  vita.  L'inquietezza  che 
oggi  la  travaglia  è  una  aspirazione  a  definire,  ad  attuare 
l'altra  condizione  indispensabile  al  suo  ufficio  sopra  la  terra, 
ed  accordare  insieme  i  due  elementi  dell'esser  suo,  indiriz- 
zandoli al  pieno  sviluppo  delle  sue  facoltà.  La  tendenza  ge- 
nerale dell'intelletto  de' tempi  si  risolve  infatti  in  un  gran 
moto  del  pensiero  e  dell'azione  dell'-Uomo  dal  particolare  al- 
l'universale,  dal  concentramento  solitario  della  vita  indivi- 
duale alla  partecipazione  della  medesima  nella  vita  collettiva 
del  genere  umano.  Il  pensiero  moderno  abbraccia,  nel  tempo 
e  nello  spazio,  tutta  la  serie  delle  vicende  storiche  dell'Uma- 
nità, ne  comprende  le  relazioni,  gli  svolgimenti,  le  fornae, 

*  Monarchia,  I.  —  G.  Mazzini  svolse  e  illustrò  in  più  luoghi  de' suoi  scritti 
politici  e  letterari  il  concetto  sociale  di  Dante  e  la  teoria  dell' umano 
progresso,  da  me  toccata  in  queste  pagine.  Vedi  i  Doveri  delVUomo,e  gli 
altri  suoi  scritti,  passini.  —  {Nota  deir Autore,) 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  327 

come  attenenze  di  un  tutto  vivente  e  progrediente  per  intima 
solidarietà  di  natura,  sotto  il  governo  di  una  legge  comune. 
Le  Lettere,  l'Arte,  la  Scienza,  vanno  ognor  più  riflettendo  in 
sé  stesse  l'intelletto  di  queste  attenenze,  il  senso  di  tale  so- 
lidarietà; e,  allargando  il  loro  intento,  armonizzano  i  tipi 
nazionali  ■—  senza  svestirli  de'  caratteri  indigeni  e  propri  — 
nel  eomun  tipo  umano.  L'azione  segue  di  conserva  la  legge 
del  pensiero  ;  abbraccia  con  le  sue  operosità,  con  le  sue  co- 
municazioni, co' suoi  scambi,  tutte  1q  contrade  del  globo; 
congiunge  le  varie  genti,  senza  cancellarne  le  natie  disposi- 
zioni e  le  particolari  attitudini,  nella  colleganza  dei  mutui 
interessi  ed  uffici,  nella  coscienza  de'  destini  comuni.  E  que- 
sto procedere  delle  sparse  membra  dell'umana  famiglia  dal 
molteplice  all'uno,  dal  discorde  al  concorde  operare,  dalla 
repulsione  selvaggia  e  dallo  stato  di  guerra  alla  buona  com- 
pagnia civile,  ha  riscontro  nelle  odierne  rivoluzioni  e  vicis- 
situdini dei  Popoli  e  nella  vocazione  del  secolo  alla  giustizia 
internazionale  e  alla  pace. 

I  tentativi  di  organizzazione  religiosa  sociale  e  politica 
delle  età  trascorse  fallirono,  perchè  costringevano  la  indivi- 
dualità dell'uomo  e  la  individualità  dei  Popoli  a  forme  im- 
poste loro  aà  arbitrio,  soggiogando  natura,  libertà  e  diritto. 
La  ragione  dell'età  che  sorge  dinanzi  a  noi,  intende  ad  in- 
tegrare la  vita  autonoma  de'  singoli  individui,  delle  partico- 
lari comunità  e  delle  Nazioni  nell'ordinamento  elettivo  delle 
loro  funzioni  sociali,  secondo  l'obbietto  e  la  competenza  pro- 
pria de'  graduati  uffici  di  queste:  in  altri  termini,  all'armonia 
della  libertà  con  l'associazione,  del  Diritto  col  Dovere,  delle 
parti  col  tutto,  nell'ordine  della  famiglia  e  della  proprietà, 
della  città  e  dello  Stato,  e  delle  scambievoli  relazioni  degli 
Stati  fra  loro.  Donde  gl'inizi  della  nuova  scienza  giuridica 
de' tempi  nostri. 

II  compito  ch'io  mi  propongo  di  proseguire  con  voi  in 
queste  mie  lezioni  nel  presente  anno  scolastico,  tentando  con 
forze  inferiori  l'arduo  e  faticoso  tema,  è  di  riandare  ne'  suoi 
capi  principali  la  Storia  del  Pubblico  Diritto  nell'antichità  ita- 
lica e  ne'  successivi  periodi  della  ragion  romana,  dalle  origini 
sino  alla  caduta  dell'Impero  d'Occidente;  per  farmi  strada  da 
queste  fonti  a  trattare  in  altro  corso  ed  anno  —  se  le  scarse 
forze  e  la  vita  non  mi  abbandoneranno  per  via  —  delle  vicende 
del  Diritto  delle  Genti,  nel  medio-evo  e  nella  età  moderna. 


328  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

Ai  difetti,  alle  lacune,  alla  pochezza  dell'opera,  apparec- 
chino venia  il  mio  buon  volere,  la  vostra  indulgenza,  e  il  de- 
siderio che  voi,  o  Giovani,  indirizziate  i  generosi  studi  ad 
opere  generose  per  la  Patria  italiana  ;  alla  quale  un'  insigne 
tradizione  di  civile  sapienza  e  virtù,  i  sacrifici  de'  suoi  Mar- 
tiri e  i  voti  de'  suoi  migliori  non  consentono  di  venir  meno 
alla  nobiltà  del  suo  ufficio  nel  mondo  delle  Nazioni. 

L'  alternarsi,  il  confondersi,  il  combattersi  delle  pretese 
emergenti  dalle  tre  forme  di  cui  a  vicenda  tentò  vestirsi  il 
principio  di  autorità  e  sovranità  nel  medio-evo  costituiscono 
r  intreccio  del  dramma  della  Storia  ne'  primi  tre  secoli 
dopo  il  mille.  La  tradizione  popolare  romana  suscita  le  in- 
terne contestazioni  della  Città  coi  Papi  per  la  libertà  del 
Comune;  ispira,  sovente,  altere  comechè  impotenti  proteste 
a'  suoi  magistrati,  dinanzi  ai  re  stranieri  che  scendevano  in. 
armi  in  Italia  ad  usurpare  la  corona  imperiale;  splende  nella 
figura  di  Crescenzio  e  nella  protesta  di  Arnaldo  ;  esalta  il 
nobile  orgoglio  di  Dante;  illude  Petrarca,  e  svanisce  come 
l'ombra  di  un  sogno  con  Cola  di  Rienzo;  ma  per  isvilupparsi 
dal  suo  involucro  storico,  dalle  pastoie  della  forma  antica, 
dal  privilegio  della  egemonia  ideale  di  un  Popolo  Sovrano, 
e  salire  a  principio  universale,  fondato  sulla  eguale  natura 
dei  Popoli,  nel  pensiero  di  uno  dei  grandi  precursori  italiani 
della  ragion  moderna  —  Marsiglio  da  Padova. 

La  tradizione  imperiale  autocratica  e  antipapale  s'aflFerma, 
dinanzi  alla  decadenza  della  Chiesa,  con  gì'  Imperatori  della 
Casa  Salica,  prima  del  pontificato  di  Gregorio  VII  ;  è  rias- 
sunta vigorosamente  dagli  Imperatori  della  Casa  Sveva; 
grandeggia  in  Federigo  Barbarossa  e  in  Federigo  II;  e  si 
dilegua,  con  la  morte  di  quest'ultimo,  dal  suolo  italiano,  per 
non  lasciarvi  che  il  simulacro  di  una  forma  d'autorità  senza 
contenuto  reale,  sino  a  che  la  fortuna  di  Carlo  V  non  la  ri- 
chiami in  vita. 

La  tradizione  teocratica  infine,  forte  del  consenso  dei  Po- 
poli sinché  prevalse  in  essa  l'elemento  morale  dandole  il  ca- 
rattere di  un  alto  arbitrato  di  giustizia  in  difesa  dei  deboli 
contro  i  potenti,  di  un  freno  alle  passioni  e  all'arbitrio  dei 
dominatori  di  una  Autorità  che  rappresentava  un  Dovere^ 
scadde  allorquando  questi  alti  intendimenti  dell'  Ideale  reli- 
gioso de'  grandi  secoli  della  Chiesa  furono  sacrificati  alla  sete 
di  ricchezze  e  di  potere,  all'ambizione  del  principato,  all'or- 


SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  329 

goglio  di  una  assoluta  dominazione,  non  solo  in  ordine  alle 
cose  spirituali,  ma  eziandio  alle  cose  civili,  invadendo  le  ra- 
gioni degli  Stati  e  adulterando  la  religione  con  la  politica. 
La  tradizione  teocratica  potente  in  Nicolò  I,  in  Gregorio  VII, 
in  Innocenzo  III,  perchè  ministra  in  essi,  secondo  la  coscienza 
dei  tempi,  degl'imperativi  della  Legge  Morale,  finì,  profanata 
nel  fango  de'  materiali  interessi,  in  Bonifazio  Vili  e  negli 
altri  Papi,  che  condussero  la  Chiesa  alla  servitù  d'Avignone, 
e  che  Dante  —  il  gran  Giudice  —  fa  piombare  capovolti  nelle 
fiamme  del  suo  Inferno. 

Allora  —  secolo  XIV,  — -  venuta  meno  o  ridotta  a  mera 
forma  la  giurisdizione  delle  due  somme  potestà,  sotto  le  quali 
s'  era  venuta  formando  e  svolgendo,  ne'  secoli  anteriori,  la 
vita  de'  sociali  organismi  dai  quali  doveva  emergere  la  mo- 
derna civiltà  ;  allora,  dico,  se  da  un  Iato  vediamo  disinte- 
grarsi ciò  che  prima  era,  in  certo  modo,  tenuto  insieme  da 
una  comune  autorità  —  e  i  Comuni  affermare  viepiù  sempre 
la  loro  autonomia,  sopratutto  in  Italia,  e  le  Signorie  feudali 
tramutarsi  in  Principati  patrimoniali  indipendenti  —  va,  dal- 
l'altro lato,  operandosi  un  processo  di  assimilazione  j)rogres- 
siva  degli  elementi  affini,  ch«  determina  la  costituzione  dei 
grandi  Stati,  e  prepara  il  terreno  al  sistema  delle  relazioni 
politiche  e  diplomatiche  dell'  Europa  moderna. 

La  gran  disputa  fra  civilisti  e  canonisti  sui  limiti  della 
giurisdizione  ecclesiastica  e  della  giurisdizione  politica  ne'  loro 
mutui  rapporti,  precorre  alle  ragioni  dell'odierno  diritto  ri- 
spetto alle  relazioni  fra  Stato  e  Chiesa.  La  discussione  in- 
torno ai  confini  dell'Autorità  Papale  dinanzi  all'Autorità  col- 
lettiva dei  Concili,  gli  scismi  del  secolo  XV,  e  i  progressi 
simultanei  della  critica  storica,  apersero  la  via  alla  Riforma 
religiosa  e  al  libero  esame  della  ragion  moderna. 

La  Lega  delle  Città  Lombarde,  vincitrice  a  Legnano,  avea 
ottenuto,  coi  Patti  della  Pace  di  Costanza,  la  Carta  delle 
libertà  dei  Comuni  nelle  loro  relazioni  con  l'Impero.  La  Lega 
dei  Baroni  coi  Comuni  d'Inghilterra  avea  rivendicato,  coi 
patti  imposti  al  re  Giovanni,  la  Carta  delle  libertà  dell'uomo- 
individuo  ne'  suoi  rapporti  con  lo  Stato. 

Ivi  spuntava  il  principio  dell'autonomia  dei  corpi  collet- 
tivi nella  cerchia  de'  loro  particolari  interessi  ;  quivi  sorgeva 
il  principio  dell'autonomia  della  persona  umana  nel  legittimo 
esercizio  delle  sue  facoltà  di  pensiero  e  d'azione.  E  da  questi 

XII.  22 


330  SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO. 

due  ordini  di  franchigie,  iniziati  da  quegli  antichi  ai  primi 
albori  della  rinascente  coscienza  del  Diritto  nel  medio-evo, 
discendono  le  norme  fondamentali  delle  libere  costituzioni 
de'  giorni  nostri. 

Seguono,  con  la  libertà  dei  Comuni,  con  la  emancipazione 
delle  Corporazioni  delle  Arti  dal  giogo  delle  Signorie  feudali, 
e  con  le  Leghe  Anseatiche,  gli  incrementi  delle  industrie  e 
dei  commerci,  il  risveglio  del  pensiero,  l'espandersi  delle  re- 
lazioni e  delle  forze  economiche  e  intellettuali  del  ter^o  stato 
da  Nazione  a  Nazione  ;  e,  nelle  città  italiane  da  prima,  in 
Francia  e  altrove  dipoi,  la  trasformazione  delle  condizioni 
sociali  e  la  progressiva  parificazione  delle  cittadinanze  gene- 
rano una  generale  tendenza  alla  parità  del  Diritto.  D'onde 
il  ritorno  allo  studio  della  Ragion  Romana  nelle  scuole  di 
Giurisprudenza  istituite  dai  nostri  Comuni,  e  l' immensa  im- 
portanza acquistata  dai  commentatori  delle  antiche  leggi 
civili  in  una  società  che,  uscendo  dagl'istituti  della  barbarie, 
trovava  in  quelle  leggi  criteri  di  eguale  giustizia  e  d'equità 
rispondenti  all'esplicarsi  della  sua  vita  e  ai  bisogni  del  suo 
nuovo  stato. 

Da  indi  in  poi  la  Storia  della  coscienza  e  della  scienza 
del  Diritto  corre  parallela  alla  Storia  dei  progressi  della 
civiltà.  Per  legge  inerente  alla  natura  stessa  dell'Uomo  nelle 
sue  manifestazioni  sociali,  un  duplice  processo  di  disintegra- 
zione degli  elementi  fondamentali  della  società  di  mano  in 
mano  che  l' individuo  va  acquistando  il  senso  della  propria 
personalità,  e  di  coordinamento  elettivo  degli  elementi*  disin- 
tegrati nelle  relazioni  del  consorzio  civile,  si  svolge  di  grado 
in  grado,  con  forme  e  proporzioni  varie  secondo  i  luoglii, 
nella  vita  delle  Nazioni. 

La  scienza  del  Diritto,  seguace  da  un  lato,  guida  dall'al- 
tro, della  coscienza  dei  Popoli,  definisce  i  titoli  dell'autono- 
mia dell'  individuo,  ne'  suoi  rapporti  con  le  persone  e  con  le 
cose,  sancisce  e  perfeziona  l'ordine  delle  guarentigie  che  ne 
tutelano  la  libertà  e  la  sicurezza  contro  le  ingiurie  private 
e  gli  arbitri  dei  pubblici  poteri  ;  determina  i  confini  delle 
autonomie  parziali  nel  seno  delle  nazionali  associazioni  ;  pre- 
correndo, dietro  il  lume  di  ideali  che  hanno  il  loro  fonda- 
mento nella  legge  stessa  di  evoluzione  degli  umani  consorzi 
a  tipi  sempre  più  vasti  ed  armonici  di  universale  associa- 
zione. 


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SULLA  STORIA  DEL  DIRITTO.  331 

Lungo  la  via  de'  suoi  progressi,  che  rispondono  ai  progressi 
dell'  intelletto  universale,  essa  studia  il  significato  delle  forme 
storiche  del  Diritto  nelle  età  passate  ;  ne  scopre  i  sensi  ri- 
posti e  il  fondo  comune  sotto  la  varietà  delle  parvenze  este- 
riori ;  sottrae  i  propri  criteri  ai  fantasmi  delle  teologie  e 
delle  metafisiche  che  dominano  gì'  istituti  della  fanciullezza 
delle  Genti;  e  s'inalza,  illuminata  dalla  esperienza  e  dalla 
coscienza  ad  un  tempo,  all'intelletto  della  legge  intrinseca 
delle  cose,  alla  ragion  pura  de'  rapporti  dell'  Uomo  sociale 
con  la  Natura  e  con  la  Famiglia  Umana  di  cui  è  parte. 

Con  l'occhio  vòlto  alla  accennata  legge  di  svolgimento  e 
di  progresso  della  Civiltà  —  e  conseguentemente  del  Diritto 
—  verso  archetipi  di  associazione  sempre  più  razionali,  il  che 
vai  quanto  dire  più  conformi  alla  naturale  equità  ;  io  mi 
propongo  di  studiare  con  voi,  in  quest'anno  scolastico  —  al- 
meno ne'  loro  tratti  più  importanti,  in  ordine  alla  Storia  del 
Diritto  —  le  origini  del  risorgimento  civile  nel  medio-evo. 

E  da  che  il  fatto  della  risorta  Civiltà  fu,  in  gran  parte, 
un  risveglio  delle  tradizioni  romane  nel  pensiero  italico,  ed  un 
ravvivamento  de'  germi  di  vita  e  di  azione  contenuti  nell'or- 
ditura della  Società  antica  —  segnatamente  negli  ordini  mu- 
nicipali, nei  Collegi  delle  Arti  e  nei  rapporti  stabilitisi,  negli 
ultimi  secoli  dell'Impero,  fra  la  proprietà  e  il  lavoro  agra- 
rio,  mercè  l'enfiteusi  e  il  colonato  —  così  io  comincierò,  in 
questa  prima  parte  del  Corso,  da  una  rapida  rassegna  delle 
forme  imperiali  dello  Stato,  delle  loro  vicende  e  della  loro 
influenza  sulla  barbarie;  de' rapporti  della  Chiesa  con  l'Im- 
pero e  con  la  Società  dopo  la  conversione  di  Costantino; 
delle  tradizioni  dei  Municipi  e  delle  Corporazioni  artigiane 
antiche,  come  addentellato  alla  ristaurazione  del  Comune  e 
delle  Compagnie  delle  Arti  ne'  secoli  di  mezzo  ;  dei  contratti 
di  enfiteusi  e  di  colonia  parziaria;  dell'influenza  esercitata  da 
Roma,  sui  barbari  con  le  tentate  colonizzazioni  oltre  il  Reno 
e  il  Danubio,  proseguite  dalla  Chiesa  dopo  la  caduta  dell'Im- 
pero; cx)n  l'ammissione  di  coloni  germanici  e  traci  nelle  terre 
provinciali;  coi  vincoli  infine  di  patronato  e  di  clientela  stretti 
fra.   gV  Imperatori  e  le  Federazioni  barbare  —  ultimo  riflesso 
dell'antica  tradizione  romana  di  Diritto  Pubblico  esterno, 
non  infeconda  di  conseguenze  ne'  tempi  che  seguirono. 

E  —  perchè  la  prima  e  più  alta  potenza,  animatrice  delle 
/acoltà  dell'Uomo  nell'opera  del  suo  destino,  è  quella  delle 


332  SULLA  STORTA  DEL  DIRITTO. 

idee,  le  quali,  riflettendo  ed  elevando  a  dignità  di  principi 
normali,  mercè  la  speculazione  filosofica,  gì'  intimi  sensi  del 
Bello,  del  Buono  e  del  Giusto,  deposti  dalla  Natura  nell'essér 
suo,  portano  luce  agi'  intelletti,  che  desta  e  scalda  la  volontà 
all'azione  — -  così  io  vi  discorrerò  dei  progressi  che  la  Filo- 
sofia civile  degli  antichi,  passando  dai  Greci  ai  Romani,  avea 
raggiunti  intorno  alle  idee  di  Giustizia  e  d'Umanità,  quando 
il  Cristianesimo  venne  a  recare  alle  genti  il  Verbo  della 
Eguaglianza  e  della  Fraternità  umana.  Vedremo  come  quelle 
idee,  per  sé  stesse  da  prima,  indi  per  la  nuova  virtù  in  esse 
infusa  dalla  miglior  parte  della  Morale  cristiana,  influissero 
sui  progressi  del  Diritto  ne'  rapporti  delle  persone  e  delle  cose, 
nonché  in  quelli  dell'umana  Associazione  in  generale;  conte- 
nendo in  sé  le  prime  linee  luminose  degl'  Ideali  che  la  sciènza 
e  la  coscienza  delle  età  che  successero,  vennero  proseguendo 
ed  esplicando,  per  lunga  e  faticosa  via,  sino  ai  di  nostri. 

Nella  decadenza  dell'  Impero  e  dopo  la  sua  caduta,  la 
favilla  immortale  dei  Veri  intraveduti  dagli  antichi  rimase 
come  sepolta  sotto  le  ceneri  per  secoli  d' ignoranza  e  d'oblio  ; 
ma  giunse  tempo  nel  quale,  scoperta  novellamente,  doveva  rav- 
vivarsi ne'  più  alti  intelletti,  e  diventar  luce  e  guida  al  cam- 
mino della  risorgente,  civiltà.  È  gloria  della  Patria  nostra  — 
custode  domestica  delle  memorie  antiche  —  l'essere  stata  la 
prima  a  rialzare,  fra  le  tenebre  della  barbarie,  la  face  del  pen- 
siero, iniziando  i  padri  delle  Nazioni  europee,  al  moto  ideale, 
che  risospinse  l' Umanità  sulle  vie  della  Vita  e  del  Progresso. 

Ma  quella  gloria  sarebbe,  per  noi,  vanto  d' inetta  vanità., 
se  non  destasse  negli  animi  nostri  il  senso  delle  alte  respon- 
sabilità che  la  nobiltà  degli  avi  impone  anche  ai  tardi  ni- 
poti :  se,  indegni  del  <  latin  sangue  gentile  >  e  inconsci  della 
dignità  dell'umana  natura  e  delle  grandi  vocazioni  della  no- 
stra stirpe,  preferissimo  all'alto  intendere  e  al  forte  operare 
r  ignavia  di  un  ozio  servile,  alle  virtù  di  una  Libertà  mini- 
stra del  Dovere  il  giogo  delle  più  basse  passioni,  alla  realtà 
della  vita,  illuminata  dal  sapere  e  dalla  coscienza  del  Bene, 
l'ombra  del  nulla. 

Spetta  a  voi.  Giovani,  il  fare  onore,  con  generosi  studi 
ed  opere,  ai  grandi  ricordi  del  passato,  e  assicurare  all'  Ita- 
lia nostra  un  avvenire  degno  della  nobiltà  del  suo  nonae. 


333 


L'ITALIA  E  IL  DIRITTO  PUBBLICO  NEL  MEDIO-EYO. 

PRELEZIONE  LETTA  NELL'ATENEO  BOLOGNESE 
IL  16  NOVEMBRE  1884.» 


Quando,  or  ha  un  anno,  assunsi  per  soggetto  delle  mie 
letture  il  tema  eh'  io  definii  col  titolo  di  :  <  Studi  sulla  sto- 
ria del  risorgimento  civile  d'Italia  nel  medio-evo,  in  rela- 
zione alle  vicende  del  Diritto  Pubblico  >,  era  mio  proposito 
di  passare  in  rassegna,  da  un  lato  gli  elementi  di  organa- 
mento sociale,  politico  e  religioso,  lasciati  in  retaggio  dalla 
civiltà  romana  cristianizzata  alle  nuove  generazioni;  dall'al- 
tro i  costumi  introdotti  dagl'invasori;  studiarne  i  mutui  in- 
flussi e  seguirne  gli  svolgimenti,  segnatamente  in  Italia,  sino 
alla  soglia  dell'  età  moderna. 

Impedimenti  vari  mi  arrestarono  per  via.  Ora  riprendo 
il  cammino  riassumendo  il  filo  delle  cose  discorse  nelle  mie 
prime  lezioni  sull'argomento. 

La  storia  della  civiltà  dall'  evo  medio  in  poi,  in  tutte  le 
contrade  d' Europa,  ma  più  che  altrove  nella  patria  nostra,  si 
differenzia  dall'antica  per  la  natura  varia  e  complessa  degli 
elementi  che  si  contesero  in  essa  il  dominio  della  Società.  , 
La  storia  di  Roma  antica  è  un  tutto  mirabilmente  infor- 
mato'ad  una  grande  unità  e  continuità  d' esplicazione  spon- 
tanea, dai  germi  primitivi  della  costituzione  privata  e  pub- 
blica della  città  alle  sue  ultime  forme. 

Le  successive  trasformazioni  del  Diritto,  sì  negli  ordini 
della  sovranità  e  dello  Stato  come  in  quelli  della  società  do- 
mestica, sono  altrettanti  allargamenti  dell'associazione  civile 
dal  particolare  all'  universale,  dal  privilegio  patrizio  alla  co- 
munione civica,  dai  rapporti  dell'  antica  gentilità  a  quelli 
della  natura  negl'  istituti  della  famiglia.  Anche  quando,  pei 
sinistri  effetti  del  disequilibrio  economico  e  delle  conquiste 
esterne,  la  Repubblica  cede  all'  Impero,  la  base  della  sovra- 
nità rimane  nominalmente  la  stessa  :  il  principio  della'dele- 

*  Dal  Diritto  dell' 8  e  9  dicembre  *84. 


334  L'ITALIA  E  IL  DIRITTO  PUBBLICO 

gazione  popolare  del  potere  è  riconosciuto,  con  finzione  legale, 
dagli  stessi  imperatori,  come  fonte  della  loro  autorità;  e  la 
civile  Giurisprudenza  continua,  malgrado  la  spenta  libertà, 
a  svolgere  dai  precedenti  dell'equità  pretoria  le  norme  di 
quella  eguale  Giustizia  ne' rapporti  del  Diritto  privato  che 
la  coscienza  giuridica  di  Roma  antica,  coadiuvata  più  tardi 
dalla  Filosofìa  degli  stoici,  tramandò  all'ammirazione  dei 
posteri.* 

Nel  medio-evo  il  dramma  della  Storia  si  complica,  si  di- 
versifica in  una  moltitudine  d' aspetti  vari.  Infranta  l' unità 
romana,  i  particolari  organismi  già  in  essa  contenuti  —  mu- 
nicipi, colonie,  collegi  delle  arti,  federazioni*  agricole  di  Iceti 
—  abbandonati  a  sé  stessi  fra  gì'  impeti  della  barbarie,  con- 
centrano il  senso  e  l'opera  della  vita  sociale  ne' confini  delle 
loro  circoscrizioni  locali.  GÌ'  istituti  degl'  invasori  si  contrap- 
pongono in  Italia,  fissata  la  conquista  longobarda,  agl'isti- 
tuti de'  vinti.  Al  Comune  romano  s' inframmettono  le  fare 
germaniche;  le  Corti  regie  e  ducali  signoreggiano  le  città;  le 
centurie  armate  de'  conquistatori  si  stanziano  ne'  pagi  e  nei 
fóri  della  gente  latina;  le  consuetudini  barbariche  bandiscono 
le  antiche  leggi,  le  quali  rimangono  materia  di  volontaria 
giurisdizione  nelle  transazioni  private  de'  nativi  fra  loro.  Gli 
enfiteuti  e  i  coloni  degli  ultimi  secoli  dell'impero,  i  collegi 
degli  artefici  e  dei  commercianti,  diventano  tributari  de' nuovi 
Signori;  la  nobiltà  decurionale  è  soprafifatta  dalla  nobiltà 
della  spada. 

Più  tardi  la  Feudalità  avvolgerà  nelle  sue  spire,  con  certo 
ordine  di  mutue  obbligazioni,  le  diverse,  sciolte,  erranti  forze 
del  sociale  consorzio  ;  e  sarà  un  progresso  pe'  tempi.  La  Chiesa 
e  l'Impero  tenteranno  a  vicenda  di  mettere  ordine  nel 'caos, 
di  ridurre  quelle  forze  sotto  il  sindacato  di  una  comune  au- 
torità, di  un  regime  comune.  Ma  né  la  Regalità  feudale,  né 
la  Chiesa,  né  l'Impero  riescono  nella  prova.  L'antagonismo 
degli  elementi  eterogenei,  discordi,  individualizzati,  della  so- 
cietà medioevale  perdura  e  si  comunica  ai  Poteri  che  si  eraxio 
assunta  la  missione  di  ordinarli  e  governarli.  La  Chiesa, 
mercé  le  investiture  delle  terre  imperiali  nelle  mani  de'siioi 

*  Della  evoluzione  storica  delle  forme  del  Diritto,  a  seconda  de'  pro- 
gressi della  Ragion  naturale  presso  i  Romani,  ha  trattato  splendidamente 
il  prof.  G.  Ceneri  nella  Prolusione  ai  corso  delle  sue  lezioni  pel  presozite 
anno  scolastico.  —  {Nota  dell' Autore.) 


NEL  MEDIO -EVO.  335 

ministri  —  vescovi,  abati,  ec.  —  è  invasa  dalla  feudalità,  dalla 
simonia,  dai  corrotti  costumi  del  tempo,  e  si  scinde  in  sé 
stessa.  Di  fronte  alla  gerarchia  de'  signori  ecclesiastici,  infeu- 
dati per  le  loro  temporalità  all'Impero,  sorge  il  partito  della 
riforma  morale  e  della  libertà  delle  elezioni  spirituali,  spal- 
leggiato dai  monaci  e  dal  popolo. 

Esce  dal  seno  delle  moltitudini  il  grido  contro  i  prelati 
simoniaci  e  concubinari,  e  lo  raccoglie  Ildebrando;  il  quale, 
assunta  la  tiara,  volge  l' alto  ingegno  e  la  ferrea  volontà  ad 
attuare  l' ideale  cristiano  dell'  età  sua  :  la  supremazia,  cioè, 
della  potestà  spirituale  sulla  temporale,  mediante  l'emanci- 
pazione della  Chiesa  dai  vincoli  del  vassallaggio  feudale  e  la 
puriiScazione  dei  costumi  nel  sacerdozio  —  interprete  supremo 
della  Legge  Morale  e  giudice  delle  dififerenze  fra  principi  e 
principi,  fra  gente  e  gente,  fra  sovrani  e  sudditi,  il  Pontefice 
romano.  La  grande  feudalità  ecclesiastica  pesava  sulle  città  e 
sui  contadi,  sulle  plebi  urbane,  sui  minori  vassalli  e  sui  servi 
della  gleba,  con  le  sue  esazioni,  con  le  sue  sevizie  e  con  le 
sue  corruttele.  Laonde  la  sfida  di  Gregorio  VII  contro  En- 
rico IV  e  i  grandi  vassalli  ecclesiastici,  in  nome  della  libertà 
della  Chiesa,  fu  ad  un  tempo  sfida  di  Popolo  contro  i  suoi 
oppressori,  e  sfida  nazionale  contro  la  forza  straniera  a  cui 
si  appoggiavano.  Dal  cozzo  delle  due  podestà  uscirono  quindi 
le  prime  faville  delle  franchigie  dei  nostri  Comuni.  Vediamo, 
infatti,  sin  da  quel  tempo  —  seconda  metà  del  secolo  unde- 
cimo  —  formarsi  in  Milano  e  altrove  le  motte  o  leghe  di  ar- 
tefici, di  arimanni  e  di  valvassori  o  vassi  minori,  che  ven- 
nero poi  incorporandosi  nelle  cittadinanze  de' nuovi  Comuni. 
Senonchè  quelle  franchigie  non  erano  che  il  fatto  uscito 
dalle  vicende  della  guerra  tra  la  Chiesa  e  l'Impero;  ma  non 
avevano,  agli  occhi  di  quelli  stessi  che  ne  fruivano,  sanzione 
di   diritto  per  ragion  propria.  L' idea  di  un  diritto  nativo 
della  università  degli  associati  all'  esercizio  indipendente  di 
certe  libertà  fondamentali  e  alle  prerogative  della  sovranità 
nelle  elezioni  e  nel  sindacato  dei  pubblici  poteri,  non  era 
nella  coscienza  dei  Comuni  del  medio-evo.  Essa  dovea  risor- 
gere più  tardi,  nell'ordine  del  pensiero,  con  Marsilio  da  Pa- 
dova e  con  altri,  come  teoria  dedotta  dalle  tradizioni  della 
ragion  politica  dei  Greci  e  de' Romani,  ed  esplicarsi  pratica- 
mente^ nell'ordine  delle  istituzioni,  dai  semi  delle  consuetu- 
dini germaniche,  in  quelle  contrade  d' Europa  che  si  sottras- 


336    '  L'ITALIA  E  IL  DIRITTO  PUBBLICO 

sero  per  tempo  alla  giurisdizione  papale  e  imperiale,  come 
la  Svizzera  e  l'Inghilterra.  Ma,  nell'ambito  di  tale  giurisdi- 
zione, le  due  supreme  facoltà  del  mondo  cristiano  apparivano 
air  intelletto  de'  popoli,  piegati  al  giogo  di  una  lunga  tutela, 
come  la  fonte  della  Sovranità,  della  Giustizia  e  del  Diritto. 
Da  tal  fonte  scendeva,  come  privilegio  concesso  da  Signore 
a  sudditi,  la  liberfas  de' nuovi  Comuni.  Aveano  conquistato 
certe  immunità  contro  i  loro  padroni  immediati,  vassalli  del 
Papa  o  dell'Imperatore;  e  il  Papa  o  l'Imperatore  confermava 
con  apposite  carte  nelle  loro  mani  le  immunità  acquistate, 
salvo  l'omaggio  all'alta  sovranità  del  concedente  e  i  servizi 
inerenti  alla  loro  condizione  di  città  dell'Impero  o  della 
Chiesa.  Onde  il  Comune  del  medio-evo  godeva  di  una  senai- 
libertà,  che  lo  costituiva,  verso  il  Potere  sovrano  da  cui  gli 
era  concessa,  in  quella  stessa  relazione  di  dipendenza  feu- 
dale che  legava  al  medesimo  i  propri  vassalli.  Ed  era  tanto 
radicata  nei  costumi  questa  forma  di  giurisdizione  scendente 
dall'  alto,  che  le  stesse  città  libere,  estendendo  i  loro  contadi 
e  aggregando  al  loro  dominio  città  minori  e  castella  per  forza 
d'armi  o  per  compra  o  xver  dedizione  spontanea,  l'adotta- 
vano ne'  loro  rapporti  di  governo  con  esse,  mandandovi  po- 
testà e  giudici  di  loro  elezione,  ed  obbligandole  ad  omaggi, 
a  tributi,  a  servigi  analoghi  a  quelli  del  vassallaggio  feudale. 
Il  che  fu  non  ultima  cagione  del  prolungarsi  delle  discordie 
e  delle  guerre  intestine  che  travagliarono  gran  parte  d'Italia, 
e  segnatamente  la  Toscana,  l'Emilia  e  la  Romagna,  anche 
dopo  la  gran  lite  fra  Guelfi  e  Ghibellini.  Devo  notare  però 
che  r  allargamento  de'  contadi  comunali  a  danno  della  no- 
biltà rurale  indusse  una  considerevole  miglioria  nello  stato 
civile  de'  lavoratori  della  terra,  mutandoli  di  servi  della  gleba 
in  liberi  fittaiuoli,  coloni  o  mezzadri;  di  che  esistono,  come 
vedremo,  insigni  documenti  nelle  Memorie  del  medio-evo. 
Le  carte  di  aflFrancazione  degli  agricoltori  per  fatto  de'  no- 
stri Comuni,  di  mano  in  mano  che  questi  estendevano  la  loro 
giurisdizione  sui  contadi  da  prima  soggetti  ai  Signori  feu- 
dali, costituiscono  uno  de' più  nobili  titoli  della  risorgente 
civiltà  italica  alle  celebrazioni  della  Storia.  Per  esse  la  tra- 
dizione civile  del  popolo  de'  vinti  rivendicava,  alla  base  della 
Società,  i  diritti  della  personalità  umana  contro  gli  avanzi 
della  conquista  barbarica,  e  preparava,  nella  eguaglianza  del 
Comune,  gli  elementi  della  Nazione  futura. 


NEL  MEBIO-EVO.  337 

Ma,  come  ho  detto,  questo  svolgimento  di  fatto  delle  po- 
polari franchigie,  nella  cerchia  delle  precarie  autonomie  dei 
Comuni,  pendeva  da  un  Diritto  che,  secondo  le  idee  dei 
tempi,  non  era  in  loro,  ma  al  disopra  di  loro;  nelle  ragioni 
cioè  del  Papato  e  dell'Impero.  La  importanza  sociale  delle 
città,  maggiore  in  Italia  che  altrove,  e  gli  incrementi  di  ric- 
chezza, di  forza  e  d' intelletto  da  queste  raggiunti,  mercè  la 
espansione  delle  loro  operosità  industriali  e  commerciali,  le 
resero  esenti  per  ben  tre  secoli  dalla  diretta  ingerenza  delle 
due  Potestà,  scadute,  in  quel  periodo,  d'autorità  e  di  potere. 
Ma  doveva  venir  tempo  nel  quale  i  titoli  di  un  diritto  sto- 
rico, che  pareva  ridotto  a  un  semplice  nome,  avrebbero  ri- 
preso attualità  e  forza,  torcendo  l'armi  spirituali  e  le  tem- 
porali insieme  congiunte  a  sopprimere  tutte  le  libertà  sorte, 
in  quei  secoli,  dalla  vita  civile  de'  Municipi  italici,  e  inizian- 
do, con  r  alleanza  segnata  in  Bologna  tra  Clemente  VII  e 
Carlo  V,  una  reazione  politica  e  religiosa  che  doveva  avvol- 
gere nelle  sue  strette  tutta  l'Europa  cattolica. 

Vollero  le  sorti  dell'umano  progresso  che  il  connubio  dei 
due  poteri  si  effettuasse  quando  le  energie  e  i  frutti  della 
civiltà  erano  ormai  pervenuti  a  tal  grado  di  maturità  e  di 
estensione,  da  non  poter  essere  onninamente  disfatti;  — quando 
le  principali  nazioni  d'Europa  s'erano  già  costituite  a  Stati 
indipendenti  —  e  quando  la  Protesta  religiosa  stava  per  sot- 
trarre metà  della  Germania  e  della  Svizzera,  la  Gran  Bre- 
tagna, le  Fiandre,  alla  giurisdizione  spirituale  della  Curia 
Romana.  Che  se  l'Impero  e  il  Papato  avessero  fatto  causa 
comune,  sino  dai  primi  tempi,  nella  Cristianità  d'Occidente, 
é  il  principio  teocratico  fosse  riuscito  ad  assimilarsi  il  prin- 
cipio imperiale,  o  questo  quello,  mentre  la  mente  e  le  forze 
de'  popoli  erano  ancora  nell'  infanzia,  è  da  presumersi  che  i 
progressi  dell'incivilimento  europeo  sarebbero  stati  arrestati 
per  lunga  stagione,  sotto  l'incubo  di  una  universale  passi- 
vità bisantina. 

La  lotta  fra  le  due  Potestà  sprigionò  le  latenti  energie 
dell'Europa  occidentale,  e  aperse  il  varco  ai  destini  della  fu- 
tura civiltà  delle  genti. 

Quella  lotta  era  nella  natura  delle  cose. 

In  Oriente  la  Chiesa  cristiana,  data  alla  speculazione  tae- 
tafisica  e  alla  sofistica  teologica,  più  che  all'azione,  fu  adot- 
tata da  Costantino  come  Chiesa  dello  Stato.  Il  concetto  an- 


338  L'ITALIA  E  IL  DIRITTO  PUBBLICO 

tico  della  supremazia  del  potere  politico  sul  potere  sacerdotale 
prevalse  sul  concetto  cristiano  della  superiorità  delle  cose 
spirituali  sulle  temporali;  e  la  Chiesa  Greca  divenne  stru- 
mento dell'autocrazia  imperiale. 

In  Occidente,  la  Chiesa  —  allorché  la  sede  dell'Impero  fu 
trasferita  da  Roma  a  Bisanzio,  e  più  ancora  dopo  la  caduta 
dell'  Impero  stesso  —  assunse  un'  autonomia  morale  che  i  Pa- 
triarchi di  Costantinopoli  e  d'Alessandria  non  conobbero  mai. 
I  Concili  della  Cristianità  occidentale  emanavano  i  loro  de- 
creti in  virtù  di  un'autorità  che  non  dipendeva  dai  poteri  di 
questa  terra,  estendendo  sovente  le  loro  disposizioni  legisla- 
tive anche  alle  cose  civili,  come  ne  abbiamo  testimonianza 
in  molte  sentenze  dei  Canoni  informati  alle  norme  dell'an- 
tica sapienza  ed  equità  romana. 

Roma,  per  l'assenza  degl'  Imperatori  abbandonata  quasi 
a  sé  stessa,  potè  serbare,  malgrado  lo  scadimento  dello  spi- 
rito pubblico  e  dei  costumi,  i  vestigi  delle  antiche  forme  della 
cosa  pubblica  e  come  un'ombra  della  sua  sovranità  nel  nome 
stesso,  che  vediamo  risorgere,  caduto  l'Impero,  di  Bespublica 
Bomanorum.  La  tradizione  del  jus  suffraga^  spettante  al  Po- 
polo, e  deW  audoritas,  spettante  al  Senato  nella  elezione  e 
nel  riconoscimento  del  Magistrato  imperiale,  non  si  spense 
per  volger  di  tempo  e  di  vicende,  e  parve  di  tratto  in  tratto 
rianimare  nei  più  illustri  fra  gli  ultimi  Romani  la  coscienza 
dell'  antica  dignità.  Il  contegno  del  Senato,  che  mosse  Dio- 
cleziano a  dispetto,  nella  sua  visita  a  Roma  in  mezzo  alla 
pompa  dell'ultimo  trionfo  imperiale,  non  era  contegno  d'animi 
servili;  e  più  tardi,  i  nomi  di  Simmaco  e  di  Boezio  addi- 
tano, in  mezzo  alla  rovina  dell'Impero,  una  virtù  d'intelletto 
e  d' alto  sentire  che  ricorda  quella  dei  loro  maggiori.  E  forse, 
mercé  più  accurati  studi  sulla  facile  rinunzia  della  Città  so- 
vrana al  privilegio  di  custodire  nelle  proprie  mura  le  inse- 
gne della  lontana  maestà  imperiale,  riconoscendo  sufficiente 
al  governo  d' Italia  1'  opera  di  Odoacre,  insignito  del  titolo 
di  patrizio,  ciò  che  parve  al  Gibbon,  al  Gregorovius  e  ai  più 
degli  storici,  1'  ultima  delle  abbiezioni,  potrebbe  apparire  il 
segno  di  una  vita  che  si  spoglia  dei  vani  simboli  di  una  forma 
morta  per  risorgere  a  nuovi  destini.  Ora,  la  tradizione  popo- 
lare e  il  prestigio  della  sovranità  di  Roma,  come  madre  della 
giustizia  e  del  diritto,  perdurarono  anche  sotto  la  vicenda 
delle  conquiste  barbariche;  e  i  Papi  accrebbero  agli  occhi 


NEL  MEDIO -EVO.  339 

degli  invasori,  convertiti  alla  fede  cristiana,  V  efficacia  di 
quella  tradizione  consacrandola  con  l'autorità  della  Chiesa, 
come  gli  antichi  Pontefici  sancivano  coi  divini  auspici  l'azione 
dello  Stato.  SiflFatta  relazione  fra  il  concetto  romano  della 
sovranità,  delegata  al  supremo  imperante  per  voto  e  man- 
dato della  universalità  dei  cittadini,  e  l'intervento  del  mini- 
stero sacerdotale  per  la  sanzione  divina  del  rito  civile,  riap- 
parve adombrata  nelle  formolo  e  nei  procedimenti  usati  per 
la  restaurazione  della  potestà  imperiale  in  Carlo  Magno.  Il 
giorno  di  Natale  dell'  anno  800,  il  clero  e  il  popolo  conven- 
gono nella  Basilica  Vaticana,  come  a  grande  Comizio,  e  con- 
cordemente intonano  le  solenni  acclamazioni  che  si  usavano 
.  nella  creazione  degli  Imperatori;  indi  il  Pontefice  Leone  III 
corona  l' eletto  :  <  e  in  tal  maniera,  dice  il  Muratori,  si  vide 
costituito  da  tutti  il  buon  Ee  Carlo  Imperador  de'  Romani  : 
—  e  aggiunge: -— dopo  le  quali  acclamazioni,  il  Papa  fu  il 
primo  a  far  riverenza  a  Carlo,  come  si  costumava  con  gli  an- 
tichi Imperadori.  > 

Vediamo  adunque,  in  Roma  come  a  Costantinopoli,  la  po- 
testà civile,  Vimperium,  aifermarsi  —  comechè  su  base  di- 
versa, popolare  da  un  lato,  autocratica  dall'altro  —  indipen- 
dente dal  potere  sacerdotale  nel  governo  delle  cose  temporali, 
quantunque  spettasse  alla  Chiesa  l' ufficio  di  perfezionare 
con  la  consacrazione  divina  l'autorità  dei  reggitori  dei  popoli, 
e  di  sindacarne  gli  atti  come  interprete  della  Legge  morale 
e  giudice  delle  umane  responsabilità  verso  Dio.  Con  questa 
differenza  però,  già  da  me  accennata,  fra  la  Chiesa  Greca  e 
la  Chiesa  Latina;  che,  in  quella,  'i  Patriarchi  e  i  Vescovi 
erano  più  direttamente  soggetti  all'arbitrio  imperiale,  sovente 
anche  in  materia  di  dogmi;  in  questa,  erano,  nello  spirito  e 
nella  possibilità  dell'azione,  moralmente  più  liberi  e  indipen-. 
denti.  E,  sebbene  anche  i  primi  esercitassero  non  di  rado, 
per  mezzo  delle  intercessiones,  una  influenza  benefica  a  prò 
dei  miseri  e  degli  oppressi,  i  secondi  assunsero,  in  condizioni 
assai  più  gravi  —  tra  l' imperversare  delle  invasioni  barbare 
e  di  fronte  a  dominatori  rozzi  e  violenti  —  il  grado  di  veri 
tribuni  e  tutori  dei  deboli  contro  i  potenti,  della  gente  vinta 
e  serva  contro  padroni  sciolti  da  ogni  freno  di  legge.  Donde 
il  titolo  di  defensores  urbium  aggiunto  ai  Vescovi  sin  dagli 
ultimi  tempi  dell'  Impero  d'  Occidente  e,  in  seguito,  sino  al 
risorgere  della  libertà  dei  Comuni.  E  tale  appunto  sembra 


340       L'ITALIA  E  IL  DIRITTO  PUBBLICO  NEL  MEDIO-EVO. 

essere  stata  la  relazione  d' autorità  meramente  morale  del 
Vescovo  di  Roma  verso  il  governo  della  città,  sotto  l'Im- 
pero Greco  e  sotto  i  re  barbari;  5Ìno  a  che  le  donazioni  di 
Pipino  e  Carlomagno  non  gli  attribuirono,  entro  certi  limiti 
di  dipendenza  dalla  Potestà  imperiale,  V  alto  dominio  sulle 
terre  concesse  come  in  feudo  alla  Chiesa. 

Senonchè,  l'autorità  papale,  fatta  forte  dalla  grandezza 
del  nome  di  Roma  nell'Occidente  d'Europa,  dal  bisogno  della 
unità  della  fede  nel  seno  della  Chiesa  e  dalla  virtù  di  pa- 
recchi Pontefici,  apostoli  di  carità,  di  giustizia  e  di  costume 
civile  in  età  barbara,  prese  in  breve  ad  affermarsi  suprema 
su  tutt'  altri  poteri.  E  ne  emerse,  accanto  alla  teoria  bisan- 
tina  e  alla  teoria  romana  della  Sovranità,  la  teoria  teocra- 
tica, avvalorata  dal  prevalere  della  tradizione  giudaica  sullo 
spirito  evangelico  negli  ordini  del  sacerdozio  cristiano,  dalla 
presunta  autorità  delle  false  Decretali,  e  dal  bisogno  univer- 
salmente sentito,  neir  epoca  di  Gregorio  VII,  dal  basso  clero 
e  dai  popoli,  di  una  grande  tutela  centrale  che,  diffonden- 
dosi dalla  Città  Sacra  per  tutte  le  parti  della  Cristianità,  li 
proteggesse  dai  soprusi  de'  Signori  locali,  tanto  laici  che  ec- 
clesiastici. 


341 


FRAMMENTI  DI  STUDÌ 
SULLA  STORIA  DELL'INCIVILIMENTO.^ 

{Da  un  corso  anteriore  alVanno  1884-85,) 


Il  passaggio  della  vita  civile  de' popoli  europei  dagl'isti- 
tuti del  inondo  antico  a  quelli  del  mondo  moderno  fra  le 
perturbazioni  della  Barbarie,  sul  terreno  preparato  da  Roma 
alla  nuova  coltura  delle  genti,  è  la  più  grande  delle  crisi 
attraversate  dalla  Umanità,  nel  corso  de' secoli;  la  più  pro- 
fonda manifestazione  della  perenne  rinascenza  del  pensiero 
fuor  de' caduchi  involucri  delle  sue  forme. 

Si  dissolve  logorato  dalle  interne  corruttele  l'Impero,  ma 
lascia  fra  le  sue  rovine  residui  di  organizzazione  sociale  che 
un  giorno  ritorneranno  fecondi.  Gl'invasori  sembrano  im- 
piantare nelle  occupate  regioni  il  regno  di  una  forza  cieca, 
ma  essi  portano  seco  elementi  di  vigor  virile  che  ritempre- 
ranno le  virtù  dei  vinti,  e  consuetudini  di  libertà  che,  intrec- 
ciandosi agl'istituti  superstiti  della  società  romana,  contri- 
buiranno a  ridestare  ne'  volghi  oppressi  la  coscienza  del  natio 
diritto.  Ne' recinti  delle  nuove  franchigie  l' uomo-individuo 
acquisterà  il  senso  della  propria  personalità  e  del  proprio 
valore,  e  le  leghe  dei  produttori  della  ricchezza  contrappor- 
ranno alla  nobiltà  della  terra  e  della  spada  la  nobiltà  del 
lavoro. 

I  giudizi  de'  posteri  eccedettero  sovente  la  giusta  misura 
sì  del  biasimo  che  della  lode  rispetto  all'azione  di  Roma  sulle 
sorti  delle  Nazioni  ch'essa  sottopose  all'impronta  delle  sue 
leggi.  I  censori  più  acerbi,  parafrasando  la  fiera  invettiva 
che  Tacito  pone  in  bocca  di  un  capo  britanno  contro  i  Ro- 
mani,* considerano  al  tutto  esiziale  la  loro  dominazione  sui 

*  Dal  Diritto  del  24  febbraio  '84. 

*  «  ....  raptores  orbis,  postquam  cuncta  vastantibus  defuere  terrse,  et 
mare  serutantur....  auferre,  trucidare,  rapere  falsis  nominibus,  imperium; 
atque  ubi  solitudineDi  faciunt,  pacem  appellant.  »  {Agricola,  §  XXX).  — 
(Nota  deW Autore.) 


342  FRAMMENTI  DI  STUDi 

popoli  soggetti.  Gli  encomiatori,  ampliando  l'omaggio  di  Pli- 
nio air  Italia/  fanno  di  Roma  la  Madre  provvidenziale  della 
Umanità. 

Herder,  fra  i  primi,  raccogliendo  dalla  polve  di  Arminio 
l'ira  della  barbarie  avita  contro  il  genio  latino,  dopo  aver 
posto  in  rilievo,  fra  l'ombre  del  qnadro,  i  monumenti  della 
virtù,  della  magnanimità,  della  sapienza  del  Popolo  Romano, 
non  guarda  che  al  lato  sinistro  e  crudele  delle  sue  gesto  e 
conclude  maledicendo  alla  sua  memoria.  Quanto  il  mondo 
ammira  ne'  suoi  fasti  e  segue  tuttora  come  norma  di  sapienza 
civile,  non  trova  grazia  appo  lui.  La  grande  città  divenne, 
per  suo  avviso,  il  sepolcro  d'Italia.  Bisognarono  sciami  di 
barbari  per  rifornirla  di  una  nuova  vita.  Del  pari,  fuor  dei 
confini  della  Penisola,  Roma  non  intese  che  a  distruggere. 
Le  sue  leggi,  che  non  convenivano  che  a  lei,  spensero  o  sna- 
turarono il  carattere  de'  popoli  a'  quali  furono  imposte,  sì  che 
da  ultimo,  cancellata  ogni  fattezza  nazionale,  l'aquila  romana 
non  coperse  delle  sue  ali  infiacchite  se  non  il  cadavere  delle 
soggiogate  provincie.- 

II  grido  ostile  di  Herder  fu  reiterato  dalla  scuola  filoso- 
fica, la  quale,  vòlta  a  giudicare  il  passato  coi  criteri  ideali 
del  presente,  mal  poteva  levarsi  ad  imparziale  sentenza  sul 
merito  delle  cose  romane.  Anche  il  Laurent,  che  pure  si  stu- 
dia di  pesare  con  equa  lance  il  giusto  e  l'ingiusto  de' fatti 
dei  nostri  antichi,  cede  non  di  rado  alla  corrente  avversa 
abbassando  da  una  parte  i  titoli  della  ragion  romana  ed 
esagerando  dall'altra  i  benefici  dell'  influenza  germanica  nel- 
l'arringo  della  nuova  civiltà.'' 

Fra  gli  encomiatori,  lasciando  stare  i  più  antichi  e  ve- 
nendo ai  meno  lontani,  il  Gravina,  ne'  suoi  libri  De  Origine 
Juris  civilis  et  de  Romano  Imperio,  argomentando  dalla  su- 
periorità di  Roma  sulla  Barbarie,  attribuisce  alla  prima  il 
diritto  d' imporsi  alla  seconda  in  virtù  del  suo  intelletto  ci- 
vile. La  natura  stessa,  avevano  detto  Aristotele  e  Cicerone, 

*  €  ....  omnium  terraruQì  alumna^  eadem  et  parens;  numine  Deum 
electa  quae  coelum  ìpsum  clarius  faceret,  sparsa  congregaret  imperia,  rì- 
tusque  molliret;  et  tot  populorum  discordes  ferasque  linguas,  sermonis 
commercio  contraheret:  colloquia  et  humanitatem  homini  daret:  brevi- 
terque,  una  cunctarum  gentium  in  toto  orbe  patria  fieret.  >  {Hist.  2>^at., 
lib.  Ili,  cap.  6).  —  {Nota  dell' Autore,) 

*  Idées  sur  la  Philosophie  de  VHiatoire.  Vedi  la  bella  tradazione  di 
Edgardo  Quinet,  tomo  III,  lib.  XIV.  —  {Nota  delV Autore.) 

»  Étudea  sur  VHistoiré  de  Vhumanité,  voi.  III  e  IV.  —  {Nota  déW Autore.) 


SULLA  STORIA  DELL'INCIVILIMENTO.  343 

dà  alla  Ragione  l'impero  sulla  Barbarie.  La  conquista  ro- 
mana fu  quindi,  in  sentenza  dell'illustre  giureconsulto,  un 
fatto  di  naturale  giustizia  necessario  alla  civiltà  del  mondo. 
€  Di  tutte  le  dominazioni,  egli  afferma,  quella  di  Roma  fu 
la  sola  giusta,  perchè  avea  capo  nella  Ragione  stessa  — -  in 
vertice  rationis  humance.  >  L' Impero  rappresentava  la  società 
di  tutte  le  genti  collegate  fra  loro  dall'equa  comunione  del 
diritto  e  della  cittadinanza — societas  omnium  gentium  cequa 
juris  oc  dvitatis  communione  contrada. 

Questa  idea  della  missione  civile  di  Roma  fu  svolta  con 
particolare  studio  ed  amore,  a' giorni  nostri,  da  Amedeo 
Thierry  nella  sua  Opera  Tableau  de  V Empire  Romain.  L'au- 
tore segue  il  processo  della  società  romana  dalle  origini  sino 
alla  caduta  dell'  Impero  d'Occidente,  studiandone  la  progres- 
siva esplicazione  unitaria,  prima  in  Italia,  indi  fuori,  nelle 
forme  politiche  e  amministrative,  nel  moto  delle  idee  sociali, 
ne'  rapporti  del  diritto  privato  e  del  diritto  pubblico,  nel  suo- 
connubio  infine  col  Cristianesimo.  Diresti  il  suo  libro  un  com- 
mento storico  dell'Ideale  antico  intorno  alla  missione  uni- 
versale di  Roma,  una  illustrazione  della  sentenza  di  Plinio, 
da  me  poc'anzi  citata.  Egli  vede  nell'Impero,  prima  della 
sua  perversione  in  regime  autocratico,  l'organo  delle  ten- 
denze de' tempi  verso  quell'Ideale.  La  Repubblica,  simbolo 
del  privilegio  della  città,  caduta  in  mano  degli  oligarchi,  lace- 
rata dalle  guerre  civili,  e  fatta  esosa  ai  sudditi  per  la  vena- 
lità de' suoi  magistrati  e  la  rapacità  de' suoi  proconsoli;  non 
era  più  atta  a  reggere  i  destini  del  mondo  romano.  Bisognava 
un  potere  che,  concentrando  in  sé  gli  sparsi  e  mal  sindacati 
uffici  del  governo  della  cosa  pubblica,  e  sopratutto  la  tutela 
tribunizia,  volgesse  questa  e  quelli  a  guarentire  ai  popoli  i 
beni  della  giustizia  e  della  pace  sotto  gli  auspici  della  co- 
mune egualità.  L'Impero,  osserva  il  Thierry,  fu  il  risulta- 
mento  necessario  del  disfarsi  dell'antica  costituzione  civica, 
divenuta  incompatibile  con  la  vastità  dello  Stato.  Esso  appa- 
riva come  segno  di  salvezza,  segnatamente  alle  provincie,  le 
quali,  romanizzate  più  o  meno  dalla  conquista  e  inabili  a 
scuotere  il  giogo,  cercavano  schermo  contro  le  angherie  dei 
potenti  nel  Jus  ceguum  honum  personificato  nel  Principe. 

D'onde  il  culto  del  Cesarismo,  proseguito  per  lunga  età 
dalla  evirata  coscienza  de' popoli  e  vòlto  a  coprire  con  so- 
fismi di  salute  pubblica  l'arbitrio  della  forza  che  si  fa  legge. 


344  *       FRAMMENTI  DI  STUDÌ 

Queste  due  tendenze  del  pensiero  moderno  nella  valuta- 
zione delle  cose  antiche,  sono  entrambe  fallaci.  L'una,  infor- 
mandosi al  lato  soggettivo  della  questione,  al  dramma  delle 
passioni  che  agitano  il  corso  delle  vicende  umane,  non  tien 
conto  o  fa  poca  stima  dell'aspetto  civile  e  degl'insegnamenti 
non  perituri  della  storia  di  Roma.  L'altra,  inalzando  il  (aito 
determinato  dalle  condizioni  de'  tempi  alla  dignità  del  diritto, 
finisce  col  glorificare  il  dispotismo  e  accettare  come  forma 
legittima  del  governo  delle  nazioni  l'autorità  di  un  uomo- 
capo,  imperante,  col  consiglio  di  pochi  prudenti,  su  moltitu- 
dini destinate  a  obbedire  e  tacere. 

La  reazione  della  scuola  storica  contro  il  filosofismo  spe- 
culativo che  impone  ai  fatti  idee  preconcette  e  finalità  im- 
maginarie, giovò  alla  scienza  vera  della  storia  :  a  quella  scienza 
0  interpretazione  della  storia,  di  cui  fu  primo  fondatore  Gio- 
vanni Battista  Vico,  e  il  cui  assunto  pratico  mira  a  scoprire 
e  verificare  gli  elementi  primitivi,  i  caratteri  spontanei  e  le 
successive  forme  convenzionali  degli  umani  consorzi,  per  in- 
durne le  leggi  che  ne  governano  il  sorgere,  il  crescere  e  il  pro- 
gredire.* Per  tal  metodo  la  storia  ideale  eterna  delle  Nazioni 
non  pende  a  priori  da  una  metafisica  arbitraria  aleggiante 
dall'alto  sull'ordine  di  fatto  delle  umane  società,  ma  esce 
come  portato  sperimentale  dalla  catena  stessa  de' fenomeni 
sociali,  che  rivestono  di  tal  guisa  il  carattere  di  linguaggio 
vivente,  per  così  dire,  de'  modi  e  de'  progressi  della  natura 
e  della  mente  dell'Uomo  nelle  vicissitudini  della  storia. 

La  scuola  storica,  di  cui  il  Savigny  fu  in  Germania  il  più. 
insigne  rappresentante,^  s'arrestò  in  generale  all'indagine 
critica  de* fatti;  e  in  questo  campo  non  v'è  particella,  per 
quanto  minuta,  degl'istituti  dell'Antichità  o  incidente,  per 
quanto  fuggevole,  delle  rivoluzioni  della  medesima,  ch'essa 
non  abbia  esplorato  o  non  vada  esplorando.  Ma  al  procedi- 
mento scientifico  e  alle  conclusioni  pratiche  dello  studio  dei 
fatti  umani,  occorrono*  due  funzioni  che  s' integrano  mutual- 

^  Di  questo  metodo  di  studiare  la  Storia  delle  istituzioni  sociali  paionmi 
egregi  saggi,  fra  gli  altri,  il  libro  del  Laveleye  sulle  Forme  primitive  della 
proprietà,  e  quello  del  Sumner  Maine:  Uancien  Droit,  consideri  dans  ses 
rapporta  avec  Vhistoire  de  la  société  primitive  et  avec  lea  idéss  modernes,  tra- 
dotto dal  Courcelle  Seneuil.  —  {Nota  delV Autore.) 

^^  Rendendo  il  debito  onore  alle  fatiche  degli  stranieri,  io  non  dimen- 
tico il  Padre  delle  discipline  storiche  moderne,  Lodovico  Antonio  Mura- 
tori, e  quelli,  fra  i  nostri,  che,  come  Carlo  Troya,  le  arricchirono,  dietro 
le  sue  orme,  di  nuovi  materiali  e  di  preziose  ricerche.  —  {Nota  deW Autore.) 


J 


SULLA  STORIA  DELL'  INCIVILIMENTO^  345 

mente:  l'osservazione  cioè  e  l'induzione,  l'esame  del  fenomeno 
e  la  definizione  de'  rapporti  che,  in  date  circostanze  di  luogo 
e  di  tempo,  connettono  le  sue  modalità  con  la  legge  di  evo- 
luzione dell'ordine  sociale.  E  di  questo  indirizzo  degli  studi 
storici,  in  relazione  al  significato-  razionale  delle  cose  civili 
ci  fu  maestro,  in  Italia,  sino  da  cinquant' anni  addietro,  il 
Romagnosi  nel  suo  prezioso  libro  :  DélV  Indole  e  dei  Fattori 
dell*  incivilimento. 

Gli  scrittori,  parlo  de'  nostri,  che  lo  seguirono  sulla  stessa 
via,  e,  fra  i  meno  recenti.  Federico  Sclopis  ed  Emerìgo  Amari, 
fra  i  recentissimi  il  compianto  Padelletti,  aggiunsero  impor- 
tanti materiali  e  luminose  considerazioni  al  tema  della  genesi 
storica  e  razionale  delle  forme  della  vita  civile  e  de' prin- 
cipi del  Diritto.  E,  in  quanto  al  Diritto  Bomano  in  partico- 
lare, quest'ultimo,  la  cui  morte  immatura  fu  grave  danno 
alla  scienza,  riassumendo  con  vasta  erudizione  e  giudizio  in- 
dipendente i  risultati  delle  investigazioni  contemporanee  su 
tale  soggetto,  contribuiva  efficacemente  al  progresso  di  studi 
si  fatti  anche  tra  noi:  studi  che  l'Italia,  diretta  erede  e  cu- 
stode naturale  delle  tradizioni  dell'antica  civiltà,  ha  il  debito 
di  coltivare  come  patrimonio  domestico  e  come  parte  nobi- 
lissima del  tributo  del  suo  pensiero  all'intelletto  delle  Na- 
zioni moderne. 

Il  fatto,  dell' incivilimento  non  è,  come  osservava  il  Ro- 
magnosi, l'opera  della  sola  natura  lasciata  a'  suoi  rozzi  istinti, 
ma  della  natura  e  dell'arte  che  la  informa  a  particolari  ar- 
chetipi di  convivenza  sociale  secondo  i  tempi:  arte  che  la 
tradizione  conserva  e  tramanda  d'una  in  altra  età,  e  che  il 
sentire  e  l'intendere  delle  progredienti  generazioni  anima, 
accresce  e  perfeziona.  Qual  fosse  l'origine  prima  dello  atteg- 
giarsi della  natura  selvaggia  dell'  Uomo  a  forme  e  riti  civili, 
è  problema  riposto  ne'  penetrali  delle  età  preistoriche  e  forse 
insolubile.  Ma  la  storia  nota  ci  attesta  che  l'inoltrare  della 
civiltà  è  dovuto  ad  una  iniziazione  tradizionale  di  funzioni, 
predeterminate  invero  dalle  prime  necessità  e  dalle  attitu- 
dini della  natura  sociale  della  specie,  ma  regolate  da  modelli 
ideali  di  creazione  riflessa,  operanti  sulle  disposizioni  della 
natura  come  l' idea  e  la  mano  dell'artefice  operano  sulla  ma- 
teria grezza  conformandola  al  disegno  della  mente  ordina- 
trice. Non  v'  è  esempio  di  selvaggi  che  si  siano  levati  da  sé 
medesimi,  oltre  un  certo  grado,  sulla  misura  della  primitiva 

XII.  23 


346  FRAMMENTI  DI  STUDI 

rozzezza,  pur  possedendo,  come  dote  comune  dell'essere  umano, 
la  virtuale  capacità  di  ricevere  in  sé  gl'influssi  dell'azione 
educatrice  che  può  inalzarli  sopra  il  loro  stato. 

*Ed  è  forte  da  dubitare  se  quelle  stesse  stirpi  che,  durante 
l'epoca  della  coltura  ellenica  e  latina,  aveano  oltrepassato 
in  Europa  la  condizione  della  vita  nomade,  come  i  Celti  e 
i  Germani,  avrebbero  mai  o  così  presto  raggiunto  —  malgrado 
gli  elementi  d'iniziale  civiltà  recati  dalle  loro  originarie  sedi 
nell'Asia  —  quel  grado  di  sviluppo  intellettuale  e  morale  che 
in  breve  toccarono  dopo  il  loro  contatto  col  mondo  romano. 

Il  fatto  è  che,  posta  la  legge  storica  dell'incivilimento 
dativo  e  della  necessità  di  un'arte  tradizionale,  istitutrice 
delle  rozze  e  incomposte  forze  delle  genti  a  stabile  e  eulta 
socialità,  Roma  fu,  nell'ambito  del  mondo  antico,  la  più 
grande,  la  più  razionale,  la  più  sapiente  maestra  di  quel- 
l'arte. 

Certo  le  parti  ree  della  sua  storia  —  l'avarizia  crudele  del 
suo  patriziato;  lo  spirito  di  conquista  che  invase  di  mano 
in  mano  tutte  le  classi  della  sua  cittadinanza  e  fece,  in  più 
incontri,  perfida  ed  iniqua  la  sua  politica;  l'ozio  venale  in- 
dotto ne'  suoi  proletari  da  una  falsa  economia  che  teneva  in 
dispregio  il  lavoro;  il  concentramento  della  proprietà  della 
terra  nelle  mani  di  pochi  oligarchi;  il  sacco  delle  provincie; 
i  vizi  di  che  la  inquinarono  i  costumi  in  essa  introdotti  dalla 
colluvie  dei  vinti,  facendole  pagare  la  pena  della  conquista  con 
la  perdita  della  libertà  e  con  la  ignominia  di  una  decadenza 
brutale  —  offrono  uno  spettacolo  desolante  agli  occhi  del  filan- 
tropo e  un  argomento  apparentemente  grave  a  chi  dispera 
del  Bene  nella  tragedia  umana.  Ma  io  mi  domando  se  Tegoi- 
smo,  l'errore,  il  male  tennero  soli  il  campo  senza  contrap- 
posto d'eque  tendenze  e  consuetudini,  e  senza  contrasto  di 
magnanime  proteste,  e  se  dalla  lotta  non  sursero  lumi  im- 
mortali di  giustizia  e  di  ragione  per  guida  delle  generazioni 
future:  e  trovo  che,  di  fronte  sA  jm  bdliinfinitum  de' popoli 
dell'Antichità,  i  riti  del  Jus  feciale,  gli  cequa  fonderà  e  il  jus 
hospitii  de'  nostri  antichi  segnano  un  memorabile  incesso  sulle 
vie  della  Umanità  ;  che  al  confronto  dell'  isolamento  politico 
delle  comunità  elleniche,  chiuse  in  sé  stesse  e  rifuggenti  dal 
far  partecipi  de'  loro  diritti  gli  estranei,  il  concetto  e  l'esem- 
pio romano  di  una  città  che  si  costituisce  sin  dall'origine 
asilo  dei  forestieri,  che  conchiude  molte  delle  sue  guerre  fa- 


SULLA  STORIA  DELL'INCIVILIMENTO.  347 

cendo  suoi  cittadini  i  vinti,  e  finisce  con  l'estendere  la  sua 
cittadinanza  all'universale  e  stringer  patti  di  federazione  e 
d'ospizio  coi  barbari  limitrofi  al  suo  impero,  attribuiscono 
air  Italia  e  a  Roma  il  titolo  incontestabile  di  prime  inizia- 
trici della  comunanza  civile  delle  genti  europee.  Né  basta: 
ma  se  dalle  relazioni  esterne  volgiamo  la  mente  agl'interni 
moti  e  istituti  della  società  romana  e  ricordiamo  la  gloriosa 
contesa  del  comune  plebeo  contro  il  privilegio  patrizio  per 
la  parità  politica  de'  ceti  e  per  le  guarentigie  della  sicurezza 
e  libertà  del  civts  romanus;  le  norme  ^di  ragion  .naturale 
svolte  di  mano  in  mano  dall'equità  pretoria  e  perfezionate 
dai  giureconsulti  filosofi  dei  due  prinù  secoli  dell'Impero; 
la  restaurata  industria  delle  campagne  mercè  i  patti  del  co- 
lonato e  della  enfiteusi  sostituiti  al  lavoro  servile;  il  mara- 
viglioso  organismo  delle  colonie  e  de' municipi,  e  la  salda 
orditura  amministrativa  dello  Stato  armonizzata,  nella  vasta 
unità  dell'  insieme,  alla  libertà  delle  parti,  sino  a  che  la  fisca- 
lità bisantina  non  la  corruppe  —  se,  dico,  poniam  mente  a 
tutto  ciò,  dovremo  riconoscere  che  la  rinata  civiltà  va  de- 
bitrice alla  tradizione  di  Roma  della  maggior  suppellettile 
degli  elementi,  dai  quali  trasse  inizio  nel  medio-evo  e  suc- 
cessivi incrementi  nel  suo  corso  mondiale. 

Or  quale  insegnamento  discende  dagli  accennati  contra- 
sti e  dal  fatto  della  riedificazione  civile  deHa  società  fram- 
mezzo agli  abbattimenti  della  Barbarie  ?  •—  Questo  :  che  do- 
minatrice suprema  delle  cose  umane  non  è  la  Forza  ma  la 
Ragione,  scaldata  dalla  virtù  degli  affetti,  trionfatrice  della 
schiavitù  de' sensi,  dell'arbitrio,  del  caso,  interprete  delle  leggi 
della  natura  ed  artefice  delPordine  sociale.  Come  nelle  fa- 
coltà dell'uomo-individuo  esiste  una  virtuale  capacità  di  rea- 
zione intelligente,  provvidente  e  conservatrice,  che  il  magi- 
stero della  educazione  va  per  diversi  gradi  e  modi  attuando 
secondo  i  tempi,  così  nella  yita  degli  umani  consorzi,  che  è 
la  somma  di  quelle  facoltà  arricchite  dal  retaggio  de' secoli 
e  levate  a  potenza  collettiva  dai  mutui  influssi  del  comune 
sentire,  è  riposta  una  virtù  operosa  che  va  esplicando  le  con- 
dizioni della  conservazione  sociale  e  reagisce  contro  le  forze 
ostili  che  la  minacciano.  La  luce  delle  idee,  rettificate  d'età 
in  età  dalla  scienza  al  saggio  della  realtà  delle  cose  e  tra- 
dotte in  norme  degli  atti  umani  dalla  coscienza  del  vincolo 
che  lega  il  mondo  morale  con  l'ordine  dell'Universo,  illumina 


348  FRAMMENTI  DI  STUDÌ  SULLA  STORIA  EC. 

il  cammino,  infiamma  i  cuori,  e  conforta  il  lavoro  e  la  mar- 
cia della  progrediente  civiltà.  E  ad  ogni  passo  sulla  immensa 
via  del  Progresso,  l'Uomo  scopre  nuove  mète  all'esercizio 
delle  sue  facoltà,  nuovi  ostacoli  da  superare,  nuovi  veri  da 
incarnare  ne'  successivi  adempimenti  della  sua  natura,  allar- 
gando, proporzionalmente  allo  sviluppo  delle  sue  attitudini 
e  alla  espansione  armonica  delle  sue  energie,  l'ambito  della 
libertà  e  l'impero  della  ragione.  E  in  questo  è  il  senso  e  la 
realtà  della  vita.* 

La  figura  del  destino  dell'Uomo  non  è  quella  del  seguace 
di  Buddha,  che  spegne  la  sua  attività  aspirando  all'annulla- 
mento dell'essere;  ma  il  mito  di  Prometeo  che,  inchiodato 
alla  rupe,  sfida  la  potenza  di  Giove,  e  presente  nella  invin- 
cibile virtù  del  Pensiero  il  trionfo  della  sua  missione  sopra 
la  terra. 

*  Vedi  Trezza,  Pessimisnto  storico,  —  [Nota  deir Autore.) 


349 


PROLUSIONE 

AL  CORSO  DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86. 


Signore  e  Signori,  Giovani  egregi, 

Imprendo  a  trattare,  dinanzi  a  voi,  un  tema  che  ha  di- 
retta attenenza  col  supremo  quesito  dell'umano  destino  nel- 
r  ordine  delle  cose  civili.  Perocché  gl'istituti  coi  quali,  nelle 
varie  età,  si  stabilirono  fra  le  genti  i  modi  delle  loro  esterne 
relazioni  rappresentino  —  come  osservava  l'illustre  uomo  che 
inaugurò  primo,  in  questo  Ateneo,  l' insegnametito  del  quale 
io  oggi  riassumo  l' arringo  —  i  gradi  dello  estendersi  ed  af- 
fermarsi dell'  <  umana  Alleanza.  > 

La  Storia  ci  mostra  come,  attraverso  gli  ostacoli  frappo- 
sti al  cammino  della  Civiltà  dalla  selvatichezza  delle  età  pri- 
mitive e  dagli  errori,  dai  pregiudizi  e  dalle  passioni  dell'Uomo 
in  ogni  età,  una  costante  tendenza,  inerente  alle  sue  attitu- 
dini sociali  e  coadiuvata  dalla  necessità  de'  mutui  contatti 
fra  i  Popoli  per  le  scambievoli  utilità,  sopprimesse  di  mano 
in  mano  i  confini  entro  cui  si  rinchiudevano,  ostili  le  une 
alle  altre,  stirpi,  caste  e  classi  diverse;  e  come,  allargandosi 
i  termini  dell'umana  associazione,  gl'istintivi  sensi  del  Buono 
e  del  Giusto  si  traducessero  in  regole  pratiche  di  comune 
equità;  le  quali  poi,  avvalorate  dagl'insegnamenti  della  espe- 
rienza ed  esplicate  dai  criteri  della  progredita  ragione,  ven- 
nero acquistando  sempre  maggiore  impero  contro  gli  atten- 
tati dell'egoismo  e  dell'arbitrio  nel  governo  delle  relazioni 
interne  ed  esterne  degli  Stati  ;  sì  che,  a'  dì  nostri,  malgrado 
le  rivalità  dei  Poteri  che  rappresentano  ancora  le  vecchie 
tradizioni  della  Forza  che  s'impone  al  Diritto,  generando 
la  necessità  di  un  vasto  apparato  di  permanenti  difese  con 
grave  detrimento  dei  Popoli  affaticati  ed  oppressi,  una  virtù 
operosa,  a  cui  è  lume  la  progrediente  Umanità  delle  Nazioni 
e  sprone  la  gravezza  stessa  del  comune  male,  fa  crescente 
contrasto  alle  trame  invasive  e  alle  bellicose  tracotanze. 

Dal  dì  che  i  padri  delle  schiatte  meglio  atteggiate  a  com- 
pagnevole costume,  passando  dalla  vita  nomade  alla  vita  agri- 


350  PROLUSIONE 

cola,  fondarono  il  santuario  della  famiglia  intorno  alla  pietra 
del  focolare  domestico  —  restia,  la  pietra  che  sta  ;  donde  la 
magnifica  idealizzazione  della  Vesta  romana,  custode  della 
sacra  fiamma  alimentatrice  della  vita  civile  sull'altare  della 
Patria  —  fu  posto  il  primo  anello  della  catena  sociale  che 
dovea  svolgersi  ed  abbracciare,  di  cerchia  in  cerchia,  di  con- 
trada in  contrada,  le  genti,  le  tribù,  le  Nazioni,  la  univer- 
sità del  genere  umano.  Primi  istitutori  delle  condizioni  del 
vivere  civile  gli  EUeni  e  gl'Itali  antichi;  che  nel  vecchio 
Oriente,  sebbene  dall'Asia  ripetessero  l'origine  loro  e  gl'inizi 
della  loro  coltura  le  tribù  migratrici  che  incivilirono  l'Eu- 
ropa, i  riti  di  un  vero  jus  gèntium  non  poterono  allignare, 
vuoi  per  difficoltà  materiali,  vuoi  per  predominio  di  caste  e 
violenza  d'Imperi  barbari  su  moltitudini  inerti. 

Nelle  amfizionie  greche  e  nelle  federazioni  umbre,  etru- 
sche,  sabelle,  sannite  e  latine,  spuntano  i  primi  germi  de- 
gl'  istituti  onde  si  venne  informando,  nella  vicenda  de'  tempi, 
la  ragion  delle  Genti,  in  pace  e  in  guerra.  I  vincoli  paren- 
tali delle  tribù  primitive,  posti  sotto  gli  auspici  dei  dome- 
stici Numi,  furono  lanradice  dalla  quale  ebbero  principio,  al 
passaggio  della  vita  patriarcale  alla  vita  cittadina,  i  mutui 
legami  e  i  convegni  di  comunità  affini  per  le  celebrazioni  del 
comun  culto  alle  Divinità  indigene,  immagini  ideali  delle  con- 
sorti fortune  fra  stirpi  congiunte. 

Nelle  quali  adunanze,  dai  riti  della  fraternità  religiosa 
riceveano  iniziazione  gli  scambievoli  uffici  della  colleganza 
civile  ;  e  ne  traspaiono  gì'  indizi  ne'  ricordi  serbati  dalle  Gre- 
che storie  dei  patti,  delle  leghe  amfizioniche  e  negli  cequa 
(cederà  degl'  Itali  primitivi,  di  cui  Roma  tradusse  le  formole 
nel  suo  Pubblico  Diritto.  Notevoli,  ad  esempio,  fra  i  Grreci, 
le  reciproche  guarentigie  per  mantenere  inviolato  il  diritto 
d'asilo;  e  i  trattati  pe' quali,  fra  due  o  più  città,  conveni- 
vasi  che  i  cittadini  dell'  una  avessero  a  godere  nell'altra  gli 
stessi  diritti  religiosi  e  civili;  e  che,  composta  la  pace  fra 
città  nemiche,  se  nuovi  dissidi  insorgessero,  questi  dovessero 
sottoporsi,  anziché  alla  prova  dell'armi,  all'arbitrato  di' qual- 
che città  neutrale. 

Senonchè,  coteste  forme  primordiali  di  temperanza  anaa- 
na,  non  solo  non  estesero  i  loro  effetti  oltre  la  cerchia  della 
vita  ellenica;  ma  non  riuscirono,  nel  seno  stesso  di  quella 
vita,  a  congiungerne  con  fermo  nodo  le  sparse  membra  e  ri- 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  351 

durle  all'osservanza  di  un  comune  Diritto.  D'onde  la  deca- 
denza della  Grecia  antica.  E  quel  tanto  di  sapienza  civile  che 
illuminò  r  intelletto  delle  sue  Assemblee,  de'  suoi  uomini  di 
Stato,  de'  suoi  oratori  e  de' suoi  filosofi,  rimase  dottrina  edu- 
catrice del  pensiero  della  posterità  a  beneficio  dell'opera  pro- 
gressiva dell'incivilimento  nel  corso  dei  tempi. 

Il  magistero  propagatore  della  civile  coltura  oltre  i  con- 
fini della  Città  antica,  era  serbato  all'Italia  e  a  Roma;  ed 
ebbe  il  suo  primo  fondamento  —  s' io  non  erro  —  nella  nar 
tura  stessa  delle  consuetudini  della  Città-Madre,  sin  dalle 
origini,  per  la  parentela  delle  genti  che  ne  formarono  il  primo 
Popolo;  e  di' quelle  che  vi  si  vennero  accogliendo  dappoi, 
quasi  in  asilo  o  fóro  e  mercato  comune,  con  le  comunità  cir- 
costanti, sabine,  etrusche  e  latine.  D'onde,  malgrado  l'ordi- 
namento aristocratico  delle  Curie  privilegiate  de' Padri,  le 
frequenti  ammissioni  di  genti  forestiere  nel  loro  seno  {coopta- 
tiones  in  patricios);  il  jus  commercii  concesso  ai  peregrini,  agli 
ospiti,  ai  vicini;  e  il  costume  di  non  far  servi  i  vinti,  ora 
lasciandoli  con  parte  delle  loro  terre  nelle  sedi  native,  ora 
incorporandoli  nel  Comune  romano  con  gradi  diversi  di  cit- 
tadinanza secondo  lor  condizione  anteriore.  Del  quale  costu- 
me Tito  Livio  raccolse  la  tradizione  nella  formula  del  trasfe- 
rimento del  popolo  Albano  in  Roma. 

L'azione  espansiva  ed  unificatrice  di  Roma,  manifesta- 
tasi neir  epoca  regia  per  via  di  aggregazioni  di  persone  e 
annessioni  di  territori,  mutò  indirizzo  coU'estendersi  de'  suoi 
contatti  coi  Popoli  italici.  La  superiorità  del  suo  ordinamento 
militare  e  politico  e  le  sue  vittorie,  le  conferirono  sin  da 
principio  la  presidenza  e  il  protettorato  della  Confederazione 
latina.  La  difesa  dell'indipendenza  italica  contro  i  Galli,  con- 
tro Pirro,  contro  Annibale,  l'inalzarono  al  grado  di  città  so- 
vrana, chiamata  da  una  vocazione  storica,  che  la  religione 
de'  tempi  recava  a  consiglio  degli  Dei,  al  supremo  ufficio  di 
custode  della  sacra  terra  Saturnia  contro  la  barbarie  da  un 
lato,  contro  esterni  Imperi  dall'  altro.  Dinanzi  alla  necessità 
della  difesa  nazionale,  le  disgregate  federazioni  dell'  Etruria, 
del  Sannio,  della  Lucania,  e  le  inferme  Repubbliche  della 
Magna  Grecia  doveano  cedere  il  campo  alla  poderosa  unità 
del  Fascio  Romano.  La  Città-Madre  assumeva  la  dignità  di 
patrona  della  gente  togata.  La  sua  costituzione  interiore  di- 
veniva specchio  e  modello  agli  ordinamenti  amministrativi  e 


352  PROLUSIONE 

giuridici  delle  sue  colonie  e  dei  Municipi  italici  —  quasi  ef- 
figies  parvce  simulacraque  qtuedam  ~  come  dice  Gelilo,  par- 
lando delle  prime. 

Il  jus  civitcUis  —  uscendo  da.i  termini  del  pomerio,  idealiz- 
zandosi, elevandosi  da  privilegio  locale  a  principio  di  ragion 
comune  —  si  diffuse,  graduato  per  concessioni  più  o  meno 
late  {civitas  sine  suffragio,  civitas  cum  suffragio  et  jure  ho- 
norum)^ ai  soci  latini  da  prima,  a  tale  o  tal  altro  Comune 
d' altre  regioni  della  Penisola  di  poi  ;  e  divenne,  dopo  la 
guerra  sociale,  patrimonio  dell'intera  Nazione;  passò  con  Ce- 
sare nella  Gallia  cisalpina;  valicò  le  Alpi;  e  fu  esteso  da  ul- 
timo, con  la  universalità  dell'Impero,  a  tutti  i  Popoli  compresi 
entro  la  cerchia  delle  sue  frontiere. 

Non  è  qui  luogo  di  riandare  le  virtù  che  illustrarono  i 
fasti  di  Roma  ne'  suoi  tempi  migliori  ;  e  le  colpe  che  ne 
macchiarono  i  progressi  lungo  il  corso  delle  sue  conquiste. 
A  noi  basti  guardare  alla  sua  azione  nel  mondo  in  quanto 
la  medesima  conservò  le  reliquie  dell'  antica  coltura  ;  intro- 
dusse fra  genti  sciolte  ed  inculte  la  ragion  del  Diritto;  e  fa 
apportatrice  di  civiltà  alla  barbarie.  Dietro  la  marcia  trion- 
fale delle  sue  legioni,  i  suoi  magistrati,  i  suoi  maestri,  archi- 
tetti, agrimensori,  coloni,  propagando  in  gran  parte  d'Europa 
—  con  le  leggi  civili,  con  la  lingua,  con  le  scuole,  con  le  arti, 
con  l'agricoltura  —  le  forme  di  una  eulta  socialità,  apparec- 
chiarono il  terreno  agli  avanzamenti  dell'incivilimento  mon- 
diale. Senza  Roma,  senza  i  lumi  della  sua  equità  nella  Ragion 
privata;  senza  le  traccio  da  essa  lasciate  dell'organamento 
•de' suoi  Municipi;  e  senza  lo  spirito  di  universalità  da  essa 
impresso  alla  coscienza  del  Diritto,  non  solo  nell'  ordine 
de' rapporti  privati,  ma  in  quello  eziandio  delle  relazioni  di 
ragion  pubblica  fra  i  Popoli  soggetti  alla  sua  giurisdizione, 
0  ad  essa  congiunti  per  vari  gradi  di  colleganza  sociale,  le 
Nazioni  che  su  que'  fondamenti  vennero  restaurando,  dal  me- 
dio-evo in  poi,  gl'istituti  della  vita  civile,  sottraendoli  al  do- 
minio della  violenza  eslege,  non  sarebbero  giunte  al  punto 
in  cui  oggi  si  trovano,  sulla  via  dell'umano  progresso. 

Naturalmente,  dacché  Roma,  per  le  accennate  cagioni,  as- 
sunse il  primato  dell'armi  e  delle  leggi  del  mondo  antico, 
disparve  ogni  orma  di  giusta  reciprocità  fra  le  genti.  La  dot- 
trina predicata  dai  filosofi  greci  —  e  segnatamente  da  Ari- 
stotele —  che  ai  più  prestanti  per  capacità  civile  e  guerriera 


DELL'ANNO  SCOLASTICO   1885-86.  353 

spetta  da  natura  il  dominio  sugi'  inferiori  e  men  culti,  co- 
mechè  temperata  da  un  più  largo  concetto  della  comunanza 
umana  in  Cicerone,  divenne  nondimeno  il  fondamento  del 
Diritto  Pubblico  dei  Romani  rispetto  ai  vinti  o  provinciali 
(provicti)  e  agli  stranieri.  Il  Tu  regere  imperio  populos,  Bo- 
mane,  memento  del  Poeta  delle  tradizioni  latine  rappresenta 
tutto  lo  spirito  della  conquista  legislatrice  di  Roma.  E  que- 
sto spirito  si  estendeva,  sotto  forma  di  patrocinio,  alle  sue 
relazioni  coi  Popoli  liberi  e  coi  re  alleati  :  —  civitates  liberce, 
fcdderatce;  Reges  amici,  sodi:  —  relazioni  analoghe  a  quelle  che 
intervenivano  fra  patroni  e  clienti  nella  domesticità  romana  ; 
libertà  soggetta  ad  uffici  e  servigi  di  dipendenza;  invasa 
spesso  dall'arbitrio  del  più  forte,  ma  rivestita  pur  tuttavia 
di  forme  legali;  e  la  cui  figura  giuridica  ritraeva  appunto  il 
concetto  della  clientela  ne' rapporti  privati  :  —  quemadmodum 
clientes  nostros  intelligimus  liberos  esse,  etiam  si  ncque  audo- 
ritate,  neque  dignitate,  neque  viribus  nobis  pares^nt;  sic  eos 
qui  majestatem  nostram  comiter  conservare  débent  liberos  esse 
intelligendum  est.  (ProcijLO,  Big,  1.  7,  De  Capt,  et  Fostlim.)  — 
E  nondimeno,  cotesti  legami  d'imperfetta  società  fra  la  città 
regina  e  le  genti  subordinate  alla  sua  autorità,  estesi  dal- 
l'Impero anche  ai  Barbari,  segnalarono  un  grande  progresso 
nel  cammino  della  Civiltà  dal  mondo  greco  al  mondo  romano. 
Tra  Greci  e  Barbari  nessun  vincolo  di  comune  giustizia  ;  con- 
cessa appena  da  un  debole  senso  d' umanità  agli  estrani  la 
religione  dell'ospitalità;  non  osservato  il  rito  antichissimo 
della  inviolabilità  dei  pubblici  nunzi  o  legati:  la  guerra  cac- 
cia selvaggia,  devastatrice;  i  vinti  preda  del  vincitore.  Roma 
invece  chiama  ospiti  gli  stranieri  che  prendono  stanza  entro 
le  mura  della  città  o  nel  suo  territorio;  e  concede  loro  l'abi- 
tazione, il  domicilio;  non  isdegna  avere  i  vinti  per  suoi  cit- 
tadini; e  Vadversus  hostes  ^eterna  auctoritas  riceve  tempera- 
menti civili  dal  jus  feciale  e  dallo  estendimento,  negli  ultimi 
tempi  dell'Impero,  delle  predette  relazioni,  amidtia,  foedus 
amicitice  causa,  hospitium,  ai  Popoli  barbari  stanziati  di  là 
dalle  sue  frontiere.  Liberali  segnatamente  le  condizioni  deì- 
V hospitium,  quasi  di  naturalizzazione;  ond'era  soppressa  pei 
Romani,  recatisi  a  dimora  in  terre  di  barbari  ammessi  a  tale 
diritto,  la  necessità  del  postliminio  :  Quid  (enim)  inter  nos 
atque  eos  postliminii  opus  est,  quum  et  UH  apud  nos  et  liber- 
tatem  suam  et  dominium  rerum  suarum  ceque  atque  apud  se 


354  PROLUSIONE 

retineant  et  eadem  nobis  contingent?  (Proculo,  Big.  1. 7,  Be 
Capi,  et  Pòstlim.) 

Mercè  la  quale  estensione  della  ragion  del  Diritto  a  in- 
tere genti,  stanziate  oltre  i  limiti  dell'Impero  o  accolte  a 
stabile  dimora  nelle  Provincie  romane,  si  vennero  costituendo 
sotto  r  egida  della  sua  maestà  e  con  obbligo  di  lealmente 
conservarla  —  majestatem  Imperii  comiter  conservare  -r-  quelle 
,  grandi  federazioni  di  Barbari  romanizzati  che,  con  Ataulfo 
ed  altrettali  capi  o  re,  decorarono  di  veste  latina  i  fieri 
costumi  nativi;  che,  nelle  Gallie,  concorsero  con  le  legioni 
di  Ezio  a  rompere  la  possa  della  nuova  Barbarie  condotta 
da  Attila;  e  eh'  ivi  e  altrove  doveano,  al  dissolversi  della 
griin  mole  romana,  fondare  —  sotto  nome  di  Franchi,  Bur- 
gundi, Ostrogoti,  Visigoti,  Alamanni  —  le  prime  basi  de'  nuovi 
Stati  europei.  Entrati  di  mano  in  mano  nell'ambito  della 
Fraternità  cristiana,  congiunti  ai  provinciali,  già  sudditi  del- 
l'Impero,  dalla  religione  dei  medesimi  altari,  de' mùtui  con- 
nubi, degli  stessi  cimiteri;  traendo  riti  e  forme  ai  loro  malli 
o  assemblee  nazionali  dall'esempio  dei  Concili  della  Chiesa; 
e  influssi  di  tradizioni  e  leggi  romane  sulle  loro  consuetudini 
avite;  essi  furono  a  poco  a  poco  iniziati  alla  scuola  dell'an- 
tico intelletto;  e  dall'intreccio  dei  vecchi  coi  nuovi  elementi 
del  vivere  sociale  si  venne  formando,  invigorita  di  giovani 
forze,  la  compagine  della  nuova  civiltà. 

Cessato  il  turbine  delle  invasioni,  i  nuovi  Regni  fondati 
dalla  conquista  nel  seno  della  Cristianità  d' Occidente  portano 
sin  da  principio  la  duplice  impronta  delle  consuetudini  dei  vin- 
citori e  delle  tradizioni  dei  vinti.  L'organizzazione  domestica  e 
militare  degl'invasori  si  fi^sa  sull'occupazione  territoriale;  e 
riflette,  nei  rapporti  della  famiglia,  nelle  consorterie  parentali, 
negli  ordini  della  milizia,  nella  forma  dei  giudizi  e  nella  par- 
tecipazione dei  nobili  o  principali  e  dei  liberi  proprietari  ai 
comuni  consigli,  i  costumi  di  tipo  germanico.  La  libertà,  la  cit- 
tadinanza attiva,  sono  privilegio  degli  occupatori  della  terra  ; 
ma  la  necessità  della  coltivazione  agraria  e  de'  mestieri  urbani 
li  obbliga  a  rispettare  più  o  meno  le  relazioni  preesistenti 
fra  padroni  e  coloni  e  a  conservare  i  collegi  degli  artefici;  e 
n'  escono  i  liberi  livellari,  gli  afiittaiuoli,  i  mezzadri  nelle  cam- 
pagne, le  borghesie  artigiane  e  commerciali  nelle  città. 

Al  sommo  della  scala  sociale,  la  regalità  barbara,  roma- 
nizzandosi, riveste  nelle  parvenze  esteriori  le  forme  e  le  pompe 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  355 

della  sovranità  bisantina;  tende  a  trasformarsi  di  elettiva  e 
ministeriale  in  ereditaria  ed  assoluta;  ma,  dipendendo  pei 
tributi  e  per  V  armi  dal  concorso  volontario  dei  nobili,  del 
popolo  degli  nomini  liberi  e  del  clero,  è  costretta  a  trattare 
de' maggiori  affari  dello  Stato  nei  Placiti  nazionali;  e  neri- 
sultano  le  monarchie  temperate  del  medio-evo.  Le  quali,  col 
prestigio  dell'  autorità,  anche  senza  la  forz^,,  giovarono  a  ce- 
mentare il  lento  processo  assimilativo  da  cui  sorsero  le  di- 
stinte personalità  dei  Popoli  europei.  Tale  processo  non  fu 
uniforme  dapertutto.  La  varietà  degli  elementi  costitutivi  del 
fondo  sociale  nelle  diverse  contrade  d'Europa  ne  modificò 
gli  effetti  in  ordine  alla  costituzione  politica  degli  Stati. 
Così  mentre  in  Francia,  in  Inghilterra,  in  Danimarca,  in 
Isvezia,  in  Polonia,  in  Ungheria  —  e  più  tardi  in  Ispagna  — 
si  costituirono,  per  diverse  combinazioni  d' interni  elementi, 
monarchie  commijsurate  all'ambito  delle  rispettive  nazionalità 
—  in  Italia  la  preponderanza  dei  grandi  feudatari  sul  poter 
regio,  investito  in  principi  stranieri,  e  delle  città  sui  minori 
vassalli  ;  la  lotta  fra  l' Impero  e  la  Chiesa  e  l' antagonismo 
perenne  fra  i  ricordi  dell'antica  coltura  e  il  diritto  barbaro 
della  conquista,  impedirono  la  fondazione  di  una  monarchia 
nazionale.  In  Germania  similmente,  per  altre  cagioni,  ma  so- 
pratutto per  la  tenacità  delle  particolari  autonomie,  la  rega- 
lità, soggetta  ai  suffragi  dei  grandi  Elettori  e  all'adesione 
dei  Principi  e  delle  Città  imperiali  per  le  sue  imprese,  non 
serbò  per  lungo  tempo,  anche  se  congiunta  alla  Corona  Ce- 
sarea, che  un  precario  potere;  e  non  riuscì  a  fondare  l'unità 
politica  dello  Stato.  Ma  crebbero,  per  converso,  nell'  uno  e 
neir  altro  paese,  di  ricchezza,  di  capacità  civile  e  di  potenza, 
prestanti  cittadinanze  industriali  e  commerciali,  che  fonda- 
rono la  libertà  e  la  nobiltà  sul  lavoro  ;  e  aprirono  la  via,  con  le 
loro  operosità,  ai  progressi  dell'  intelletto  scientifico,  civile 
ed  economico  dei  tempi  moderni.  Destituite  dei  presidi  del- 
l'unità politica  dello  Stato,  l'Italia  e  la  Germania  attinsero 
rispettivamente,  in  mezzo  alle  traversie  a  cui  furono  esposte 
per  tale  mancamento,  i  caratteri  della  loro  individualità  na- 
zionale dalla  comunione  dei  ricordi  aviti,  della  lingua  e  del 
pensiero;  dalla  influenza,  cioè,  di  quelle  forze  intime  e  mo- 
rali che  sono  più  potenti  d'ogni  forza  esterna  sul  destino 
delle  Nazioni. 


356  PROLUSIONE 

Il  diflFerenziarsi  degli  Stati  europei  nel  medio-evo  deter- 
minò tutto  un  nuovo  ordine  di  rapporti  di  Diritto  Pubblico 
fra  le  Genti,  ignorato  dall' Antichità  se  non  nella  forma  em- 
brionica alla  quale  accennai  da  principio  rispetto  alle  comu- 
nità autonome  della  Grecia  e  dell'  Italia  antica,  prima  che 
r  Unità  Romana  in  sé  le  assorbisse.  Ma  Boma  non  cessò  dal- 
l' esercitare  sulle  nuove  relazioni,  generate  dalle  nascenti  au- 
tonomie nazionali  ne'  secoli  di  mezzo,  una  efl&cace  azione 
coordinatrice  ;  sposando  alla  tradizione  imperiale  il  magistero 
della  iniziazione  cristiana  e  convertendo  il  patronato  del  po- 
tere sui  Popoli  soggetti  in  arbitrato  morale  sui  liberi.  Indi 
l'avvenimento  della  restaurazione  dell'Impero  d'Occidente 
sotto  Carlo  Magno  e  la  tentata  armonia  delle  due  Potestà, 
diretta  idealmente  a  ridurre  sotto  una  suprema  norma  di 
comune  giustizia  ed  umanità  le  incomposte  forze  sociali  uscite 
appena  dalla  barbarie.  —  Ne  emersero  i  vincoli  della  Feuda- 
lità e  i  primi  conati  di  una  suprema  tutela  della  giustizia 
per  mezzo  dei  missi  dominici:  grande  progresso  sull'assoluto 
arbitrio  dei  vincitori  sui  vinti,  dei  padroni  s^i  servi,  d'una 
contr'  altra  gente;  dacché  una  moderatrice  rispondenza  di  di- 
ritti e  d' obblighi  componesse  indi  innanzi  fra  loro,  per  gradi 
ascendenti,  uomini  ligi  e  signori,  valvassori  e  vassalli  imme- 
diati della  corona,  sudditi  e  re.  Ne  emersero  i  riti  della  Ca- 
valleria; la  quale  associò  sensi  d'onore  e  di  pietà  alla  forza; 
insegnò  lealtà  e  veracità,  abnegazione  e  cortesia  a'  suoi  se- 
guaci ;  e  li  strinse,  anche  quando  scendevano  in  campo  come 
nemici,  a  regole  e  doveri  umani.  E  pei  congiunti  iniiussi  della 
religione  e  de' ricordi  delle  antiche  leggi,  furono  all'arbitrio 
delle  guerre  private  imposte  le  tregue  di  Dio;  fu  assicurata 
la  inviolabilità  degli  araldi;  dato  ordine  alla  formalità  delle 
sfide,  alle  capitolazioni,  al  riscatto  dei  prigionieri;  fu  procla- 
mato, ne'  Concili,  il  principio  che  i  rustici  attendenti  all'agri- 
coltura, i  pii  peregrini,  i  chierici  inermi  dovessero  andare 
immuni  da  offese  guerresche;  temperato  il  diritto  barbaro 
delle  rappresaglie;  vietata  la  immanità  di  far  preda  delle 
cose  e  delle  persone  dei  naufraghi:  e  le  città  marinare  delle 
prode  del  Mediterraneo  precorsero,  colle  regole  ,del  Conso- 
lato del  Mare,  alla  ragion  de'  moderni  nell'  ordine  de'  loro 
rapporti  commerciali. 

Un  benefico  spirito  di  rinascente  umanità,  di  mutua. fede, 
di  generose  emulazioni  in  semplici  costumi,  anima,  fra  le 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  357 

guerre  domestiche  e  pubbliche  del  primo  periodo  del  risor- 
gimento civile  dopo  il  mille,  città  e  castella.  È  il  periodo  a 
cui  allude  Dante,  ricordando: 

Le  donne  e'i  cnvalier;  gli  affanni  e  gli  agi. 
Che  ne  invogliava  .amore  e  cortesia. 

E  le  memorie  del  tempo  registrano  esempi  di  trattati  fra 
città  amiche,  di  composizioni  fra  città  ostili  e  di  giudizi  d'ar- 
bitri e  pacieri,  che  rivelano  la  influenza  dell'antica  equità 
civile  sulla  mente  di  quella  età  mercè  il  risorto  studiò  del 
Diritto  romano.  Intorno  a  che  sono  da  vedere  i  documenti 
citati  dal  Muratori  nelle  sue  Dissertazioni  sulle  Antichità  ita- 
liche — -  segnatamente  nella  XLVIII  e  nella  XLIX  — -  e  gli  altri 
ricordi  dell'epoca. 

Senonchè,  l'idea  di  universale  Giustizia  personificata,  in 
que' secoli,  —  com'è  natura  dell'umano  intelletto  nella  fanciul- 
lezza delle  Nazioni  —  in  un  Capo  visibile  considerato  qual 
sovrano  legislatore  e  giudice  ;  e  quella  di  una  Legge  morale 
d'istituzione  divina  in  un  unico  interprete  e  vicario  delle  sue 
applicazioni,  doveano  di  necessità  sottostare  alle  vicissitudini 
dell'elemento  personale  nell'esercizio  d'entrambi  gli  uffici. 
D'onde  lo  scadere  della  Potestà  imperiale  e  della  papale  da 
ihinisterio  d'alta  custodia  delle  ragioni  dell'Onesto  e  del  Giu- 
sto nell'ordine  delle  cose  morali  e  delle  civili  a  strumento  di 
passioni  individuali  e  di  prepotenti  ambizioni.  Né  solo  ;  ma 
la  tendenza  dell'una  e  dell'altra  a  creare  uniforme  ed  asso- 
luta unità  dovea  produrre  naturalmente  contrario  effetto,  su- 
scitando a  protesta  la  coscienza  dell' uomo-individuo  e  quella 
delle  Nazioni.  Indi  l' insorgere  delle  sètte  cristiane  dissidenti 
e  le  resistenze  del  potere  civile  contro  le  pretese  della  Teocra- 
zia romana;  il  sottrarsi  degli  Stati,  de' grandi  signori  e  delle 
città  al  dominio  imperiale;  e  la  gran  lite  fra  l'Impero  stesso 
e  la  Chiesa.  In  mezzo  alle  quali  tempeste  di  una  società  agi- 
tata da  tanti  e  sì  vari  e  sì  inconditi  elementi,  tre  capisaldi 
appaiono  sino  dal  secolo  XII  a  fondare  tre  grandi  relazioni 
di  cose  umane:  il  Compromesso  tra  Pasquale  II  e  Arrigo  V 
sulle  Investiture  ;  il  Trattato  di  Costanza  ;  e  la  Magna  Gharta, 
Il  primo  de' quali  atti  determinava,  precorrendo  ai  moderni 
Concordati,  i  rapporti  fra  la  libertà  della  Chiesa  e  i  diritti 
dello  Stato;  il  secondo  poneva  un  limite  all'assolutismo  im- 
periale fondato  sulla  tradizione  bisantina  ;  e  rivendicava  l'au- 


358  PROLUSIONE 

tonomia  de' Comuni  fondata  sulla  tradizione  civile  romana:  il 
terzo  stabiliva  le  guarentigie  legali  della  libertà  individuale 
contro  l'arbitrio  del  potere,  sottoponeva  le  imposte  al  voto 
dei  Parlamenti  e  preveniva  con  la  libertà  data  ai  traffici,  an- 
che in  favore  degli  stranieri,  le  dottrine  più  liberali  della 
moderna  economia.  —  Semi  fecondi  dei  futuri  istituti  e  pro- 
gressi delle  genti  europee,  apparecchiati  sino  da  quella  rozza 
età  dal  genio  delle  due  razze  propagatrici  per  eccellenza  di 
civiltà  ■—  l'italica  e  l'anglo-sassone. 

Ma  nel  periodo  d'anarchia  civile,  che  dal  cadere  del  se- 
colo XIII  si  stende  sino  ai  primi  esperimenti  di  uno  stabile 
assetto  degli  Stati  europei  nel  secolo  XVI,  ogni  vincolo  di 
giustizia  e  di  fede  nelle  relazioni  de'  pubblici  poteri  cede  al- 
l'impero  del  più  sfrenato  egoismo.  Al  concetto  ministeriale 
nel  possesso  dei  feudi  sottentra  il  concetto  della  proprietà 
patrimoniale  ereditaria.  Le  grandi  città  impongono  ad  arbi- 
trio la  loro  balìa  alle  città  minori.  Travagliate  da^  fazioni  do- 
mestiche, ricorrono,  per  aver  pace,  alle  dittature;  e  le  dit- 
tature si  convertono  in  tirannidi.  La  slealtà,  là  frode,  il 
tradimento,  diventano  consuetudine  ed  arte  di  Stato.  Il  Prin- 
cipe di  Machiavelli  è  il  manuale  della  politica  dei  tempi.  Di 
conserva  col  dissolvimento  dell'organizzazione  feudale  e  con  la 
decadenza  della  libertà  dei  Comuni,  la  guerra  perde  i  suoi 
freni  e  si  tramuta  in  rapina.  Agli  ordini  antichi  della  Caval- 
leria e  delle  milizie  cittadine  succedono  le  Compagnie  di  ven- 
tura e  le  bande  mercenarie,  i  cui  Capi,  presti  a  mutar  parte 
ad  ogni  offerta  di  maggior  lucro,  divenuti  ricchi  e  potenti, 
occupano  città,  fondano  principati,  ottengono  da  Papi  e  Im- 
peratori titoli  di  signoria  sulle  terre  usurpate.  Indi,  soprav- 
venuta col  crescere  dei  grandi  Stati  la  necessità  di  raccogliere 
ad  esercito  soldatesche  d'ogni  contrada  e  di  mantenerle,  per 
la  precarietà  delle  finanze,  a  spese  de' paesi  percorsi  o  occu- 
pati, la  licenza  militare,  incrudelita  dalle  lunghe  guerre,  non 
conobbe  più  limite  o  legge;  segnando  la  sua  via  in  Italia, 
nelle  Fiandre,  in  Germania  col  saccheggio  e  l'incendio,  con  la 
strage  e  la  devastazione. 

Nella  ragion  politica  di  questo  periodo,  le  viete  preroga- 
tive dell'alta  sovranità  imperiale  e  della  papale  su  Regni  e 
Feudi,  i  titoli  patrimoniali  dei  dinasti,  le  pretese  ereditarie  aDe 
successioni  regie,  ducali,  signorili,  s'intralciano,  si  confondono, 
servono  a  vicenda  a  private  cupidigie  e  ambizioni  ;  determi- 


\ 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  359 

nano  le  guerre  e  le  paci,  decidono  del  destino  dei  Popoli. 
L'Italia  e  la  Germania  segnatamente,  per  difetto  di  forza 
collettiva  nazionalmente  costituita,  son  fatte  teatro  alla  mol- 
tiforrae  gara.  In  mezzo  alla  gran  lite  suscitata  dalla  vanità 
di  Carlo  Vili  e  dalla  perfidia  di  Lodovico  il  Moro  tra  la  Casa 
di  Valois,  erede  delle  ragioni  degli  Angioini,  e  la  Casa  d'Ara- 
gona per  la  successione  alla  Corona  di  Napoli,  e  nella  sus- 
seguente rivalità  tra  Carlo  V  e  Francesco  l  pel  primato  euro- 
peo, la  politica  dei  Papi,  mentre. l'Italia  rovina,  è  governata 
dalla  sete  di  procacciar  principati  ai  loro  congiunti.  E  Cle- 
mente VII  sacrifica  a  tal  brama  la  libertà  di  Firenze,  spe- 
gnendo in  essa,  per  mano  di  un  osceno  tiranno,  il  focolare 
dell'arti  e  del  pensiero  italiano  ;  e  abbandonando  le  sorti  della 
Patria  alla  restaurazione  imperiale.  L'alleanza  della  Chiesa  e 
dell'Impero  minaccia,  con  l'armi  del  Cesarismo  risorto  e  coi 
roghi  dell'Inquisizione,  universale  servitù. 

Ma  tre  secoli  di  feconda,  comechè  turbolenta,  libertà  aveano 
assicurato  i  progressi  dell'incivilimento  mondiale.  Lo  espan- 
dersi delle  opA^osità  e  delle  gare  mercantili,  mercè  la  sco- 
perta dell'America  e  delle  nuove  vie  di  comunicazione  alle 
Indie  orientali,  la  fondazione  delle  colonie  transoceaniche  e 
le  emulazioni  fra  gli  Stati  marittimi  dell'Europa  occidentale, 
generano  conflitti  d'interessi  e  discussioni  che  giovano  allo  svi- 
luppo della  ragion  giuridica  ne'  rapporti  internazionali.  Albe- 
rigo Gentili  lascia  un  documento  importante  della  giurispru- 
denza dei  tempi  sulle  questioni  emergenti  da  que' conflitti- 
nelle  sue:  Advocationes  Hispanicce.  Grozio  propugna,  in  un 
libro  memorabile,  la  libertà  del  mare.  Regole  più  eque,  de- 
terminate dalla  necessità  della  sicurezza  de'traflici,  s'intro- 
ducono a  poco  a  poco  nei  trattati  di  navigazione  e  di  com- 
mercio. S'iniziano,  ne' rapporti  commerciali  fra  gli  Stati, 
transazioni  di  reciproca  utilità,  indipendenti  da  diflferenze  di 
governo  o  di  religione.  Nello  stesso  tempo,  le  nuove  dottrine 
intorno  alle  guarentigie  della  libertà  privata  e  pubblica,  ai 
diritti  dei  Popoli,  alla  inviolabilità  delle  credenze,  svoltesi  in 
mezzo  alle  lotte  delle  Fiandre,  della  Rivoluzione  inglese  e 
della  Riforma;  e  propugnate  da  valenti  scrittori  nella  Gran 
Bretagna,  ne' Paesi  Bassi  e  in  Germania,  si  propagano  dalle 
contrade  protestanti  alle  cattoliche;  e  preludono  nel  se- 
colo XVII  al  moto  intellettuale  e  politico  del  secolo  XVIII. 
Concorrono  al  medesimo  effetto  le  scoperte  delle  scienze  fisi- 


360  PROLUSIONE 

che  da  Galileo  in  poi,  sciogliendo  il  pensiero  scientifico  dalle 
pastoie  della  Teologia  e  la  coscienza  della  parte  colta  delle 
Nazioni  dai  terrori  della  superstizione.  E  tutte  queste  in- 
fluenze, insieme  cooperanti,  ingeriscono  nella  mente  civile 
d'Europa  quelle  disposizioni  che,  stimolate  a  sensi  d'umanità 
dagli  orrori  della  guerra  dei  30  anni,  spianano  la  via  alla 
Pace  e  ai  Trattati  di  Vestfalia. 

Que' Trattati  —  preceduti,  nel  campo  della  speculazione, 
dai  libri  del  Gentili,  che  nel  suo  De  Jure  Belli  esclude  dalle 
giuste  cause  di  guerra  le  differenze  di  religione,  sentenzia  che 
la  fede  non  s'impone  col  carnefice  e  applaude  all'intervento 
dell'Inghilterra  in  favore  degl'insorti  Fiamminghi:  e  conclusi 
da  uomini  addottrinati  dagl'insegnamenti  di  Grozio  —  se- 
gnano, nel  campo  della  pratica,  le  prime  orme  del  passaggio 
della  politica  europea  dal  dominio  dell'autorità  abusata  dalle 
passioni  ai  consigli  della  ragione  ammaestrata  dalla  espe- 
rienza. 

La  Pace  di  Vestfalia  inaugurò  il  principio  della  tolleranza 
religiosa  nei  rapporti  dei  (i  over  ni  fra  loro,  stabilendo  l'egua- 
glianza giuridica  per  la  professione  delle  diverse  credenze  fra 
gli  Stati  cattolici  e  gli  Stati  protestanti  della  Germania  :  — 
ricostituì  la  Confederazione  germanica,  restringendo  la  giu- 
risdizione dell'Impero  so vr' essa :— decretò  che  nelle  con- 
testazioni fra  i  membri  della  medesima  dovessero  seguirsi  le 
vie  dell'ordinaria  gistizia,  senza  ricorrere  alle  armi  se  non 
decorso  un  triennio  ed  esaurito  ogni  tentativo  di  composi- 
zione pacifica:  soppresse  i  legami  di  dipendenza  feudale  che 
assoggettavano  i  Cantoni  della  Svizzera  e  le  Provincie  Unite 
dei  Paesi  Bassi  all'Impero;  e  riconobbe  le  due  Repubbliche 
come  Stati  sovrani,  riconoscendo  implicitamente  con  ciò  il 
diritto  nei  Popoli  d'insorgere  per  la  loro  indipendenza  e  li- 
bertà: —  pose  infine,  come  fondamento  di  Diritto  Pubblico 
europeo,  il  principio  dell'equilibrio  dei  Poteri  e  della  legitti- 
mità dell'intervento  contr'ogni  impresa  tendente  ad  alterarne 
le  proporzioni:  principio  che  produsse,  secondo  le  circostanze 
e  gì'  intenti  dell'applicazione,  or  bene  or  male  ;  ricevette,  dopo 
la  guerra  della  successione  di  Spagna,  ne' primi  anni  del  pas- 
sato secolo,  conferma  formale  dal  Trattato  di  Utrecht;  e 
rimase  guida  indi  innanzi  alle  pratiche  della  Diplomazia  eu- 
ropea. —  L'idea  dell'equilibrio  dei  Poteri  ebbe  i  suoi  esordi, 
nel  secolo  XV  in  Italia,  dalla  influenza  moderatrice  esarci- 


dell'anno  scolastico  1885-86.  361 

tata  da  Lorenzo  de' Medici  sugli  Stati  della  Penisola;  ed  è 
concetto  che  sorge  naturalmente  dal  bisogno  di  mutua  sicurtà 
fra  le  genti. 

Senonchè  il  sistema  che  a  quel  concetto  informavasi,  non 
avendo  per  base  stabile  l'ordine  naturale  delle  colleganze  na- 
zionali sotto  gli  auspici  di  una  eguale  giustizia  per  tutte,  ma 
una  combinazione  artificiale  di  Poteri,  creata  dalle  vicende 
della  Storia,  dovea  necessariamente  soggiacere  alla  mutabi- 
lità dell'elemento  esteriore  e  arbitrario  di  questa;  e  prose- 
guire una  politica  di  espedienti,  presta  sovente  a  posporre 
le  ragioni  della  natura  e  del  Diritto  e  il  voto  dei  Popoli  alle 
esigenze  di  un  macchinismo,  fattizio  di  forze  in  perpetua  lotta, 
or  aperta  or  latente,  fra  loro.  Così,  passati  non  molti  anni 
dalla  Pace  di  Utrecht,  gl'ingrandimenti  della  Prussia,  la  ri- 
valità dell'Austria  contr'essa  e  il  sorgere  della  potenza  mo- 
scovita paurosa  a  tutti,  scompongono  i  disegni  anteriori,  por- 
tano nuove  guerre,  nuove  insidie  dei  forti  sui  deboli;  indi,  a 
breve  andare,  per  concorrenti  brame  e  mutui  sospetti  fra 
Berlino,  Pietroburgo  e  Vienna,  l'empia  partizione  della  Po- 
lonia, spettatrici  inerti  del  grande  misfatto  le  altre  Potenze  ; 
la  cuijgnavia  rassegnò  all'equilibrio  della  rapina  fra  predoni 
senza  legge  la  vita  di  un  Popolo  al  quale  la  civiltà  europea 
doveva,  oltre  le  dovizie  di  un'eletta  coltura  e  gli  esempì  di 
una  generosa  ospitalità  in  tempi  di  persecuzioni  religiose,  la 
sua  salvezza  dalla  scimitarra  ottomana. 

Ma  sugli  antiquati  privilegi  e  sulle  colpe  della,  vecchia 
Europa  già  sovrastava,  preparata  di  lunga  mano  dalle  soffe- 
renze degli  oppressi  e  dagl'incrementi  del  pensiero,  una  grande 
sentenza.  La  Rivoluzione  francese  traduce  sul  terreno  politico 
l'opera  innovatrice  iniziata  dalla  Riforma  sul  terreno  religioso 
e  dalla  Filosofia  nel  campo  delle  idee.  La  Proclamazione  dei 
Diritti  dell'Uomo  annunzia  il  sorgere  della  nuova  Ragion 
delle  Genti  sulle  rovine  di  un  organamento  politico  e  sociale 
disceso  dalla  Barbarie  e  governato  dall'arbitrio.  Sventurata- 
mente, la  Rivoluzione,  sospinta  dalle  insidie  dei  nemici  dome- 
stici al  regime  del  terrore,  e  dagli  assalti  dei  nemici  stranieri 
a  trascendere  i  limiti  dell'interna  difesa,  perde  in  casa  e 
fuori  le  virtù  che  ne  illustrarono  i  cominciamenti.  Di  mini- 
stra di  libertà  alle  Nazioni  si  tramuta  in  arbitra  dei  loro 
destini  e  fa  strada  all'Impero:  prima  cagione  del  male  il 
principio  dell'intervento,  funestamente  applicato  dalla  coali- 

XIL  24 


362  PROLUSIONE 

zione  delle  monarchie  europee,  antesignana  l'Inghilterra,  a 
contendere  ad  un  Popolo  il  diritto  di  disporre  a  sua  posta 
dei  propri  affari.  E  quando  il  genio  e  la  fortuna  del  primo  Na- 
poleone caddero  vinti,  più  che  dall'armi  dei  monarchi  con- 
giurati a' suoi  danni,  dal  ribellarsi  della  coscienza  offesa  dei 
Popoli  alle  superbe  voglie  del  conquistatore,  la  Restaurazione, 
senilmente  cieca  alle  mutate  condizioni  dei  tempi,  portando 
seco,  in  fi^ccia  all'età  nuova,  le  spoglie  di  un  s.ecolo  defunto, 
riassunse  quel  principio  e  l'altro  della  Bilancia  dei  Poteri  a 
strumento  d'arbitrio;  e  n'uscirono  i  Trattati  di  Vienna;  il 
baratto  dei  Popoli  come  armenti,  per  teste,  a  grado  di  spen- 
sierati dinasti  ;  e  i  patti  di  qviéìValleanjsa  che  la  mistica  fan- 
tasia di  un  despota  devoto  osò  chiamar  santa  ;  e  che,  in  nome 
della  cristiana  fratellanza  e  della  pace  universale,  ribadiva 
le  catene  della  servitù  dell'Europa. 

Ma  le  Nazioni,  attraverso  la  gran  crisi,  s'erano  rideste; 
aveano  fatto  esperimento  delle  proprie  forze  ;  atteggiato  mente 
e  costumi  ai  nuovi  bisogni  civili.  Un  nuovo  elemento  si  ac- 
campava sull'arena  del  mondo  politico,  di  fronte  alla  mal 
contesta  compagine  dei  vecchi  Poteri:  l'elemento  della  Na- 
zionalità:  di  quel  complesso,  cioè,  di  condizioni  morali,  sto- 
riche e  sociali,  che  definiscono  la  personalità  di  un  Popolo, 
attribuendogli  una  speciale  funzione  nella  grande  officina 
della  Civiltà.  D'onde,  dal  1815  in  poi,  la  maggior  parte  delle 
rivoluzioni  e  delle  guerre  del  secolo;  ì\ porro  unum  est  neees- 
5anwm .dell' epoca;  dacché  colla  questione  delle  emancipa- 
zioni nazionali  si  connettano  tutte  l'altre  questioni  del  tempo  : 
la  religiosa,  la  politica  e  l'economica  o  sociale.  Stanno,  da 
una  parte,  la  forza  perenne  della  vita  e  le  sue  certe  leggi; 
la  virtù  del  pensiero,  che  ne  rileva  i  momenti  e  li  inalza  a 
principi;  la  coscienza  del  Vero  e  del  Giusto  nell'ordine  dei 
civili  consorzi  ;  la  voce  delle  magnanime  proteste  e  la  santità 
del  martirio  :  dall'altra,  l' impero  dei  fatti  sovrapposti  a  quel- 
l'ordine dalle  contingenze  del  passato,  la  tradizione  che  li 
riveste  dei  titoli  del  Diritto,  i  pregiudizi  e  gl'interessi  che  vi 
aderiscono,  la  forza  fattizia  che  li  sostiene.  E  le  vicende  della 
grande  tenzone  fra  le  due  forze  segnano  un  progresso  della 
prima  sulla  seconda.  Le  Nazioni  già  divise  in  sé  stesse,  sog- 
gette ad  esterne  dominazioni,  pressoché  ignare  le  une  delle 
altre,  si  unificano,  si  emancipano,  s'accostano  fra  loro.  Si  levò 
prima  la  Grecia;  la  seguirono  l'Italia  e. la  Germania;  la  Po- 


( 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  363 

Ionia  ricorda,  con  l'assidua  voce  del  dolore  e  del  sacrificio,  che 
lo  spirito  di  un  Popolo  non  è  in  potere  de' suoi  oppressori; 
le  genti  balcaniche  vanno  di  grado  in  grado  riscattandosi 
dalla  conquista  mussulmana. 

E  questo  processo  dell'odierno  incivilimento,  che  va  sosti- 
tuendo al  convenzionale  e  caduco  assetto  degli  Stati  europei 
gli  ordini  stabili  della  natura  nel  consorzio  delle  Nazioni, 
sfata  le  vecchie  teoriche  dell'arbitrio  e  della  forza  e  s'impone 
ai  consigli  stessi  dei  Governi  e  alle  transazioni  della  Diplo- 
mazia. Onde  vedemmo,  nel  Congresso  di  Parigi  del  1856,  gli 
eredi  degli  artefici  della  Santa  Alleanza  riconoscere  principi 
e  diritti  che  i  loro  predecessori  aveano  conculcati.  E  vediamo 
di  presente,  mal  grado  la  mal'opera  del  Congresso  di  Berlino, 
le  Potenze  emule  del  primato  sulla  Penisola  Slavo-Ellenica, 
quasi  rattenute  da  un  comun  senso  europeo,  astenersi  da  in- 
debiti interventi  dinanzi  a  un  moto  di  Popoli  che  aspirano 
ad  integrare  le  loro  autonomie  :  arra  di  sicurtà  e  di  pace  alla 
rimanente  Europa  se,  composti  gl'intestini  dissidi,  sapranno, 
federandosi,  accoppiare  allo  spirito  'd'indipendenza  il  senno 
ordinatore  dei  loro  mutui  ufiScì  e  della  comune  azione  civile. 

Così,  mercè  la  fondazione  di  saldi  organismi  nazionali  in 
quelle  zone  del  Continente  che,  per  incoerenza  e  debolezza 
di  parti,  formarono  ne' secoli  trascorsi  come  altrettanti  campi 
franchi  alle  sfide  di  Potenze  rivali,  si  restringe  vieppiù  sem- 
pre il  terreno  alle  gare  di  supremazia  e  di  conquista  e  alle 
guerre  che  da  tal  fonte  derivano. 

Altro  arringo  apparecchiano  i  tempi  a  migliori  e  più  fe- 
conde emulazioni.  L'antagonismo  delle  forze  lottanti  entro  i 
confini  del  mondo  europeo  tende  a  risolversi,  per  più  ampie 
vie,  in  una  grande  concorrenza  di  pacifiche  operosità:  che 
questo  è  il  movente,  malgrado  gli  errori  di  tale  o  tal  altro 
esperimento,  dello  espandersi  delle  odierne  intraprese  colo- 
niali su  tutta  la  faccia  del  globo.  Il  moto  della  Civiltà  che, 
dalla  scoperta  dell'America  in  poi,  avea  seguito  il  suo  corso 
verso  Occidente,  compiuta  ormai  l'opera  dell'Odissea  trans- 
atlantica, tenta  l'Africa,  mira  a  diffondere  la  coltura,  ma- 
turata dal  lavoro  dei  secoli,  nell'antico  Oriente. 

Intanto,  di  conserva  coU'ampliarsi  delle  scambievoli  rela- 
zioni fra  i  Popoli,  le  congiunte  ragioni  dell'Utile  e  del  Giusto 
e  il  prevalere  del  comun  senso  umano,  creano  una  opinione 
g'enerale  illuminata  che,  attraverso  faticose  lotte,  vince  l'egoi 


364  PROLUSIONE 

amo  de' parziali  interessi;  e,  contrapponendo  i  criteri  della 
naturale  equità  alle  preoccupazioni  del  fatto  esistente,  se- 
conda i  progressi  della  razionalità  del  Diritto.  Del  che  fanno 
testimonianza  parecchi  punti  fondamentali  di  ragion  pub- 
blica, dovuti  riconoscere  nel  corso  del  secolo,  dai  consigli 
stessi  di  una  Diplomazia  in  gran  parte  conservatrice  e  retriva. 
Il  Congresso  di  Vienna,  inchinandosi  alla  mente  di  Hum- 
boldt, ammise  il  principio  della  libera  navigazione  dei  fiumi 
internazionali  ;  e,  piegando  alla  umanità  di  Wilberforce,  con- 
dannò la  tratta  dei  Negri.  Il  Congresso  di  Parigi  accolse  la 
proposta  della  partecipazione  degli  Stati  minori  nei  convegni 
delle  grandi  Potenze;  abolì,  col  divieto  degli  armamenti  in 
corsa,  la  pirateria  ;  riaffermò  il  principio  che  la  bandiera 
amica  copre  la  merce  nemica;  secondò,  comechè  timidamente, 
il  voto  dei  civili  arbitrati  nelle  liti  internazionali  consigliando 
il  ricorso  ai  buoni  uffici  di  una  Potenza  amica,  prima  di  ve- 
nire al  sangue.  Il  Trattato  di  commercio  e  di  navigazione  fra 
gli  Stati  Uniti  e  l'Italia.  —  Trattato  che  onora  la  Patria  no- 
stra —  rende  esenti  da  confisca  sulla  terra  e.  sul  mare  le  pro- 
prietà private  dei  nemici,  meno  quelle  di  contrabbando.  E  le 
questioni  di  Diritto  internazionale  privato,  tuttora  pendenti, 
e  i  postulati  della  scienza  intorno  ad  esse  s'informano  ad 
universali  tendenze  di  civile  eguaglianza  e  di  sociale  recipro- 
cità fra  le  genti,  che  annunziano  non  lontano  il  tempo  in  cui 
le  antinomie  delle  distinte  leggi  cederanno  il  campo  ad  una 
Legge  comune  delle  Nazioni;  mercè  la  quale  una  sola  Giu- 
stizia parifichi,  nell'ordine  giuridico  degl'interessi,  le  condi- 
zioni dei  cittadini  di  patrie  diverse  ;  come  nell'ordine  morale 
una  stessa  carità  abbraccia,  senza  distinzione  di  luogo  e  di 
razza,  tutte  le  sofferenze  umane  ;  spande  i  suoi  benefici  e  le 
sue  consolazioni  sui  miseri  e  sugl'infermi  d'ogni  paese;  s'in- 
terpone con  le  sue  pietose  cure  fra  le  battaglie,  assistendo  i 
feriti  senza  chieder  loro  a  qual  campo  appartengono;  e  va 
organizzando  di  contrada  in  contrada,  di  Continente  in  Con- 
tinente, colle  sue  vaste  associazioni,  la  fraterna  milizia  del- 
l'Umanità contro  la  milizia  fratricida  dell'armi. 

Solenne,  o  Giovani,  è  lo  spettacolo  di  questa  gran  marcia 
dell'  Umanità  sovra  la  terra  ;  il  cui  fine,  come  Dante  divinava, 
è  di  attuare,  d'epoca  in  epoca,  tutta  la  sua  potenza  intellet- 
tiva e  la  sua  morale  virtù  :  —  di  questo  continuo  conato  della 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1885-86.  365 

psiche  umana,  che  delle  verità  conquistate  dal  pensiero  fa 
norma  al  suo  volere  e  al  suo  operare;  che  combatte  in  sé 
stessa  e  nel  mondo  esteriore  gli  ostacoli  che  s'attraversano 
al  suo  cammino  ;  che  afferma  la  sua  libertà,  vincendo  con  la 
nobiltà  della  ragione  le  passioni  che  la  deturpano,  con  la  co- 
scienza del  Giusto  le  tirannidi  che  l'incatenano,  con  gl'ingegni 
della  Scienza  le  forze  brute  della  natura  ;  e  converte,  di  ter- 
mine in  termine,  le  condizioni  della  sua  stanza  terrena  e 
della  sua  vita  civile  all'immagine  de' propri  ideali  —  river- 
beri del  disegno  divino  nell'Ordine  dell'Universo.  Sì  che  la 
Storia  della  Civiltà  e  del  Diritto  -=-  nella  quale  v'ha  chi  non 
vede  se  non  un  cieco  esplicarsi  di  forme  fatali,  come  lavoro 
d'api  in  alveare  —  è,  alla  mente  d'altri  e  più  degni  interpreti 
delle  sue  manifestazioni,  il  testimonio  costante  della  virtù 
iniziatrice  dell'Uomo  sul  governo  delle  proprie  sorti  e  del- 
l'impero della  Ragione  sul  fato. 

Che  se,  con>e  attestano  non  solo  gl'intuiti  della  coscienza 
ma  i  dati  dell'esperienza,  esiste  una  legge,  naturale  ordina- 
trice dei  progressi  della  vita  civile  nel  mondo  delle  Nazioni  ; 
se  scopritrice  e  interprete  di  tal  legge  è  la  ragione  umana, 
e  ministra  delle  sue  applicazioni  l'umana  volontà;  se  il  cono- 
scere e  il  volere  sono  scala  al  potere;  ne  segue,  per  Governi 
e  Popoli,  l'obbligo  imperativo  d'informare  vieppiù  sempre  la 
comune  opinione  all'intelletto  delle  condizioni  dalle  quali  di- 
pendono gl'incrementi  del  comun  Bene  —  e  di  operare  a  se- 
conda. D'onde  la  dignità  e  il  frutto  di  questi  studi,  ch'io 
verrò  raccomandando,  o  Giovani,  alla  vostra  attenzione,  im- 
prendendo a  trattarne,  ad  intento  pratico,  dai  tempi  che  pre- 
pararono il  terreno  alla  Pace  di  Vestfalia  ;  —  con  deboli  forze, 
è  vero,  ma  con  l'animo  vòlto  agli  alti  uffici  assegnati  alla 
Patria  nostra  sulle  vie  dell'  umano  progresso  ;  e  ispirandomi 
alla  fede  che  questa  sacra  terra  d'Italia  possa,  mercè  vostra, 
scuotere  da  sé  la  greve  soma  dell'ignavia  presente;  e  ritor- 
nare nutrice  di  virtù  e  di  sapienza  civile  nel  cospetto  delle 
Genti  europee. 


366 


PROLUSIONE 

AL   CORSO    DELL»  ANNO    SCOLASTICO    1888-89. 


Onorevoli  Signore  e  Signori,  egregi  Giovani, 

Piacque  alla  Facoltà  di  Giurisprudenza  di  questo  illustre 
Ateneo  di  proporre  a  me  ^  che  da  tre  anni  insegno  da  questa 
cattedra,  come  libero  docente,  la  Storia  dei  Trattati  e  della  Di- 
plomazia —  fosse  di  tale  insegnamento  dato  formale  incarico. 
Debbo  alla  molta  benevolenza  degli  uomini  egregi  dei  quali 
si  compone  e  si  onora  la  Facoltà  e  all'indulgente  giudizio 
dell'onorevole  ministro  della  Pubblica  Istruzione  e  del  Con- 
siglio Superiore  della  medesima,  che  approvarono  la  propo- 
sta, la  conferma  dell'arringo  jda  me  innanzi  intrapreso  con 
animo  di  secondare  il  voto  della  fondazione  di  una  Scuola 
libera  di  Scienze  politiche  e  sociali  nella  nostra  Università; 
e  papvemi  debito  l'accettare  un  uflScio  che  spontaneamente 
mi  veniva  commesso  e  che  rende  più  intimo  e  più  saldo  il 
vincolo  di  lavoro  e  di  affetto  che  mi  stringe  ad  essa  ed  a  voi. 
Riprendo  quindi  l'opera,  da  me  condotta  ne' passati  corsi,  dal 
termine  in  cui  la  lasciai  alla  fine  del  precedente  anno  sco- 
lastico, cioè  dalla  caduta  del  primo  Napoleone,  riandando, 
per  uso  de' nuovi  uditori,  la  tela  delle  vicende  che  addussero 
la  grande  catastrofe.  E  proseguendo  con  maggiori  particolari 
la  serie,  ch'io  toccai  per  sommi  capi  nell'ultima  parte  del 
corso  anteriore,  delle  mutazioni  politiche  avvenute  dalla  Ri- 
storazione del  1815  in  poi  —  onde  fu  disfatto  a  parte  a  parte 
tutto  l'edificio  architettato  da  quella  —  mi  studierò  di  cer- 
carne le  cagioni  e  di  esaminarne  le  conseguenze  rispetto  ai 
nuovi  rapporti  della  vita  delle  Nazioni  e  ai  destini  della  uni- 
versale civiltà.  Nella  quale  ricerca  fa  d'uopo  tener  conto  del- 
l'azione dei  vàri  fattori  che  concorrono  ad  atteggiare,  modifi- 
care e  trasformare  di  mano  in  mano  quel  complesso  di  regole 
consuetudinarie  e  di  convenzioni  stipulate  nei  trattati,  che  co- 
stituiscono il  Diritto  delle  Genti  —  storico  o  positivo  che  chia- 
mare si  voglia  —  materia  e  assunto  speciale  della  mia  tratta- 
zione. E  i  fattori  a  cui  accenno  si  comprendono,  s'io  bene 


PROLUSIONE  DELL'ANNO  SCOLASTICO   1888-89.        367 

avviso,  in  queste  categorie  principali:  —  ordine  di  fatto  delle 
relazioni  esistenti  fra  gli  Stati,  uscite  dai  precedenti  storici 
e  determinanti  in  certa  misura  i  limiti  delle  nuove  combi- 
nazioni :  —  disposizioni  volontarie,  personali,  bene  o  mal  di- 
rette, in  coloro  che  reggono  le  sorti  delle  Nazioni:  —  interessi 
collettivi  che  si  connettono  per  antichi  vincoli,  o  contrastano 
per  nuove  tendenze,  con  lo  statu  quo  :  —  azione  infine  dei  prin- 
cipi che  la  scienza  del  Diritto  viene  esplicando  dai  fonda- 
menti della  natura  e  dai  dati  dell'esperienza,  in  quanto  la 
coscienza  dei  Popoli  va  progressivamente  informandosi  alla 
loro  ragione  e  influendo,  co' suoi  voti,  ne' consigli  dei  Governi 
e  nelle  transazioni  della  Diplomazia. 

Lo  svolgersi  delle  relazioni  internazionali  dipende  natural- 
mente dalla  costituzione  autonoma  d^li  enti  che  ne  formano 
il  soggetto  e  che  le  necessità  dei  mutui  uflicì  e  delle  mutue 
difese  chiamano  a  stabilire  fra  loro  un  ordine  giuridico  di 
obbligazioni  e  di  guarentigie  che  li  tuteli  dalla  violenza  e 
dal  predominio  degli  uni  sugli  altri.  Da  ciò  i  primi  inizi  di 
una  Ragion  delle  Genti  e  di  un  rituale  diplomatico  posto  sotto 
gli  auspici  delle  patrie  religioni,  fra  le  antiche  comunità'  della 
Grecia  e  della  prisca  Italia,  sino  a  che  la  potenza  militare 
di  Roma  non  sottopose  le  particolari  autonomie  del  mondo 
antico  alla  universalità  della  sua  dominazione.  Onde  il  Di- 
ritto Pubblico  esterno  del  Romano  Impero  —  venuta  meno  ogni 
distinzione  di  Stati  indipendenti  —  assunse  forma  di  patro- 
nato del  Forte  sui  deboli,  costituendo  i  Popoli  soggetti,  sotto 
nome  di  federati,  amici  od  ospiti,  in  clientela  della  Città 
sovrana. 

Caduto  l'Impero  d'Occidente,  il  prestigio  della  tradizione 
romana  s'impose  alle  rozze  menti  dei  fondatori  dei  Regni 
barbari,  e  animò  de' suoi  influssi  le  reliquie  della  civiltà  la- 
tina ne' sparsi  consorzi  dei  vinti.  Nello  stesso  tempo,  la  Cri- 
stianità occidentale,  fatto  suo  centro  e  seggio  della  Città-Ma- 
dre dell'antica  unità  civile,  diede  opera,  sulle  sue  orme,  alla 
edificazione  della  unità  spirituale  delle  Genti,  ministro  della 
grande  iniziazione,  con  nome  romano,  il  Pontefice. 

E  così  dalla  doppia  fonte  imperiale  e  cristiana  scaturì, 
sotto  forma  teocratica,  come  portava  la  fanciullezza  dei  Popoli, 
l'idea  der  Pubblico  Diritto  nel  medio-evo.  Il  concetto  romano 
dì  una  universale  ragione  del  Buono  e  del  Giusto  trovò  riscon- 
tro nel  concetto  cristiano  della  unità  della  Legge  morale, 


368  PROLUSIONE 

interprete  e  ministro  di  quella,  per  presunta  delegazione  po- 
polare perpetua,  l'Imperatore;  di  questa,  per  divino  mandato, 
il  Capo  della  Chiesa:  subordinata  quindi  all'Autorità  spiri- 
tuale del  secondo  l'autorità  temporale  del  primo,  come  il 
corpo  all'anima,  come  la  terra  al  Cielo;  ma  soggetti  egual- 
mente alla  duplice  giurisdizione,  ne' rispettivi  rapporti,  indi- 
vidui e  Stati,  Popoli  e  re. 

È  da  questo  ideale  ebbe  argomento,  per  iniziativa  di  Roma 
papale,  la  Restaurazione  dell'Impero  d'Occidente  nella  per- 
sona di  Carlo  Magno,  rispondenti  all'appello  della  mente  la- 
tina le  Gallie,  siccome  memori  degli  antichi  fasti  cesarei,  e 
la  Nazione  de' Franchi,  ch'era  fra  le  barbare  la  più  devota 
all'autorità  del  Pontificato  romano. 

Senonchè,  dove  l'antica  unità  imperiale  avea  raccolto  sotto 
una  stessa  legge,  con  assoluta  potestà,  popolazioni  dome  dalla 
conquista  e  dimentiche,  per  lunga  servitù,  d'ogni  ragione  di 
libertà  e  di  distinti  ordini  nazionali  nella  vasta  uniformità 
di  un  inerte  cosmopolitismo,  l'unità  teocratica,  tentata  col 
connubio  della  Chiesa  e  dell'Impero  in  sull'aprirsi  del  nono  se- 
colo, abbracciava  individui  e  Popoli  animati  da  un  forte  senso 
d'indipendenza  personale  e  tendenti  ad  affermare  la  signoria 
di  sé  medesimi  in  separate  associazioni  o  Stati.  E  il  dualismo 
stesso  —  che  la  rifatta  unità  covava  nel  proprio  seno  fra  il  di- 
vino e  l'umano,  fra  le  cose  spirituali  e  le  cose  temporali,  e 
quindi  fra  i  due  Poteri  in  essa  congiunti  —  era  fomite  di  discor- 
dia fra  questi;  e  la  lotta  intestina  fra  le  due  potestà  sprone 
all'insorgere  delle  libertà  personali  e  locali  e  all'individuarsi 
degli  Stati  sino  dai  primordi  della  nuova  vita  europea.  Di 
che  avvenne  che  l'azione  dell'una  e  dell'altra  vestì  carattere, 
non  di  giurisdizione  diretta,  ma  d'alto  arbitrato,  nelle  con- 
testazioni fra  Comunità  o  Stati  indipendenti.  All'esercizio  e 
alle  sentenze  del  quale  ministero,  sia  nelle  Diete  imperiali, 
sia  nella  Curia  romana  e  ne' Concili  ecclesiastici,  erano  lume 
da  un  lato  i  precetti  della  nuova  fede,  dall'altro  i  responsi 
dell'antica  Ragion  civile,  che  la  non  mai  interrotta  tradizione 
del  Diritto  romano  avea  serbato,  attraverso  la  barbarie,  alla 
nuova  coltura.  <  Sino  dal  medio-evo,  —  osservano  giustamente 
l'Hefter  e  con  lui,  il  Wheaton,'  —  gli  Stati  cristiani  d'Europa 
cominciarono  ad  accostarsi  fra  loro  e  a  riconoscere  un  di- 

*  I,  pag.  31. 


»?7"r 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1888-89.  369 

ritto  comune  derivato  principalmente,  per  mezzo  degli  studi 
risorti,  dalle  fonti  del  Diritto  romano,  che  fu  adottato  da 
quasi  tutti  i  Popoli  d'Europa,  sia  come  base  della  legge  positiva 
di  ciascun  paese,  sia  come  ragione  scritta  e  diritto  sussidia- 
rio. >  E  i  suoi  elementi  penetrarono  eziandio  ne' decreti  de' Con- 
cili; <  dimodoché  il  Diritto  moderno  delle  Genti  europee  ri- 
pete la  sua  doppia  origine  dal  Diritto  romano  e  dal  Diritto 
canonico.  I  Concili  generali  della  Chiesa  cattolica  aveano  so- 
vente importanza  di  Congressi  internazionali,  intesi  non  solo 
a  trattare  di  materie  ecclesiastiche,  ma  a  regolare  altresì 
gli  affari  contenziosi  fra  i  vari  Stati  della  Cristianità.  I  giu- 
reconsulti erano  a  quell'epoca  non  solamente  interpreti  della 
ragion  privata,  ma  pubblicisti  e  diplomatici;  >  e  le  Univer- 
sità, segnatamente  quelle  di  Bologna  e  di  Salamanca,  Corti 
consultive  di  giustizia  internazionale. 

Scaduta  di  grado  in  grado,  ne' tre  secoli  che  precedettero 
la  Riforma,  l'autorità  morale  del  Papato  per  le  corruttele  del 
clero,  pel  diffondersi  de' lumi  dell'antica  sapienza,  pel  pro- 
gressivo affermarsi  del  concetto  civile  dello  Stato  contro  le 
pretese  teocratiche  della  Curia  romana  ;  e  venuta  meno,  nello 
stesso  tempo,  l'autorità  imperiale  per  impotenza,  venalità, 
dissolvimento  degli  antichi  vincoli  feudali,   que' principi  di 
ragion  pubblica,  che  l'intelletto  de' tempi  avea  elaborato  a 
guida  comune  delle  genti  europee,  rimasero  senza  giudice  ri- 
conosciuto e  senza  effettiva  sanzione.  L'Europa  errò  nel  vuoto, 
e  le  forze  individuali*  e  politiche,  che  s'agitavano  in  essa  lotta 
di  rivali  interessi,  posto  giù  ogni  rispetto  di  comune  giustizia 
ed  ogni  freno  di  reciproche  obbligazioni,  precipitarono  in  una 
sbrigliata  anarchia  civile,  nella  quale  l'arte  dello  Stato  si  tra- 
mutò in  una  gara  d' insidie  e  di  violenze  senza  legge  fra  po- 
tenti e  potenti,  di  sottili  astuzie  e  di  frodi  ne' deboli  a  schermo 
delle  loro  incerte  fortune.  È  l'epoca  di  Luigi  XI  e  di  Enrico  VII 
d'Inghilterra,  di  Carlo  Vili  e  di  Luigi  XII,  di  Ferdinando 
il  Cattolico  e  dei  Borgia:  l'epoca  nella  quale,  morto  Lorenzo 
de' Medici,  si  disfece  quell'equilibrio  de' principati  e  delle  Re- 
pubbliche d'Italia  ch'egli  avea  sorretto  a  comune  difesa; 
quando  ogni  coscienza  di  Patria  parve  venir  meno  nel  cuore 
de' nostri  padri,  e  le  ambizioni  de' principi,  agitate  da  mutui 
sospetti,  riapersero  i  varchi  dell'Alpi  alle  invasioni  straniere. 
Perivano  le  forme  della  società  religiosa  e  politica  del  medio- 
evo e  la  morale  fondata  sovr'esse:  gli  splendori  della  risorta 


370  PROLUSIONE 

coltura  classica  illuminavano  le  menti  ma  non  scaldavano  gli 
animi:  Nicolò  Machiavelli  indagava,  alla  luce  dell'antica  sa- 
pienza civile,  le  cagioni  della  grande  rovina,  e  l' Umanità  non 
comprendeva  ancora  i  segni  augurali  della  sua  nuova  vita. 
Intanto,  per  un  processo  di  assimilazione  degli  elementi 
sociali,  che  non  è  qui  luogo  di  riandare,  si  venivano  formando, 
con  potere  accentrato,  le  grandi  monarchie  unitarie  e  mili- 
tari del  Continente  ;  agli  assembramenti  precari  delle  milizie 
comunali  e  feudali  e  alle  compagnie  di  ventura  succedevano 
gli  eserciti  stanziali;  la  regalità  si  veniva  sciogliendo  dai  vin- 
coli di  che  Taveano  recinta,  ne' precedenti  secoli,  i  privilegi 
del  clero,  della  nobiltà  e  dei  Comuni;  la  tradizione  dell'ere- 
dità dinastica  soprafaceva,  nella  maggior  parte  degli  Stati, 
il  principio  elettivo;  e  Tidea  bisantina  della  sovranità  asso- 
luta del  principe  sul  territorio  dello  Stato  e  sulle  persone  dei 
sudditi  cacciava  in  bando  il  concetto  romano  della  sovranità 
delegata,  ministeriale  e  responsabile.  Soppressi  di  tal  modo 
i  limiti  posti  dalle  originarie  franchigie  de' Popoli  europei  al- 
l'esercizio della  sovrana  potestà,  il  governo  delle  cose  pub- 
bliche cadde  in  balia  della  volontà,  dell'arbitrio,  delle  passioni 
de' monarchi  e  dei  loro  cortigiani.  Le  pretese  ereditarie  di 
poche  famiglie  regnanti,  che  si  arrogavano,  nel  nome  di  Dio, 
il  diritto  di  calpestare  a  loro  talento  l'Umanità,  si  sovra- 
posero  ad  ogni  altro  argomento  di  ragion  pubblica,  non  cu- 
rando le  natie  distinzioni  nazionali,  né  il  consenso  né  le  an- 
tiche libertà  delle  genti  invase.  I  titoli  successori,  scesi  da 
parentadi  o  testamenti  di  principi  o  da  patti  di  famiglia  fra  le 
Case  sovrane,  disponevano  delle  sorti  de' Popoli,  addetti  come 
armenti  ai  territori  che  l'eredità  attribuiva,  come  patrimonio 
privato,  ai  nuovi  occupanti.  E  sì  fatta  ragion  di  cose  —  do- 
cumento deplorevole  dell'umana  inanità  sotto  il  doppio  giogo 
del  pregiudizio  e  della  forza  !  —  dominò  in  gran  parte  il  Di- 
ritto Pubblico  europeo  ne' due  secoli  de'  quali  ho  toccato,  av- 
volgendo in  tina  rete  inestricabile  di  fortuite  combinazioni 
dinastiche  le  naturali  autonomie  delle  Nazioni,  dove  confuse, 
dove  smembrate  a  grado  degl'invasori.- Indi  l'origine  della 
lunga  contesa  fra  la  Casa  d'Arragona  e  la  Casa  di  Valois 
pel  possesso  delle  Due  Sicilie;  fra  quest'ultima  e  la  Casa 
d'Austria  pel  Ducato  di  Milano.  Indi  i  titoli  che  investirono 
Carlo  V  della  dominazione  di  mezza  Europa,  da  Presburgo  e 
Vienna  a  Madrid,  dalle  regioni  siculo  e  napoletane  e  dalle 


DELL'ANNO  SCOLASTICO  1888-89.  371 

teire  lombarde  alla  Boemia  e  alle  Fiandre,  con  l'aggiunta  delle 
Indie  occidentali;  immenso  vassallaggio  di  terre  e  d'uomini 
che  ridonò,  con  la  forza  dell'armi,  sostanza  ed  autorità  al  fan- 
tasma dell'Impero.  Al  quale  poi  la  Chiesa  di  Roma,  minac- 
ciata nella  sua  unità  e  ne' proventi  de' suoi  traffici  spirituali 
dalla  protesta  luterana,  avvisò  di  raccomandare  la  pericolante 
sua  Causa,  stringendo  il  patto  che  spense  in  Firenze  l'ultimo 
faro  della  libertà  e  della  civile  coltura  d'Italia,  complici  della 
nefasta  alleanza  le  domestiche  cupidigie  di  Clemente  VII,  il 
fanatismo  cattolico  e  le  ragioni  della  politica  imperiale  in 
Germania.  E  n'uscirono  le  guerre  di  religione  che,  intrecciate 
alle  rivalità  dinastiche  e  nazionali,  desolarono  per  oltre  un 
secolo  Italia  e  Germania,  Spagna,  Francia  e  Paesi  Bassi,  se- 
gnando una  funerea  lacuna  ne' progressi  dell'incivilimento 
europeo. 

Senonchè,  tra  quel  viluppo  di  fortunose  vicende  e  quel- 
l'allargarsi  dei  rapporti  dei  Governi  a  proporzioni  sempre  più 
vaste,  si  estendevano  del  pari  gl'intenti  e  gli  accorgimenti 
di  una  vigile  Diplomazia,  e  gl'Italiani  —  particolarmente  i 
Veneti  —  ne  divennero  primi  maestri  all'Europa;  mentre,  dal- 
l'altro lato  le  immanità  di  una  sfrenata  licenza  bellica  e  di 
uno  spirito  di  conquista  e  di  rapina,  che  si  copriva  del  manto 
della  religione,  provocarono  la  riazione  del  senso  umano  e 
civile  ne' più  elevati  intelletti.  Onde  sorsero  voci  di  aperta 
condanna  contro  gli  eccessi  della  nuova  barbarie  ;  e  di  fronte 
all'avara  crudeltà  spagnuola  fra  i  nativi  del  Nuovo  Mondo, 
e  al  traffico  portoghese  de'  Negri  sulle  coste  africane,  gli  Spa- 
gnuoli  Francesco  Vittoria  e  Domenico  Soto  difendevano, 
ne' loro  scritti,  i  diritti  della  natura  e  le  ragioni  della  co- 
mune giustizia.  E  il  loro  compatriota  Baldassare  Ayala  e  l'itar 
liano  Pierino  Belli  prescrivevano  ne'  loro  trattati,  in  mezzo 
agli  eserciti  di  Carlo  V  e  di  Filippo  II,  limiti  e  regole  di 
umanità  e  di  ragione  ai  belligeranti,  preludendo  alle  civili 
dottrine  propugnate  da  Alberigo  Gentili  dinanzi  alle  guerre 
di  Fiandra  e  da  Ugone  Grozio  dinanzi  agli  orrori  della  guerra 
dei  30  anni. 

Le  guerre  combattute  nel  Continente,  dal  mezzo  del  se- 
colo XVI  sino  alla  pace  di  Vestfalia  —  eccettuate  quelle  per 
la  comune  difesa  della  Cristianità  contro  i  Turchi  —  furono  il 
xisultamento  materiale  del  dissidio  interiore  della  società 
europea  fra  le  due  tendenze  che  la  dividevano  nel  doppio  or- 


372  PROLUSIONE 

dine  delle  idee  religiose  e  delle  idee  politiche.  Da  una  parte 
la  tradizione  della  unità  ecumenica  della  Chiesa  e  delPautorità 
universale  dell'Impero,  rimessa  in  vigore  dalla  potenza  di 
Carlo  V  ;  dall'altro  la  ragion  critica  de' tempi  illuminata  dalla 
risorta  coltura,  la  riazione  dell'elemento  morale  del  Cristia- 
nesimo contro  una  corrotta  Teocrazia,  e  il  riscuotersi  de' Po- 
poli alla  difesa  delle  loro  antiche  franchigie,  de' principi,  mi- 
nacciati dalla  preponderanza  Austro-Spagnuola,  alla  tutela 
della  indipenza  dei  loro  Stati.  La  guerra  dei  30  anni  fu  la 
crisi  suprema  dell'antagonismo  delle  due  tendenze.  L'appoggio 
dell'Inghilterra  ai  protestanti  di  Olanda  e  di  Germania,  la 
politica  di  Richelieu,  che  sciolse  la  ragion  di  Stato  dai  legami 
della  religione,  alleando  la  Francia  agli  avversari  del  Papato 
e  dell'Impero,  e  il  genio  di  Gustavo  Adolfo  di  Svezia,  salva- 
rono le  libertà  dell'Europa,  mentre  l'esperienza  dei  mali  ge- 
nerati dalla  lunga  lotta  e  il  risvegliarsi  dei  sentimenti  umani 
in  mezzo  a  quella  ridda  infernale,  avvalorarono  i  voti  e  gl'in- 
segnamenti dei  filosofi  civili.  È  noto  che  Gustavo  Adolfo  te- 
neva costantemente  con   sé,  compagno  de' suoi  pensieri,  il 
trattato  di  Grozio  De  Jure  Bdli  ac  Pacis.  1  libri  del  grande 
pubblicista  olandese  fecero  scuola,  influirono  sulle  deliberazioni 
dei  Congressi  di  Miinster  e  di  Osnabruck,  e  ispirarono  i  più 
illustri  rappresentanti  di  quella  Diplomazia  del  secolo  XVII, 
che  il  Wheaton  chiama  con  verità  :  <  sapiente  e  laboriosa,  os- 
servante non  solo  delle  considerazioni  della  politica,  ma  dei 
principi  del  Diritto,  della  Giustizia  e  della  Equità  ;  >  e  della 
quale  fu  degno  interprete,  fra  gli  altri,  un  nostro  italiano  — 
l'orat